Mestre città sull'acqua

Il Dese, il fiume che Venezia non deviò

Il Dese che entra nella laguna nord fra campi e barene

Il Dese, il fiume che Venezia non deviò

Dalle risorgive alla laguna nord, fra mulini e confini

Fra i quattro fiumi che scorrevano verso la laguna nord, Marzenego, Dese, Zero e Muson-Bottenigo, il Dese fu il più fortunato. Mentre gli altri furono deviati, prolungati o costretti in canali artificiali, il suo corso non subì mai variazioni di rilievo: fu semmai rinforzato, mai stravolto. È anche il fiume meglio documentato, grazie a un saggio dell'ingegnere Antonio Stangherlin che ne ha ricostruito la storia e il popolo di mulini che per secoli lo animarono.

La sorgente e i fontanassi

Il Dese nasce nei pressi di Castelfranco Veneto, in località Brentanella a nord di Resana, lungo il margine sinistro della vecchia strada Castellana, a quarantacinque metri sul livello del mare. La sua sorgente non è un punto unico ma una vena acquifera diffusa, quella che localmente si chiama «fontanassi»: acque di sottosuolo che scendono dalle montagne e, attraversando nel territorio di Castelfranco e del Bassanese giacimenti sassosi profondi pochi metri, si perdono fra i ghiaioni per poi riaffiorare, grosse e copiose, quando incontrano la resistenza della terra argillosa. Non è un fenomeno che riguarda solo il Dese: dalle stesse risorgive nascono anche Sile, Zero e Marzenego, i primi due sulla sinistra idrografica del Dese e il terzo sulla destra.

Dalla sorgente al mare il Dese percorre cinquantadue chilometri, bagnando Piombino Dese, Scorzè, la frazione che porta il suo stesso nome e Marocco.

Un fiume antico

Il Dese compare nei documenti fin dall'epoca longobarda e carolingia. Il primo a nominarlo è un diploma dell'imperatore Ottone I del 20 maggio 972; una carta del 29 aprile 1085 lo ricorda ancora. Da allora le notizie si infittiscono, perché il fiume, insieme al Sile, era una delle principali vie di comunicazione commerciale fra Venezia e la Terraferma, percorsa da sale e spezie che risalivano l'entroterra evitando le strade, spesso allagate o interrotte.

Il traffico fluviale attirava anche gli appetiti delle signorie di terraferma. Ezzelino da Romano, tiranno della Marca trevigiana, vantava diritti daziali sulle merci che transitavano lungo i fiumi di sua giurisdizione, e non esitava a difenderli con le armi: partito da Bassano con una spedizione punitiva, passò a sud di Treviso fino a Carbonera, devastando ogni cosa, e nella via del ritorno puntò su Scorzè, dove l'8 ottobre 1241 incendiò il castello con razzie di bestiame e derrate. A ovest del Dogado accadeva lo stesso: contro l'analoga ferocia dei padovani, i signori locali fortificarono di bastie e fortezze Oriago, Mirano, Arino di Dolo, Mira e Stigliano.

Il fiume di proprietà dello Stato

Cessate le signorie di Ezzelini, Carraresi e Scaligeri, la Serenissima, ormai stabilmente insediata in Terraferma, istituì la magistratura dei X Savi esecutori alle acque, che nei secoli divenne il vertice della tecnica idraulica veneta. Ingegneri come Sabbadino, Gallesi, Minio e Gallo vi studiarono e progettarono la sistemazione definitiva delle acque correnti e stagnanti.

Il problema di fondo era sempre lo stesso: i fiumi, spingendo le loro torbide verso la laguna, ne minacciavano l'interramento, mentre il mare vi portava a sua volta arena e sabbia dalla foce opposta. Il primo provvedimento generale fu il decreto del Senato veneto del 28 maggio 1412, che dichiarò di proprietà dello Stato tutti i fiumi e i loro argini. Nel 1500 furono avviate le prime opere sistematiche per dirigere i fiumi verso il mare aperto, appoggiate alla tecnica di un ente appena creato, il Magistrato alle Acque, fondato nel 1512.

Da allora la laguna mutò completamente il proprio antico paesaggio. In ordine di tempo furono portati a sboccare fuori di essa: il Brenta, deviato a Brondolo verso Chioggia con il Taglio Nuovissimo fra il 1604 e il 1610; il Muson, su progetto dell'ingegner Gallesi, con il celebre taglio Mirano-Mira fra il 1602 e il 1612; il Sile, fra il 1664 e il 1683, diretto con un braccio sulla Piave vecchia e un braccio a Caposile; il Piave, i cui lavori durarono ventidue anni dal 1630 al 1652, su progetto dell'ingegner Sabbadino con disegni anche dell'ingegner Gabriele, deviato da San Donà di Piave a Cortellazzo.

Il tentativo fallito del 1500, e la nascita dell'Osellino

Il Dese fu al centro anche del primo, ambizioso, tentativo di regimazione unitaria dei fiumi mestrini. Nel 1500 il Senato veneto ordinò che il Dese fosse condotto, con un taglio sulla destra del Terraglio, da Marocco fino a Mestre e da qui fino a Fusina: nello stesso taglio dovevano confluire anche il Muson e il Marzenego, e le acque raccolte, tutte insieme nel vecchio alveo del Brenta, dovevano essere inoltrate a Malamocco.

I lavori, iniziati nel 1502, dimostrarono presto quanto l'impresa fosse ardua. Nel 1505 un secondo decreto senatoriale ne cambiò la destinazione, rivolgendo le acque del Dese verso i Treporti invece che verso Malamocco. Ma nemmeno questo progetto fu eseguito. Fu solo due anni dopo, constatando che il Marzenego arrecava danni sempre maggiori a Mestre e alla laguna, che si decise di portarlo a sboccare separatamente sul Dese, introducendolo artificialmente per mezzo di un canale detto Osellino. L'opera fu eseguita perfettamente, e una parte del canale scorre ancora oggi in mezzo ai nuovi quartieri urbani della città.

Verso la fine del Seicento anche il fiume Zero, due chilometri prima della foce, venne immesso nel Dese.

Il Consorzio Dese

Terminate queste opere, il Senato veneto con decreto dell'11 gennaio 1782 istituì il Consorzio Dese, il cui primo presidente fu Antonio Pillo. Affiancatosi al Magistrato alle Acque, il Consorzio ebbe sempre grande cura di tutto il comprensorio di propria competenza, e in particolare dopo l'Unità d'Italia fece proprio dei prodigi: rialzo degli argini e saldatura dei medesimi, apertura di canali scolanti ai margini del fiume, collettori per i terreni depressi, fornitura di irrigazioni di soccorso e di acqua potabile nelle zone popolate, arditi lavori di bonifica dove la malaria, che un tempo regnava ovunque nel basso corso del Dese, è oggi definitivamente scomparsa.

Gli antichi mulini: venti nel 1589

Una serie di venerandi mulini ingemmava il corso del Dese. Da una relazione dell'ingegner Minio, savio esecutore alle acque, datata 22 agosto 1589, si rilevano ben venti mulini, otto disposti sulla destra e dodici sulla sinistra, da Brusaporco fino a Marocco:

  • Brusaporco, di messer Jacopo Marta, e Brusaporco, del nobile Marco Corner
  • Piombino Dese, di messer Zuane Minillo
  • Silvelle, tre mulini, dei nobili Girolamo Soranzo e Girolamo Negro e di messer Zuane Beraria
  • Sant'Ambrogio di Grion, quattro mulini, di Zuane Beraria, Alessandro Beraria e Francesco Duini o Duin
  • Scorzè, tre mulini, dei nobili Francesco Soranzo, due volte, e di messer Aurelio Milan
  • Cappella di Scorzè, del nobile Doria
  • Martellago, di messer Girolamo Nilla o Nillo
  • Trivignano, tre mulini, della nobile donna Camilla da Mosto, dei Reverendi Padri Crociferi e del nobile Lion
  • Marocco, due mulini, di messer Zuane Zonca e del nobile Leonardo Mocenigo

Dopo la presentazione di quella relazione, i X Savi esecutori alle acque ordinarono di collocare su ogni mulino la cosiddetta «pietra di San Marco», o pietra consorziale, che esiste tuttora ed esprime dati tecnici oggi non più in uso. Attualmente, salvo le ultime demolizioni, i mulini sono tredici: sette in provincia di Padova, cinque in provincia di Venezia, uno in provincia di Treviso.

Il fiume che segnò un confine

Il Dese non fu solo una via d'acqua: durante la dominazione longobarda e carolingia servì da confine con la nascente Repubblica di Venezia. E lo fece ancora molti secoli dopo, in un episodio di storia recente: a Marocco il ponte sul Dese era chiamato ponte dei Consigli, perché nel 1866 segnò il confine, dopo l'armistizio del 12 agosto, fra Italia e Austria, e perché nel caffè accanto si strinsero la mano gli ufficiali italiani e austriaci in occasione della delimitazione della famosa linea d'armistizio.

Verso la foce

Lasciato Marocco, il Dese rientra tutto in provincia di Venezia, e il suo percorso fino al mare è privo di salti d'acqua, e perciò navigabile. Poco prima della statale Triestina il fiume stacca a sinistra un braccio detto «ramo d'uva» o «di Santa Maria», che raggiunge Altino, l'antica città romana distrutta da Attila, per versarsi sul margine lagunare in località Montirone. Anticamente qui sboccava anche l'Osellino, con il suo taglio diritto da Mestre a Valpagliaga.

Il corso maestro prosegue fra due possenti argini fino alla foce, che si apre sulla famosa palude di Cona: da quando vennero eseguiti i lavori per la costruzione del canale dell'Osellino, quella zona è diventata un ameno lago naturale, corniciato dalle isole più belle della laguna, Venezia, Murano a sud, San Francesco del Deserto, Torcello e Burano a est. Pochi passi ancora, e il Dese incontra l'Osellino, il «taglio nuovo» portato dal Marzenego, e insieme, su tre bocche aperte, si versano in laguna.

Un fiume che si intreccia con l'altro di Mestre

La storia del Dese non può essere separata da quella del Marzenego. Fu proprio per alleggerire i danni crescenti che il fiume di Mestre provocava che, nel 1507, si decise di farlo confluire artificialmente nel Dese tramite l'Osellino: un'unione di necessità che dura ancora oggi, nella stessa palude di Cona dove entrambi i fiumi, insieme allo Zero, si perdono in laguna. È lo stesso intervento che segnò il declino del vecchio porto di Cavergnago, sorto sulle antiche foci del Marzenego prima che queste fossero spostate verso il Dese.

Galleria immagini

Crediti delle immagini: Il Dese nella laguna: Didier Descouens, CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons). Il fiume Dese: Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0. Foce: Frassionsistematiche, CC BY-SA 3.0 (Wikimedia Commons). Scorzè, mulino Bellato e molino Zanini: Cristiano28081968, pubblico dominio, CC0 e CC BY-SA 4.0 (1, 2, 3, Wikimedia Commons).

Bibliografia e fonti

  • Antonio Stangherlin, Il fiume Dese e i suoi mulini, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 7-8, 1966-1967.
  • Carlo Vacani, Della laguna di Venezia, Firenze 1867.
  • Giovanni Battista Verci, Storia degli Ecelini, vol. II e III, Bassano 1797.
  • Bernardino Zendrini, Memorie storiche dello stato antico e moderno della laguna di Venezia, vol. I, Padova 1811.
  • Giuseppe Pavanello, La città di Altino e l'agro altinate orientale, Treviso 1900.

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