Il Campo trincerato di Mestre

Forte Marghera, cuore del Campo Trincerato di Mestre
Patrimonio militare

I Forti di Mestre

Mappa interattiva del Campo Trincerato di Mestre

12 forti censiti

Una grande eredità che sta vivendo una seconda vita inattesa per strutture nate per la guerra.

Campo Trincerato

Un sistema a raggiera progettato per coprire ogni via d'accesso alla laguna.

Storia

Dai nomi dei luoghi su cui sorgevano i forti ai nomi dei patrioti risorgimentali. La storia nella storia.

Una cintura difensiva per Venezia

Campo Trincerato di Mestre

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I forti del Campo Trincerato: cronologia

Prima del Campo Trincerato: Forte Marghera e Forte Manin

Il Campo Trincerato di Mestre non nacque dal nulla. Prima che il Regno d'Italia decidesse di costruire la grande raggiera di forti attorno a Mestre, esistevano già due strutture militari che costituivano il nucleo originario della difesa lagunare: Forte Marghera e Forte Manin.

Forte Marghera — avviato dai francesi nel 1805 sul sito del borgo medievale di Margera e completato dagli austriaci nel 1842 — era il fulcro di tutto: una fortezza pentagonale di 48 ettari a cavallo del Canal Salso, a quattro chilometri da Venezia, progettata per impedire a qualsiasi esercito di minacciare la città lagunare dalla terraferma. Fu lì che nel 1848 si combatté la difesa più eroica del Risorgimento veneziano, e furono i patrioti che combatterono sotto le sue mura — Cosenz, Mezzacapo, Sirtori, Poerio, Rossarol, Pepe — a dare il nome ai forti che sarebbero stati costruiti sessant'anni dopo.

Forte Manin — ridotto idraulico napoleonico eretto intorno al 1808 come avamposto nord di Forte Marghera — controllava le chiuse del canale Osellino: in caso di attacco, l'apertura delle chiuse allagava le campagne circostanti, trasformando la pianura in un ostacolo naturale. Ancora oggi è visibile, abbandonato, nel Parco San Giuliano.

Fu proprio l'esperienza del 1848–49 — quando queste due strutture si rivelarono insufficienti a reggere da sole l'assedio di un esercito moderno — a convincere i militari del nuovo Regno d'Italia che Venezia aveva bisogno di qualcosa di più: un sistema difensivo esteso, articolato, capace di coprire ogni via d'accesso alla laguna. Il Campo Trincerato di Mestre fu la risposta.

Storia ed evoluzione del Campo Trincerato

Il Campo Trincerato di Mestre è uno dei quattro campi trincerati europei ancora esistenti — gli altri sono quelli di Parigi, Bucarest e Roma — ed è considerato il meglio conservato. La sua storia inizia molto prima dei forti che oggi si visitano: il nucleo originario è Forte Marghera, il cui cantiere si alternò fra occupazione francese e austriaca fino al completamento nel 1842. Con i suoi 48 ettari e la pianta pentagonale, Forte Marghera era il fulcro dell'intera difesa lagunare: una fortezza pensata non solo per resistere ma per ospitare truppe, artiglierie e depositi sufficienti a reggere un assedio prolungato.

Dopo l'Unità d'Italia il nuovo Regno si trovò a dover pensare alla difesa del Nordest in chiave moderna. Venezia era una piazza strategica di primo ordine: ospitava l'Arsenale, la principale base navale dell'Adriatico, e il suo entroterra era praticamente indifeso sul fronte terrestre. Nel 1881 il Ministero della Guerra approvò il progetto di una cintura di forti attorno a Mestre. Il progetto originale ne prevedeva sei, ma la crisi economica che colpì il Regno negli anni seguenti impose di ridurli a tre. I lavori procedettero lentamente, tra revisioni di progetto e problemi di finanziamento, e i tre forti della prima cintura — Gazzera, Carpenedo e Tron — furono completati tra il 1886 e il 1890.

Già durante la costruzione era chiaro che il modello adottato stava invecchiando. L'evoluzione dell'artiglieria a canna rigata e dei proiettili esplosivi rendeva vulnerabili strutture che erano state progettate per resistere all'artiglieria ad anima liscia. Per quasi vent'anni il sistema rimase incompiuto, in attesa di risorse e di un nuovo orientamento strategico. Fu il Piano di difesa nazionale del 1908 a sbloccare la situazione: il Ministero della Guerra approvò la costruzione di una seconda cintura più avanzata, affidata all'ingegnere militare Enrico Rocchi. In pochi anni vennero completati sei nuovi forti e una polveriera separata: Forte Rossarol (1907), Forte Pepe (1909), Forte Bazzera — polveriera — (1910), Forte Cosenz (1911), Forte Mezzacapo (1911), Forte Sirtori (1911) e Forte Poerio (1912). Il sistema era finalmente completo — ma era già in ritardo sulla storia. Nel luglio 1915, a pochi mesi dall'entrata in guerra dell'Italia, tutti i forti vennero disarmati: le nuove artiglierie pesanti austro-ungariche avevano dimostrato che nessuna struttura corazzata reggeva ai proiettili di grande calibro. I cannoni furono smontati e inviati al fronte. Solo dopo la rotta di Caporetto, nell'autunno del 1917, il Capo di Stato Maggiore Diaz ordinò il riarmamento dei forti più lontani, che vennero parzialmente utilizzati durante la Battaglia del Solstizio del giugno 1918. Nessun forte del Campo Trincerato fu mai coinvolto in combattimenti diretti.

Un sistema di difesa a raggiera

Per capire perché i forti si trovano dove si trovano occorre partire da una domanda semplice: da dove si attacca Venezia per via di terra? La risposta era altrettanto semplice: dalla pianura veneta, lungo le strade e le ferrovie che convergevano su Mestre da ovest, da nord e da est. Chiunque volesse prendere Venezia doveva prima attraversare quella pianura, e chiunque attraversasse quella pianura doveva passare attraverso un reticolo di vie obbligate — strade consolari, linee ferroviarie, ponti sui fiumi — che i pianificatori militari identificarono con precisione.

La logica del Campo Trincerato era quella del fuoco incrociato a raggiera: ogni forte era posizionato in modo da battere con i propri cannoni una specifica direttrice di avanzata nemica, a una distanza da Forte Marghera calibrata sulla gittata delle artiglierie dell'epoca. I tre forti della prima cintura coprivano le tre vie principali di accesso: Forte Tron verso ovest, sulla via per Padova; Forte Gazzera verso nord-ovest, sulla strada per Castelfranco; Forte Carpenedo verso nord, sulla via per Treviso. La distanza tra i forti era calcolata per garantire la sovrapposizione dei settori di tiro: nessuno spazio tra un forte e l'altro doveva restare scoperto.

La seconda cintura, più avanzata, doveva rispondere a un problema aggiuntivo: le ferrovie. Nell'ultimo quarto dell'Ottocento la rete ferroviaria del Nordest si era espansa rapidamente, e le linee che collegavano Venezia a Trieste, a Udine, a Treviso e a Padova erano diventate vie di trasporto strategico tanto quanto le strade. Forte Cosenz fu posizionato a Favaro Veneto per presidiare la ferrovia Venezia–Trieste e quella per Portogruaro; Forte Mezzacapo a Zelarino per controllare la ferrovia per Treviso e Udine; Forte Sirtori a Spinea per coprire la ferrovia per Trento e la via per Castelfranco. I fiumi completavano il quadro: la morfologia paludosa del territorio lagunare rallentava le truppe nemiche e rendeva i forti difficili da aggirare. Forte Pepe fu collocato alla confluenza del fiume Zero nel Dese, sfruttando l'ansa naturale come ostacolo; Forte Poerio chiudeva il fronte sud lungo la Riviera del Brenta, impedendo l'aggiramento del sistema da Padova.

I nomi: i patrioti del 1848

Forte Marghera, così come i tre forti della prima cintura, Gazzera, Carpenedo e Tron, prendono il nome dalle località in cui sorgono, secondo la tradizione militare ottocentesca che identificava le opere difensive con il territorio che occupavano. Con la seconda generazione la scelta cambia radicalmente, e il cambiamento non è casuale: i sei nuovi forti vengono intitolati a uomini che avevano combattuto o erano caduti nella difesa della Repubblica di San Marco nel 1848–49.

Era una scelta politica precisa. Il Regno d'Italia, nato nel 1861, aveva bisogno di eroi condivisi, di figure che incarnassero la continuità tra le lotte risorgimentali e il nuovo Stato. I patrioti del 1848 veneziano erano perfetti: erano morti o si erano esiliati per un ideale, e la loro storia — per lo più dimenticata dal grande pubblico — poteva essere riscritta in chiave nazionale. Intitolare una fortezza militare a un ribelle o a un esule significava trasformare la sconfitta del 1849 in un atto fondativo, e le nuove strutture in calcestruzzo in monumenti alla memoria risorgimentale.

I nomi scelti raccontano una storia coerente. Enrico Cosenz aveva comandato le artiglierie a Forte Marghera nel 1848, resistendo per tre settimane all'assalto austriaco prima di ritirarsi verso Venezia; diventò poi generale del Regio Esercito e capo di stato maggiore. Carlo Mezzacapo era stato ufficiale del genio durante le battaglie risorgimentali e poi senatore del Regno. Giuseppe Sirtori aveva combattuto con Garibaldi nella spedizione dei Mille ed era stato tra i difensori di Venezia. Cesare Rossarol era morto in combattimento nel giugno 1849, a quarant'anni, guadagnandosi il soprannome di «Argante della Laguna». Alessandro Poerio, poeta napoletano amico di Leopardi e Tommaseo, era caduto per le ferite della Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848. Guglielmo Pepe, il più celebre di tutti, aveva disobbedito all'ordine del re di Napoli e raggiunto Venezia con duemila volontari, per poi morire in esilio a Torino nel 1855. Sei uomini diversi per origine, formazione e destino, accomunati dall'aver scelto Venezia quando Venezia aveva già perso.

La struttura: due generazioni a confronto

I forti del Campo Trincerato furono progettati da due ingegneri militari di epoche diverse, con filosofie opposte, entrambe rapidamente superate dagli eventi.

Il modello della prima generazione porta il nome del colonnello austriaco Andreas Tunkler (1820–1873), che aveva elaborato negli anni Sessanta dell'Ottocento una tipologia di forte poligonale già adottata in diversi paesi europei. La struttura era in muratura e terra: un perimetro irregolare con bastioni angolari, un fossato largo fino a quaranta metri, caponiere sporgenti nel fossato per coprire i fianchi con il fuoco delle mitragliatrici. I cannoni erano collocati su piazzole allo scoperto, puntati verso l'esterno. Il sistema era concepito per resistere all'artiglieria ad anima liscia, i cui proiettili impattavano le strutture senza esplodervi dentro. Con l'avvento dei proiettili esplosivi a canna rigata, capaci di perforare la muratura e deflagrare all'interno, questo modello diventò rapidamente vulnerabile. I tre forti della prima cintura erano già obsoleti quando vennero completati.

Il modello della seconda generazione è opera dell'ingegnere militare italiano Enrico Rocchi, che aveva studiato l'evoluzione dell'artiglieria e aveva tratto conclusioni radicali: non si poteva più difendere un cannone con le mura, bisognava nasconderlo. La struttura Rocchi abbandona la muratura per il calcestruzzo armato, con pareti spesse fino a un metro e sessanta e coperture di due metri e cinquanta. I cannoni vengono collocati su cupole corazzate in acciaio al nichel, girevoli fino a trecentosessanta gradi, che emergono dal terrapieno solo al momento del fuoco e vi scompaiono altrimenti. Le saracinesche in acciaio proteggono le aperture laterali; gallerie sotterranee collegano le varie parti della struttura. La pianta a C — con due ali laterali che si allungano ai lati del corpo centrale — garantisce una copertura ampia senza esporre strutture inutili al fuoco nemico.

Forte Rossarol rappresenta un caso a sé: è l'unico forte della seconda generazione costruito su due piani fuori terra, con quattro postazioni per mitragliatrici a scomparsa collegate da gallerie sotterranee di quattordici metri. Una soluzione più audace, pensata per il fuoco ravvicinato contro la fanteria assalitrice, che rendeva Forte Rossarol il più avanzato tecnologicamente dell'intero sistema.

Anche questa innovazione si rivelò insufficiente. Le artiglierie pesanti austro-ungariche della Grande Guerra — obici da 305 mm capaci di demolire in pochi colpi strutture che sembravano inespugnabili — avevano già dimostrato la loro efficacia contro i forti alpini prima ancora che i forti mestrini entrassero in servizio. Il Campo Trincerato di Mestre fu dismesso come sistema d'artiglieria nel luglio 1915, tre anni dopo essere stato completato.

I 12 forti di Mestre

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