Il Sant’Uffizio a Mestre: cinque processi fra il 1583 e il 1683
Il Sant’Uffizio a Mestre
Fra le carte del Sant’Uffizio veneziano, conservate all’Archivio di Stato di Venezia, ci sono cinque processi che riguardano dei mestrini. Li ha studiati Gabriele Rossi-Osmida per il Centro Studi Storici di Mestre: storie di debiti, gelosie, malattie e superstizioni che raccontano la vita quotidiana di Mestre e dei dintorni tra Cinque e Seicento meglio di molte cronache ufficiali.
Un tribunale a metà fra Chiesa e Repubblica
A Venezia il tribunale dell’Inquisizione ebbe una forma particolare. Il 22 aprile 1547 la Repubblica istituì tre «Savi all’eresia», nobili laici senza i quali nessun atto del tribunale era valido; Rossi Osmida colloca nel 1551, con un accordo fra la Serenissima e papa Giulio III, la definizione dei suoi compiti: eresia, abuso dei sacramenti, messe e confessioni celebrate senza essere sacerdoti, diffusione di scritti eretici. Giudicavano il nunzio apostolico, il patriarca e l’inquisitore, di solito un domenicano dei Santi Giovanni e Paolo, alla presenza dei Savi; nelle città del Dogado, al loro posto, doveva assistere il rettore veneziano.
Non si accettavano denunce anonime, e la presenza dei magistrati della Repubblica rese le sentenze in genere miti: nel Settecento, dopo il 1711, si contano due soli casi di tortura e una condanna a morte. Mestre non aveva una sede del tribunale, e la prima denuncia fu infatti girata all’Inquisizione di Treviso. Nessuno dei cinque fascicoli conserva la sentenza, che di solito il nunzio trasmetteva a Roma.
1583: il medico che negava l’aldilà
Il primo fascicolo è un solo foglio, la denuncia contro il medico Ettore Scala, «homo impio, heretico, et negator di Dio». Firmata da Francesco Bardelin, racconta una conversazione avvenuta in Quaresima nella bottega dei barbieri Gasparo e Jacometto. Si parlava di un debito per cui la comunità aveva dovuto vendere la sua caneva, e il discorso scivolò sull’anima: Scala avrebbe detto che non c’è altra gloria né altra pena che quella di questo mondo, che le anime passano di corpo in corpo, e all’invito a cambiare idea rispose: «Basta, jo ho questa opinione». I testimoni erano Zanmaria dall’Aquila, Zandomenego Busato, Fantin di Fanti e il barbiere Santo Fofano, tutti di Mestre. Sul retro del foglio si legge che il caso fu rimesso all’Inquisizione di Treviso.
Il nome di Ettore Scala si legge anche sulla lapide dei capi di colmello vicino alla Torre dell’Orologio, dove Fapanni trascrive la parola «doctor» (vedi La storia mestrina incisa sulla pietra).
Orsolina, l’indovina dell’inghistera
Il secondo processo, senza data, riguarda Orsolina di Mestre, già condannata in passato dal Sant’Uffizio. Chiamata a Malamocco per un furto subito da un certo Enzo Rizzo, faceva guardare alcune ragazze dentro un’inghistera di vino e poi interpretava le loro visioni, indicando i colpevoli. Ne nacquero perquisizioni, accuse e infine una rissa: Antonio Cherubini, uno degli accusati, ferì il Rizzo. Era già capitato che l’indovina avesse avuto fortuna, scoprendo chi aveva rubato uno zecchino a un altro abitante di Malamocco; questa volta sbagliò tutto, e il caso, come turbativa della quiete pubblica, passò alla giustizia civile.
1657: Marietta detta la Villana
Marietta, detta la Villana, abitava a Mestre ma lavorava in campo San Giacomo dall’Orio a Venezia. Rimasta vedova, si era legata a un giovane cimatore di panni, Bernardin Menegola, che poi la lasciò per sposare una ragazza di ventidue anni, Catte. Marietta gli fece una scenata in mezzo al campo, predicendogli che con la nuova moglie avrebbe avuto «pan et vino» ma non la salute; quando Catte si ammalò, Bernardin la denunciò per stregoneria. Le testimoni erano quasi tutte donne del campo, e una vicina aveva perfino fatto un buco nel muro per spiarla. L’inquisitore notò più volte che tutto si basava su chiacchiere; il processo andò per le lunghe finché Marietta morì, e il caso fu archiviato.
1662: Camilla, la panettiera di Fusina
Il quarto fascicolo è la denuncia di un sacerdote, don Luigi Maria Valerias, costretto a presentarla dal suo confessore. Malato di un male che nessuno capiva, aveva chiamato in casa Camilla, panettiera di Fusina che aveva fama di guaritrice, ma con incantesimi e parole arcane non lo guarì. Interrogato, il prete diede la colpa a lei, ma dichiarò di aver sempre voluto confessarsi. I giudici, dopo un’ammonizione a tutti, li assolsero.
1683: i Morali e il santo di famiglia
Il caso più documentato riguarda Antonio e Mattia Morali, che abitavano vicino al palazzo del podestà e da anni speculavano sulla presunta santità di uno zio prete, Pietro Morali, che in vita era già stato detenuto cinque anni dal Sant’Uffizio. Li denunciò la famiglia Chiussi di Venezia, con cui erano in causa per un vecchio debito. Secondo l’accusa i Morali raccontavano che lo zio aveva liberato tre volte l’Inferno, il Purgatorio e il Limbo e celebrava messe in Paradiso, e predicevano che nel 1683 la peste avrebbe distrutto Venezia risparmiando solo Mestre. Mostravano a pagamento il «museo dello zio» nella loro casa e vendevano capelli tritati del santo come rimedio a ogni male.
Mattia avrebbe anche fatto incantesimi d’amore con figurine di pasta trafitte da spilloni, come era accaduto a un oste detto il «Moro del Palazzo». Fra le carte c’è una sua lettera con un cuore rosso disegnato a margine. Anche qui la sentenza manca: Rossi Osmida, considerando la pena lieve inflitta allo zio, ne deduce che sia stata modesta.
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Bibliografia e fonti
- Gabriele Rossi-Osmida, «Casi di stregoneria in Mestre al vaglio della Inquisizione», in Quaderno di studi e notizie n. 7-8, Centro Studi Storici di Mestre, 1966, pp. 59-70 (Archivio di Stato di Venezia, Sant’Uffizio, buste 50, 67, 108, 110, 123).
- Gaetano Cozzi, Note su tribunali e procedure penali a Venezia, Napoli 1965, citato da Rossi Osmida.
- «Savi sopra l’eresia», in Ereticopedia, con la bibliografia di Paul F. Grendler, «The Tre savi sopra eresia 1547-1605: a prosopographical study», in Studi veneziani, n.s., III, 1979, pp. 283-340, per l’istituzione dei Savi all’eresia il 22 aprile 1547 e la composizione del tribunale.