L’acqua di Venezia passava da Mestre
L'acqua di Venezia passava da Mestre
Dalla Seriola del 1540 alla torre di Marghera
Una città circondata dall'acqua, senza acqua da bere
Per secoli Venezia ha bevuto l'acqua piovana raccolta nelle cisterne dei suoi pozzi. Quando la pioggia mancava, l'acqua dolce bisognava andarla a prendere in terraferma, e la terraferma più vicina era quella di Mestre e di Fusina. Tre articoli della Rivista mensile della città di Venezia, usciti fra il 1923 e il 1926, raccontano come l'acqua di Venezia sia arrivata, per strade sempre diverse, attraverso il territorio mestrino: Rodolfo Gallo nell'ottobre 1923, Adriano Michieli nell'ottobre 1924 ed Emilio Emmer nel giugno 1926.
1540: la Seriola e i burchi di Lizza Fusina
Nel 1540 la Repubblica fa scavare un canale per portare l'acqua del Brenta ai margini della laguna. Il decreto del Senato del 27 aprile ordina di estrarre l'acqua «fuori della Brenta, di sopra ai Moranzani [...] e si traduca per una Seriola a Lizza-Fusina». È la Veneta Seriola, che secondo Michieli parte dal Brenta presso Dolo e finisce a Moranzano, in un grande bacino arginato. Da lì, o da Lizza Fusina come scrive Gallo, appositi burchi portavano l'acqua a Venezia, dove veniva versata nei pozzi e poi attinta con le secchie.
Il sistema costava caro e non sempre bastava. Nel 1796 i matematici Ferretti e Dandolo scrivono che in tempo di siccità serve «una flotta giornaliera di barche, ed un numero proporzionato di uomini tolti alla pesca e all'aratro». E quando la Seriola gelava, bisognava ricorrere al Sile. Durante l'assedio del 1848-49 la Seriola finisce in mano austriaca; fra i pozzi artesiani scavati in quegli anni ce n'era anche uno dentro il forte di Marghera.
«In tempo di siccità si rende indispensabile una flotta giornaliera di barche, ed un numero proporzionato di uomini tolti alla pesca e all'aratro, onde trasportarla quì con sommi pubblici e privati dispendi».
relazione dei matematici Ferretti e Dandolo, 21 giugno 1796, citata da R. Gallo
1885: i filtri del Moranzano
Il primo acquedotto vero nasce dove finiva la Seriola. Nel 1875 il Comune accetta la proposta di due capitalisti di Londra, Ritterbandt e Dalgairns; nel 1879 subentra la Compagnie générale des eaux pour l'étranger di Parigi, che le fonti italiane chiamano Compagnia generale delle acque. Al Moranzano si costruisce un campo filtrante di 1224 metri quadrati, con sabbia marina e ghiaia del Piave; le pompe sollevano l'acqua filtrata in una condotta di ghisa di 80 centimetri che corre per 6,4 chilometri sotto la laguna fino al grande serbatoio di Sant'Andrea, a Venezia. I lavori cominciano nel 1881 e l'acquedotto entra in funzione il 31 luglio 1885, con 11.500 metri cubi al giorno.
La quantità finalmente c'era, la qualità no. Secondo il progetto l'acqua veniva presa dal Brenta a Stra, fin dove la Seriola doveva essere prolungata, e portata fino al Moranzano; ma lì nel Brenta arrivava anche il Piovego, che scendeva da Padova.
1891: l'acqua di Sant'Ambrogio attraversa la terraferma
La Compagnia cerca allora acqua di risorgiva e la trova, su indicazione dell'ingegnere Filippo Lavezzari, a Sant'Ambrogio di Grion, nel comune di Trebaseleghe, circa 25 chilometri a nord-ovest di Venezia. Il professor Bizio, che ne analizza l'acqua, la definisce «una eccellente acqua potabile, immune da ogni sospetto». Il contratto è firmato il 2 maggio 1889 e, secondo Gallo, il 18 marzo 1891 i lavori sono già finiti.
Da Sant'Ambrogio una condotta di 80 centimetri, sepolta a due metri sotto le strade e lunga circa 26 chilometri, attraversa la campagna «per Scorzè, Zellarino, Chirignago» fino al Moranzano, dove si innesta nel vecchio tubo sotto la laguna. Per passare i fiumi Dese e Marzenego e i canali Dosa, rio di Maerne, Cimetto e altri si costruiscono dei sifoni. Ogni giorno arrivano a Venezia 24.000 metri cubi di acqua di risorgiva.
1912-1923: la Gazzara e il decimo arco del ponte
Il 18 luglio 1911, nel canale Donena, un burchio urta e spezza il tubo principale: l'acqua salata entra nelle tubature e l'acqua della città non è più bevibile, finché il guasto non viene riparato; nel frattempo Venezia si rifornisce con le cisterne e con barche-cisterne. Il Consiglio comunale decide allora di raddoppiare la condotta (Gallo data la delibera al 30 settembre 1911, Michieli scrive 1912): la città deve avere 50.000 metri cubi al giorno e non dipendere più da un solo tubo. I lavori cominciano nel 1912, diretti dall'ingegnere Luigi Marangoni, sono sospesi durante la guerra e finiti nei primi anni Venti. Il nuovo tracciato passa da Mestre.
- Da Sant'Ambrogio alla Gazzara di Mestre (oggi Gazzera): una seconda condotta in cemento armato di un metro di diametro, lunga 18 chilometri, con camere di collegamento a Scorzè, Trivignano e Zelarino
- Dalla Gazzara a San Giuliano: 6865 metri in terraferma, in galleria sotto due linee ferroviarie, fino a «S. Giuliano, limite estremo della terraferma»
- Da San Giuliano a Venezia: 4616 metri in laguna, con due tubi affiancati
- Le pompe dell'impianto di sollevamento: due elettropompe da 210 cavalli, una da 300 in arrivo e un motore Diesel di riserva che parte in quattro minuti
A San Giuliano la condotta si divide in due tubi di cemento armato che passano sotto il ponte ferroviario «al decimo arco» e corrono fino alla Stazione Marittima, a Santa Chiara e al Cisternone. In laguna i tubi sono posati su cavalletti di larice fissati a pali, oltre due metri sotto il fondo; per alcuni tratti, come a San Giuliano, si lavorò con i palombari.
Anche Mestre ha il suo acquedotto
Nel 1912, mentre cominciano i lavori del raddoppio, anche Mestre, allora Comune autonomo, ha il suo acquedotto: viene inaugurato il 27 ottobre 1912, con l'acqua che arriva alla stazione di pompaggio di via Santa Maria dei Battuti. Veritas, l'azienda che oggi gestisce il servizio, ne ha ricordato i 110 anni.
1926: l'acquedotto di Porto Marghera
Quando nasce il porto industriale, nel 1917, la convenzione affida al Comune di Venezia anche la fornitura dell'acqua alle fabbriche e alle case. Il progetto lo studia la Compagnia delle acque; dopo la guerra, quando la Sezione autonoma del porto del Comune si accorge che le previsioni sono da rifare, la stessa Compagnia lo riduce, nel luglio 1921, e il Comune lo accetta. Il progetto esecutivo è della Sezione autonoma. L'idea è semplice: riusare il vecchio tubo dell'acquedotto di Venezia «lungo la strada detta della Giustizia, a sud degli impianti ferroviari di Mestre», rimasto fuori servizio proprio nel 1921 dopo la costruzione della nuova doppia condotta. I lavori cominciano alla fine del 1922.
L'acquedotto di Porto Marghera in breve
- Vasca di riserva: 21 per 30 metri, 1575 metri cubi, coperta da un prato
- Pompe: due da 100 litri al secondo e una da 150, più un Diesel da 260 cavalli con alternatore, come riserva di energia
- Castello piezometrico: alto 57,50 metri, con il serbatoio da 800 metri cubi a 45 metri da terra
- Rete: oltre 22 chilometri di tubi di ghisa
- Capacità: circa 18.000 metri cubi al giorno; nel 1926 se ne usano circa 3000
- Prezzo dell'acqua: 0,715 lire al metro cubo per uso potabile, 0,38 per uso industriale
Per le fabbriche che consumano molta acqua viene costruito poi un secondo acquedotto, solo industriale, da 90.000 metri cubi al giorno.
Fra le ditte c'è anche un'impresa mestrina. Il fabbricato delle macchine, l'officina e i magazzini li costruisce l'impresa Giuseppe Franchin di Carpenedo; il castello piezometrico l'impresa dell'ingegnere Pasquali di Venezia; un'impresa dell'ingegnere Giuseppe Pasquali lavora negli stessi anni al cavalcavia di Marghera. Le pompe vengono dalla Società Cantieri navali e acciaierie di Venezia, che aveva il suo stabilimento a Porto Marghera.
La torre di piazzale Sirtori
Il castello piezometrico è una torre circolare di cemento armato, con le pareti che si restringono verso l'alto e in cima un serbatoio di tipo Intze. È ancora al suo posto, in piazzale Sirtori a Marghera, e ogni sera viene illuminata. Le storie del quartiere che le è cresciuto intorno sono raccontate in Marghera: nascita della città giardino, e le fabbriche che quell'acqua serviva in Le fabbriche di Porto Marghera nel 1928.
Galleria immagini
Crediti delle immagini: le immagini del 1924 sono tratte da A. Michieli, «Gli aspetti geografici del problema dell'acqua potabile in Venezia», Rivista mensile della città di Venezia, ottobre 1924 (Biblioteca digitale); quelle del 1926 da E. Emmer, «L'acquedotto per acqua potabile di Porto Marghera», ivi, giugno 1926 (Biblioteca digitale). Biblioteca nazionale centrale di Roma, licenza CC BY-NC-SA 4.0.
Bibliografia e fonti
- R. Gallo, «Come fu risolto a Venezia il problema dell'acqua potabile», in Rivista mensile della città di Venezia, a. II, ottobre 1923, pp. 242-252 (pp. 292-302 del volume digitalizzato).
- A. Michieli, «Gli aspetti geografici del problema dell'acqua potabile in Venezia», ivi, a. III, n. 10, ottobre 1924, pp. 272-287 (pp. 347-365 del volume digitalizzato), con la planimetria generale dell'acquedotto.
- E. Emmer, «L'acquedotto per acqua potabile di Porto Marghera», ivi, a. V, n. 6, giugno 1926, pp. 245-253 (pp. 285-293 del volume digitalizzato).
- A. Agustoni, «Le industrie a Porto Marghera», ivi, a. VII, n. 12, dicembre 1928 (p. 685 del volume digitalizzato, per l'acquedotto industriale).
- «L'acquedotto di Mestre compie 110 anni», VeneziaToday; «Illuminata ogni sera la torre dell'acquedotto di Marghera», Veritas.
- Le annate della Rivista mensile della città di Venezia sono consultabili nella Biblioteca digitale della Biblioteca nazionale centrale di Roma, licenza CC BY-NC-SA 4.0.