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Il fiume Marzengo

Il Marzenego: Il Flumen di Mestre | Discovery Mestre

Il Marzenego: Il Flumen di Mestre

Il fiume che generò Mestre e Venezia addomesticò

C'è un fiume che scorre sotto Mestre senza che quasi nessuno lo veda. Per secoli il Marzenego ha determinato la forma della città, il suo nome forse, certamente la sua economia e la sua salute. Poi è stato raddrizzato, tombato, dimenticato. Eppure continua a scorrere, e continua a raccontare.

Un fiume generatore

Le mappe del primo Settecento lo mostrano con i suoi grandi meandri, contornato da fasce di prati stabili, costeggiato dalla sequenza dei mulini. Il Marzenego nasce sui colli asolani, in un territorio che per il resto è pianura: lì sorge come Musonello, e giunto in pianura si ingrossa a Resana con le acque di risorgiva, nella stessa area di Castelfranco Veneto dove nascono anche Dese, Zero e Sile. È in località Fratta che il fiume assume il nome che conosciamo; nel Medioevo era chiamato anche flumen de Mestre, il fiume di Mestre.

Da Fratta scende per circa quarantacinque chilometri: fa da confine fra Piombino Dese e Loreggia, attraversa la parte meridionale di Trebaseleghe, bagna Noale, passa sotto Robegano e Maerne, scorre a sud di Trivignano, lambisce Zelarino ed entra a Mestre, alla cui genesi è strettamente legato. Un fiume di pianura, con un dislivello minimo fra la sorgente e la foce, appena ventinove metri e mezzo: da qui la lentezza del suo scorrere, e la tendenza, nei secoli, a esondare e impaludare piuttosto che a defluire.

Dentro l'abitato di Mestre il Marzenego si divide in due rami, che tornano a riunirsi alla punta orientale dell'isola, presso l'attuale mercato. Quello settentrionale, il ramo delle Beccherie, detto anche delle Beccherie o di San Lorenzo, è il letto originario del fiume. Quello meridionale, il ramo delle Muneghe, detto anche della Campana, prende il nome dal monastero delle Monache delle Grazie, oggi sede dell'M9, davanti a cui passava; attorno al convento sorse anche un piccolo borgo, il Borgo delle Muneghe. Ma quel ramo non è un'articolazione naturale del Marzenego: secondo l'ipotesi dello storico locale Luigino Casarin, è il tratto finale di un antico alveo del Muson, chiamato nelle carte antiche Musonel, Fiumetto, Beseto e infine Rio Cimetto, che scendeva da Spinea parallelo all'attuale via Miranese, curvava verso nord alla Gazzera e correva lungo il lato meridionale di Mestre per gettarsi nel Marzenego solo alla punta orientale dell'abitato. Prima ancora, con ogni probabilità, quello stesso letto proseguiva fino alla laguna lungo il tracciato dove oggi scorre il Canal Salso: la Fossa Gradeniga trecentesca fu scavata sfruttando proprio l'antico alveo del Muson.

Fu un intervento deliberato a trasformare quel rio nel secondo ramo del fiume. Alla punta occidentale di Mestre, in località Sabbioni, nella zona dell'attuale via Olimpia, venne aperta una «intestadura», un varco che collegava il Marzenego alla testa del letto del Cimetto: da quel momento le acque potevano percorrere l'alveo del rio lungo tutto il lato sud della città e ricongiungersi al ramo principale a est. L'opera serviva a gestire meglio le piene del Marzenego, sfruttando un letto già scavato dalla natura. La testimonianza più antica del collegamento è un disegno del 1682, riprodotto da Donatella Calabi ed Elena Svalduz, il cui titolo dice: «ove mostra la mano è stata aperta la intestadura», dove indica la mano è stata aperta l'intestadura.

Con il tempo si perse memoria dell'intervento, e il Cimetto divenne per tutti uno dei due rami del Marzenego dentro la città.

Il ramo delle Muneghe prende anche il nome di ramo della Campana dal ponte che, fino alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, collegava Piazza Ferretto a via Poerio: sepolto insieme al resto del ramo, il ponte custodisce una leggenda che risale al 1513, quando le truppe imperiali e spagnole di Massimiliano I, occupata Mestre, ordinarono di requisire tutte le campane delle chiese per fonderle in cannoni. Una di queste, scivolata dal carro durante il trasporto, cadde nel canale e vi restò sepolta, finché una marea eccezionalmente bassa, durante la ricostruzione della città, non la fece riemergere vicino al ponte. Fu recuperata e collocata nel campanile di San Lorenzo, come racconta Eugenio Vittoria in un suo libro del 1977.

Giunto a Mestre, il Marzenego confluisce oggi nel canale Osellino, che lo porta fino alla foce del Dese in laguna nord, di fronte a Torcello. Non è però la sua foce originaria: prima delle opere veneziane il fiume si gettava direttamente in laguna nella zona di Marghera-San Giuliano. Non è solo una via d'acqua: è l'asse attorno al quale si è organizzato il territorio per secoli.

La carta militare di Anton von Zach, rilevata tra il 1798 e il 1805, lo descrive con esattezza: il fiume scorre parallelo alla strada Castellana, da Trivignano e Zelarino fino al centro di Mestre, con i suoi affluenti e i suoi mulini, con i boschi di Carpenedo a nord-est e i seminativi a vite che delimitano il campo veneto con siepi e filari alberati. È un paesaggio che non esiste più, ma che si può ancora leggere nei nomi e nei segni del suolo.

Il canale non si chiamò subito Osellino: in origine fu detto Fossanuova, o anche Cava Nuova o Brentella, per distinguerlo dalla più antica Fossa Gradeniga. Il nome che è rimasto gli venne attribuito solo più tardi, e viene da un nomignolo con cui a Venezia si chiamavano i piccoli corsi d'acqua. Fu munito di un solo argine, sulla riva verso la laguna, per lasciare libero sfogo alle piene dal lato della campagna: una scelta che protesse Venezia ma non fece nulla per il territorio mestrino. Va detto che, in senso stretto, l'Osellino non comincia dove finisce il centro di Mestre: anche il tratto naturale del Marzenego che usciva dalla città in direzione di Marghera prese lo stesso nome, tanto che il vero canale artificiale scavato dai veneziani si intesta solo più a valle, presso il borgo di Malghera.

Il fiume che sfuggì alla Serenissima

Per secoli Venezia guardò ai fiumi del proprio entroterra con un'attenzione costante e allarmata. Ogni intervento sul Marzenego rispondeva a un unico criterio superiore: allontanare le foci fluviali dalla laguna, per proteggerne l'integrità dai rischi di interramento. Nel 1501 il Consiglio dei Dieci non usava mezzi termini: Marzenego, Dese, Zero e il Muson-Bottenigo erano «pestiferi et venenosi serpenti» che, se non allontanati dalla laguna, minacciavano «la total destruttione et desolazione della città».

I primi interventi, a inizio Trecento, si limitarono al margine prospiciente Venezia: nel 1324 fu costruito un argine dalla foce del Bottenigo verso la laguna di Malamocco, poi rialzato nel 1336 e nel 1339. Fu solo fra Quattro e Cinquecento che le istituzioni veneziane maturarono un progetto unitario per l'intera gronda lagunare nord. Un piano del 1501 avrebbe voluto deviare tutti i fiumi, Marzenego compreso, nella Brenta magra a Fusina; gli subentrò nel 1505 un'idea più limitata, portare Bottenigo e Marzenego in un canale artificiale fino alla foce naturale del Dese, di fronte a Treporti. Era il progetto dell'Osellino, scavato nel 1507: il Marzenego veniva così intestato all'altezza di Marghera e condotto con un rettifilo fino al seno di Cona, dove sfocia tuttora.

Ma il progetto più ambizioso, e quello che meglio racconta come Venezia pensasse i propri fiumi, fu quello del proto Cristoforo Sabbadino, che nella metà del Cinquecento vinse un lungo scontro contro chi, come il padovano Alvise Cornaro, difendeva le ragioni dell'agricoltura di terraferma. Sabbadino voleva deviare tutti i fiumi, Marzenego incluso, verso nord-est, per «cacciarli in mare per il porto di Lido maggiore» anziché verso il Brenta. Il piano avrebbe condotto il Marzenego dal mulino di Trivignano fino allo Zero, sotto Mogliano, e da lì, attraverso lo Zero e il Sile, fino al Piave. Prometteva, il proto, che «la laguna sarà da un capo all'altro tuta salsa» e che Mestre sarebbe divenuta «fruttuosa ed de aere ottimo». Il progetto fu approvato nel 1561, ma rimase lettera morta: dipendeva da una deviazione del Piave che non fu mai eseguita.

Il Marzenego, in altre parole, sfuggì alla Serenissima. Fu solo prolungato, mai davvero deviato altrove. L'unica parte del grande piano Sabbadino a essere davvero realizzata fu il taglio del Sile, scavato fra il 1674 e il 1683: la deviazione di Marzenego, Dese e Zero non fu mai portata a termine. L'idea riaffiorò ancora nel 1725, in un progetto di Bernardino Zendrini, e di nuovo nel 1748 nelle carte dello stesso Tommaso Scalfurotto che nel 1782 avrebbe firmato il piano di bonifica locale: da quel momento, si smise definitivamente di parlarne. Il fiume che i veneziani per due secoli avevano voluto scacciare altrove restava lì dove era sempre stato, a scorrere sotto Mestre.

Gli antichi mulini: diciotto nel Cinquecento

I mulini che punteggiavano il suo corso, una sequenza documentata nelle mappe storiche dal Catastico di Tommaso Scalfurotto del 1781, erano fonti di reddito, ma anche di abusi. Le opere dei mugnai innalzavano artificialmente le acque a monte, rallentavano il deflusso, gonfiavano le piene primaverili. I fossi non venivano puliti, gli argini non venivano mantenuti, le reti private d'irrigazione sottraevano acqua all'alveo principale. A metà Cinquecento ne furono censiti diciotto, distribuiti fra Piombino Dese e Mestre; il numero restò pressoché costante nel tempo, diciannove nel 1781, diciassette nel 1828, diciotto ancora nel 1920, mentre cresceva la capacità produttiva di ciascuno. Fra quelli che sorgevano lungo il tratto mestrino si ricordano:

Una mappa interattiva con tutti questi mulini, e la storia del loro funzionamento e dei loro contratti, si trova nell'articolo dedicato ai Molini di Mestre.

Il degrado del Settecento: esalazioni, contagi, proteste

A metà Settecento la situazione era diventata insostenibile. Le esalazioni nauseabonde, i ristagni putridi, il marciume accumulato diffondevano malattie e contagi tra gli abitanti, e le morie di animali avvelenati dai foraggi putrefatti erano ricorrenti. I medici mestrini si ribellarono: l'11 aprile 1780 il protomedico Nicolò Zoccolari presentò al Magistrato alle Acque un memoriale firmato dai professionisti più autorevoli della città, a cui si aggiunsero i provveditori del Consiglio Civico e i rappresentanti del popolo minuto. Si trattò, come scriverà in seguito la documentazione ufficiale, di «una vera sollevazione». La situazione fu segnalata fino alla massima autorità provinciale, il podestà e capitano di Treviso Girolamo Zorzi, che confermò la giustezza delle rimostranze.

Scalfurotto e il grande piano di bonifica

Fu in questo contesto che nel 1782 il perito Tommaso Scalfurotto intraprese il rilievo sistematico dell'intero territorio mestrino. Camminò, misurò, controllò per tutta la primavera e l'estate, scandagliando il fondo degli alvei, verificando lo stato delle rive, censendo i mulini e i loro abusi. In autunno, nell'osteria di Marocco trasformata in laboratorio, riordinò le note e i rilievi in una relazione che il 10 dicembre 1782 presentò al Magistrato alle Acque di Venezia.

Il piano di Scalfurotto era ambizioso: un unico consorzio per tutti i fiumi del territorio, un censimento delle 76.162 pertiche di superficie interessata, una spesa complessiva di 40.000 ducati. Il Marzenego venne diviso in sette prese d'intervento; altre prese coprivano l'Osellino, il Dosson, il Brigonzo, il Serva, il Dese e i loro affluenti. Al perito riuscì di convincere il Senato veneziano: nella seduta del 1° gennaio 1783 l'impostazione fu approvata, e il 16 gennaio seguente si formò il nuovo consorzio unificato.

I lavori iniziarono nell'immediato. Nel 1784 circa quindicimila operai erano impegnati nei cantieri lungo il Marzenego e i suoi affluenti. Si puliva la parte inferiore del fiume, si rettificava la confluenza con l'Osellino, si asciugavano i fossi interni all'abitato di Mestre. Il beneficio fu immediato: la palude che copriva l'area della Bissuola si asciugò del tutto, e i danni delle piene primaverili furono evitati.

Il Taglio Nuovo e i paleoalvei

Il nome «Taglio Nuovo» ricorre più volte nella storia idraulica di quest'area, e va tenuto distinto da quello, omonimo, che nello stesso periodo interessò il Muson-Bottenigo verso Mirano e Mira. Quello che riguarda direttamente l'Osellino fu una rettifica compiuta fra il 1781 e il 1805, come mostra il confronto fra il catastico di Scalfurotto e la carta di von Zach: eliminò i grandi meandri del tratto finale, accelerò il deflusso verso la laguna e modificò per sempre l'aspetto del territorio a ovest di Mestre. Il vecchio percorso tortuoso, chiamato Canal Vecchio, non fu cancellato ma lasciato coesistere accanto al nuovo taglio rettilineo. Le anse fossili di quel tracciato originario, i paleoalvei, sono ancora oggi leggibili nel paesaggio tra via Bissuola e il quartiere Pertini. Non sono solo una curiosità geomorfologica: hanno condizionato l'assetto del territorio per secoli, e hanno generato i singolari toponimi che ancora resistono, Bissuola, Bissa, Bissagola.

In quest'area si colloca il Porto di Cavergnago, attivo a Mestre fino al XV secolo. Lungo il perimetro dei paleoalvei sopravvivono ancora oggi specie floristiche rare nella pianura veneta, campanelle maggiori, orchidee, giaggiolo acquatico, testimonianza silenziosa di un paesaggio idrologico che la rettifica settecentesca ha sepolto ma non del tutto cancellato.

Dove il Marzenego, dopo un'ultima curva a gomito, imboccava il rettifilo dell'Osellino, dalla sua riva destra si staccava un tempo anche una breve diramazione che confluiva nella Fossa Gradeniga, transitando sotto il ponte sulla strada per Mestre, l'odierna via Forte Marghera. Insieme, Gradeniga, quella diramazione e l'Osellino disegnavano una sorta di Y rovesciata, il cui punto di incontro insisteva proprio nel borgo di Marghera: un nodo idrografico che legava il Marzenego non solo al Dese, ma anche alla via d'acqua verso Venezia che aveva sostituito il porto di Cavergnago. La biforcazione del fiume dentro le mura di Mestre, con i suoi due rami, è raccontata nell'articolo sull'Isola di San Lorenzo.

Il Castelvecchio e il ramo nord

Il legame del Marzenego con l'origine di Mestre è documentato già nella cartografia ottocentesca. La pianta del Denaix del 1809-1811, che rileva l'intero centro di Mestre con un dettaglio straordinario, descrive «la traccia del perimetro ovale del Castelvecchio attestato sul ramo nord del Marzenego», il ramo delle Beccherie: il borgo più antico della città cresceva appoggiato al fiume, con il suo ponte e la sua strada. All'interno di quel perimetro, annota il Denaix, si trovava già allora un edificio che conservava antichi reperti.

Anche la Villa degli Zen, che per secoli sorse nell'area poi detta dei Quattro Cantoni, si trovava nelle vicinanze del Castelvecchio. Il fiume era il confine naturale, il limite e insieme il collegamento tra la città antica e la campagna circostante. Le famiglie patrizie veneziane che sceglievano Mestre per le loro residenze di villeggiatura lo facevano in parte per questo: il Marzenego garantiva acqua, peschiere, irrigazione, e quel senso di distanza dalla laguna che rendeva possibile il riposo.

La peschiera del castello: quando il fossato divenne giardino

Uno degli episodi più eloquenti del rapporto tra Mestre e il Marzenego riguarda la Villa Tirabosco, il capolavoro perduto di Vincenzo Scamozzi che sorgeva nell'area oggi occupata da via Pio X. Quando, tra il 1583 e il 1599, il patrizio Giacomo Bragadin trasformò l'area del Castello medievale in un primo complesso residenziale, ricavò una peschiera dall'ex fossato del castello. La vasca, poi ampliata e abbellita dai Tirabosco con muri di sponda in pietra d'Istria e una gradinata di discesa a otto gradini in macigno, era collegata ai rami del Marzenego tramite una bova coperta a nord e un canaletto scoperto a sud. Il fiume entrava nel giardino della villa, e il giardino era parte del fiume.

Francesco Scipione Fapanni, che visitò i resti del complesso nel luglio del 1861, la ricordava come una «spaziosa peschiera contornata da vivo». Gli scavi del 2009 in via Pio X hanno riportato alla luce i muri di sponda di quella vasca: erano ancora intatti, compatti e impermeabili come quando erano stati costruiti. Quattrocento anni sotto il suolo di Mestre, e il Marzenego aveva tenuto.

Un fiume da ritrovare

Nel 2019 una petizione firmata da 614 cittadini e sostenuta da quindici associazioni, tra cui il Centro Studi Storici di Mestre, Italia Nostra, WWF, LIPU e FIAB, chiedeva al Consiglio Comunale di Venezia l'attuazione del Parco Fluviale del Marzenego nel tratto da Zelarino al centro della città. Non era una proposta nuova: il Piano Intercomunale del 1962, firmato dall'urbanista Luigi Piccinato, aveva già previsto una green belt lungo il fiume. Il P.A.L.A.V. regionale, attuando la legge Galasso, aveva tutelato le fasce fluviali. Nel 2014 il Comune aveva prodotto uno studio di prefattibilità per il parco, dopo aver riaperto parte del Marzenego tombato in centro. Mezzo secolo di piani, di studi, di petizioni.

Il Marzenego scorre ancora. Lo fa in parte scoperto, in parte sotto i marciapiedi e i cortili della città, in parte deviato in canali artificiali che non hanno più nulla del paesaggio che Scalfurotto misurò nell'estate del 1782. Ma i suoi paleoalvei sono ancora lì, sotto la pianura, come le fondamenta del Castello medievale che gli scavi del 2009 hanno trovato intatte e impermeabili a quattrocento anni di distanza. Mestre dimentica facilmente. Il sottosuolo, no.

Galleria immagini

Bibliografia

  • C. Pasqual, Storia di un corso d'acqua, in Il fiume Marzenego, storiAmestre per il Contratto di fiume, a cura di Luisa Colio e Mario Tonello.
  • Donatella Calabi, Elena Svalduz, Il Borgo delle Muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città, Fondazione di Venezia-Marsilio, Venezia 2010, pp. 30-31, citato in Breve storia delle acque di Mestre, storiAmestre, 2012.
  • Giorgio Sarto, Petizione per l'attuazione del Parco Fluviale del Marzenego, Municipio di Mestre, febbraio 2020.
  • Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, Studio Altieri, Riqualificazione ambientale del basso corso del fiume Marzenego-Osellino. Rilevanza storico naturalistica e opportunità di intervento, settembre 2015.
  • Luigino Casarin et al., in Il Marzenego. Vivere il fiume e il suo territorio, Stabilimento grafico Tonolo, Mirano 1985.
  • Giacomo Pasqualetto, C'è un canale qui! Il Marzenego e l'idrografia urbana di Mestre: acque interstiziali dimenticate e riscoperte, in «Venetica», 28/2013.

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