Il territorio di Mestre: la podesteria e le sue ville (1339-1797)
Il territorio di Mestre
Quali paesi dipendevano dal castello di Mestre? Quanto era grande il suo territorio, e quali villaggi contavano di più? A queste domande ha risposto lo storico Giovanni Netto al convegno del Centro Studi Storici di Mestre del dicembre 1969, partendo da un documento preciso: la ducale con cui nel 1339 Venezia divise in podesterie il distretto di Treviso appena conquistato.
Da Treviso a Venezia
Per nove anni e mezzo, dal 18 luglio 1329, Treviso e il suo distretto furono degli Scaligeri. Contro di loro, il 1° giugno 1336, si strinse la lega fra Venezia, Firenze, gli Estensi e i Gonzaga. Secondo Giovanni Netto, nell'ottobre successivo i Veneziani tentarono senza successo un colpo di mano sul castello di Mestre, e il presidio scaligero si arrese il 29 settembre dell'anno dopo, dando inizio al dominio veneziano di terraferma. Il 2 dicembre 1338 fu occupata Treviso, e con il trattato giurato in San Marco il 24 gennaio 1339 l'intera Marca trevigiana passò alla Serenissima. Il primo podestà mandato a Treviso fu Marin Faliero.
Nell'articolo Podestà e Capitani di Mestre (1245-1797) la conquista di Mestre è indicata, secondo Stangherlin, al 1336. Sul castello costruito subito dopo si veda Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana di Mestre.
La ducale del 1339
Il 18 aprile 1339 il doge Francesco Dandolo mandò a Marin Faliero, podestà e capitano di Treviso, l'elenco delle ville del distretto divise secondo le podesterie. Sotto Mestre andavano:
Il Borgo di Mestre con la villa che è detta Mestrina, Zelo, Zelarino e Salvanese, Trevignano e Terrù, Chirignago ed Asseggiano, Pirago, Parlano, Brendole, Spineda, Creda, Rossignano ed Orgnano, S. Martino, Campalto, Tombelle, Tessera, Terzo e Paliaga, Martellago e Maerne, Carpenedo e Favaro, Pieve di S. Maria in Dese e sue regole, Cappella e Peseggia.Ducale di Francesco Dandolo, 18 aprile 1339, nella traduzione di G. Netto
Nel documento Brendole compare come «Bruzarolum», secondo Netto per un errore del copista. La copia della ducale è nella «Morosina», il codice della Biblioteca Capitolare di Treviso fatto scrivere nel 1364 dal podestà Pietro Morosini, che raccoglie gli atti del dominio veneziano a partire dal 2 dicembre 1338.
Netto calcola un'area di circa 150 chilometri quadrati: l'attuale terraferma del Comune di Venezia, Spinea, Martellago e le frazioni di Cappella e Peseggia, oggi nel comune di Scorzè. Corrispondeva alle pievi di Mestre, Carpenedo, San Martino di Strà e Santa Maria di Dese, alla pieve di Martellago senza Robegano e alle regole che oggi formano il comune di Spinea. Più avanti nel suo saggio Netto parla di una «sistemazione amministrativa dell'8 aprile 1339»: la data del documento trascritto resta il 18 aprile.
Le ville dell'elenco erano le regole, le comunità rurali raggruppate nelle pievi di Mestre, Carpenedo, San Martino di Strada, Santa Maria di Dese e Martellago. Ogni regola aveva il suo meriga e manteneva a proprie spese strade, ponti e fossi. Nel 1315, quando Treviso fece descrivere le strade del territorio, i meriga dichiararono uno per uno i loro obblighi davanti al notaio, e la ducale del 1339 assegnò a Mestre quasi tutte le regole di quella descrizione. Di come erano fatte, di quanto contavano e delle strade che dichiararono racconta Le regole del Mestrino.
Un territorio che cresce
Una ripartizione successiva aggiunse alla podesteria Zero, la parte di Mogliano a est del Terraglio, Zerman, Bonisiolo, Marcon, Gaio, Povegliano e San Michele del Quarto: altri 78,4 chilometri quadrati, per un massimo di circa 228. Tutte queste località, tranne San Michele, restarono a Mestre fino alle soglie dell'Ottocento.
Il Barcella, che seguiva un manoscritto settecentesco di Francesco Agnoletti, colloca la nuova ripartizione fra il 1396 e il 1420. Netto osserva che un elenco delle ville fatto allo stesso modo si trova già in un documento del 1391.
Le ville e i colmelli passano da 27 a 63, perché nel frattempo alcune località si erano divise in gruppi di case che poi avevano preso un nome: Poian, per esempio, diventa Povellianus superior, Povellianus inferior, Zucarellus e Volpera. Compaiono nomi destinati a durare: Bottenigo, Gatta, Villabona, Catene, Lupus Marinus, Villafranca, Fornase.
Netto chiarisce anche un equivoco. La «Mestrina superiore» e la «Mestrina inferiore» che compaiono negli stessi anni non erano Mestre, ma distretti della podesteria di Treviso sulla riva destra del Sile: il nome indicava soltanto la direzione in cui si trovavano. Nella mappa della podesteria nel Cinquecento ricostruita da Maria Grazia Biscaro si vedono il territorio di Mestre nella sua estensione massima e, a nord, la Mestrina di sopra e di sotto, che restavano a Treviso.
I confini
Il confine della podesteria del 1339 misurava, secondo Netto, circa 77 chilometri:
- 14 sul margine della laguna, fra le foci del Dese e quelle del Bottenigo;
- 13 a sud, lungo l'antico corso del Musone (Fiume Vecchio, Bottenigo);
- 9 a nord-est lungo il corso inferiore del Dese e 3 lungo il suo affluente Rio Storto;
- 6 verso Mogliano ancora lungo il Dese e 5 di confine campestre fra Dese e Marcon;
- 24 di strade secondarie, viottoli e fossati attorno a Maerne, Martellago e Cappella;
- 3 a ovest di Spinea, lungo il Parauro o Fossa Padovana.
Dal lato di terra, conclude Netto, i limiti certi erano 34 chilometri su 64. Il territorio era attraversato dal Dese, dal Marzenego, dal Cimetto, antico Musone, e dal Musone-Bottenigo-Fiume Vecchio, tutti diretti da nord-ovest verso sud-est.
Fuochi, campi e mansi
Quando il Comune di Treviso aveva bisogno di denaro straordinario imponeva una «colletta», ripartita «in ratione focorum et non personarum», cioè per fuochi e non per persone. Per capire chi pagava quanto bisogna conoscere tre parole.
- Il campo era l'unità di misura della terra coltivata. Netto non ne dà l'estensione, che variava da un territorio all'altro.
- Il manso (dal latino mansus, «maso») era l'unità con cui si contavano i terreni per il fisco, e la sua grandezza dipendeva da come la terra era posseduta: venti campi tenuti in affitto facevano un manso, mentre di campi propri ne bastavano cinque, perché un campo di proprietà valeva quanto quattro in affitto.
- Il fuoco si crede di solito che fosse un focolare, cioè una famiglia. Netto spiega che, almeno a Treviso nel Trecento, non era così: il fuoco era un'unità di ricchezza fondiaria, pari a otto mansi in affitto (160 campi) oppure a due mansi propri (10 campi).
Contavano anche i mulini: uno di proprietà a due ruote valeva due mansi in affitto, uno a una ruota ne valeva uno. Chi lavorava meno di tre campi, il «repletino», era valutato insieme ad altri due come un manso d'affitto, e chi ne lavorava da tre a dieci valeva mezzo manso: secondo Netto la norma del 1407 voleva scoraggiare le affittanze minime. Restano dei limiti, che Netto stesso ammette: non si sa quanti mansi fossero di proprietà e quanti in affitto, né come si contassero i fuochi nei centri abitati, dove c'erano case e non campi.
Nel 1307-1310 i fuochi mestrini erano 596. La colletta di quattro lire per fuoco equivaleva a due staia e mezza di frumento, circa 215 chili, per un totale di 1.281 quintali. Nel 1316 fu stabilito inoltre che ogni fuoco tenesse a disposizione del Comune «unum archum bonum cum XXV pilottis», un arco con venticinque frecce: per il territorio mestrino erano 596 archi.
Chi contava di più
Netto mette a confronto i fuochi delle collette fra il 1307 e il 1315 e le somme pagate dai benefici ecclesiastici per la decima del 1330.
| Località | Fuochi (1307-1315) | Decima 1330 (soldi) |
|---|---|---|
| Mestre | 150 | 200 |
| Martellago | 50 | 80 |
| Carpenedo | 24 | 70 |
| Maerne | 24 | 40 |
| Spinea | 23 | 30 |
| Cappella | 15 | 25 |
| Peseggia | 14 | 20 |
| Chirignago | 11 | 50 |
| Trivignano | 14 | 10 |
| Favaro | 10 | 10 |
| Zelarino | 4 | 30 |
| Santa Maria di Dese | 4 | 15 |
| San Martino di Strada | 3 | 10 |
| Tessera | 3 | 5 |
| Terzo | 3 | 2 |
| Cavergnago | 1 | 10 |
Fra le località aggiunte più tardi, negli stessi anni Zero e Mogliano (questo per intero) contavano 50 fuochi, Zerman 25, Marcon 20, Bonisiolo e Campi di Fontane 8, Gaio e Fortino 4, Poian 3, Altino 2. Per la decima del 1330 Zero e Mogliano pagarono 60 soldi. Netto ne ricava che i centri maggiori erano Mestre, Martellago, Carpenedo, Maerne e Spinea, e i più piccoli Tessera, Terzo e Altino. Del porto di Cavergnago, che qui conta un solo fuoco, si parla in Il primo porto di Mestre: Cavergnago.
Negli appalti del dazio del pane e del vino del 1283 e del 1302, Mestre e Mogliano da sole superavano più volte tutte le altre località messe insieme. Ma la medaglia aveva il suo rovescio: nel 1334 la pieve di Mestre dovette mandare tre guastatori agli Scaligeri, contro uno di Carpenedo e uno di Martellago, e il bando del 6 febbraio di quell'anno arruolò 12 paesani della mestrina su 83 per tutto il territorio trevigiano.
Guardie, boschi e lavori
Mestre era terra di confine. Il registro delle spese del Comune di Treviso per l'agosto e il settembre 1316 conta 20 uomini con due capitani al presidio del castello di Mestre e due guardie a ogni bocca di fiume: Marghera, Dese, Altino, bocca del Silone, San Martino di Strada, Campalto, Paliaga, Bottenigo, Tessera, Tombelle e San Pietro di Terzo. Le guardie alle foci servivano soprattutto da dogana e contro il contrabbando, perché il traffico sui fiumi era intenso.
I boschi erano rifugio di «mallefactores et bannitos». Nel 1317, ricorda Netto citando lo storico trevigiano Marchesan, per il Terraglio da Treviso a Mestre fu ordinato prima di arruolare una decina di fanti in aiuto alle forze di polizia, poi di sradicare le boscaglie lungo la strada; lo stesso si decise per la strada Mestre-Oriago.
Il 24 aprile 1361 Venezia ordinò di sistemare lo «spaltum de Mestre». Il lavoro toccava agli abitanti delle pievi e delle regole, distribuito «aequaliter», in modo che nessuno avesse motivo di lamentarsi. Per gli abitanti di Altino, pochi, il podestà di Treviso chiese al collega di Mestre di farne venire a lavorare un uomo ogni sette giorni. Netto pensa che allo stesso modo siano stati scavati il canale da Mestre a Marghera, detto poi «Cava Gradeniga», e costruite le quattro torri a sua difesa durante la guerra carrarese.
Mestre resta veneziana
Durante la guerra di Chioggia, per rompere la coalizione nemica, Venezia cedette Treviso a Leopoldo duca d'Austria. Il Barcella data l'accordo al 15 febbraio 1381; Netto, che non riuscì a vedere l'originale, ne riporta il testo trascritto dal Barcella. Dalla cessione restavano esclusi, uno per uno, il castello e il Borgo di Mestre, la Mestrina, le torri del Piave, della Livenza e di Musestre e le ville del territorio. È, scrive Netto, un elenco «monco e mal trascritto», ma chiarisce che Venezia non voleva lasciarsi sfuggire il circondario di Mestre per nessuna contropartita.
Nel 1384 il duca cedette Treviso a Francesco da Carrara, signore di Padova. Il 29 novembre 1388 la città insorse invocando San Marco e a dicembre tornò a Venezia. Da allora, scrive Netto, il podestà di Mestre «tornò a dipendere» dal capitano di Treviso, e il sistema durò fino al maggio 1797. Altrove nello stesso saggio Netto precisa che le giurisdizioni del distretto erano soggette al capitano, non al podestà di Treviso, e che le due cariche coincidessero nella stessa persona era «puramente casuale».
L'arcipretato di San Lorenzo
Anche la Chiesa aveva la sua geografia. La pieve di San Lorenzo di Mestre era sede di uno dei quattro arcipretati in cui erano raggruppate nel Medioevo le pievi della diocesi di Treviso, sostituiti a metà del Quattrocento dai vicariati foranei. L'arcipretato confinava a sud-ovest con la diocesi di Padova, a nord con gli arcipretati di Pieve Nuova (Castelfranco) e di Quinto, e verso la laguna con un margine non del tutto trevigiano: fra Sant'Ilario e la foce del Dese vescovi e papi intervennero più volte, e nel 1186 papa Urbano III assegnò al vescovo di Torcello San Pietro di Terzo, che pure diceva «in parochia tarvisina».
Le pievi erano dieci. Cinque stavano interamente nel territorio di Mestre: San Lorenzo di Mestre, Santo Stefano di Martellago, Santa Maria di Dese, San Martino di Strada e San Gervasio di Carpenedo. Le altre gravitavano attorno a Noale e alla Riviera del Brenta: Santa Maria di Zeminiana, Santa Maria di Zianigo, Santa Maria di Borbiago, San Michele di Mirano e Santa Maria di Moniego. Netto ricorda anche che dal 905 al 1257 il vescovo di Treviso fu signore feudale di Mestre, per investitura di re Berengario I.
Nel 1330 le rendite ecclesiastiche mestrine pagarono di decima 40,4 lire su un reddito complessivo di 404. I quaderni delle decime ricordano anche gli ospedali di San Salvatore di Marghera, Sant'Elena di Tessera e San Giovanni di Mestre e il monastero di San Giuliano del Bosco. Un'ultima annotazione dice quanto poco potesse durare un villaggio: nel 1439 il vescovo Ludovico Barbo scriveva che la pieve di Santa Maria di Poviano, nel distretto di Mestre, aveva la villa «penitus inhabitata», disabitata del tutto e da tempo.
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Bibliografia e fonti
- Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno (6-7 dicembre 1969), Centro Studi Storici di Mestre, Quaderno 13-14, pp. 28-42.
- Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, Angelo Poggi, 1839 (citato da Netto).
- Marchesan, Treviso medievale (citato da Netto).
- Maria Grazia Biscaro, mappa della Podesteria di Mestre nel XVI secolo, Edizioni Benetton.