Mestre Medioevale

Le regole del Mestrino

Il territorio fra Mestre, Barban e Ronchi nel Catastico di Tommaso Scalfuroto del 1781

Le regole del Mestrino

Pievi, ville e strade del territorio di Mestre nel Trecento

Le comunità prima dei quartieri

Prima delle frazioni e dei quartieri, il territorio di Mestre era diviso in regole, le comunità rurali che formavano le pievi del distretto di Treviso. Ogni regola aveva un capo, il meriga, e doveva mantenere a proprie spese le strade, i ponti e i fossi del suo territorio. Tre documenti del Trecento, studiati da Bonaventura Barcella e da Giovanni Netto, permettono di sapere quali erano, quanto contavano nelle tasse e quali strade percorrevano: la descrizione delle strade del 1315, la ducale veneziana del 1339 e l'elenco del 1381. Molte regole sono diventate frazioni e quartieri, come Chirignago, Zelarino, Carpenedo o Favaro; altre, come Pirago, Barbano o Castelcigotto, sono rimaste solo nel nome di un luogo.

Pievi, regole e colmelli

Le regole erano raggruppate in pievi attorno a una chiesa principale. Nel territorio di Mestre le pievi erano cinque: Mestre, Carpenedo, San Martino di Strada, Santa Maria di Dese e Martellago. La regola in cui sorgeva la chiesa era detta «capo di pieve»; le altre ne dipendevano.

Secondo Netto, le ville e i colmelli del territorio erano 27 all'inizio del Trecento e 63 tre quarti di secolo dopo. Il numero non crebbe per la nascita di paesi nuovi: gruppi di case prima anonimi avevano preso un nome ed erano diventati, scrive Netto, «una entità degna di ricordo». È allora che compaiono nelle carte nomi destinati a durare, come Bottenigo, Gatta, Villabona, Catene, Villafranca e Fornase.

Il meriga e la vicinia

A capo di ogni regola c'era il meriga. Era lui che si presentava davanti al notaio del Comune di Treviso e dichiarava sotto giuramento, «per sé e per il suo comune», le strade e i ponti di cui la comunità era responsabile. Le decisioni si prendevano nella vicinia, l'assemblea dei capifamiglia.

Come funzionasse una di queste comunità dall'interno lo racconta Giovanni Antonio Gallicciolli per Carpenedo, anche se per secoli più tardi. Nel Seicento e nel Settecento il comune di Carpenedo eleggeva ogni anno in vicinia due massari, uno scrivano e due sindaci per controllare i conti, e amministrava insieme i beni comuni, primo fra tutti il bosco. Il meriga della villa accompagnava il capitano di Terraferma nell'ispezione annuale del bosco e assisteva il pubblico ingegnere quando si rifacevano i catasti, come avvenne nel 1719. Di quel sistema racconta il Bosco di Carpenedo.

Quanto contavano

Le regole si misuravano in fuochi. Non erano famiglie: secondo Netto, a Treviso nel Trecento il fuoco era un'unità di ricchezza fondiaria, pari a otto mansi di terra in affitto oppure a due mansi propri, sulla quale si ripartivano le collette, le tasse straordinarie. Fra il 1307 e il 1315 Mestre contava 150 fuochi, Martellago 50, Carpenedo e Maerne 24, Spineda 23, Cappella 15, Peseggia, Asseggiano e Trivignano 14, Chirignago, Rossi e Tarù 11, Favaro, Parlan e Pirago 10, Zelo 9, Brendole 7, Santa Maria di Dese 4. San Martino di Strada, Tessera, Terzo e Castelcigotto ne avevano 3, San Nicolò di Dese 2, Bissuola e Cavergnago uno solo. Confrontando questi numeri con la decima ecclesiastica del 1330, Netto indica come centri maggiori Mestre, Martellago, Carpenedo, Maerne e Spineda, e come più piccoli Tessera, Terzo e Altino.

Il documento del 1315 pubblicato da Barcella dà però numeri diversi per alcune regole: Carpenedo 23 fuochi, Bissuola, Castelcigotto e Favaro 9 ciascuna, Martellago 44, Maerne 30, Cappella 26, Robegan 34, Spinea 36. Le due serie vengono da rilevazioni di anni diversi e non coincidono, soprattutto per le regole più piccole: Bissuola, per esempio, ha un solo fuoco secondo Netto e nove nel documento del 1315.

Il 1315: strade, ponti e fossi

Nell'autunno del 1315 il Comune di Treviso fece descrivere le strade pubbliche, i ponti e le acque di tutto il territorio. I meriga si presentarono uno dopo l'altro davanti ai notai del Comune, fra la fine di settembre e il dicembre, e alcune regole solo nel gennaio 1316. Barcella ha pubblicato il documento per intero. Ne esce una carta del territorio fatta di strade che portano a Mestre, a Padova, a Bassano, al Terraglio, e di fossi che finiscono nel Marzenego, nel Musone, nel Bottenigo e nel Dese.

Mestre si presentò sabato 27 settembre, il primo giorno. Doveva mantenere, insieme alle altre regole della pieve, la strada che partiva dal cortile della casa del monastero veneziano di San Salvatore, nella villa di Barbano, e attraverso Mestre e il porto arrivava fino a Marghera. Un tratto però spettava solo agli abitanti di Mestre, a loro spese: quello davanti alle loro case, dal Belfredo verso Treviso al Belfredo presso il campanile di San Lorenzo. Da lì la strada proseguiva «fino ai ponti delle Catene, che sono nel territorio di Piraghetto». Il grande ponte sul fiume di Mestre, sulla strada per Marghera, era a carico di tutta la pieve di Mestre, della regola di Maerne e della pieve di Carpenedo. Nel febbraio 1316 una dichiarazione aggiunse che chi aveva case nel porto di Mestre, fino ai ponti del Campo di Castello, doveva mantenere la strada davanti alla propria casa.

La pieve di Mestre

Nelle regole della pieve di Mestre, la manutenzione era spesso divisa casa per casa. A Tarù, il 30 settembre, il meriga Giovanni Munaro elencò una strada con sette ponti, ognuno affidato a un abitante diverso: il primo a Ordano e Leonardo, il secondo al solo Ordano, gli altri a Leonardo, ad Almerico Capella, a Fulco e a Tomeo Munaro. Un'altra strada di Tarù arrivava fino alla via della Gatta. A Chirignago, il 3 novembre, la strada verso Mestre aveva otto ponti su altrettanti fossi che scendevano nel Bottenigo, e anche qui ogni ponte toccava alla famiglia che vi abitava accanto; uno dei fossi doveva scavarlo un abitante del monastero di San Lazzaro di Venezia.

Pirago dichiarò lo stesso giorno la strada verso Padova con due ponti di pietra sulle Catene, che finivano nel Bottenigo, come racconta Parco Piraghetto. Trivignano aveva una strada verso Bassano con tre ponti sui fossi del Rio e un'altra verso Robegano con tre ponti sui fossi del Marzenego; gli uomini della regola, disse il meriga, si dividevano fra loro i ponti da riparare «come meglio piace». Zelarino segnalò la «Calle maggiore», che da Trivignano attraversava la regola fino a Zelo, e Zelo, nel gennaio 1316, la «via Imperiale» che veniva da Bassano, passava per Zelarino e arrivava verso Mestre al confine con Barbano. Uno dei suoi ponti stava accanto a una casa del monastero di San Giorgio di Venezia.

Ad Asseggiano, il 2 novembre, la strada verso Mestre passava su due ponti sopra la «fossa maggiore», che scendeva nel Musone; nella regola c'era anche una «Levada antica». Alcuni fossi toccava scavarli a chi abitava le terre della chiesa di San Lorenzo di Mestre. Parlan, il 6 novembre, dichiarò il «ponte lungo» sul Musone, che manteneva insieme a Brendole, Selvanese, Maerne, Asseggiano e altre regole vicine. Brendole e Selvanese avevano strade verso Mestre e verso Maerne, San Nicolò di Dese verso Favaro e verso San Giuliano del Bosco.

La pieve di Carpenedo

Carpenedo, capo di pieve, dichiarò il 4 novembre la strada dalla villa al Terraglio, una strada verso Mestre che passava «per il mezzo del castello», un'altra che arrivava al Belfredo sulla strada per Treviso, e quattro strade interne alla villa. Una via andava verso Tessera. Un fosso chiamato Fossa Nova finiva «nei fossati delle Fornaci», e il ponte vicino alla fornace tenuta da Viviano fornaciaio spettava al fornaciaio stesso. Anche Barcella ricorda le grandi fornaci della Bissuola che davano mattoni a Venezia.

La Bissuola dichiarò il 5 novembre una strada verso Mestre con un ponte che toccava al veneziano Angelo Zuccato. Castelcigotto aveva una strada verso Tarù e una verso il Terraglio, dove la regola doveva costruire un ponte sul fosso che correva lungo la strada; di quel luogo parla Villa Carlesso e il Castel Cigotto. Favaro, il 20 novembre, dichiarò la strada per Mestre, una per il Terraglio vicino alla chiesa di San Giuliano, che oggi ricorda La fu Chiesa di San Zulian, e una verso i campi e i boschi della regola.

San Martino di Strada

La pieve di San Martino di Strada era fatta di boschi, prati e rive. Nel documento del 1315 San Martino conta 3 fuochi e Terzo 2; i numeri di Tessera e di Cavergnago, nella stampa di Barcella, non si leggono con sicurezza. San Martino dichiarò il 27 settembre la «Stradella», che da Tessera attraversava i boschi e finiva sul fiume di Mestre, una strada da Campalto ai prati di Cavergnago e una dai boschi di Tombelle. Tessera aveva una strada da Favaro alla riva di San Martino, con un ponte vicino al monastero di Sant'Elena di Tessera. Terzo segnalò la strada che portava alla riva «dove si caricano le cose che si portano a Venezia». Cavergnago, il 4 novembre, dichiarò una strada verso San Martino e una verso Mestre, al confine con la Bissuola; del suo porto racconta Il primo porto di Mestre: Cavergnago.

Spinea e Martellago

La regola di Spinea, con 36 fuochi, aveva due ponti di pietra, uno vicino alla chiesa e l'altro detto della Calle Morgante, e una strada che portava al molino. A Maerne, il 1° ottobre, il meriga dichiarò il ponte sul Marzenego lungo la strada fra Mestre e Martellago. Martellago, l'11 ottobre, segnalò un ponte sul Rio da costruire in pietra insieme a Maerne, e aggiunse che un certo Giovanni Bordin aveva già ricevuto dai due comuni il pagamento per farlo, ma non l'aveva ancora fatto.

La pieve di Povegliano

Il documento comprende anche la pieve di Povegliano, con le regole di Gaio, Fortin e Altino, che secondo Netto entrarono nella podesteria di Mestre solo con una ripartizione successiva e oggi sono fuori dal territorio comunale. Povegliano, il 26 novembre, dichiarò una strada verso Bonisiolo con un ponte sullo Zero e una verso la chiesa di Quarto, fino al Sile. A Fortin, il 1° dicembre, il ponte su un fosso vicino alla chiesa toccava a Vendramino di donna Metega. Per Gaio, l'8 dicembre, si presentò Guido Mattolino, che parlò a nome del comune perché il meriga, disse, era trattenuto nelle carceri del Comune di Treviso. Dichiarò la strada da Povegliano a Marcon e un fosso antico fra Gaio e Dese.

Dopo il 1339

Pochi mesi dopo il passaggio di Treviso a Venezia, il 18 aprile 1339, il doge Francesco Dandolo elencò le ville assegnate alla podesteria di Mestre: erano quasi tutte le regole del 1315. Nel 1381, cedendo Treviso al duca Leopoldo d'Austria, Venezia tenne per sé Mestre e le sue ville. Delle ville della podesteria veneziana, dei loro confini e di come cambiarono fino al 1797 parla Il territorio di Mestre: la podesteria e le sue ville. Del periodo trevigiano racconta Mestre trevigiana.

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Bibliografia

  • Bonaventura Barcella, Notizie storiche del Castello di Mestre dalla sua origine all'anno 1832 e del suo Territorio, 1839, ristampa a cura del Centro Studi Storici di Mestre, 1966, pp. 53, 61 e 204-228.
  • Giovanni Netto, Il territorio dipendente dal castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia, in «Quaderno di studi e notizie» del Centro Studi Storici di Mestre, nn. 13-14, pp. 28-38.
  • Giovanni Antonio Gallicciolli, Cenni storici antichi e moderni sacri e profani sopra la villa e la parrocchia di Carpenedo, a cura di Tiziano Zanato, Centro Studi Storici di Mestre, 1984, pp. 118-122 e 135.

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