Mulini 11 Ottobre 2026

Il Dese, il fiume che Venezia non deviò

Il Dese, il fiume che Venezia non deviò Dalle risorgive alla laguna nord, fra mulini e confini Fra i quattro fiumi che scorrevano verso la laguna nord, Marzenego, Dese, Zero e Muson-Bottenigo, il Dese fu il più fortunato. Mentre gli altri furono deviati, prolungati o costretti in canali artificiali, il suo corso non subì mai variazioni di rilievo: fu semmai rinforzato, mai stravolto. È anche il fiume meglio documentato, grazie a un saggio dell’ingegnere Antonio Stangherlin che ne ha ricostruito la storia e il popolo di mulini che per secoli lo animarono. La sorgente e i fontanassi Il Dese nasce nei pressi di Castelfranco Veneto, in località Brentanella a nord di Resana, lungo il margine sinistro della vecchia strada Castellana, a quarantacinque metri sul livello del mare. La sua sorgente non è un punto unico ma una vena acquifera diffusa, quella che localmente si chiama «fontanassi»: acque di sottosuolo che scendono dalle montagne e, attraversando nel territorio di Castelfranco e del Bassanese giacimenti sassosi profondi pochi metri, si perdono fra i ghiaioni per poi riaffiorare, grosse e copiose, quando incontrano la resistenza della terra argillosa. Non è un fenomeno che riguarda solo il Dese: dalle stesse risorgive nascono anche Sile, Zero e Marzenego, i primi due sulla sinistra idrografica del Dese e il terzo sulla destra. Dalla sorgente al mare il Dese percorre cinquantadue chilometri, bagnando Piombino Dese, Scorzè, la frazione che porta il suo stesso nome e Marocco. Un fiume antico Il Dese compare nei documenti fin dall’epoca longobarda e carolingia. Il primo a nominarlo è un diploma dell’imperatore Ottone I del 20 maggio 972; una carta del 29 aprile 1085 lo ricorda ancora. Da allora le notizie si infittiscono, perché il fiume, insieme al Sile, era una delle principali vie di comunicazione commerciale fra Venezia e la Terraferma, percorsa da sale e spezie che risalivano l’entroterra evitando le strade, spesso allagate o interrotte. Il traffico fluviale attirava anche gli appetiti delle signorie di terraferma. Ezzelino da Romano, tiranno della Marca trevigiana, vantava diritti daziali sulle merci che transitavano lungo i fiumi di sua giurisdizione, e non esitava a difenderli con le armi: partito da Bassano con una spedizione punitiva, passò a sud di Treviso fino a Carbonera, devastando ogni cosa, e nella via del ritorno puntò su Scorzè, dove l’8 ottobre 1241 incendiò il castello con razzie di bestiame e derrate. A ovest del Dogado accadeva lo stesso: contro l’analoga ferocia dei padovani, i signori locali fortificarono di bastie e fortezze Oriago, Mirano, Arino di Dolo, Mira e Stigliano. Il fiume di proprietà dello Stato Cessate le signorie di Ezzelini, Carraresi e Scaligeri, la Serenissima, ormai stabilmente insediata in Terraferma, istituì la magistratura dei X Savi esecutori alle acque, che nei secoli divenne il vertice della tecnica idraulica veneta. Ingegneri come Sabbadino, Gallesi, Minio e Gallo vi studiarono e progettarono la sistemazione definitiva delle acque correnti e stagnanti. Il problema di fondo era sempre lo stesso: i fiumi, spingendo le loro torbide verso la laguna, ne minacciavano l’interramento, mentre il mare vi portava a sua volta arena e sabbia dalla foce opposta. Il primo provvedimento generale fu il decreto del Senato veneto del 28 maggio 1412, che dichiarò di proprietà dello Stato tutti i fiumi e i loro argini. Nel 1500 furono avviate le prime opere sistematiche per dirigere i fiumi verso il mare aperto, appoggiate alla tecnica di un ente appena creato, il Magistrato alle Acque, fondato nel 1512. Da allora la laguna mutò completamente il proprio antico paesaggio. In ordine di tempo furono portati a sboccare fuori di essa: il Brenta, deviato a Brondolo verso Chioggia con il Taglio Nuovissimo fra il 1604 e il 1610; il Muson, su progetto dell’ingegner Gallesi, con il celebre taglio Mirano-Mira fra il 1602 e il 1612; il Sile, fra il 1664 e il 1683, diretto con un braccio sulla Piave vecchia e un braccio a Caposile; il Piave, i cui lavori durarono ventidue anni dal 1630 al 1652, su progetto dell’ingegner Sabbadino con disegni anche dell’ingegner Gabriele, deviato da San Donà di Piave a Cortellazzo. Il tentativo fallito del 1500, e la nascita dell’Osellino Il Dese fu al centro anche del primo, ambizioso, tentativo di regimazione unitaria dei fiumi mestrini. Nel 1500 il Senato veneto ordinò che il Dese fosse condotto, con un taglio sulla destra del Terraglio, da Marocco fino a Mestre e da qui fino a Fusina: nello stesso taglio dovevano confluire anche il Muson e il Marzenego, e le acque raccolte, tutte insieme nel vecchio alveo del Brenta, dovevano essere inoltrate a Malamocco. I lavori, iniziati nel 1502, dimostrarono presto quanto l’impresa fosse ardua. Nel 1505 un secondo decreto senatoriale ne cambiò la destinazione, rivolgendo le acque del Dese verso i Treporti invece che verso Malamocco. Ma nemmeno questo progetto fu eseguito. Fu solo due anni dopo, constatando che il Marzenego arrecava danni sempre maggiori a Mestre e alla laguna, che si decise di portarlo a sboccare separatamente sul Dese, introducendolo artificialmente per mezzo di un canale detto Osellino. L’opera fu eseguita perfettamente, e una parte del canale scorre ancora oggi in mezzo ai nuovi quartieri urbani della città. Verso la fine del Seicento anche il fiume Zero, due chilometri prima della foce, venne immesso nel Dese. Il Consorzio Dese Terminate queste opere, il Senato veneto con decreto dell’11 gennaio 1782 istituì il Consorzio Dese, il cui primo presidente fu Antonio Pillo. Affiancatosi al Magistrato alle Acque, il Consorzio ebbe sempre grande cura di tutto il comprensorio di propria competenza, e in particolare dopo l’Unità d’Italia fece proprio dei prodigi: rialzo degli argini e saldatura dei medesimi, apertura di canali scolanti ai margini del fiume, collettori per i terreni depressi, fornitura di irrigazioni di soccorso e di acqua potabile nelle zone popolate, arditi lavori di bonifica dove la malaria, che un tempo regnava ovunque nel basso corso del Dese, è oggi definitivamente scomparsa. Gli antichi mulini: venti nel 1589 Una serie di venerandi mulini ingemmava il corso del Dese. Da una relazione dell’ingegner Minio, savio esecutore alle acque, datata 22 agosto 1589, si rilevano ben venti mulini, otto disposti sulla destra e dodici sulla sinistra, da Brusaporco fino a Marocco: Brusaporco, di messer Jacopo Marta, e Brusaporco, del nobile Marco Corner Piombino Dese, di messer Zuane Minillo Silvelle, tre mulini, dei nobili Girolamo Soranzo e Girolamo Negro e di messer Zuane Beraria Sant’Ambrogio di Grion, quattro mulini, di Zuane Beraria, Alessandro Beraria e Francesco Duini o Duin Scorzè, tre mulini, dei nobili Francesco Soranzo, due volte, e di messer Aurelio Milan Cappella di Scorzè, del nobile Doria Martellago, di messer Girolamo Nilla o Nillo Trivignano, tre mulini, della nobile donna Camilla da Mosto, dei Reverendi Padri Crociferi e del nobile Lion Marocco, due mulini, di messer Zuane Zonca e del nobile Leonardo Mocenigo Dopo la presentazione di quella relazione, i X Savi esecutori alle acque ordinarono di collocare su ogni mulino la cosiddetta «pietra di San Marco», o pietra consorziale, che esiste tuttora ed esprime dati tecnici oggi non più in uso. Attualmente, salvo le ultime demolizioni, i mulini sono tredici: sette in provincia di Padova, cinque in provincia di Venezia, uno in provincia di Treviso. Il fiume che segnò un confine Il Dese non fu solo una via d’acqua: durante la dominazione longobarda e carolingia servì da confine con la nascente Repubblica di Venezia. E lo fece ancora molti secoli dopo, in un episodio di storia recente: a Marocco il ponte sul Dese era chiamato ponte dei Consigli, perché nel 1866 segnò il confine, dopo l’armistizio del 12 agosto, fra Italia e Austria, e perché nel caffè accanto si strinsero la mano gli ufficiali italiani e austriaci in occasione della delimitazione della famosa linea d’armistizio. Verso la foce Lasciato Marocco, il Dese rientra tutto in provincia di Venezia, e il suo percorso fino al mare è privo di salti d’acqua, e perciò navigabile. Poco prima della statale Triestina il fiume stacca a sinistra un braccio detto «ramo d’uva» o «di Santa Maria», che raggiunge Altino, l’antica città romana distrutta da Attila, per versarsi sul margine lagunare in località Montirone. Anticamente qui sboccava anche l’Osellino, con il suo taglio diritto da Mestre a Valpagliaga. Il corso maestro prosegue fra due possenti argini fino alla foce, che si apre sulla famosa palude di Cona: da quando vennero eseguiti i lavori per la costruzione del canale dell’Osellino, quella zona è diventata un ameno lago naturale, corniciato dalle isole più belle della laguna, Venezia, Murano a sud, San Francesco del Deserto, Torcello e Burano a est. Pochi passi ancora, e il Dese incontra l’Osellino, il «taglio nuovo» portato dal Marzenego, e insieme, su tre bocche aperte, si versano in laguna. Un fiume che si intreccia con l’altro di Mestre La storia del Dese non può essere separata da quella del Marzenego. Fu proprio per alleggerire i danni crescenti che il fiume di Mestre provocava che, nel 1507, si decise di farlo confluire artificialmente nel Dese tramite l’Osellino: un’unione di necessità che dura ancora oggi, nella stessa palude di Cona dove entrambi i fiumi, insieme allo Zero, si perdono in laguna. È lo stesso intervento che segnò il declino del vecchio porto di Cavergnago, sorto sulle antiche foci del Marzenego prima che queste fossero spostate verso il Dese. Galleria immagini Il Dese entra nella laguna di Venezia Il Dese nei pressi della foce Il fiume Dese La confluenza del rio Sant’Ambrogio nel Dese, a Scorzè Il Dese al mulino Bellato Il salto d’acqua del molino Zanini Crediti delle immagini: Il Dese nella laguna: Didier Descouens, CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons). Il fiume Dese: Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0. Foce: Frassionsistematiche, CC BY-SA 3.0 (Wikimedia Commons). Scorzè, mulino Bellato e molino Zanini: Cristiano28081968, pubblico dominio, CC0 e CC BY-SA 4.0 (1, 2, 3, Wikimedia Commons). Bibliografia e fonti Antonio Stangherlin, Il fiume Dese e i suoi mulini, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 7-8, 1966-1967. Carlo Vacani, Della laguna di Venezia, Firenze 1867. Giovanni Battista Verci, Storia degli Ecelini, vol. II e III, Bassano 1797. Bernardino Zendrini, Memorie storiche dello stato antico e moderno della laguna di Venezia, vol. I, Padova 1811. Giuseppe Pavanello, La città di Altino e l’agro altinate orientale, Treviso 1900. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Mulini 18 Settembre 2026

Il fiume Marzenego

Il Marzenego: Il Flumen di Mestre | Discovery Mestre Il Marzenego: Il Flumen di Mestre Il fiume che generò Mestre e Venezia addomesticò C’è un fiume che scorre sotto Mestre senza che quasi nessuno lo veda. Per secoli il Marzenego ha determinato la forma della città, il suo nome forse, certamente la sua economia e la sua salute. Poi è stato raddrizzato, tombato, dimenticato. Eppure continua a scorrere, e continua a raccontare. Un fiume generatore Le mappe del primo Settecento lo mostrano con i suoi grandi meandri, contornato da fasce di prati stabili, costeggiato dalla sequenza dei mulini. Il Marzenego nasce in pianura, a Resana, come prosecuzione della roggia Musonello, e si ingrossa subito con le acque di risorgiva, nella stessa fascia attorno a Castelfranco Veneto dove nascono anche Dese, Zero e Sile. Secondo altri il suo vero capo è il Coriolo Fratta, alimentato da risorgive poco più a monte: è comunque fra Resana e Fratta che il fiume assume il nome che conosciamo; nel Medioevo era chiamato anche flumen de Mestre, il fiume di Mestre. Da qui scende per circa trentacinque chilometri: fa da confine fra Piombino Dese e Loreggia, attraversa la parte meridionale di Trebaseleghe, bagna Noale, passa sotto Robegano e Maerne, scorre a sud di Trivignano, lambisce Zelarino ed entra a Mestre, alla cui genesi è strettamente legato. Un fiume di pianura, con un dislivello minimo fra la sorgente e la foce, appena ventinove metri e mezzo: da qui la lentezza del suo scorrere, e la tendenza, nei secoli, a esondare e impaludare piuttosto che a defluire. Dentro l’abitato di Mestre il Marzenego si divide in due rami, che tornano a riunirsi alla punta orientale dell’isola, presso l’attuale mercato. Quello settentrionale, il ramo delle Beccherie, detto anche della Beccaria o di San Lorenzo, è il letto originario del fiume. Quello meridionale, il ramo delle Muneghe, detto anche della Campana, prende il nome dal monastero delle Monache delle Grazie, oggi sede dell’M9, davanti a cui passava; attorno al convento sorse anche un piccolo borgo, il Borgo delle Muneghe. Ma quel ramo non è un’articolazione naturale del Marzenego. Già nel 1985 Luigino Casarin scriveva che quell’alveo «è il Rio Cimetto (probabilmente l’originale alveo del fiume Muson)», e che quindi il Marzenego, a rigore, «non si divide affatto». Il Rio Cimetto nasce a Salzano, attraversa Spinea e Chirignago e alla Gazzera piega verso nord; nelle carte e nelle fonti compare con nomi diversi, Musonel, Scolador, Simetto, e in un disegno del 1682 come Beseto. Secondo lo studioso Luigi Brunello, anche il tracciato del Canal Salso conserverebbe una parte del vecchio alveo del Muson. Fu un intervento deliberato a legare i due corsi d’acqua. Appena a ovest di Mestre, nella zona dell’attuale via Olimpia, un’«intestadura» collegava il Cimetto al Marzenego. Secondo Claudio Pasqual serviva a convogliare parte delle acque del Cimetto nel Marzenego prima del loro sbocco naturale, che si trovava più a valle, presso l’attuale mercato. Nel linguaggio dei tecnici veneziani un canale «intestà» era chiuso in testa: aprire o chiudere un’intestadura voleva dire decidere dove dovesse correre l’acqua. La testimonianza più antica del collegamento è un disegno del 1682, riprodotto da Donatella Calabi ed Elena Svalduz, in cui si legge: «ove mostra la mano è stata aperta la intestadura», cioè dove indica la mano è stata aperta l’intestadura. Con il tempo si perse memoria dell’intervento, e il Cimetto divenne per tutti uno dei due rami del Marzenego dentro la città. Il ramo delle Muneghe prende anche il nome di ramo della Campana dal ponte che collegava Piazza Ferretto a via Poerio. Inglobato nel 1920 nella copertura del ramo, iniziata nel 1910 dalla Riviera XX Settembre, il ponte scomparve del tutto alla vista nel 1925, quando fu intubato anche il tratto davanti alla Banca Cattolica del Veneto, oggi Centro Civico. Il ponte custodisce una leggenda che risale al 1513, quando le truppe imperiali e spagnole di Massimiliano I, occupata Mestre, ordinarono di requisire tutte le campane delle chiese per fonderle in cannoni. Una di queste, scivolata dal carro durante il trasporto, cadde nel canale e vi restò sepolta, finché una marea eccezionalmente bassa, durante la ricostruzione della città, non la fece riemergere vicino al ponte. Fu recuperata e collocata nel campanile di San Lorenzo, come racconta Eugenio Vittoria in un suo libro del 1977. Uscito da Mestre, il Marzenego confluisce oggi nel canale Osellino, che lo porta fino alla foce del Dese in laguna nord, di fronte a Torcello. Non è però la sua foce originaria: prima delle opere veneziane il fiume si gettava direttamente in laguna nella zona di Marghera-San Giuliano. Non è solo una via d’acqua: è l’asse attorno al quale si è organizzato il territorio per secoli. La carta militare di Anton von Zach, rilevata tra il 1798 e il 1805, lo descrive con esattezza: il fiume scorre parallelo alla strada Castellana, da Trivignano e Zelarino fino al centro di Mestre, con i suoi affluenti e i suoi mulini, con i boschi di Carpenedo a nord-est e i seminativi a vite che delimitano il campo veneto con siepi e filari alberati. È un paesaggio che non esiste più, ma che si può ancora leggere nei nomi e nei segni del suolo. Il canale non si chiamò subito Osellino: in origine fu detto Fossanuova, o anche Cava Nuova o Brentella, per distinguerlo dalla più antica Fossa Gradeniga. Il nome che è rimasto gli venne attribuito solo più tardi, e viene da un nomignolo con cui a Venezia si chiamavano i piccoli corsi d’acqua. Fu munito di un solo argine, sulla riva verso la laguna, per lasciare libero sfogo alle piene dal lato della campagna: una scelta che protesse Venezia ma non fece nulla per il territorio mestrino. Va detto che, in senso stretto, l’Osellino non comincia dove finisce il centro di Mestre: anche il tratto naturale del Marzenego che usciva dalla città in direzione di Marghera prese lo stesso nome, tanto che il vero canale artificiale scavato dai veneziani si intesta solo più a valle, presso il borgo di Malghera. Il fiume che sfuggì alla Serenissima Per secoli Venezia guardò ai fiumi del proprio entroterra con un’attenzione costante e allarmata. Ogni intervento sul Marzenego rispondeva a un unico criterio superiore: allontanare le foci fluviali dalla laguna, per proteggerne l’integrità dai rischi di interramento. Nel 1501 il Consiglio dei Dieci non usava mezzi termini: Marzenego, Dese, Zero e il Muson-Bottenigo erano «pestiferi et venenosi serpenti» che, se non allontanati dalla laguna, minacciavano «la total destruttione et desolazione della città». I primi interventi, a inizio Trecento, si limitarono al margine prospiciente Venezia: nel 1324 fu costruito un argine dalla foce del Bottenigo verso la laguna di Malamocco, poi rialzato nel 1336 e nel 1339. Fu solo fra Quattro e Cinquecento che le istituzioni veneziane maturarono un progetto unitario per l’intera gronda lagunare nord. Un piano del 1501 avrebbe voluto deviare tutti i fiumi, Marzenego compreso, nella Brenta magra a Fusina; gli subentrò nel 1505 un’idea più limitata, portare Bottenigo e Marzenego in un canale artificiale fino alla foce naturale del Dese, di fronte a Treporti. Era il progetto dell’Osellino, scavato nel 1507: il Marzenego veniva così intestato all’altezza di Marghera e condotto con un rettifilo fino al seno di Cona, dove sfocia tuttora. Ma il progetto più ambizioso, e quello che meglio racconta come Venezia pensasse i propri fiumi, fu quello del proto Cristoforo Sabbadino, che nella metà del Cinquecento vinse un lungo scontro contro chi, come il padovano Alvise Cornaro, difendeva le ragioni dell’agricoltura di terraferma. Sabbadino voleva deviare tutti i fiumi, Marzenego incluso, verso nord-est, per «cacciarli in mare per il porto di Lido maggiore» anziché verso il Brenta. Il piano avrebbe condotto il Marzenego dal mulino di Trivignano fino allo Zero, sotto Mogliano, e da lì, attraverso lo Zero e il Sile, fino al Piave. Prometteva, il proto, che «la laguna sarà da un capo all’altro tuta salsa» e che Mestre sarebbe divenuta «fruttuosa ed de aere ottimo». Il progetto fu approvato nel 1561, ma rimase lettera morta: dipendeva da una deviazione del Piave che non fu mai eseguita. Il Marzenego, in altre parole, sfuggì alla Serenissima. Fu solo prolungato, mai davvero deviato altrove. L’unica parte del grande piano Sabbadino a essere davvero realizzata fu il taglio del Sile, scavato fra il 1680 e il 1684: la deviazione di Marzenego, Dese e Zero non fu mai portata a termine. L’idea riaffiorò ancora nel 1725, in un progetto di Bernardino Zendrini, e di nuovo nel 1748 nelle carte dello stesso Tommaso Scalfuroto che nel 1782 avrebbe firmato il piano di bonifica locale: da quel momento, si smise definitivamente di parlarne. Il fiume che i veneziani per due secoli avevano voluto scacciare altrove restava lì dove era sempre stato, a scorrere sotto Mestre. Gli antichi mulini: diciotto nel Cinquecento I mulini che punteggiavano il suo corso, una sequenza documentata nelle mappe storiche dal Catastico di Tommaso Scalfuroto del 1781, erano fonti di reddito, ma anche di abusi. Le opere dei mugnai innalzavano artificialmente le acque a monte, rallentavano il deflusso, gonfiavano le piene primaverili. I fossi non venivano puliti, gli argini non venivano mantenuti, le reti private d’irrigazione sottraevano acqua all’alveo principale. A metà Cinquecento ne furono censiti diciotto, distribuiti fra Piombino Dese e Mestre; il numero restò pressoché costante nel tempo, diciannove nel 1781, diciassette nel 1828, diciotto ancora nel 1920, mentre cresceva la capacità produttiva di ciascuno. Fra quelli che sorgevano lungo il tratto mestrino si ricordano: Molino Gaggian, a Zelarino Molino Fabris, a Zelarino Molino Ca’ Bianca, a Trivignano Molino Scabello, a Trivignano Molino Ronchin, a Zelarino Molino del Castelvecchio, presso l’omonimo castello, mai ricostruito dopo il 1584 Una mappa interattiva con tutti questi mulini, e la storia del loro funzionamento e dei loro contratti, si trova nell’articolo dedicato ai Molini di Mestre. Il degrado del Settecento: esalazioni, contagi, proteste A metà Settecento la situazione era diventata insostenibile. Le esalazioni nauseabonde, i ristagni putridi, il marciume accumulato diffondevano malattie e contagi tra gli abitanti, e le morie di animali avvelenati dai foraggi putrefatti erano ricorrenti. I medici mestrini si ribellarono: l’11 aprile 1780 il protomedico Nicolò Zoccolari presentò al Magistrato alle Acque un memoriale firmato dai professionisti più autorevoli della città, a cui si aggiunsero i provveditori del Consiglio Civico e i rappresentanti del popolo minuto. Si trattò, come scriverà in seguito la documentazione ufficiale, di «una vera sollevazione». La situazione fu segnalata fino alla massima autorità provinciale, il podestà e capitano di Treviso Girolamo Zorzi, che confermò la giustezza delle rimostranze. Scalfuroto e il grande piano di bonifica Fu in questo contesto che nel 1782 il proto delle Acque Tommaso Scalfuroto intraprese il rilievo sistematico dell’intero territorio mestrino. Camminò, misurò, controllò per tutta la primavera e l’estate, scandagliando il fondo degli alvei, verificando lo stato delle rive, censendo i mulini e i loro abusi. In autunno, nell’osteria di Marocco trasformata in laboratorio, riordinò le note e i rilievi in una relazione che il 10 dicembre 1782 presentò al Magistrato alle Acque di Venezia. Il piano di Scalfuroto era ambizioso: un unico consorzio per tutti i fiumi del territorio, un censimento di 76.162 campi di superficie interessata, una spesa complessiva di 40.000 ducati. Il Marzenego venne diviso in sette prese d’intervento; altre prese coprivano l’Osellino, il Dosson, il Brigonzo, il Serva, il Dese e i loro affluenti. A Scalfuroto riuscì di convincere il Senato veneziano: nella seduta del 1° gennaio 1783 l’impostazione fu approvata, e il 16 gennaio seguente si formò il nuovo consorzio unificato. I lavori iniziarono nell’immediato. Nel 1784 circa quindicimila operai erano impegnati nei cantieri lungo il Marzenego e i suoi affluenti. Si puliva la parte inferiore del fiume, si rettificava la confluenza con l’Osellino, si asciugavano i fossi interni all’abitato di Mestre. Il beneficio fu immediato: la palude che copriva l’area della Bissuola si asciugò del tutto, e i danni delle piene primaverili furono evitati. Il Taglio Nuovo e i paleoalvei Il nome «Taglio Nuovo» ricorre più volte nella storia idraulica di quest’area, e va tenuto distinto da quello, omonimo, che nel…

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Mulini 30 Ottobre 2025

Il molino del Castelvecchio

Molino del Castel Vecchio | Discovery Mestre Molino del Castel Vecchio Una storia del 1584 Lungo il corso del Marzenego, a pochi passi dall’antico nucleo fortificato di Mestre (Castel Vecchio), sorgeva un molino un tempo essenziale per la molitura del grano e la vita economica locale. Nel 1584, quando ormai l’area era passata da oltre un secolo, con la donazione del doge Francesco Foscari del 1453 ai Canonici Regolari di San Salvatore, al Priorato di San Giacomo, il patrizio Fedrigo Contarini, del fu Donà, presentò una richiesta formale alla Repubblica di Venezia per ricostruire il mulino, ormai ridotto a un rudere in avanzato stato di degrado. Il 22 gennaio 1584, durante un sopralluogo ufficiale (la data potrebbe essere espressa more veneto, con l’anno che a Venezia cominciava il 1° marzo: in tal caso corrisponderebbe al gennaio 1585), i tecnici constatarono che il mulino era quasi distrutto e non ostacolava in modo significativo il deflusso delle acque. Il salto d’acqua (l’antipetto) era inferiore di un piede e dieci once veneziane rispetto al livello del fiume in condizioni di magra. Una canaletta laterale di bypass permetteva, in caso di piena, di deviare le acque superiori evitando l’allagamento del mulino. Tuttavia, nonostante questo sistema, durante le portate più intense i terreni agricoli circostanti finivano regolarmente sommersi. Il progetto di ricostruzione Contarini propose di rialzare il salto d’acqua a due piedi e sei once, in linea con i mulini situati più a monte. L’intervento avrebbe aumentato la potenza idraulica, ma anche la capacità di trattenere e regolare le acque nel tratto superiore del Marzenego. Il parere dei periti I periti idraulici nominati dalla Repubblica, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, si opposero fermamente al progetto. Secondo la loro relazione: In sintesi: l’innalzamento del dislivello avrebbe causato un ristagno prolungato delle acque nei campi vicini, protetti da argini bassi. L’acqua stagnante avrebbe indebolito il terreno, favorendo la disgregazione del suolo e il trasporto di sedimenti verso il Marzenego e, di conseguenza, nella laguna di Venezia, con il rischio di accelerarne l’interrimento. La decisione della Repubblica Per tutelare l’equilibrio idraulico del territorio e, soprattutto, la salvaguardia della laguna, considerata un bene strategico per la difesa e il commercio della Serenissima, la richiesta di ricostruzione fu respinta. Il Molino del Castel Vecchio non risorse mai più. Oggi ne rimane solo il ricordo, custodito negli archivi veneziani. La storia degli altri mulini lungo il fiume, con una mappa interattiva, si trova nell’articolo dedicato ai Molini di Mestre. Bibliografia Il Marzenego. Vivere il fiume e il suo territorio, Stabilimento grafico Tonolo, Mirano 1985. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mulini 27 Ottobre 2025

Molino Fabris (Zelarino)

Molino Fabris | Discovery Mestre Molino Fabris Una testimonianza molitoria lungo il Marzenego Origini e funzione Il Molino Fabris è un antico mulino ad acqua situato nella località Contea di Zelarino, lungo il corso del fiume Marzenego. Questo mulino era probabilmente fin dall’inizio di proprietà dei Foscari, essendo compreso nel feudo di cui la famiglia fu investita il 21 giugno 1331 da Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia e Polonia. Nel 1611 le due ruote vennero divise tra Federico fu Alvise, il fratello e il nipote, e Piero fu Girolamo. A una delle periodiche visite ai mulini nel 1642 appare anche il nome di Antonio Girardi. All’inizio del secolo successivo era Foscari-Duodo. Nel 1739, nella conferma dell’investitura fatta dai Provveditori sopra beni inculti a Francesco Foscari per una delle due ruote, si sottolineò che: «se per la caduta delle sudette aque li occorresse passar per le publiche seriole e beni communali, possa farlo senza pagamento alcuno, e per beni de particolari persone dovrà pagar il farli le rippe di quelli il doppio, giusto le leggi». Il Molino Fabris rappresenta una delle testimonianze più significative della tradizione molitoria del territorio mestrino. Le prime attestazioni risalgono al XIX secolo, periodo in cui il Marzenego alimentava numerosi mulini da cereali distribuiti lungo le sue sponde. L’impianto, di proprietà della famiglia Fabris, era dedicato alla macinazione del frumento e del mais, attività essenziale per la produzione di farine alimentari destinate alla popolazione rurale di Zelarino e Mestre. Una testimonianza diretta dell’ex mugnaio Giuseppe Mardegan descrive la composizione delle macine: «Il mulino Fabris aveva una mola da formenton bianco, una da formenton giallo, una per i panociati e una per il frumento.» [Zanlorenzi, C., 1985] Al catasto napoleonico sono riportati, per il mulino (0,10 pertiche) e la corte e casa d’affitto (0,70 pertiche) in località «ai mulini», come proprietari Pietro e Francesco Duodo e Federico Foscarini (presumibilmente un errore per Foscari) fu Francesco. A Pietro successe Alvise Franchin fu Antonio e quindi la vedova Angelica Boldrin; al secondo le figlie, poi anche Federico Fontanin fu Pietro e quindi Pietro Bellinato fu Alvise. La rendita era di 266,40 lire. I livellari erano Antonio Scanferlato fu Amedeo e nel 1887 la vedova Teresa Simionato come usufruttuaria. Evoluzione tecnica e declino Il mulino fu coinvolto nelle rettifiche fatte al fiume verso il 1844. Nel 1898 era di Cesare Cecchini e quindi nel 1916 di Roberto Maurer-Cecchini. Nel 1923 l’edificio venne trasferito al catasto rurale. L’anno successivo fu dichiarato dai figli di Giovanni Cappelletto, due anni dopo da Napoleone Fuga di Carlo Giovanni, e infine il 20 giugno 1929 venne trasferito a nome di Giovampaolo Fabris. Come molti mulini del Marzenego, anche il Molino Fabris subì nel corso del Novecento una progressiva trasformazione tecnologica. Dapprima mosso dalla forza idraulica del fiume, introdusse in seguito macchinari a cilindri e motori elettrici, adeguandosi alla modernizzazione industriale. Nonostante questi aggiornamenti, la concorrenza dei mulini industriali e il mutamento del sistema produttivo determinarono la chiusura definitiva dell’impianto nella seconda metà del XX secolo. L’alto timpano riccamente ornato dell’edificio a due piani probabilmente rappresenta l’appartenenza al feudo Foscari. Valore storico e territoriale Il Molino Fabris costituisce un’importante testimonianza della cultura del lavoro e della gestione delle acque nel territorio mestrino. Oltre al suo valore produttivo, il mulino contribuì alla definizione del paesaggio fluviale locale, legato a una rete di canali, rogge e chiuse che per secoli regolarono la vita economica e agricola della zona. Oggi l’edificio è riconosciuto come parte integrante della memoria del Marzenego e dei suoi «mulini di Zelarino», un sistema che comprendeva anche i mulini Gaggian, Ronchin, Ca’ Bianca e Scabello. Galleria Fotografica Molino Fabris Cartellone descrittivo Molino Fabris (immagini dal web) Bibliografia Zanlorenzi, C. (1985). Intervista a Giuseppe Mardegan — Mugnaio nel Molino Fabris di Zelarino (Contea). In Il Fiume Marzenego. I Mugnai di Zelarino — 4. Il Fiume Marzenego (s.d.). Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mulini 27 Ottobre 2025

Molino Gaggian (Zelarino)

Molino Gaggian | Discovery Mestre Molino Gaggian Una testimonianza proto-industriale sul fiume Marzenego Storia e proprietà Il Molino Gaggian è di costruzione anteriore al 1133. Il 10 agosto 1133 fu acquistato dal monastero di San Salvador di Venezia. Nel 1574 il monastero lo concesse a livello a Rocco Cattaneo fu Bernardin. In quel periodo l’edificio si trovava in uno stato di notevole degrado, tanto che Rocco fu costretto a ricostruirlo. Il mulino passò successivamente al fratello di Rocco, Giovannantonio Cattaneo, che il 26 settembre 1598 lo cedette a Domenico Gaian (o Gaggian). Nel 1602 Domenico Gaian presentò una supplica per ottenere l’autorizzazione ad aggiungere due ruote al mulino. La richiesta fu valutata positivamente dai periti incaricati, tra cui Giovanni Alvise Galesi, proto ingegnere, che stabilirono che l’intervento non avrebbe arrecato danni ai terreni circostanti né alla navigazione e che, anzi, «sarebbe stato di grande utilità per la rapidità del macinare». L’autorizzazione fu quindi concessa. In esecuzione del decreto del Senato veneziano del 9 marzo 1656, venne installato presso il mulino uno stramazzo di pietra. Circa otto anni dopo (1664), la famiglia Gaggian ottenne il permesso di modificarne altezza e larghezza, poiché «era cresciuto il terreno del fiume e le acque stentavano a defluire». Prima del 1669 il mulino fu venduto a Pietro Mocenigo, procuratore. All’inizio del Settecento, durante una visita ispettiva, venne dichiarato anche il nome di Orlando Benvenuti. Il mulino rimase alle famiglie Mocenigo e Benvenuti fino alla fine del XVIII secolo. Il 10 settembre 1774 il Senato veneziano ordinò lo scavo dei mulini di Gaggian presso la palada di Dese, imponendo una tassa di 14.377 ducati. Dopo la caduta della Repubblica, la proprietà passò ad Antonio Bagolini e consorti, che possedevano anche la casa contigua con corte annessa all’uso del mulino. Nel 1840 il mulino risultava intestato ai fratelli Paolo, Domenico e Angelo Furlan fu Bartolomeo, detti Dorella, con una rendita catastale di 446,57 lire per una superficie di 0,28 pertiche. Nel 1866 la proprietà rimase ad Angelo Furlan, cui subentrarono undici anni dopo i figli Antonio e Bartolomeo. Nel 1884 la proprietà passò al solo Antonio, che il 28 gennaio 1899 la vendette a Teresa Pigazzi fu Pietro, coniugata Paccagnella. Come altri impianti analoghi della zona (Ca’ Bianca, Ronchin, Fabris, Scabello), il Molino Gaggian contribuì all’approvvigionamento alimentare del territorio mestrino e delle campagne limitrofe. Evoluzione tecnologica Nel corso del Novecento il mulino subì numerosi interventi di ammodernamento. Secondo le testimonianze orali raccolte, fino agli anni Cinquanta disponeva di una turbina idraulica che sfruttava la portata del Marzenego, poi sostituita da motori elettrici. Negli anni Cinquanta il signor Carpenedo, allora proprietario dell’ex mulino, tentò la trasformazione dell’edificio da uso artigianale a uso industriale, costruendo due silos. Nel 1957 cessò definitivamente ogni attività molitoria. Successivamente, l’edificio fu utilizzato per la produzione di energia elettrica destinata al servizio tranviario di Mestre. Durante i lavori di rettifica del fiume, effettuati dal Consorzio di Bonifica Dese-Sile, il corso d’acqua fu spostato di alcune decine di metri rispetto al fabbricato originario, che rimase così isolato dal flusso principale. L’attività molitoria cessò definitivamente nel 1972, segnando la fine di una tradizione secolare. Valore storico e territoriale Il Molino Gaggian costituisce oggi una memoria tangibile del paesaggio fluviale produttivo che caratterizzava la campagna mestrina. La sua vicenda riflette il passaggio dall’uso diretto dell’energia idrica alla completa elettrificazione, e documenta le trasformazioni del territorio legate alla modernizzazione idraulica e urbana del secondo dopoguerra. Oggi l’edificio è stato completamente rinnovato, tanto da risultare difficilmente riconoscibile. L’unico elemento storico superstite è la pietra consorziale. L’alveo del Marzenego, in quel tratto, è stato deviato verso sud di circa cento metri e incanalato tra due argini in calcestruzzo, riducendosi così a un semplice canale. Galleria Fotografica Molino Gaggian Bibliografia Carpenedo, G. (2014). Intervista a Guerrino Carpenedo. In Il Fiume Marzenego. Petizione per l’attuazione del Parco Fluviale del Marzenego. storiAmestre, 2020. Università Popolare di Mestre (2016). Kaleidos 27 — Mestre d’acqua. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mulini 25 Ottobre 2025

Molino Ca’ Bianca – (Trivignano)

Molino Ca’ Bianca | Discovery Mestre Molino Ca’ Bianca Un antico molino a Trivignano Storia Il Molino Ca’ Bianca ha origini molto antiche: sembra che esistesse già nel 1085, quando era proprietà delle monache di Sant’Eufemia a Venezia. Nel 1568 l’edificio fu potenziato, ma divenne demaniale in seguito alle soppressioni napoleoniche del 1806. Nei secoli successivi il mulino passò da struttura molitoria a cartiera, subendo poi periodi di abbandono, pur conservando la sua memoria storica e produttiva nel territorio mestrino. Architettura L’edificio si sviluppa su due piani, con tetto a due falde e facciata in laterizio. Sul lato sud si conserva un piccolo bacino, in cui venivano convogliate le acque per far funzionare la ruota del mulino. Una pietra d’Istria con la data 1564 ricorda la sopraelevazione del fabbricato. La struttura, semplice ma funzionale, rappresenta un tipico esempio di architettura molitoria veneziana. Oggi Attualmente il Molino Ca’ Bianca è in stato di abbandono, ma rimane una preziosa testimonianza del sistema produttivo tradizionale della zona. L’edificio racconta la storia delle comunità agricole e dei mugnai che lo hanno utilizzato per secoli, conservando il legame tra le acque del Marzenego e l’economia locale. Galleria Fotografica Molino Ca’ Bianca (Google Maps) Ca’ Bianca lungo il fiume Marzenego (fonte Wikipedia) Molino Ca’ Bianca sul Marzenego Bibliografia I Mugnai di Zelarino. Il Fiume Marzenego. Martino, Emanuele (1985). I mulini del Marzenego. Il Marzenego. Uomoapedali.com. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mulini 25 Ottobre 2025

Molino Scabello – (Trivignano)

Molino Scabello | Discovery Mestre Molino Scabello Un luogo della memoria vicino al Bosco omonimo Storia Il Molino Scabello, situato lungo la sponda sinistra del Marzenego a Trivignano, ha origini antiche, risalenti forse al XIII o XIV secolo. Nel 1533, al tempo della terminazione Zorzi, risultava di proprietà di Marin Negri ed era allora chiamato «molin rosso detto dal rio storto». Alla fine del XVI secolo subì un incendio e prese il nome di «molin brusado». Prima del 1607 l’edificio era già stato ricostruito e rialzato di circa tre piedi. Il 17 marzo 1674 il mulino fu tolto dai beni di Simon Negri e attribuito in pagamento di dote alla vedova Angela Milesi. Poco dopo, nel 1678, Giacomo Di Negri, canonico di Padova e parente della famiglia, istituì un deposito di 2.000 ducati per garantirsi il diritto di prelazione. Successivamente, il 24 luglio 1711, Di Negri rivendette il mulino a Gerolamo Moracca, alla cui famiglia rimase fino al 1794. In quell’anno il figlio Giovambattista Moracca lo cedette a Benedetto Tentori di Campo San Piero. Il mulino venne denunciato nel 1804 alla Congregazione delegata alle acque e registrato al catasto napoleonico dal figlio Stefano Moracca. All’epoca copriva 1,05 pertiche e si trovava nella località detta «al molinetto», vicino a una fornace. Successivamente passò ad Andrea fu Pietro e ai fratelli Vendramino e Pasquale fu Tommaso Cercato, detti Meni, che nel 1840 ne dichiararono una rendita di 246,92 lire. Dal 1859 risultò unico proprietario Andrea fu Pietro, cui seguì il figlio Angelo. Nel 1885 Angelo restaurò completamente il mulino, mantenendo in funzione una sola ruota e chiudendo l’altra bova con tavole. La proprietà passò infine al nipote Evaristo. Il 9 giugno 1890 il mulino fu venduto all’asta giudiziale e acquistato dalla ditta Jacob Levi e figli di Venezia; pochi mesi dopo, il 10 settembre 1890, fu rivenduto per 432 lire a Girolamo Casarotto fu Valentino di Briana. Casarotto riattivò la seconda ruota, utilizzandola come segheria. Nel 1916 la proprietà passò a Ginevra Casarotto e Maria Pesce (usufruttuaria), quindi nel 1922 al figlio Silvio. Nel XIX secolo il mulino era noto come «Tarù» e si trovava nell’attuale via Molino Marcello, sulla strada che dalla via Gatta porta in via Tarù, all’altezza del ponte sul Dese. Il proprietario risultava un certo Moschini, mentre il conduttore era il mugnaio Giuseppe Cogo. Nel corso del tempo il mulino perse la sua funzione originaria a causa del declino della molitura a forza d’acqua nel primo Novecento. L’edificio fu quindi adattato a uso agricolo e residenziale. Architettura e impianto Il mulino era costruito in laterizio e comprendeva il corpo del mulino con la ruota idraulica, un’abitazione contigua e un piccolo portico rustico. Una relazione tecnica del 1891 descrive il mulino con una ruota di legno di 5 metri di diametro, larga però solo 0,62 m a causa della strettezza della gora. La bova che alimentava la ruota misurava 1,09 m. La seconda ruota, riattivata da Casarotto, azionava la segheria ospitata nell’edificio sulla sponda sinistra del canale. L’impianto era alimentato dalle acque del Marzenego, un fiume che ha sostenuto per secoli un’intensa attività molitoria nella zona. Lungo il corso del fiume, oltre al Molino Scabello, si trovavano altri mulini come Ca’ Bianca, Ronchin, Gaggian e Fabris, che testimoniano l’importanza storica dell’attività molitoria nella zona. Il molino oggi Attualmente il Molino Scabello è in stato di degrado. L’antica segheria è tuttora esistente, sebbene inattiva, e conserva parti del macchinario. L’edificio sulla sponda destra, gravemente danneggiato nel 1966 (probabile cedimento delle fondazioni), è oggi suddiviso in due unità abitative. Sono ancora visibili la pietra consorziale, la gradinata per accedere al fiume e, sul muro, i due fori che accoglievano gli assi delle ruote. Nonostante le condizioni di degrado, il sito è stato oggetto di interventi per migliorarne la fruibilità, come la posa di un ponte di legno nei pressi del mulino, che ha risolto un significativo problema di interruzione del percorso agricolo che collegava Zelarino da nord e Olmo e Maerne da ovest. La memoria storica del mulino è mantenuta viva attraverso iniziative locali e la documentazione storica. Galleria Fotografica Molino Scabello (Google Maps) Molino Scabello Molino Scabello (immagini dal web) Bibliografia Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). I mugnai di Zelarino. Il Fiume Marzenego. Gallery: il ponte al Molino Scabello. Il Fiume Marzenego. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mulini 23 Ottobre 2025

Molino Ronchin (Zelarino)

Molino Ronchin | Discovery Mestre Molino Ronchin I molini sul Marzenego Storia Il Molino Ronchin di Zelarino è una delle testimonianze più significative del sistema molitorio che un tempo animava le rive del fiume Marzenego. Situato in via Molino Ronchin, nella zona di Zelarino, il mulino ha una storia che affonda le radici nel Medioevo: forse già documentato nel 1176 come proprietà di Otolino da Mestre, il 20 maggio 1373 venne acquistato da Ludovico e Pellegrino Marcheselli da Rimini all’Avogaria di Comun. Successivamente passò al pio luogo della Ca’ di Dio. Il 23 dicembre 1737 Lorenzo Pezzana lo comprò al pubblico incanto. Nel dicembre del 1786 fu nuovamente incantato, a titolo oneroso, tra i beni del fu Niccolò Pezzana; lo acquistarono Gerolamo e Francesco Battaia fu Zuanne. Nel febbraio del 1788 Lorenzo Pezzana vendette mezzo mulino a Giovambattista Paganello. A due ruote (0,25 pertiche), con casa colonica parziale di 1,30 pertiche, in periodo napoleonico era di Giuseppe Paganello fu Giovanni; gli successe, prima del 1846, Agostino Fapanni fu Francesco (rendita 266,40 lire). Nel 1855 passò a Domenico, Antonio e Pietro Fornoni fu Giovanni e Francesco Fapanni e fratelli, quindi nel 1882 a Giacomo Da Lio fu Ambrogio. L’8 marzo 1890 fu denunciato dalla Compagnia delle acque per l’Estero, dalla quale nel 1922 passò a Giovanni Giuseppe Pezzato. Storicamente era conosciuto come mulino «Garofolo», condotto dal mugnaio Da Lio Giovanni, e lavorava solo ad acqua, con una produzione di frumento e granoturco regolata dalle stagioni e dalle piene del fiume. Nel XIX secolo entrò nella disponibilità della famiglia Ronchin, da cui prese il nome attuale. Attivo fino al 1966, fu poi spogliato e usato come deposito. Il laghetto ai suoi piedi divenne luogo di ritrovo e di balneazione. Oggi l’edificio è adattato a uso residenziale e artigianale, pur conservando gran parte dell’impianto originale. Architettura e impianto Il Molino Ronchin conserva le caratteristiche tipiche dei molini veneti: corpo principale in mattoni a due piani, copertura a doppia falda e annessi rustici destinati a deposito e stalla. All’esterno restano il salto d’acqua, lo stramazzo, la pietra Zorzi, quella consorziale e i fori degli assi delle due ruote. È confinante con Villa Barbarich-Fowel-Torella di Romagnano, costruzione cinquecentesca a due piani e soffitta con porticato. All’interno sono ancora visibili tracce della ruota idraulica e delle canalizzazioni originarie, testimonianza dell’ingegnosità del sistema di derivazione delle acque. Funzionamento e produzione storica Tutti i mulini della zona disponevano di due palmenti e lavoravano solo durante i periodi di acqua sufficiente, soffrendo delle secche o delle piene del fiume. Il pagamento del lavoro era riscosso sia in denaro sia in natura. Documenti storici indicano che il mulino Garofolo (oggi Ronchin) macinava circa 1.286 quintali di frumento e 11.845 quintali di granoturco, pagando tasse sul macinato pari a 2.300 lire annue. Conservazione e valorizzazione Oggi il Molino Ronchin, assieme al Molino Gaggian, Ca’ Bianca, Scabello e al Molino Fabris, è considerato un bene di memoria rurale e protoindustriale, testimone dell’evoluzione economica e ambientale del territorio tra i fiumi Dese e Marzenego. La sua conservazione è fondamentale per comprendere le trasformazioni del paesaggio e delle attività produttive locali nel corso dei secoli. Galleria Fotografica Ruderi del Molino Ronchin a Zelarino (1965) La ruota del molino Il molino in un’immagine d’epoca Molino Ronchin sul Marzenego Bibliografia Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). Cappellari, Carlo. 200 — Il ritorno al Molino Ronchin. I mugnai di Zelarino. Il Fiume Marzenego. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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