Mestre città sull'acqua

L’idrografia di Mestre

Canaletto, veduta di Mestre con il Canal Salso, verso il 1740

L'idrografia di Mestre

Fiumi, canali e acque che hanno plasmato la città

Un territorio costruito sull'acqua

Mestre è una città costruita sull'acqua, non meno di Venezia, anche se lo ha dimenticato. Le sue origini, la posizione del centro storico, il tracciato delle strade principali e persino i confini dei quartieri moderni portano l'impronta indelebile di una rete idrografica complessa, plurisecolare, continuamente rimaneggiata. Fiumi come il Marzenego e il Dese, canali come l'Osellino e il Canal Salso, affluenti minori come il Rio Cimetto e il Brigonzo hanno definito il paesaggio del territorio mestrino prima ancora che esistesse una città degna di quel nome.

Il sistema idrografico di Mestre appartiene al bacino scolante della laguna di Venezia. Tutte le acque che scendono dall'entroterra trevigiano e attraversano il territorio mestrino confluiscono, alla fine del loro percorso, nella laguna nord o in quella di Venezia. Questo fatto fisico, di per sé banale, ha generato nei secoli una serie di conflitti, interventi tecnici, contenziosi legali e calamità che hanno segnato la storia della città quanto le guerre e le epidemie.

Il Marzenego: il fiume fondatore

Il Marzenego è il corso d'acqua più strettamente legato alla nascita e allo sviluppo di Mestre, al punto da darle il nome per secoli prima che accadesse il contrario: nel Medioevo era infatti chiamato flumen de Mestre o flumen Mestre, come attestano documenti dal 1151 al 1298. Dentro il borgo murato il fiume si divideva in due rami, il settentrionale detto delle Beccarie e il meridionale delle Muneghe, chiamato anche Musone: una storia raccontata per esteso nell'articolo dedicato al fiume. Le carte idrografiche di inizio Settecento, come quella di Antonio Vestri conservata all'Archivio di Stato di Venezia (ASVe, Savi ed esecutori alle acque, Diversi, rot. 28, dis. 109), mostrano il fiume al centro del sistema fluviale convergente sulla laguna, contornato da fasce di prati stabili e aree di esondazione. Nella mappa, il Marzenego scorre con i suoi affluenti, tra cui il Rio Cimetto, parallelo alla strada Castellana da Trivignano e Zelarino fino al centro di Mestre, di cui è letteralmente parte generatrice.

Il fiume nasce nell'alta pianura trevigiana e raggiunge il territorio mestrino con un tracciato a meandri, scorrendo attraverso le frazioni di Zelarino e Carpenedo prima di raggiungere il cuore urbano. Il tratto che attraversava il centro storico è stato in buona parte tombato nel corso del Novecento. La copertura cominciò dal Ramo delle Muneghe: secondo Roberto Stevanato fu tombinato in tre fasi, dal 1910 al 1925, dalla Riviera XX Settembre fino all'attuale Coin. Il piano regolatore del 1934 prevedeva di coprire il fiume anche lungo la Riviera XX Settembre, e i lavori si fecero fra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta, quando il valore economico del suolo urbano prevalse sulla logica idraulica e il letto del fiume sparì sotto marciapiedi e strade. Fino alla metà del Novecento scorreva a cielo aperto anche il canaletto di San Girolamo, nella via che porta il nome della chiesa. Il braccio visibile del Marzenego lungo Riviera Magellano era già, negli anni del dopoguerra, un corso d'acqua limpido in cui gli operai scendevano con gli stivaloni a tagliare le erbe cresciute sul fondo, trasportate poi dalla corrente verso la laguna.

Negli anni più recenti il Comune di Venezia ha avviato la riapertura parziale del fiume in corrispondenza di via Poerio e della Galleria Toniolo, restituendo al centro di Mestre un affaccio sull'acqua che aveva perso da decenni. Il risultato, apprezzabile nell'intenzione urbanistica, non è privo di criticità: la qualità delle acque del tratto recuperato rimane lontana dalla limpidezza che il fiume aveva prima dell'urbanizzazione intensiva del secondo dopoguerra.

L'Osellino: il canale di scarico della laguna

Il rapporto tra il Marzenego e la laguna non è diretto. A monte di Mestre, il fiume veniva deviato nel canale Osellino, che ne raccoglieva le acque convogliandole verso la laguna in una direttrice più meridionale. Questo sistema, rimaneggiato profondamente dalla Repubblica Serenissima nel 1783-84, ha lasciato tracce importanti nel territorio sotto forma di paleoalvei, toponimi e anse fossili ancora leggibili nelle cartografie e nel paesaggio.

Il "Taglio Nuovo" dell'Osellino è l'opera idraulica più significativa realizzata nell'area mestrina: ideato e realizzato dall'ingegnere Tomaso Scalfuroto, il canale rettificato sostituì il tracciato originario del fiume, che scorreva con ampi meandri nell'area oggi compresa tra via Bissuola e il quartiere Pertini. Le anse fossili di quell'antico tracciato sono visibili ancora oggi nella morfologia del terreno, e hanno condizionato la formazione di alcuni singolari toponimi locali come Bissagola, Bissa e Bissuola.

Nell'area di Cavergnago, tra via Bissuola e il fiume Marzenego-Osellino, si trova uno dei siti di maggiore interesse storico e naturalistico dell'intero tracciato fluviale. Studi condotti da varie associazioni culturali hanno evidenziato la presenza di resti di una strada pavimentata in trachite e di reperti archeologici nel sito denominato villa Crusca in località Bissuola, tracce che rimandano al passaggio dell'antica via Consolare romana Annia. Nella stessa area è stato ipotizzato il sito dell'antico Porto di Cavergnago, attivo fino al XV secolo e documentato già in una concessione di diritti del 1101 con cui il vescovo di Treviso concedeva al doge Pietro Orseolo il diritto di costruire nel borgo e di godere dei dazi riscossi sul porto.

Lungo il corso dell'Osellino sono presenti tre impianti idrovori di interesse storico-culturale oltre che idraulico: San Giuliano, Campalto e Tessera. A essi si affiancano, nelle vicinanze del canale, due forti del Campo Trincerato di Mestre, Forte Manin e Forte Bazzera, testimonianza del ruolo strategico che il corso d'acqua ha avuto nelle vicende militari ottocentesche. In corrispondenza del primo sbocco in laguna si trovava un manufatto idraulico detto "Alle Rotte", composto da cinque porte vinciane per regolare il flusso in caso di alta marea, oggi in stato di degrado.

Il Canal Salso: il cordone ombelicale con Venezia

Il Canal Salso, denominato in passato "fossa" o "cava" Gradeniga, è il corso d'acqua che più di ogni altro ha determinato la forma urbana di Mestre così come la conosciamo. Realizzato nel 1362, il canale univa Mestre all'antica Marghera e a Venezia, e per secoli rappresentò la principale arteria commerciale che legava la città alla Repubblica.

Fu proprio attorno alla testata del Canal Salso che si sviluppò il nucleo commerciale più importante di Mestre, con la Piazza Barche, la Posta, la Dogana e gli edifici della famiglia Duodo. Lungo le sue rive sorgevano le abitazioni dei barcaioli, le fornaci, i magazzini delle merci. Forte Marghera fu costruito nel primo Ottocento a cavaliere del letto originario del Canal Salso, la cui via d'acqua fu deviata nei fossati esterni della fortezza.

Il destino del canale nel Novecento è emblematico della trasformazione urbana di Mestre. L'interramento di un tratto fu annunciato dal podestà Pietro Orsi già nel 1928. Il primo tratto, a partire dalla testata, fu interrato nel 1932-1933, insieme all'apertura di Corso del Popolo (allora viale Principe di Piemonte): l'ingegnere capo del Comune Eugenio Miozzi annunciava che «sulla testata del canal Salso verrà aperta una nuova piazza con giardini». Altri tratti furono coperti fra gli anni Cinquanta e Sessanta, «per far posto alle auto», e l'ultimo alle soglie del 1980, così che oggi la testata del canale si trova all'altezza degli insediamenti delle fornaci Da Re e della ex fabbrica Krüll, nel quartiere di Altobello, irriconoscibile rispetto a come appariva nelle vedute settecentesche.

Il Dese, lo Zero, il Brigonzo: il sistema settentrionale

Il territorio mestrino era attraversato da un sistema idrografico molto più complesso di quanto i soli Marzenego e Osellino lascino intendere. Il Dese, lo Zero, il Brigonzo e il Serva erano corsi d'acqua che scorrevano prevalentemente a nord e a nord-est dell'abitato, scendendo dall'entroterra trevigiano verso la laguna o verso il Sile. Il problema fondamentale era la loro interconnessione: come spiegava nel 1781 l'ingegnere Tomaso Scalfuroto al Magistrato alle Acque, le acque che scorrevano verso Treviso non fluendo nel Sile come la natura vorrebbe, tracimavano e scendevano verso Mestre ad unirsi con quelle degli alvei inferiori, ristagnando poi sui terreni fra Mestre e la Laguna perché bloccate dalle strozzature dell'Osellino.

Per gestire i singoli sistemi erano stati creati nel tempo quattro consorzi separati: uno per il Marzenego ed Osellino, uno per il Dese, uno per lo Zero e uno per il Brigonzo e il Serva. Scalfuroto riteneva che l'interdipendenza dei sistemi fosse talmente stretta da rendere necessario un unico consorzio con un'unica direzione e un unico piano di bonifica.

Il Cattastico redatto da Scalfuroto a partire dal 1748, una raccolta di circa sessanta mappe finemente colorate che coprivano l'intero territorio dell'antica podesteria di Mestre e parte di quella di Torcello, costituisce ancora oggi il documento cartografico più preciso e completo della situazione idrografica del territorio mestrino alla vigilia della caduta della Serenissima. Il Magistrato alle Acque lo descrive come una "mappa diligentissima che dimostra una superficie di campi 76.162 situati nei cinque territori di Treviso, Castel Franco, Noal, Mestre e Torcello, ed in cui descritti sono con somma esattezza tutti gli alvei dei fiumi ed influenti che vi scorrono".

Il Rio Cimetto: l'affluente dimenticato

Tra gli affluenti del Marzenego, il Rio Cimetto merita una menzione specifica per l'eccezionale valore paesaggistico che conserva ancora oggi. Nelle cartografie militari di inizio Ottocento, come la carta di Anton von Zach (1798-1805), il Marzenego scorre parallelo alla strada Castellana da Trivignano e Zelarino, con il Rio Cimetto come affluente lungo il percorso verso il centro di Mestre. La preziosa area dei meandri del Rio Cimetto, ancora in buona parte intatta nell'area a nord-ovest della città, è stata al centro di proposte di tutela e valorizzazione nell'ambito del progetto del Parco del Marzenego. Il Rio Cimetto è anche quel che resta del vecchio ramo del Muson che scendeva verso la laguna toccando Spinea e Chirignago, chiuso con i lavori del Taglio Nuovo del 1612 (vedi Il Bottenigo).

Il Consorzio del Terraglio e la grande bonifica settecentesca

Il governo delle acque non era mai stato semplice nel territorio mestrino. La posizione geografica della città, posta al centro di un sistema di fiumi che scendevano dall'entroterra e non trovavano uno sbocco regolare verso la laguna, produceva inondazioni ricorrenti, ristagni nei periodi di pioggia prolungata e problemi sanitari gravi per la popolazione. Le esalazioni putride che salivano dai fossi intasati, i marciumi accumulati lungo le rive, l'umidità penetrata nelle case diffondevano malattie e morie di animali con regolarità allarmante.

La situazione si fece insostenibile nella seconda metà del Settecento. Nel 1780 i medici mestrini si ribellarono, presentando al Magistrato alle Acque un memoriale firmato dal protomedico Nicolò Zoccolari. Le proteste coinvolsero anche i provveditori del Consiglio Civico e i rappresentanti del popolo, in una sollevazione che indusse il podestà di Treviso Girolamo Zorzi a confermare la giustezza delle rimostranze.

La risposta del Senato veneziano fu la costituzione, nel 1782, del Consorzio dei fiumi e delle acque del Terraglio, presieduto dal nobile Andrea Querini. I lavori impegnarono circa quindicimila operai alle dipendenze di impresari mestrini e portarono a risultati concreti: la palude che copriva l'area della Bissuola si asciugò, i danni primaverili causati dalle escrescenze dei fiumi furono in buona parte evitati, il fondo del Terraglio fu ripulito dal mulino di Marocco fino al ponte di Dese.

Il progetto non fu però portato a termine. La morte di Scalfuroto nel 1790 e di Querini nel 1795, e infine la caduta della Serenissima nel 1797 interruppero il grande cantiere. Quando il territorio passò sotto l'Austria, la situazione era di nuovo miseramente degradata: fiumi intasati, fossi ingorgati, pantano che soffocava i raccolti. Bisognò aspettare il Novecento inoltrato perché le bonifiche fossero riprese con i mezzi adeguati.

Il sistema idrografico oggi

Il paesaggio fluviale mestrino del XXI secolo è il risultato stratificato di tutti questi secoli di interventi, rimaneggiamenti e abbandoni. L'alveo dell'Osellino, nella sua sezione urbana, attraversa ambienti diversi: dal fiume urbano integrato nel tessuto residenziale, al fiume antropizzato che attraversa la campagna, fino al fiume naturaliforme che precede la foce nella laguna, con argini erbosi e canneti che offrono rifugio alla fauna acquatica tipica della gronda lagunare e degli habitat a salinità variabile.

Il progetto del Parco Fluviale del Marzenego, sostenuto da un'ampia petizione popolare e inserito nel Piano Comunale delle Acque dopo lo studio di prefattibilità del Comune di Venezia del 2014, punta a recuperare l'area dei meandri del Rio Cimetto fino alla fascia del Marzenego a Zelarino, con interventi di depurazione delle acque, ripristino dell'andamento a meandri, aree golenali, vegetazione igrofila e corridoi ecologici. La storia idrografica di Mestre è, in fondo, la storia di una tensione mai risolta tra la città che cresce e l'acqua che non smette di scorrere.

Galleria immagini

Crediti delle immagini: Canaletto: foto di Didier Descouens, pubblico dominio (Wikimedia Commons). Il Dese nella laguna: Didier Descouens, CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons). Le altre immagini: archivio Discovery Mestre.

Bibliografia e fonti

  • Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, Riqualificazione ambientale del basso corso del fiume Marzenego-Osellino, Progetto definitivo, Studio Altieri, settembre 2015.
  • Tomaso Scalfuroto, Cattastico di tutti li beni compresi nelle ville e communi delli territori di Mestre e Torcello, 1781-1784 (Archivio di Stato di Venezia).
  • Antonio Vestri, Carta idrografica del territorio convergente sulla laguna, inizio XVIII sec. (ASVe, Savi ed esecutori alle acque, Diversi, rot. 28, dis. 109).
  • Anton von Zach, Carta militare del Ducato di Venezia, 1798-1805 (Kriegsarchiv, Vienna).
  • Giorgio Sarto, Da Marzenego a Laguna, 1985-1986.
  • Associazioni Terra Antica, La Salsola, Associazione Naturalistica Sandonatese, Gruppo Valdemare, I valori dell'area Cavergnago, paleoalveo del Marzenego (contributo al Contratto di Fiume Marzenego).
  • Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni.
  • R. Stevanato, Mestre città d'acqua, 2015.
  • M. G. Lazzarin, G. Sarto, M. Tonello, «Un contratto e un sito per il Marzenego», in VeDo, n. 11, Comune di Venezia.
  • Mestre Archeologica. Tracce di identità dal sottosuolo, Comune di Venezia, Regione del Veneto, Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto (p. 45).
  • P. Orsi, «Relazione al bilancio preventivo del 1928», in Rivista mensile della città di Venezia, a. VII, aprile 1928 (p. 129).
  • S. Barizza, «Mestre, la città del Novecento», in Storia di Venezia. L'Ottocento e il Novecento, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002.

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