Industria 03 Gennaio 2026

L’area industriale di Altobello: la CLEDCA

CLEDCA | Discovery Mestre CLEDCA Un’industria che lasciò un’eredità pesante La CLEDCA: nascita e sviluppo di un’industria inquinante Il contesto industriale di Mestre all’inizio del Novecento Ai primi del Novecento, la Mestre industriale si configurava come un sistema produttivo complesso e articolato lungo le sponde del Canal Salso, capace di mobilitare lavoratori, merci e capitali ben prima della nascita del polo di Porto Marghera, che avrebbe preso forma solo pochi anni più tardi. In questo contesto si concentravano alcune delle principali realtà industriali della terraferma veneziana: dall’ex scopificio Krull alle fornaci Da Re, fino agli impianti legati alla lavorazione del carbone e dei materiali per l’edilizia. L’area compresa tra Viale Ancona e il quartiere di Altobello rappresentava uno dei fulcri di questa prima fase di industrializzazione mestrina. La nascita della CLEDCA All’interno di tale scenario si colloca la vicenda della CLEDCA (Compagnia Lavori Edili e Costruzioni Affini, talvolta interpretata come Conservazione del Legno e Distillazione Catrame), uno degli esempi più significativi e duraturi di stratificazione industriale dell’area. Fondata intorno al 1908, l’azienda si inserì nel solco produttivo tracciato dal preesistente complesso ottocentesco Da Re, occupando un’area di vastissima estensione, stimata in circa 140.000 metri quadrati, strategicamente collocata tra l’attuale Viale Ancona, Altobello e Via Torino, in diretta prossimità al Canal Salso e alle infrastrutture ferroviarie. Logistica e integrazione industriale La posizione dello stabilimento risultò determinante per il suo sviluppo. La scelta del sito fu direttamente legata alla realizzazione, nel 1908, di un nuovo canale artificiale perpendicolare al Canal Salso, che lo collegava alla stazione ferroviaria mediante binari che spesso penetravano direttamente all’interno delle fabbriche o, come in questo caso, correvano lungo la darsena stessa. Questa infrastruttura consentiva alle imprese dell’area di utilizzare la darsena come vero e proprio scalo fluviale, facilitando l’approvvigionamento delle materie prime e la distribuzione dei prodotti finiti su scala nazionale. La CLEDCA operava quindi in stretta relazione funzionale con le altre realtà industriali del comparto, in particolare con la Carbonifera Industriale Italiana e con le residue strutture della Fornace Da Re, confermando il ruolo di Altobello come uno dei principali poli produttivi della Mestre novecentesca. Produzione e contaminazione nell’area ex CLEDCA ad Altobello Dal punto di vista tecnico-produttivo, l’azienda si specializzò nella produzione di traversine ferroviarie, rispondendo alla crescente domanda legata all’espansione della rete ferroviaria italiana. Per circa settant’anni, l’area ospitò una fabbrica in cui il legno, prevalentemente pino o quercia, veniva sottoposto a trattamenti chimici invasivi per aumentarne la resistenza e la durabilità. Il processo prevedeva l’impregnazione sotto pressione con creosoto, un distillato del catrame di carbone dotato di proprietà antisettiche e conservative, indispensabile per proteggere le traversine dall’umidità, dalla marcescenza e dagli agenti biologici. Parallelamente, l’azienda distillava catrame per ottenere ulteriori sottoprodotti industriali. Impatto tossicologico, socio-economico e ambientale Dal punto di vista tossicologico, il creosoto utilizzato nei processi produttivi conteneva idrocarburi policiclici aromatici (IPA), tra cui il benzo[a]pirene, classificato come sostanza cancerogena. L’esposizione prolungata a tali composti comportava gravi rischi per la salute dei lavoratori, con un aumento dell’incidenza di tumori cutanei e polmonari, oltre a effetti irritanti quali dermatiti, ustioni chimiche e disturbi respiratori. Dal punto di vista ambientale, il creosoto si caratterizza inoltre per un’elevata persistenza, determinando contaminazioni di lunga durata del suolo e della falda acquifera. Parallelamente, questa intensa attività produttiva ebbe un impatto socio-economico rilevante, garantendo per decenni occupazione stabile a generazioni di lavoratori del quartiere di Altobello e contribuendo in modo significativo allo sviluppo industriale di Mestre nel corso del Novecento. Tuttavia, a fronte dei benefici occupazionali ed economici, l’eredità ambientale lasciata dallo stabilimento si rivelò estremamente problematica. L’uso massiccio e prolungato di creosoto e di altre sostanze altamente inquinanti determinò una profonda contaminazione dei suoli e delle acque sotterranee, con la presenza diffusa di idrocarburi pesanti, metalli pesanti, IPA e altre sostanze tossiche direttamente riconducibili all’attività storica dell’impianto. Contaminazione e interventi di bonifica nell’area ex CLEDCA Nell’area ex CLEDCA, l’uso massiccio e prolungato di creosoto ha determinato una contaminazione significativa da idrocarburi policiclici aromatici (IPA), idrocarburi pesanti e metalli tossici, con effetti persistenti su suolo e falda acquifera. Alla chiusura della fabbrica seguì, negli anni ’70, il passaggio del sito a Italgas, che lo utilizzò come deposito di carburanti, contribuendo ad aggravare ulteriormente il quadro ambientale compromesso. Solo nei primi anni Duemila venne avviata una complessa e articolata maxi-bonifica ambientale, autorizzata da Regione Veneto, Comune di Venezia e ARPA, con il coinvolgimento della Soprintendenza, resa necessaria per affrontare una contaminazione stratificata e diffusa accumulata nel corso di oltre settant’anni di attività industriali. I lavori, avviati con ritardi anche a causa dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19, prevedono la rimozione e lo smaltimento di ingenti volumi di suolo contaminato, l’applicazione di trattamenti specifici e un monitoraggio ambientale continuo. Tra le tecniche adottate rientrano sistemi di pump-and-treat per il risanamento della falda acquifera, oltre a interventi mirati di messa in sicurezza permanente. La bonifica, sostenuta da investimenti complessivi stimati intorno ai 10 milioni di euro da parte di Italgas, si trova attualmente in una fase avanzata e dovrebbe concludersi entro il 2024, o poco oltre in caso di proroghe operative. Una volta completato il risanamento ambientale, l’area ex CLEDCA potrà essere restituita alla città e destinata a nuovi usi compatibili con il contesto urbano, quali la realizzazione di un parco pubblico o altre funzioni di interesse collettivo, trasformando un sito industriale altamente compromesso in una risorsa per la comunità. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Immagini La darsena artificiale con la carbonifera e gli altri impianti a inizio Novecento Area ex CLEDCA durante la bonifica ambientale La produzione della CLEDCA L’utilizzo dell’area dopo la chiusura ad opera dell’Italgas con conseguente inquinamento L’area interessata dalla bonifica Una bonifica ancora in corso che riguarda 10.000 mq L’Area CLEDCA prima della bonifica L’Area ex CLEDCA attualmente dal satellite Bibliografia Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre. “Vivere una città”, n. 29, pp. 15-19, 21 aprile 2018. Urbanistica Democratica. “Altobello: Fare presto e fare bene”. 15 marzo 1990. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Industria 03 Gennaio 2026

Lo scopificio Krull

Scopificio Krull | Discovery Mestre Scopificio Krull Un’industria italo-prussiana a Mestre L’area industriale del Canal Salso: lo scopificio Krull Sorto sulle sponde del Canal Salso, lo scopificio Krull rappresentò una delle più importanti realtà industriali di Mestre nel primo Novecento. Il suo insediamento avvenne in un’area che, a partire dalla metà dell’Ottocento, si era affermata come uno dei principali poli produttivi e logistici della terraferma veneziana, antecedente allo sviluppo di Porto Marghera. La presenza del canale navigabile e della ferrovia, i cui binari penetravano direttamente all’interno degli stabilimenti, garantiva un’elevata intermodalità, favorendo l’insediamento di numerose attività industriali lungo il Canal Salso. Hermann Krull, un imprenditore di successo a Mestre Lo scopificio fu fondato intorno al 1905 dall’imprenditore prussiano Hermann Krull, originario di Bad Wilsnack e attivo a Venezia dalla fine dell’Ottocento, dove risiedeva presso il Fondaco dei Tedeschi. Già nel 1899 Krull aveva acquisito la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana, considerata l’antesignana dell’attuale marchio Acca Kappa. Con il nuovo impianto di Mestre, l’azienda si specializzò nella produzione di scope e articoli affini, utilizzando setole importate prevalentemente dalla Cina e da altri mercati asiatici. La scelta di localizzare lo stabilimento lungo il Canal Salso rispondeva a precise esigenze logistiche, legate a un commercio di respiro intercontinentale che comprendeva anche l’esportazione di perle di Murano. Un progetto all’avanguardia Il complesso industriale, progettato dall’architetto veneziano Giovanni Sardi, occupava una superficie considerevole e presentava una configurazione tipica dell’archeologia industriale dell’epoca. L’impianto si articolava attorno a due ampi cortili interni, con corpi di fabbrica lineari a pianta libera, larghi circa dieci metri, costituiti da tettoie con capriate lignee e da edifici su due piani sostenuti da una fila centrale di pilastri. Il corpo frontale, più rappresentativo, si sviluppava per circa novanta metri lungo il Canal Salso ed era caratterizzato da un piano superiore privo di pilastri intermedi, coperto da un tetto a capriate, soluzione che consentiva la massima flessibilità degli spazi produttivi. Il volume complessivo del complesso era stimato intorno ai 20.000 metri cubi. Crisi e lavoro tra le due guerre Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, l’azienda impiegava circa 450 operai tra gli stabilimenti di Mestre e Treviso, configurandosi non solo come un importante centro produttivo, ma anche come un fondamentale riferimento sociale per la comunità locale, in particolare per il quartiere di Altobello. Molti lavoratori vi entravano in giovane età e vi rimanevano fino alla Seconda Guerra Mondiale, creando un legame profondo tra la fabbrica e la vita quotidiana del territorio. Nel 1913 una grave crisi finanziaria legata ai rapporti commerciali con la Germania portò al licenziamento di 120 operai a Mestre, suscitando un allarme sociale tale da attirare l’attenzione del ministro competente. Il declino dello stabilimento iniziò a manifestarsi tra gli anni Venti e Trenta, aggravato da mutamenti infrastrutturali e geopolitici. L’interramento della testata del Canal Salso nel 1932-1933 compromise l’accesso diretto via acqua, mentre la nascita del polo industriale di Porto Marghera sottrasse centralità agli insediamenti storici lungo il canale. Durante la Seconda Guerra Mondiale, lo stabilimento subì ulteriori penalizzazioni a causa delle confische belliche, segnando l’inizio di una lunga fase di dismissione. Una nuova vita Nonostante il valore storico e documentario del complesso fosse stato sottolineato in numerosi studi dall’urbanista Giorgio Sarto, che lo considerava un episodio emblematico di archeologia industriale e una testimonianza fondamentale della transizione tra Ottocento e Novecento, i successivi piani urbanistici interpretarono l’area come una superficie libera. Ciò portò alla demolizione della quasi totalità del complesso, salvando soltanto il corpo frontale affacciato su Piazza XXVII Ottobre. Dopo essere rimasto a lungo inutilizzato e in stato di degrado, l’edificio superstite è stato infine recuperato e trasformato nella sede del Tribunale dei Minorenni. Resta oggi uno dei capitoli più significativi dell’industrializzazione di respiro internazionale nella terraferma veneziana del primo Novecento. Acca Kappa: l’eredità di Hermann Krull Le sorti dei due principali stabilimenti realizzati da Hermann Krull presero strade diametralmente opposte nel secondo dopoguerra. Mentre lo scopificio di Mestre cessò definitivamente l’attività, lasciando per decenni un vuoto fisico e simbolico nel tessuto urbano, l’opificio di Treviso riuscì a superare la crisi e a riorganizzarsi con successo. Proprio da quest’ultimo ebbe origine la continuità imprenditoriale che condusse alla nascita e allo sviluppo di Acca Kappa, azienda specializzata nella produzione di spazzole, profumi e accessori per la cura della persona, oggi riconosciuta a livello internazionale. La vicenda dei due stabilimenti riflette in modo emblematico le trasformazioni economiche e territoriali del secondo Novecento: da un lato la perdita di centralità degli insediamenti industriali storici di Mestre, dall’altro la capacità di adattamento e innovazione che permise all’azienda trevigiana di sopravvivere e prosperare. L’eredità di Hermann Krull rimane così duplice: una memoria industriale in parte scomparsa nel paesaggio urbano mestrino e, al tempo stesso, una storia imprenditoriale ancora viva, che continua a legare il nome di Krull a un’eccellenza produttiva riconosciuta nel mondo. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica Ritratto storico di Hermann Krüll, fondatore di Acca Kappa Operai all’esterno dell’opificio lungo il Canal Salso Il portone d’ingresso del Tribunale dei minori, un tempo sede dello scopificio Lo scopificio Krull di Via Forte Marghera (foto Paolo Pavan) Lo Scopificio Zerbo di Chirignago, concorrente di Krull Il marchio Acca Kappa del 1938 Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Industria 12 Ottobre 2025

Villa Favero Fabris (Tiepolo)

Villa Favero Fabris (Tiepolo) | Discovery Mestre Villa Favero Fabris (Tiepolo) Da villa a contenitore di imprese Le origini e il contesto storico Villa Favero Fabris, conosciuta anche come Villa Tiepolo, fu costruita nel XVI secolo, epoca in cui molte famiglie patrizie veneziane decisero di edificare eleganti residenze di villeggiatura lungo quella che era detta via Padovana, oggi via Miranese. Le prime notizie sulla villa compaiono in documenti catastali e mappe del Settecento e dell’Ottocento, dove è registrata come Villa Fabris Favaro con ampie adiacenze rurali. Il toponimo «Tiepolo» sembra derivare da una precedente proprietà o dal rapporto con la nobile casata veneziana che, nel corso dei secoli, lasciò numerose tracce architettoniche nella campagna veneziana. La villa sorge in un punto di grande rilievo storico: proprio sotto l’attuale via Miranese, di fronte all’edificio, si trovano i resti di un ponte romano che un tempo permetteva l’attraversamento di un antico corso d’acqua. Questi resti, oggi sepolti, testimoniano la continuità dell’insediamento e confermano che l’area era già urbanizzata in epoca imperiale. Architettura e caratteristiche del complesso Villa Favero Fabris conserva ancora oggi l’impianto architettonico originario delle ville venete cinquecentesche: una struttura a pianta rettangolare, con salone centrale passante, piano nobile rialzato e due livelli sottostanti. L’interno presenta travature di stile sansovinesco, tipiche dello stile sobrio e lineare ispirato all’opera di Jacopo Sansovino; il salone centrale, illuminato da una trifora con balcone, mantiene l’impostazione simmetrica e l’equilibrio compositivo del Rinascimento veneziano. All’esterno, la facciata principale si distingue per la semplicità delle linee, con finestre regolari e frontone centrale, mentre sul retro si apre un piccolo giardino privato, un tempo collegato a orti e rustici oggi scomparsi. Il catasto del 1841 descrive la proprietà come «Villa Fabris Favaro con adiacenze adibite alla lavorazione di piume d’oca e piumini (dal 1796)», evidenziando come, già in età moderna, la residenza avesse affiancato alle funzioni abitative quelle produttive e artigianali. Questa vocazione proto-industriale anticipa la nascita dei laboratori di piumini Fabris tuttora presenti lungo via Miranese, segno di una continuità artigianale che attraversa più di due secoli. Le famiglie proprietarie e la tradizione produttiva Nel corso dei secoli la villa passò di mano fra diverse famiglie legate al territorio. I Tiepolo, proprietari originari secondo le fonti seicentesche, lasciarono la dimora ai Favero, quindi ai Fabris, il cui nome è rimasto legato alla villa fino ai giorni nostri. La famiglia Fabris, attiva già nel Settecento nel commercio e nella lavorazione di piume e imbottiture, trasformò parte delle dipendenze della villa in laboratori e magazzini. Da questa attività derivano i piumini Fabris, marchio locale che ha proseguito per generazioni la tradizione della manifattura di piume d’oca, tuttora simbolo di eccellenza artigiana. Nel corso dell’Ottocento la villa mantenne la sua funzione residenziale, ma divenne anche un punto di riferimento per le attività economiche del borgo: botteghe, piccoli opifici e corti rurali si disposero progressivamente intorno all’edificio principale, contribuendo alla formazione del centro storico di Chirignago come lo conosciamo oggi. Il valore storico e le testimonianze archeologiche L’area attorno a Villa Favero Fabris è ricca di stratificazioni storiche. Gli scavi occasionali condotti nel Novecento hanno portato alla luce tracce di un antico ponte romano, posto proprio di fronte alla villa e oggi inglobato nel tracciato moderno della via Miranese. Le sue arcate, realizzate in laterizio, confermano l’esistenza di un asse viario romano di collegamento tra Mestre e Spinea, su cui in epoca successiva sorsero molte delle ville veneziane del territorio. Dal punto di vista architettonico, la villa rappresenta un importante esempio di continuità tra epoca rinascimentale e ottocentesca, capace di adattarsi alle esigenze della vita moderna senza perdere la sua identità storica. Le travature lignee originali, le decorazioni in cotto e la trifora del piano nobile sono elementi di pregio che ancora oggi caratterizzano l’edificio. Galleria Fotografica Villa Fabris Favaro (Google Maps) Mappa del Comune Censuario di Chirignago (1841) — Villa Fabris Favaro con le adiacenze adibite alla lavorazione di piume d’oca e piumini (n. 448) Riferimenti Wikipedia — Chirignago (sezione «Ville venete»: datazione, elementi architettonici, ponte romano). Quirinus Venezia Properties — scheda architettonica (travature sansoviniche, trifora, piano nobile). La Nuova di Venezia e Mestre — il ponte romano davanti alla villa. Catasto Chirignago 1841, nota n. 448 — Villa Fabris Favaro con lavorazione di piume e piumini. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Industria 12 Ottobre 2025

Villa Cosulich Zerbo Mason e lo Scopificio Zerbo (Chirignago)

Villa Cosulich Zerbo Mason | Discovery Mestre Villa Cosulich Zerbo Mason Da villa storica a sede dello Scopificio Zerbo Storia Villa Cosulich sorge nel cuore di Chirignago, lungo via Miranese, ed è uno degli esempi più raffinati di villa veneta tardo-settecentesca oggi inglobata nel tessuto urbano del territorio. La data più probabile per la costruzione (o la radicale ristrutturazione palladiana) del corpo padronale è la seconda metà del XVIII secolo, come rivela la rigidezza compositiva e la sobrietà del prospetto. Una mappa del 1784 redatta da Tommaso Scalfuroto la indica già di proprietà della nobile famiglia Tiepolo. All’inizio dell’Ottocento passa probabilmente ai Ferri; nel corso del Novecento la proprietà è passata ai Cosulich (da cui il nome attuale), agli Zerbo e infine alla famiglia Mason. La villa incarnava il classico modello veneto «bifronte»: elegante residenza estiva della nobiltà e contemporaneamente centro produttivo agricolo e artigianale, con campi, barchesse, magazzini e laboratori. Intorno al complesso si era consolidata, già nell’Ottocento, una piccola economia locale basata sulla produzione di scope e articoli in saggina e legno. Lo Scopificio Zerbo: industria e tradizione La famiglia Zerbo, originaria della zona, convertì parte delle strutture rustiche della villa in laboratorio, dove si producevano scope e spazzole di saggina, bastoni, spazzole e piccoli oggetti in legno, tappeti e zerbini intrecciati con fibre naturali. Il termine «zerbino» deriva dall’arabo zirbī (tappeto o cuscino) e non dal cognome dei titolari dello scopificio. Lo scopificio impiegava numerosi abitanti di Chirignago, in particolare donne e giovani apprendisti addetti alla legatura e alla rifinitura dei prodotti. Testimonianze orali raccontano di una fabbrica ancora attiva nei primi decenni del Novecento, punto di riferimento per l’artigianato locale e la vita comunitaria del paese. Non sono note con precisione le date di apertura e chiusura. Alcuni autori suggeriscono un’attività già dal 1780, ma è più verosimile che lo stabilimento fosse operativo intorno al 1841, come riportato nella mappa catastale austriaca. In precedenza le donne del vicinato realizzavano le scope a domicilio per conto degli Zerbo, prima che venisse aperto il laboratorio vero e proprio accanto alla villa. Vincolata con decreto del 18 marzo 1976 (insieme al parco storico), la villa conserva ancora oggi la sua intatta dignità settecentesca nonostante l’urbanizzazione circostante. Architettura La villa presenta la tipica pianta a «H» semplificata delle ville venete della seconda metà del Settecento: un corpo padronale centrale alto e compatto, allungato in senso longitudinale, è serrato ai lati da due lunghe ali di barchessa più basse e leggermente arretrate, creando una volumetria digradante verso l’esterno. Sul retro fabbricati rustici chiudono una piccola corte di servizio. Il prospetto principale, rivolto a sud, è sobrio e rigorosamente simmetrico, sviluppato su due piani fuori terra più sottotetto. Le aperture, tutte architravate in pietra d’Istria, si corrispondono con precisione verticale e orizzontale. L’asse centrale è sottolineato da due grandi monofore ad arco a tutto sesto sovrapposte: quella del piano nobile si apre su uno stretto poggiolo con ringhiera in ferro battuto. Fasce marcapiano dipinte segnano i livelli dei solai e dei davanzali; sotto le finestre del piano nobile compaiono specchiature rettangolari decorative. Un alto cornicione modanato corona la facciata e, al suo centro, accoglie uno stemma settecentesco in pietra con scudo accartocciato e banda diagonale. Le barchesse, originariamente aperte da una sequenza di grandi archi a tutto sesto su pilastri (portico perimetrale tipico veneto), sono state quasi completamente tamponate durante un restauro novecentesco, perdendo gran parte della loro leggerezza originaria. Alle estremità di ciascuna ala, corpi rustici si raccordano mediante archi di collegamento; sulle chiavi di volta sono murate teste di vecchio scolpite, pregevoli elementi di reimpiego dei secoli XVII–XVIII. Il parco e gli elementi storici Il parco, oggi molto ridotto ma ancora vincolato, è racchiuso da un’elegante cancellata in ferro battuto con tre ingressi simmetrici. Tra gli elementi di maggior pregio spicca un’antica vera da pozzo in pietra d’Istria, probabilmente databile tra il XIV e il XV secolo — la testimonianza più antica del sito, precedente di secoli la villa settecentesca. Di particolare interesse storico è la ghiacciaia sotterranea, visibile esternamente come una piccola montagnola alberata. Vi si accede attraverso un corridoio voltato in mattoni chiuso da un cancelletto in ferro; la camera ipogea, perfettamente conservata, veniva riempita di neve e ghiaccio tra Sette e Ottocento per la conservazione degli alimenti. Si tratta di una delle rarissime ghiacciaie rurali ancora leggibili nel territorio mestrino, preziosa testimonianza della vita domestica delle ville venete prima dell’avvento della refrigerazione moderna. Galleria Fotografica Villa Cosulich Zerbo Mason (Google Maps) Mappa del Comune Censuario di Chirignago (1841) — Lotto 446 con la villa e lo Scopificio Cartolina pubblicitaria della ditta Fratelli Zerbo (1938) Riferimenti Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia. Rusconi. Chirignago.altervista.org — «Origini di San Giorgio» (fabbrica Zerbo, fondata nel 1780). Wikipedia — Chirignago (cenni sulla villa e il restauro). Chirignago.altervista.org — «Presarti» (donazione 1925 delle operaie dello Scopificio). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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