Mestre medioevale 14 Gennaio 2026

Storia del prestito ebraico fra Mestre e Venezia (cenni)

Storia della presenza ebraica a Mestre | Discovery Mestre Storia della presenza ebraica a Mestre Il prestito di denaro e la funzione dei banchi Testimonianza da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino “è perch’egli mancavano dieci mil ducati, andò a un Giudeo a Mestri, e accattogli con questi patti e condizioni, ec.” Da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino del 1378, citato da Francesco Scipione Fapanni. I banchi di prestito a Mestre Nel 1254 il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia proibì l’attività di usura all’interno della città di Venezia da parte dei suoi cittadini, spingendo i foresti, persone da fuori, ad avviare tale attività a Mestre. All’inizio i prestatori di denaro erano per lo più toscani provenienti da Firenze ed avevano una pessima reputazione fra i clienti e le autorità. Secondo il professor Reinhold C. Mueller, docente di Storia Medioevale presso l’università Ca’ Foscari, durante il periodo che va dal 1301 al 1370 non vi è menzione circa prestatori di denaro ebrei siti a Mestre. L’avvento della terza Guerra con Genova, (1350 – 1355), fu il motivo che spinse la Serenissima a cambiare idea e a permettere che il prestito manifesto all’interno del suo territorio tornasse ad essere lecito. I tassi di interesse che i vari banchi potevano attuare dovevano essere approvati dal governo e si rivelarono altissimi. Il governo della Serenissima definì un range di interesse che andava dal 25 al 40% nella città lagunare, mentre nell’entroterra il tasso risultava molto più basso e andava dal 10 al 12%. Mueller ricorda due episodi che coinvolsero i prestatori toscani. Nel 1363 alla famiglia toscana Lisca era proibito l’attività di prestito a Mestre e nei dintorni. Mentre nel 1365 il Governatore del monastero veneziano dei Cavalieri Teutonici Johannes Roliger portò a Mestre in pegno al feneratore fiorentino Bartolo gli arredi sacri e altri beni del monastero stesso, svuotandolo di molti beni e generando grave scandalo. In un documento del 1366 prodotto dal Maggior Consiglio veniva chiesto al Podestà di Mestre di negoziare con i prestatori presenti nel borgo una somma di 40.500 ducati d’oro. Questo, secondo Mueller, viene spesso indicato come il primo documento che riporti la presenza di prestatori ebrei a Mestre. Tale somma doveva essere restituita al tasso di interesse del 20 – 25%. Secondo il sito Italia Judaica, Venezia, superando la propria riluttanza, si accordò con i prestatori ebrei mestrini per l’apertura di tre banchi, esigendo un canone che ammontava di 4.000 ducati annui, elevato, poi, gradatamente, a 8.000. L’interesse che era loro concesso di attuare sui sodi prestati fu inizialmente fissato al 4%, per poi essere alzato all’8% e al 10%, rispettivamente su pegno e senza pegno. Il governo veneziano stabilì, inoltre, che, in cambio di adeguate garanzie, i banchi non potevano rifiutare a nessun richiedente un prestito, per l’ammontare massimo di 30 ducati. Si deve tenere presente che il prestito per gli ebrei era uno dei pochi modi che possedevano per reinvestire i propri capitali in quanto non era permesso loro l’acquisto di una dimora e spesso neppure di risiedere a livello ufficiale nelle città. Inoltre l’interpretazione di alcuni versi della Bibbia, ad esempio il Deutoronomio 23:20-21, mettevano in cattiva luce qualsiasi persona che intraprendesse tale attività. Si pensi alle prediche di Sant’Antonio da Padova e di altri Santi cristiani che indicavano nei possessori dei banchi dei grandi peccatori. Anche se all’epoca a Padova svolgevano tale lavoro per lo più cristiani come gli Scrovegni. (Quando nel 1337 Mestre passò sotto il dominio veneziano gli ebrei rimasero in città e continuarono la loro attività di prestito presso i tre banchi a cui era concesso dalla Serenissima di operare. Ovviamente gli ebrei presenti a Mestre non svolgevano esclusivamente l’attività di “bancari”, alcuni di loro si specializzarono nella pelletteria, alcuni divennero scrivani, altri medici.) Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Sito Italia Judaica Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre medioevale 14 Gennaio 2026

La presenza ebraica a Mestre (cenni)

La comunità ebraica di Mestre Sinagoga, ostello, scuola e libri nel borgo medievale Gli ebrei veneziani nelle parole di Marin Sanudo «Qui, (Mestre), sta molti zudei et à una bella sinagoga; et quivi se inpegna, (prestano denaro in pegno), perché i venitiani non vol hebrei stagi a Veniexia»Itinerario per la Terraferma, 1483 Le origini della presenza ebraica La presenza ebraica nel territorio veneto è documentata già nel IV secolo d.C., nelle iscrizioni del cosiddetto «sepolcreto dei militi» scoperto nel 1872 a Concordia Sagittaria, anteriori al decreto di Onorio del 418 che escludeva gli ebrei dalle milizie imperiali. Mestre, in ebraico מסטרה, entrò nella storia ebraica nel 1298, quando il Senato veneziano nominò cinque Savi per consultarsi sui rimedi contro le usure e in quella sede la colonia ebraica fu relegata in terraferma fuori dal Dogado. Il nome della città, secondo il Gallicciolli, potrebbe discendere dalla romana famiglia Mestria. Sotto la dominazione trevigiana prima e scaligera poi, Mestre fu per gli ebrei un antico nido d’insediamento. Con la conclusione della guerra veneto-scaligera, nel 1339, Treviso e con essa Mestre passarono sotto Venezia, andando a costituire il primo nucleo dello Stato di Terraferma: la conquista del castello mestrino da parte di Andrea Morosini, il 29 settembre 1337, ne era stata l’anticipazione militare. Si aprì allora quella politica ambigua, alternata tra bandi e allettamenti, che avrebbe caratterizzato i due secoli successivi di presenza ebraica in città. Dei meccanismi economici del prestito – condotte, tassi, pegni, aste – ci siamo occupati nell’articolo dedicato ai feneratori ebrei fra Mestre e Venezia. Qui il filo è un altro: la comunità. Chi erano queste persone, dove abitavano, dove pregavano, cosa leggevano e cosa scrivevano. Le prime condotte: Bert da Norimberga e Moise di Francia Nel 1373 il Senato concesse una «condotta» quinquennale agli ebrei, con l’obbligo di prestare ai poveri, prorogata al 1386. Il prestito del denaro avveniva su pegno, per lo più di arredi sacri, immagini e paramenti, poi venduti all’incanto se non riscattati. Un decreto del 24 settembre 1389 proibì loro questi negozi. Il primo banco ebraico mestrino di cui conosciamo il titolare fu quello di Bert, o Roberth, da Norimberga, figlio di quella Sarra vedova di Josef che nel 1391 troviamo ancora a Venezia. Poco dopo, e quasi certamente nel 1393, un secondo prestatore ottenne il benestare del podestà per aprire il proprio banco accanto a quello di Bert: Moise, detto «di Francia». Non era soltanto un finanziere. Le fonti lo definiscono magister in pagina ebrea, cioè maestro della Legge, un rabbino; e a Venezia, in contrada di Santa Sofia, aveva già preso in affitto nel 1390 un grande edificio con accesso alla riva per abitarvi con la famiglia e con altri ebrei, offrendo servizi alberghieri ai viandanti e camere a chi soggiornasse più a lungo. Il professor Reinhold Christopher Mueller ha studiato per primo il capitolato della condotta stipulata fra il Podestà di Mestre, il consiglio cittadino e questo Moise. Il documento, giunto a noi mutilo della parte iniziale e privo di data, è l’unico del genere finora reperito per Mestre, e vale la pena leggerlo con attenzione: vi si stabilisce che l’ebreo doveva essere trattato come un cittadino pari agli altri (tractetum pro cive), con facoltà di acquistare i beni che gli servivano, compresa la carne kasher. Vi si legge poi la richiesta di due terreni, uno per allestire una sinagoga a proprie spese, l’altro per seppellire i propri morti; il diritto di esclusiva sul prestito, salvo il già presente Bert; un tetto d’interesse del 15% sui prestiti su pegno; e infine la facoltà di gestire un ospizio dove ricevere ospiti, gratuitamente o a pagamento. Mueller osserva che la mancanza, allora, di una sinagoga e di un cimitero già esistenti non depone a favore di un insediamento ebraico mestrino precedente di qualche consistenza. Il 30 dicembre 1393, alla presenza del podestà Nicolò Grimani, Moise firmava un contratto d’affitto per una casa murata con corte, a 24 ducati l’anno, affacciata sulla strada che portava alla porta del Terraglio, e dunque verso nord, in direzione del Trevigiano; per renderla abitabile occorreva consolidare le pareti esterne e ripristinare il pozzo, spese già comprese nel prezzo. Come ha ricostruito Renata Segre, quella casa era destinata ad accogliere gli ebrei di passaggio per Mestre e a metter loro a disposizione la sinagoga di casa sua, per la quale Moise era già titolare di apposita licenza. In un solo edificio convivevano così locanda, ostello, centro comunitario e luogo di culto. I luoghi della comunità: sinagoga, ostello, abitazioni La vita della comunità ebraica a Mestre si svolgeva principalmente nell’area di «Cale de Mezo», corrispondente circa alla odierna Calle del Gambero e via Daniele Manin, che collegava via Palazzo con l’area attigua a Torre Belfredo, interna al Castelnuovo. È probabile che alcuni ebrei vivessero proprio qui, oltre che nel Borgo di Santa Maria. La sinagoga era ricavata all’interno di una casa presa in affitto dalla famiglia Tron. Marin Sanudo il Giovane la descrive come «bella» nell’Itinerario per la Terraferma del 1483. Luca, Marco e Marietta Tron riferiscono di aver pagato l’affitto di 50 ducati per tale casa. Renata Segre nel suo «Preludio al Ghetto di Venezia» afferma invece che la sinagoga era sita di fronte al Palazzo del Podestà e data in affitto alla cifra di 20 ducati, il che la colloca quasi al centro del Castelnuovo, vicino alla Provvederia. Un testamento del 1399 ricorda inoltre una «chaxa granda» di Mestre abitata dagli ebrei che prestavano su pegno: probabilmente quella in cui Bert da Norimberga abitava e teneva banco. Apparteneva alla vedova padovana del mestrino ser Marco Bonino, che ne fece donazione al proprio esecutore testamentario, il patrizio Zorzi Bragadin. Le fonti non permettono di collocarla sulla mappa, e restano vaghe anche sul luogo di lavoro: talvolta il banchiere operava in casa, talaltra sotto la loggia del Comune, se non addirittura in piazza. Molto più preciso è invece il quadro che emerge dai registri contabili della Scuola dei Battuti, proprietaria già nel Trecento di molti immobili attorno al castello e lungo la calle de Mezzo, che divennero il vero centro vitale dell’ebraismo mestrino. Il primo inquilino ebreo di cui conosciamo il nome fu ‘maestro’ Salomone di Samuele di Sansone, medico, ebreo di Spagna: dal 1416 affittava, accanto all’ospizio della Chiave, una casa alta murata su due piani, dove per tre lustri tenne il banco insieme al figlio Aron e al loro fattore Mayer, fino alla disdetta del 1430. Poco dopo compare Anselmo, figlio di Mandolino, che prese un edificio con corte e orto sul retro, adiacente all’albergo dell’Angelo, spendendo somme notevoli in migliorie: un «necessario», alcune finestre, la selciatura della cucina e della camera. Attorno al suo banco e alla sua casa – insieme locanda, ostello e centro comunitario – si andò formando un vero e proprio agglomerato ebraico, a due passi dai due alberghi per viandanti cristiani. Come documentano i professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, nell’area circostante la Torre delle Zigogne si concentravano alcune delle funzioni più vitali della Mestre medievale: la macelleria pubblica, le abitazioni della comunità ebraica documentate nel Quattro e Cinquecento, la scuola di San Marco nell’edificio contiguo alla torre nel 1465–79. Un nodo di vita civile e commerciale in cui la comunità ebraica era parte integrante, non marginale. A conferma, il gruppo di studio coordinato da Wladimiro Dorigo individuò negli anni Novanta del Quattrocento, proprio nelle vicinanze della torre, la casa abitata dagli ebrei che tenevano il «bancho novo»; Mueller avverte però che in quello studio gli usurai toscani di epoca precedente vengono scambiati per ebrei, e la notizia va quindi maneggiata con prudenza. Fra Mestre e Venezia: una comunità divisa da tre ore di voga Per più di un secolo la sinagoga, di rito tedesco, fu a Mestre e non a Venezia, dove pure abitavano molti ebrei. In laguna era permesso riunirsi soltanto per la recita dei Salmi, in gruppi non superiori alle dieci persone: una delibera del Collegio del 1464 insisteva che non vi si potessero tenere servizi sinagogali completi. Perfino la circoncisione poteva essere praticata solo a Mestre, fino al 1483, quando il divieto cadde con una motivazione tutta pratica: portare un neonato a Mestre d’inverno lo esponeva a un grave rischio. La comunità mestrina aveva un proprio cimitero, ma è oggi impossibile stabilire quanto spesso si usasse invece quello veneziano del Lido, inaugurato nel 1386, dove restano otto lapidi quattrocentesche, due delle quali della famiglia Rapp. La condotta del 1503 riconosceva del resto agli ebrei mestrini il diritto di pregare a Venezia e di celebrarvi le orazioni funebri per seppellire i morti al Lido. Il movimento fra le due sponde era continuo. I banchieri mestrini avevano così spesso ragioni fiscali e finanziarie per presentarsi di persona a Venezia che vi tenevano case in affitto a mo’ di alloggi per ebrei; la condotta concedeva loro fino a venti giorni l’anno di soggiorno, e almeno un rappresentante per ciascuno dei tre banchi doveva seguire a Rialto le aste pubbliche dei pegni non riscattati. Il traghetto per Mestre partiva da un’area di Rialto in prossimità dell’attuale campo delle Beccherie, e il viaggio, secondo le stime, richiedeva al massimo tre ore di remi. Chi arrivava a Venezia doveva portare il segno distintivo giallo, obbligo che poteva essere sospeso solo in casi eccezionali: nel 1491 il futuro imperatore Massimiliano chiese e ottenne che ne fosse esonerato il proprio agente commerciale ebreo, cui il Consiglio dei Dieci concesse perfino il porto d’armi entro i domini veneti. Nell’altro senso, per le feste principali gli ebrei residenti a Venezia dovevano recarsi a Mestre, dove trovavano accoglienza presso parenti o negli ospizi appositi. Era anche il modo per aggirare il limite dei soggiorni: bastava intervallarli con qualche giorno nell’ostello mestrino e ripartire. Libri, medici e rabbini: Mestre centro di cultura ashkenazita È l’aspetto più dimenticato di questa storia, e forse il più sorprendente: Mestre fu un centro di produzione e diffusione della cultura ashkenazita, con botteghe di copisti che lavoravano in ebraico e in yiddish. Un Mahzor, il libro di preghiere per le feste, fu firmato a Mestre nel 1449 da Joel ben Simon, copista noto anche come Joel «da Bonn». Nel 1467 il rabbino Chaim Rapp, della famiglia originaria di Norimberga, copiò o fece copiare in città una raccolta di testi giuridici del XIII secolo. Ma il pezzo più notevole è un altro. Nel 1474 fu copiato a Mestre, nella casa di Moshé ben Seligman Ulma, il più antico manoscritto yiddish datato di origine italiana: un libro di medicamenti destinato a chi medico non era, con circa 260 ricette fra mediche, cosmetiche e d’altro genere, filtri d’amore compresi. Il codice, ancora poco studiato, si trova oggi nella biblioteca regionale del Baden-Württemberg a Stoccarda. Il copista non si è firmato, ma Mueller avanza un’ipotesi affascinante: potrebbe trattarsi di quell’«Amadio zudio, scritor» che i libri contabili dell’Ospedale dei Battuti registrano come affittuario di una casa fra il 1471 e il 1485. Un secondo manoscritto simile, del 1508, fu prodotto verosimilmente ancora a Mestre, alla vigilia dell’invasione della Lega di Cambrai. A Mestre viveva inoltre il giurista Yoseph Colon – il Maharik, una delle massime autorità halakhiche del Quattrocento europeo – quando fu chiamato a presiedere, nel 1468-1469, la riunione di tutti i rabbini ashkenaziti dell’alta Italia a Piove di Sacco. L’anno prima era a Mestre per dirimere una lite fra il banchiere mestrino Frizel Rapp e lo stampatore Meshullam Cusi, che nel 1475 avrebbe stampato il primo libro in ebraico. E a Mestre soggiornò a lungo Menahem Oldendorf, autore, poeta e copista nato a Francoforte sul Meno nel 1450: nel 1504 vi copiò un’omelia sui pensieri della morte acclusa a un libricino di precetti in versi per donne, e nel maggio dello stesso anno vi scrisse alcune Selihot per una donna di nome Haennelein, probabilmente una promessa sposa. Nel 1500, infine, Iacob Levitico faceva copiare a Mestre un libro di preghiere per la sua sposa Ester, figlia di un banchiere padovano: quasi certamente un dono di nozze. L’apice della comunità mestrina (XIV-XV secolo) Nel febbraio 1397 i residenti nella laguna…

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Mestre medioevale 14 Gennaio 2026

La letteratura ebraica a Mestre 

La letteratura ebraica a Mestre | Discovery Mestre La letteratura ebraica a Mestre Come Mestre divenne un centro culturale ebraico Religione e testi sacri ebraici a Mestre Come visto la comunità ebraica a Mestre, fra il XIV e il XVI secolo, era una comunità strutturata con un edificio religioso, aveva adibito una casa dei Tron sito nella Calle de Mezo a Sinagoga, una scuola, yeshiva, ed un Rabbino che officiava le funzioni. Oltre a un capo della comunità noto come parnàs. Una struttura che era presente a Mestre ma a cui faceva riferimento anche Venezia in quanto gli ebrei si spostavano spesso da una parte all’altra della Laguna in base agli umori delle autorità politiche e religiose. La comunità ebraica mestrina era composta da ebrei aschenaziti, che in ebraico medioevale voleva dire germanico, cioè provenienti per lo più dalla Germania e dall’Europa dell’Est. Molti di questi ebrei intraprendevano spesso viaggi fra la Germania e il Dominio della Serenissima sia per svolgere affari sia perché essendo originari della Germania avevano parte della propria famiglia nelle città del Sacro Romano Impero. In quel periodo Mestre divenne sede culturale della comunità ebraica e vide la pubblicazione e la conservazione di libri sia in lingua Yiddish che in ebraico. Fra i testi pubblicati nel “borgo fortilizio” di Mestre, come veniva chiamato da Venezia, possiamo citare l’edizione ad opera di Yosef di Mosheh del “Leket Yosher”, di Joseph Ben Moses, (1470), un testo che conteneva leggi ebraiche ed episodi di vita del suo Maestro il Rabbino Israel Isserlein. Hayyim Israel Rapa, che ospitava nella propria dimora Yosef, nel 1467 pubblicò il Codice Mantova VIII e fu possessore del Codice Livorno II. Il Rapa, (cognome che a volte viene scritto come Rapp o Rap nel caso di altri mestrini e veneziani ebrei di adozione), era stato cacciato da Mainz (Magonza) nel 1462. I Rapp erano una delle famiglie ebree più importanti che operavano nel nord Italia in vari ambiti, dal campo economico, prestiti, al campo della cultura e religioso. Vissero a Mestre in quegli anni molti grandi studiosi ebrei come il Rabbino e parnàs Meshullam Cusi che arrivò a Mestre nel 1463 e vi soggiornò fino al 1468. Meshullam fu un grande mercante e uomo di cultura che aprì a Piove di Sacco una importante stamperia in cui fu riprodotto il “Arba’ah Turim” di Yaakov Ben Asher, ebreo Askenazita che visse in Spagna. Qui morì nel 1474. Fu deputato alla raccolta di fondi per gli ebrei di Palestina. Il grande studioso ebreo Joseph Colon visse a Mestre nello stesso periodo del Cusi e fu per un breve periodo Rabbino del Borgo. Ebbe l’arduo compito di cercare di mettere pace tra il Cusi e il nuovo parnàs di Mestre Zusman. Il Colon si trasferì a Mantova, alla fine degli anni Sessanta. Sempre a Mestre nel XV secolo vennero stampate le opere dello studioso, poeta e scrittore Menahem Oldendorf, (Mandolino) “Frauen – bikhlen”, un testo di precetti religiosi per le donne aschenazite, all’interno di cui vi era l’omelia “Pensieri sulla Morte”, e il Selihot, un testo di preghiere in preparazione per la festa di Rosh haShanah, il capodanno civile ebraico. Renata Segre racconta la storia di Bonaventura da Ulma, cioè originario della città tedesca di Ulma, che risiedette e lavorò fra Mestre e Venezia e che oltre a svolgere l’attività di feneratore, prestatore con tasso di interesse, fu anche mecenate e collezionista di libri scritti in yiddish, una lingua di matrice germanica usata dagli askenaziti. Bonaventura ebbe tre figli che continuarono l’attività di prestatori ma che alla morte del padre non rivendicarono l’intera eredità compresi i libri presenti nella sua biblioteca. Testi preziosi fra cui alcuni antichi codici in yiddish molto rari che, forse a causa di ciò, andarono perduti. Sempre a Mestre lo scriba Seligman da Norinberga nel 1474 trascrisse le 1274 ricette mediche a base di erbe medicinali che facevano parte del testo in yiddish Sefer refues. Seligman fu anche rabbino della sinagoga di rito tedesco e parnàs con l’appellativo di Susman. Per ultimo, non per importanza, fra i notabili ebrei che operarono fra Mestre e Venezia va ricordato il filosofo e grande letterato Aron del fu Jacob che operava, come gli altri ebrei, fra Venezia e Mestre e che era considerato un uomo di grande cultura. La sua cultura fu riconosciuta persino dal Sanudo che nei suoi Diarii, gli dedicò un epitaffio dopo che venne assassinato brutalmente: “In questo zorno, 12 settembre 1503, fo amazato, da chi non si sa, di zorno, verso Santo Stephano, Aron zudio gran filosofo, el qual non credeva in niuna fede et perché era homo degno, qui ne ho fato memoria”. Galleria Immagini Una copia del Sefer refues nella biblioteca della Columbia University. Questo testo fu trascritto dal parnàs Seligman a Mestre Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre medioevale 14 Gennaio 2026

Mestre la Trevigiana (cenni)

Mestre sotto i Collalto | Discovery Mestre Mestre sotto i Collalto Dagli Ezzelini agli Scaligeri fino alla conquista veneziana I Collalto signori di Treviso I Collalto sono una famiglia di origine longobarda, ancora esistente, che si stabilì nel territorio veneto, nella provincia di Treviso, probabilmente già prima dell’arrivo di Carlo Magno in Italia. Il primo membro della famiglia Collalto citato in un documento ufficiale è Rambaldo I. Il documento è del 25 ottobre 958 (o 959) e in esso il re d’Italia Berengario II e suo figlio Adalberto emisero un diploma con il quale gli donavano, probabilmente ex novo, la curia di Lovadina, con tutte le sue pertinenze, e il vicino bosco del Montello. Mentre in questo documento Rambaldo era denominato “dilecto fideli nostro”, in un successivo documento del 971 venne nominato “Comes Comitato Tarvisianense”. Da qui il titolo di Conte. La donazione di Ottone III e i Conti di Collalto Per iniziare a sviluppare la storia di Mestre serve fare una premessa: il toponimo Mestre appare per la prima volta nel 994 quando Ottone III, che di lì a due anni sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero, dona attraverso un Diploma di investitura Mestre ed altri territori al fido condottiero Rambaldo. Si trattava di un riconoscimento indubbiamente importante poiché ai fedeli vassalli vengono intestati la foresta del Montello, proprietà a Treviso e 24 “mansi” (grandi estensioni di terreno coltivabile) tra cui uno “inter Mester et Paureliano et Brentulo” ovvero tra Mestre e l’attuale Gazzera (Parlan e Brendole). Va detto che il territorio che accoglieva Mestre venne concesso al Vescovo di Treviso da Berengario I del Friuli nel 905. In questo periodo Treviso apparteneva alla Marca del Friuli. La Bolla Justis Fratrum di Papa Eugenio III Altro documento importante che attribuiva al Vescovo di Treviso la podestà su Treviso e quindi su Mestre fu la bolla pontificia Justis fratrum del 1152 con cui papa Eugenio III riconosceva al vescovo Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo. Borgo che secondo quanto scrive Gaetano Moroni fu riconosciuto nel 1166. Al Vescovo Bonifacio nel 1152 papa Eugenio III spedì l’amplissima bolla Justis fratrum, di conferma delle prerogative della Chiesa di Treviso, sottoscritta dal Papa e da 11 cardinali (vedasi “Italia Sacra” dell’Ughelli), prendendo sotto protezione la Cattedrale di San Pietro. Blancone del 1153: papa Anastasio IV confermò la Bolla dell’antecedente Papa Eugenio III, e l’Imperatore Federico I gli concesse un privilegio. A questo principe fu familiarissimo il Vescovo Uldarico o Oldorico, e nel 1157 gli spedì un privilegio con diverse concessioni, omnem Teloneum de Castro Montis Bellunae (riprodotto dall’Ughelli). Nel 1166 concesse l’investitura di un suburbio di Mestre. La realizzazione del Castelvecchio viene attribuita alla volontà dei signori locali di proteggere il Porto di Cavergnago, approdo molto importante per le merci provenienti da Venezia. Il Castelvecchio era posto al centro di tre importanti strade dell’epoca: il vecchio Terraglio (strada verso Treviso), che iniziava lì dove oggi si trova Via Castelvecchio; Via Castellana, strada verso Castelfranco; e la Padovana, odierna Miranese, a proteggere l’ingresso e l’uscita dalle Terre di Mestre di uomini e merci. In tale bolla fu concesso l’uso del Porto di Cavergnago anche a Venezia, la quale possedeva in questa area depositi per le proprie merci e attracchi. Treviso e Mestre passano di mano: gli Ezzelini Nell’arco della sua storia il primo castello di Mestre fu soggetto a diversi attacchi che ne minarono anche la struttura. Le molte signorie che si contendevano il Veneto e in particolar modo la terraferma veneziana si trovarono spesso nell’intento di impossessarsi di questa importante fortezza. Nell’ambito di una guerra fratricida fra Ezzelino da Romano e il fratello Alberico, il primo attaccò il castello di Mestre nel 1237 devastandolo e riuscendo poi a occuparlo fra il 1245 e il 1250. Preso atto della sconfitta, il Vescovo di Treviso Adalberto III Ricco fu così costretto a cedere i territori di Mestre ad Alberico nel 1257, già Podestà di Treviso dal 1240. Fu un periodo molto travagliato per il Veneto, quello in cui le signorie locali cambiavano spesso e di conseguenza anche i Signori del Castello di Mestre. Venezia non aveva ancora mostrato interesse per la terraferma, per cui fino a quel momento erano altri a contendersi quel territorio. Il XIV secolo dagli Scaligeri ai Veneziani Nel XIV secolo gli Scaligeri erano la nuova signoria dominante del Veneto, arrivando nel 1336 alla loro massima espansione territoriale. Tale espansione non poteva certo non prevedere la conquista del territorio trevigano: fu Cangrande della Scala a provare per primo la conquista del castello mestrino nel 1317, ma senza successo. Fu solo nel 1323 che Treviso passò alla signoria veronese e di conseguenza anche Mestre. Il 14 luglio 1336 fu fondata la Lega antiscaligera dalla Repubblica di Venezia e dalla Repubblica di Firenze per fermare l’avanzata della signoria veronese. L’episodio che destò preoccupazione nei veneziani fu il tentativo di realizzare un castello, o forse una fortificazione, presso Chioggia da parte degli Scaligeri, denominato il Castello delle Saline. La Lega antiscaligera coinvolse anche i Visconti, gli Estensi, i Gonzaga, Carlo di Boemia e Giovanni di Carinzia. Ma come fecero i veneziani a conquistare il Castello mestrino? Con uno stratagemma e senza versare una goccia di sangue. Il 29 settembre 1337 il comandante Andrea Morosini corruppe con 10.000 fiorini i 400 mercenari tedeschi posti a difesa del castello dagli Scaligeri. Questi, una volta traditi i vecchi padroni, uccisero il Capitano del castello e lo consegnarono a Venezia il 24 gennaio 1339. Successivamente Mastino della Scala chiese e ottenne la pace con un trattato firmato a Venezia. Alla Serenissima andò tutto il territorio che allora corrispondeva a Treviso. Nel 1339 il doge Francesco Dandolo ripartì il territorio trevigiano in quattro podesterie, fra cui quella di Mestre. Venezia pose Mestre soggetta alla Rettoria di Treviso. Il primo Podestà della città pare essere stato Francesco Bon. Il podestà e capitano di Mestre aveva una carica inferiore rispetto al Rettore di Treviso, da cui il borgo dipendeva. Galleria Immagini Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana è posto sul Municipio — la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Stemma Araldico della Famiglia Collalto presso il Castello di San Salvatore Il Diploma di Ottone III che concede al Conte Rambaldo II il suo “nuovo” feudo del 994 La Podesteria di Mestre nel XVI secolo (Edizioni Benetton Studi e ricerche di Maria Grazia Biscaro) Il Castello di San Salvatore Palazzo del Castello di San Salvatore Bibliografia Moroni, Gaetano. Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni. Ughelli, Ferdinando. Italia Sacra. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre medioevale 14 Gennaio 2026

Il primo porto di Mestre: Cavergnago

Il Porto di Cavergnago | Discovery Mestre Il Porto di Cavergnago Il primo porto di Mestre Il «Flumen de Mestre» e il centro economico mestrino «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di Canale di San Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» (Luigi Brunello, Mestre – Il porto, il castello, 1971) Bonaventura Barcella, nella sua opera Notizie storiche del Castello di Mestre, descrive come Treviso e Venezia avessero creato una rete di porti finalizzata al controllo dei traffici di merci. Questi scali erano collocati sia all’interno della laguna di Venezia sia lungo i fiumi che vi confluivano. Si trattava di approdi intermodali, dove le merci venivano trasbordate dalle barche alle carrozze o ad altre imbarcazioni per proseguire il viaggio. Poiché Treviso e Venezia erano governate da entità politiche distinte, il transito delle merci era soggetto al pagamento di una muda, una tassa riscossa dal mudaro incaricato. Il Porto di Cavergnago si sviluppò sotto la signoria trevisana, in quanto il territorio mestrino apparteneva al distretto di Treviso. Esso rivestì un ruolo fondamentale per l’economia locale, poiché si affacciava direttamente sulla laguna di Venezia, consentendo un collegamento agevole con la Via Annia e con le principali vie di terra dell’epoca: la Trevisana (l’antico Terraglio), la Padovana (lungo la Riviera del Brenta) e la Castellana. Secondo la tradizione storiografica locale, un tempo il Marzenego, noto anche come Flumen de Mestre, aveva un alveo (o un ramo) che si prolungava verso l’area dell’attuale Canale di Cannaregio. La navigazione verso Venezia rimase possibile anche dopo le trasformazioni della laguna, con la foce del fiume situata nelle vicinanze di Campalto. Si ipotizza inoltre che il Castelvecchio fosse stato eretto anche per difendere le vie di accesso provenienti dall’entroterra, attraverso queste principali arterie, verso il Porto di Cavergnago. La localizzazione e i traffici (IX–XIV secolo) Il Porto di Cavergnago cominciò probabilmente a essere frequentato fin dal IX secolo: il nome «Caverniacus» compare già in documenti dell’epoca di Ottone III. A tanti secoli di distanza dalla sua scomparsa è impossibile individuarne l’esatta ubicazione puntuale, ma come tutti gli scali commerciali non lo si può pensare concentrato in una determinata località: si sviluppava lungo le rive del Marzenego nella zona compresa in un rettangolo i cui lati approssimativamente potevano essere da una parte le attuali Via Colombo e Via Triestina, dall’altra Via Marghera e Via Bissuola. Ormai nelle recenti mappe e anche in quelle più antiche non è possibile individuare niente: non c’è che il nome alla sinistra del Marzenego, lo stesso nome che con dicitura inesatta è stato dato alla strada che collega Bissuola alla Statale Triestina: Cavergnaghi. Per molto tempo, dal IX secolo e forse anche prima, fino oltre il 1362, a questa località e a questo porto venne convogliato quasi tutto il traffico commerciale diretto da Venezia alla Terraferma, e qui si davano convegno i mercanti delle città della pianura padana e dei paesi d’oltralpe. Il Filiasi nelle Memorie storiche dei Veneti primi e secondi lo descrive come un luogo dove «fondachi e magazzini e grande negozio facevano co’ Trevigiani ed altri popoli del continente», con le «Cavane» dove si fermavano i navigli veneziani: il termine veneto cavana indica un luogo sicuro dove raccogliere le barche. Il rione di S. Maria della Salute si chiamava anticamente Borgo dei Tedeschi perché ivi avevano alloggi e depositi i mercanti germanici che frequentavano Cavergnago. Non lontano dal porto confluivano tre importanti strade: il Terraglio, la Castellana e la Padovana. Il Castello di Mestre aveva una porta rivolta a levante, detta porta di Altino o dei Mulini, che comunicava direttamente con il porto tramite quella che è oggi Via Caneve, la vecchia strada comunale di Bissuola segnata nelle antiche mappe con il nome di «Strada di Urlando». Una mappa datata 5 maggio 1694, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, disegnata da Domenico Bocchetti Proto ordinario del Magistrato delle Rason Vecchie, indica le vie che univano Mestre a Carpenedo, Favaro e Bissuola. Lungo il percorso verso Bissuola si leggono annotazioni relative a due fosse in corrispondenza di un antico ponte distrutto, già citate dal Filiasi come «Cavane» sul lato sinistro del Marzenego. La prossimità del Porto di Cavergnago alla via consolare romana Annia è un elemento di grande rilievo storico-archeologico. La via Annia è riportata nelle cartografie moderne con il nome di «strada di Orlando» ed è oggetto di un progetto di legge per la sua valorizzazione. All’altezza dell’attuale Via del Miglio si diparte in direzione sudovest un percorso singolarmente rettilineo che punta verso l’area del paleoalveo del Marzenego, ancora leggibile nelle cartografie storiche. Nell’area sono stati rinvenuti resti di una strada pavimentata in trachite e reperti archeologici nel sito denominato «villa Crusca» in località Bissuola, testimonianze di un insediamento antico che precede lo stesso porto medievale. Il porto di Cavergnago nel periodo trevisano «Mestre, luogo di gran traffico, di grande concorso era nei secoli VIII, IX e X a cagione di un porto vicino, nel quale i Veneziani avevano ottenuto di fabbricare alcune proprie mansioni, di mantenere un gastaldo ducale per le faccende mercantili, e fruire perfino in parte dei diritti e dei dazi colà riscossi, sebbene non altro pagassero che quattro bisanti d’oro, ovvero due lire di denari venete, al Vescovo di Treviso, padrone dei luoghi.» (Paoletti, Il Fiore di Venezia, Venezia 1837, vol. I) Nel 905 Berengario, re d’Italia, con un diploma concesse al vescovo di Treviso Adalberto il diritto di riscuotere dazi e mude «sulla Dogana di Trevigi di dentro e di fuori, e per esteso per tutto il distretto del quale faceva parte Mestre». Il vescovo riconobbe al re due porzioni della dogana. Questo privilegio fu successivamente confermato dall’imperatore Ottone III nel 991 e nel 996 al vescovo Rozzone Calza. Il vescovo Rozzone Calza (969–1002) intervenne per disciplinare il possesso dell’area di Cavergnago e i rapporti con i vicini veneziani. Nel documento di fondazione dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Mogliano del 997, Rozzone concedeva all’abate Vitale, tra l’altro, la proprietà della corte di Cavergnago. Questa donazione fu in seguito confermata da Rambaldo II e dallo stesso imperatore Ottone III. Nel 1074 l’abbazia fu trasformata in monastero e la titolarità sul porto passò alla badessa. Per quanto riguarda i rapporti tra Venezia e Treviso sul controllo del porto, l’imperatore Ottone III, con un documento del 1001, autorizò il vescovo di Treviso a concedere al doge Pietro Orseolo II il privilegio di utilizzare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Già in precedenza, lo stesso Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Il 3 maggio 1152 papa Eugenio III, con la bolla Justis fratrum, riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo, confermando di fatto il privilegio dei veneziani sul porto. Secondo Giambattista Verci nella Historia degli Eccelini, nel 1173 scoppiò una disputa tra il signore di Caurignago (Cavergnago), Almerico Buz, e il vescovo di Treviso Ulderico III (1157–1179). Ezzelino da Romano, giudice del contenzioso, il 16 febbraio 1173 assolse il vescovo dalle pretese di Almerico relative alle mude e alle gabelle di Caurignago, dichiarando che tali diritti spettavano interamente al vescovado. Assolse invece Almerico dall’obbligo di restituire il borgo al vescovo e gli concesse di edificarvi case «a suo talento». Gli impose tuttavia di non impedire al vescovo la riscossione delle gabelle, di lasciare libero il transito a passeggeri e naviganti e di non deviare il corso del fiume Marzenego. Una vertenza del 1173 tra il Vescovo di Treviso ed un certo Almerico Buz stabilisce formalmente che il Teloneo e la Muta dei mercanti e delle navi si trovavano a Cavergnago «inferius prope flumen de Mestre, usque ad aquam salsam»: il porto era dunque posizionato lungo il Marzenego fino all’acqua salata, cioè fino alla laguna. La conquista veneziana e il declino del porto Treviso non fu mai un vicino facile per Venezia, anche a causa dei frequenti cambiamenti di governo che caratterizzavano la città. Controllare Treviso significava per i nuovi signori poter dominare il territorio mestrino, con gravi rischi per l’economia e la sicurezza della Serenissima. Gli ultimi signori di Treviso che ebbero il controllo di Mestre furono i veronesi Della Scala, i quali nel 1317 insediarono mercenari tedeschi a difesa del Castelnuovo di Mestre. Questo mutamento di regime spinse Venezia a intervenire. Dopo un primo tentativo fallito, il 29 settembre 1337 il capitano veneziano Andrea Morosini corruppe i 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello, ottenendo l’ingresso dopo l’uccisione del capitano trevisano. Pochi anni più tardi Venezia conquistò definitivamente anche Treviso. Una volta entrata a far parte del dominio veneziano, Mestre fu oggetto di importanti trasformazioni. Padroni del territorio alle spalle della Laguna fin dal 1341, i Veneziani avevano già deciso la costruzione di un gran canale che collegasse Mestre con Marghera: era quest’ultimo un centro abitato sorto lungo le rive del Marzenego dove c’erano una chiesa, delle case, un’osteria ed un albergo. L’intervento più significativo fu la realizzazione della Fossa Gradeniga, avviata con Ducale del 12 aprile 1362, utilizzando quanto rimaneva dell’antico alveo del Musone. Questo canale, detto anche Canal Salso o Canale di Mestre, partiva poco distante dal Borgo di San Lorenzo e sfociava in laguna nei pressi del Canale di San Secondo. Dal 1362 tutto il movimento delle merci che prima si svolgeva attraverso il porto di Cavergnago avvenne lungo il nuovo canale, trovando Mestre come punto di confluenza delle più importanti vie di comunicazione che portavano alle città dell’entroterra. L’epicentro delle vie di comunicazione si spostò e si avvicinò maggiormente al Borgo di S. Lorenzo, che ormai per tutti i secoli seguenti avrebbe costituito il più importante nodo di vie attraverso il quale si sarebbe mosso il commercio tra Venezia e la Terraferma. La nascita della Fossa Gradeniga segnò così l’inizio del declino del Porto di Cavergnago, che tuttavia mantenne una qualche attività residua fino al XV secolo, e favorì lo sviluppo del borgo di Mestre e la nascita di quella che sarebbe diventata nota come Piazza Barche. Le anse fossili del tracciato fluviale originario del Marzenego sono ancora oggi leggibili nell’area compresa tra Via Bissuola e il fiume Marzenego-Osellino. Questi paleoalvei, insieme ad altri tracciati fluviali oggi scomparsi, hanno probabilmente condizionato l’assetto storico del territorio e generato la caratteristica toponomastica locale (Bissagola, Bissa, Bissuola). L’assetto attuale è frutto delle grandi opere idrauliche della Repubblica Serenissima nel 1783-84: il «Taglio Nuovo» dell’Osellino fu ideato e realizzato dall’ingegnere Tomaso Scalfuroto, responsabile del Catastico, definito dai contemporanei «scrupoloso osservatore e risolutore dei problemi idraulici della terraferma fra Mestre e Treviso». Galleria Immagini La Villa di Cavergnago nel Catastico Scalfuroto del 1782 «Vista di Mestre» – Canaletto (ca 1744) Raccolta dei principali piani dei porti e rade del Mediterraneo — Joseph Roux, ed. Yves Gravier, Genova, 1804 Bibliografia Barcella, Bonaventura. Notizie storiche del Castello di Mestre, Centro Studi Storici. Brunello, Luigi. Il porto di Cavergnago, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 7-8, 1966-1967. Brunello, Luigi. Mestre – Il porto, il castello, Centro Studi Storici di Mestre, 1971. Filiasi, Giacomo. Memorie storiche de’ Veneti primi e secondi. Fapanni, Francesco Scipione. La Congregazione di Martellago, a cura di Danilo Zanlorenzi, Il Giardini. Paoletti, Pietro. Il Fiore di Venezia, Venezia, 1837. Verci, Giambattista. Historia degli Eccelini. Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, Studio Altieri. Riqualificazione ambientale del basso corso del fiume Marzenego-Osellino. Rilevanza storico naturalistica e opportunità di intervento, settembre 2015. × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre medioevale 14 Gennaio 2026

Mestre prima dei Collalto

Le origini di Mestre | Discovery Mestre Le origini di Mestre Dalla mutatio romana alla cessione ai Collalto Le prime fonti: Mestre, una mutatio ad nonum Secondo quanto riportato dalla ricerca Il Corridoio della Memoria, lo storico Bosio descrive l’esistenza di due percorsi stradali che collegavano Padova ad Altino in epoca romana. Uno di questi, lungo la riva sinistra del Meduacus maior (l’attuale Brenta), era leggermente più lungo. Lo studioso Miller attribuisce alla Tabula Peutingeriana il tracciato sulla destra del Brenta, mentre agli altri itinerari — come l’Itinerarium Burdigalense — quello sulla sinistra, localizzando la mutatio ad Duodecimum a Dolo e la mutatio ad Nonum a Mestre. Questa ipotesi è supportata sia da testimonianze archeologiche lungo la riva sinistra, sia dall’ingente volume di traffici lungo il Meduacus. Il primo cenno di un insediamento nell’area di Mestre è contenuto nell’Itinerarium Burdigalense, una guida per pellegrini del IV secolo, che cita una mutatio ad nonum — una stazione di posta per il cambio dei cavalli situata a nove miglia da Altino, lungo la Via Annia. È possibile che in quest’area esistesse anche un castrum, embrione del medievale Castelvecchio. In epoca romana il territorio di Mestre era attraversato da importanti vie di comunicazione, come la Via Gallica e la Via Claudia Augusta. A partire dalla mansio ad Portum — l’attuale Porto Menai in località Malcontenta — il percorso attraversava l’odierna città di Mestre, probabilmente denominata mutatio ad Undecimum, e proseguiva verso Altino lungo la gronda lagunare, leggermente sopraelevata mediante terrapieni, come deducibile dai toponimi Levada e Levaduzza. La Tabula Peutingeriana Nella Tabula Peutingeriana, una mappa riprodotta nel Medioevo, si nota una raffigurazione della Laguna di Venezia, con particolare attenzione alle città di Aquileia, Altino e Ad Portum. Quest’ultimo era un porto situato sul vecchio tracciato del fiume Brenta, oggi noto come Porto Menai. La mappa riporta anche l’antico nome del Brenta, diviso in due rami: Maio Meduaco e Mino Meduaco. Ad Portum sorgeva sul Maio Meduaco. Tra Altino e Ad Portum è indicata una stazione numerata — probabilmente l’antica Mestre — segnata come mutatio ad nonum, a indicare che all’epoca non aveva ancora un nome proprio. Accenni storici del tardo Medioevo Le prime testimonianze documentarie di una presenza religiosa nell’area di Mestre appartengono alle diocesi di Treviso e di Altino, che citano una chiesa e monastero di San Crispino in Santa Maria in Strata, l’attuale Campalto, considerata la più antica chiesa del mestrino. La cappella più antica menzionata in atti ufficiali è invece l’abbazia di Sant’Ilario nella Mestrina inferiore, a Malcontenta. Lo storico Lanfranchi, ricostruendo la fisionomia del territorio nel XII secolo, scrive: «In regione boscosa, era, a essa vicino, il bosco del Castelletto, noto da un documento del 1125, e poi il bosco di Bottenigo. Il portus di Mestre, nominato spesso nelle carte, potrebbe corrispondere all’ad Portum della Tabula Peutingeriana? È un interrogativo non senza fondamento, poiché la distanza fra Ad Portum e Altino corrisponde perfettamente a quella attuale fra Mestre e la città romana. Il porto doveva avere una certa importanza, se nel 1117 i conti di Treviso, pur vendendo un vasto territorio a Sant’Ilario per lire 8000, si riservavano i diritti sulla ‘ripa Mestris’. Era presso Mestre, nella località Ponta de Castello, quella chiesa di San Cipriano, nella quale il diacono Giovanni racconta essersi rifugiati il patriarca Fortunato e il vescovo di Olivolo Cristoforo.» Tuttavia, come evidenziato, Ad Portum era probabilmente Porto Menai, frazione di Mira, mentre il porto di Mestre si trovava a Cavergnago. Mestre non appare nel Pactum Lotharii, ma viene citato un portus tarvisiensis tra i possedimenti ceduti al Vescovo di Treviso nell’anno 905 dal re longobardo Berengario, ipotizzato essere a Cavergnago. Ottone III cede Mestre ai Conti di Collalto Il nome di Mestre compare ufficialmente nel Diploma di investitura del 994, con il quale Ottone III — che due anni dopo sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero — intendeva ringraziare il suo fido condottiero Rambaldo, appartenente alla famiglia dei Collalto. Ai fedeli vassalli furono intestati la foresta del Montello, la proprietà di 24 mansi a Treviso e grandi estensioni di terreno coltivabile, tra cui uno «inter Mester et Paureliano et Brentulo», ovvero tra Mestre, Gazzera, Parlan e Brendole. Galleria Immagini Ricostruzione della Via Annia: l’area di Mestre è segnata come AD IX, a 9 miglia da Altino Tabula Peutingeriana con la Laguna di Venezia — Altino, Aquileia e Ad Portum (Porto Menai) Il Castello dei Collalto presso Susegana Bibliografia Via Annia — Il Corridoio della Memoria. Zampieri, Monica. Mansio, Mutatio et Statio: la Maio Meduaco. Mestre: storia, struttura della terraferma veneziana. Gusso, Adriana. Mestre: le radici, identità di una città. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre medioevale 14 Gennaio 2026

La Chiesa e la Scuola di San Rocco

La chiesa e la scuola di San Rocco | Discovery Mestre La chiesa e la scuola di San Rocco Una piccola chiesa, una storia antica Le origini: la chiesa (1476) La chiesa di San Rocco a Mestre fu eretta attorno al 1476, tredici anni prima di quella di Venezia, in un periodo in cui imperversava la peste. San Rocco è il santo protettore contro tale malattia. La Comunità Mestrina donò ai Frati Minori Conventuali un terreno situato di fianco al fossato del Castelnuovo e con alle spalle il Marzenego (Ramo della Beccaria). Il 1480 è l’anno in cui convento e chiesa furono resi abitabili e consacrati; la costruzione era iniziata qualche anno prima. L’edificio segue i canoni dell’architettura francescana a capanna, semplice nelle linee, sobrio tanto all’esterno quanto all’interno. In origine l’altare era in legno, e tale rimase fino al 1630. Dal 18 novembre 1480 la chiesa venne affidata ai Frati Minori Conventuali, che realizzarono un piccolo convento annesso. Il convento aveva al piano terreno un ospizio per pellegrini e persone bisognose di aiuto; agli altri piani il refettorio, la biblioteca e le abitazioni dei monaci. Nel 1493 i frati acquistarono una campana per la chiesa. Nel 1962, durante gli scavi per la fondazione di un fabbricato adiacente al muro di levante della chiesa, furono scoperte circa ottanta sepolture di uomini, donne e bambini di varia età, chiuse in casse di rovere: era il cimitero annesso alla chiesa, attivo fino all’epoca napoleonica. La fondazione della Scuola (1487) Nel 1487, all’interno della chiesa, si formò la Scuola di San Rocco, confraternita laica dedita ad aiutare i poveri e i bisognosi. A Mestre esistevano già due scuole: la Scuola dei Battuti, fondata nel 1302 (in Borgo San Lorenzo, oggi Laurentianum), e la Scuola di San Marco, fondata il 25 aprile 1424 (vicino a Ca’ Collalto). La Scuola di San Rocco fu la terza. La data del 1487 potrebbe non essere quella di fondazione effettiva: Brunello ritiene che il sodalizio potesse essere sorto qualche anno prima, legato alla presenza dei Minori Conventuali. La mariegola è datata 27 marzo 1499 e riporta la citazione: «Item congregati li fradeli dela Scola de miser San Rocho in lo refetorio de li frati». La confraternita dichiarava esplicitamente di essere «membro» della più illustre matrice veneziana e sorgeva nell’omonima chiesa, allora appartenente ai Minori Conventuali. Lo statuto originario, studiato da Lia Sbriziolo sul manoscritto conservato nell’Archivio della Chiesa di San Lorenzo, si compone di ventitré brevi capitoli preceduti da un prologo essenziale. Non contiene la matricola degli iscritti: i confratelli che aderirono nell’anno di fondazione rimangono per lo più anonimi. Le regole sono semplici e pratiche, prive di velleità spirituali, e riflettono l’origine per laici devoti più che per vocazione religiosa. L’assemblea, chiamata «capitolo», sceglieva ventidue persone che a loro volta nominavano il guardiano (detto anche gastaldo) e i preposti agli altri incarichi. Il guardiano era assistito da cinque «compagni» di sua scelta che formavano la «banca». C’erano poi il massaro, con mansioni amministrative, e due degani, assimilabili a sindaci delegati al controllo. Le cariche duravano un anno. La confraternita era aperta indifferentemente a uomini e donne. Per essere ammessi era sufficiente il pagamento di una tassa; per le ammissioni successive era previsto il ballottaggio. Era consentita l’appartenenza contemporanea ad altre scuole, anche fuori dal territorio di Mestre. La vita associativa era scandita dalla lettura dello statuto ogni mercoledì santo e almeno due volte l’anno. Guerra, ricostruzione e il trittico di Cima (1502–1513) Nel 1502 la Scuola di San Rocco commissionò a Giovanni Battista Cima da Conegliano tre tavole per ornare l’altare della chiesa, raffiguranti i Santi Caterina d’Alessandria, Sebastiano e Rocco. È una delle opere più significative commissionate da una confraternita mestrina nel Quattrocento maturo. La chiesa venne distrutta nel 1509 durante la Guerra della Lega di Cambrai e poi ricostruita. Durante l’invasione dei lanzichenecchi del 1513 fu distrutto anche il convento. Anni di guerra e saccheggio segnarono una frattura profonda nella vita del sodalizio, che nel corso del Cinquecento avviò la sua parabola discendente. Quando nel 1630 fu costruito il nuovo altare maggiore, il trittico andò nei locali della Scuola di S. Maria dei Battuti, adiacente alla Chiesa di S. Lorenzo, dove rimase dimenticato e smembrato. Nel 1807, alla cessazione della Scuola dei Battuti, gli amministratori provvisori dell’Ospizio consegnarono all’arciprete di S. Lorenzo tutti gli effetti rimasti: nella sacrestia della Chiesa di S. Lorenzo esistono tuttora tre tavole raffiguranti i Santi Caterina, Sebastiano e Rocco, prive di cornice e bisognose di restauro, la prima delle quali porta visibile la firma di Cima da Conegliano. Al Musée des Beaux-Arts di Strasburgo si trova una tavola di cm. 114×46 raffigurante San Sebastiano, con l’indicazione che faceva parte di un polittico eseguito da Cima per la Chiesa di S. Rocco di Mestre. Resta aperta la questione se il trittico autentico sia quello disperso tra Strasburgo e la Wallace Collection di Londra, o quello conservato nella sacrestia di S. Lorenzo. La sede propria della Scuola (1521) Fino al 1521 la Scuola non ebbe sede distinta dalla chiesa. Il 12 marzo 1521 il gastaldo Giovanni da Legnago convocò l’assemblea dei confratelli, che approvarono all’unanimità la proposta di procedere all’acquisto o costruzione di un immobile da destinarsi a sede. Il 21 maggio donna Benedetta, con atto stipulato a Salvatronda dal notaio Pietro Caberlino, concesse perpetuamente alla Scuola il diritto di disporre dei due terzi di una casa di sua proprietà sita in Mestre, nel rione di S. Rocco, contro il pagamento di quattro ducati all’anno. Il fabbricato è quello ancora oggi visibile ai civici 19 e 21 di Via Manin. Al piano terreno, alle spalle del sottoportico, si trovavano i locali destinati ad abitazione; al primo piano la sede della Scuola, luogo di riunione della banca e del capitolo, dove erano conservati l’archivio, gli arredi e tutti gli oggetti appartenenti alla confraternita. Architettura della chiesa L’edificio presenta un’unica navata rettangolare coperta da capriate lignee e un presbiterio rialzato. L’altare maggiore rimase in legno fino al 1630; di quello nuovo, in marmo, Fapanni ebbe ad osservare: «Vedesi in esso il cattivo gusto del seicento». L’abside è preceduta da due alte colonne con capitelli a volute che sorreggono l’arco di ingresso, mentre tre grandi tele di scuola veneziana ne ornano le pareti. Sull’alzata posteriore dell’altare è posta la statua del Santo. Sulla parete di ponente si erge un grande altare dedicato a San Francesco di Paola (1604), con quattro colonne con capitelli corinzi che sorreggono un timpano e cinque statue di angeli e santi; al centro la pala che raffigura S. Francesco da Paola, ai lati due statue di santi. La pala è attribuita a Domenico Tintoretto (figlio di Jacopo). Sulla parete opposta fu ricavata una cappella dedicata dapprima a S. Antonio Abate, poi alla Madonna delle Grazie, la cui immagine proveniva dalla chiesa omonima chiusa in epoca napoleonica. L’immagine fu trasferita a S. Rocco l’8 settembre 1844 da monsignor Giovanni Renier. Il campanile «a vela» è quello originario: il nuovo campanile pianificato nel 1771 sul lato di levante non fu mai completato. Il declino della Scuola e la soppressione (1543–1810) Nel 1543 il podestà Andrea Priuli dichiarò la Scuola erede di Francesco Falchetti, morto senza discendenti, nella casa che questi abitava dietro il Pavion in borgo San Lorenzo. Quell’immobile fu poi avocato al Regio Demanio, e la fabbriceria di San Lorenzo tentò per decenni, senza successo, di recuperare i livelli che vi gravavano. A partire dal 1650 padre Felice Zoldi diede avvio a notevoli opere di abbellimento e restauro della chiesa, provvedendo in primo luogo a porla in buone condizioni di manutenzione. Nel corso del Settecento trovarono accoglienza nella chiesa anche le confraternite di S. Francesco di Paola e di S. Antonio di Padova. Il governo della Repubblica nel 1769 ordinò la soppressione del convento, che fu abbandonato dai religiosi il 31 agosto dello stesso anno. L’11 giugno 1770 il convento fu venduto all’abate don Giovanni Battista Colledani, che dovette intervenire con opere di restauro al campanile e alla facciata della chiesa prima di consegnarne le chiavi alle tre scuole, nella persona di don Antonio Briuzzi, già celebrante per le confraternite. Nel 1771 le tre scuole si impegnarono a costruire un campanile sul lato di levante, in corrispondenza della Cappella di S. Francesco, con costo di circa cento ducati diviso fra le scuole e l’abate. L’opera non fu mai completata: sopravvisse il campanile a vela originario. Con la soppressione napoleonica del 25 maggio 1810 la Scuola di San Rocco cessò definitivamente di esistere insieme a tutte le altre confraternite mestrине. Nel 1801 il gastaldo Lorenzo Zucchi aveva già segnalato il degrado degli stabili; si era venduta l’argenteria rimasta dopo le requisizioni napoleoniche del 1797. Dopo la soppressione la chiesa fu retta da una Fabbriceria e continuò ad essere officiata dal clero di S. Lorenzo, insieme alla chiesa di S. Girolamo. Dal Novecento a oggi Nel 1921 la chiesa fu affidata all’Istituto Berna fondato da Don Orione, che ne curò la manutenzione e l’uso liturgico per gli studenti. Rimase chiusa e in abbandono tra il 1958 e il 1964; subì danni dal terremoto del Friuli del 1976. Un restauro tra il 1982 e il 1989 riportò l’aspetto originario, con il recupero di pavimenti, intonaci e decorazioni barocche. Fu reinaugurata il 23 settembre 1989. Oggi è una rettoria dipendente dal Duomo di Mestre e ospita la parrocchia greco-cattolica rumena, che vi celebra la Divina Liturgia. È aperta al culto e visitabile in occasione di eventi religiosi o culturali. Galleria immagini La chiesetta di San Rocco a Mestre La chiesa di San Rocco in Via Manin L’edificio che accolse la Scuola di San Rocco in Via Manin San Rocco, parte del polittico di Cima da Conegliano — Musée des Beaux-Arts, Strasburgo San Sebastiano, parte del polittico di Cima da Conegliano — Musée des Beaux-Arts, Strasburgo Santa Caterina d’Alessandria, Cima da Conegliano — The Wallace Collection, Londra Mappa di Mestre di Tommaso Scalfuroto del 1781 — si nota la chiesa di San Rocco Chiesa e Monastero di San Rocco — disegno di Luigi Brunello Bibliografia Luigi Brunello, Una chiesa e una scuola, Centro di Studi Storici di Mestre. Lia Sbriziolo, Lo statuto quattrocentesco della Scuola di S. Rocco di Mestre, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Luigi Brunello, Fatti di Mestre del 1513, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Archivio della Chiesa di San Lorenzo di Mestre, manoscritto della mariegola della Scuola di San Rocco (1487). × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre medioevale 14 Gennaio 2026

Andrea Morosini: un eroe veneziano

Andrea Morosini | Discovery Mestre Andrea Morosini Eroe veneziano, conquistatore di Mestre e protagonista dell’assedio di Zara Una biografia difficile da ricostruire La biografia di Andrea Morosini è difficile da ricostruire perché, sebbene fosse un eroe della Serenissima, non è molto citato nelle cronache più note della storia veneziana. Eppure, Andrea fu membro di una delle famiglie apostoliche del patriarcato veneziano — cioè le prime dodici famiglie che, secondo la tradizione, diedero origine alla nobiltà veneziana — e fu protagonista di due episodi determinanti per la storia di Venezia: la presa di Mestre e l’assedio di Zara. La sua importanza è testimoniata dall’onore, riservato a pochi, di essere sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. La conquista di Mestre «Ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità. Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità» (L’arte della Guerra, Sun Tzu). Per descrivere il modo in cui Andrea Morosini conquistò Mestre, non si trovano parole migliori di questa citazione di Sun Tzu. Nel 1337 Venezia e Verona erano in guerra: una lega antiscaligera, formata dalle maggiori signorie del centro-nord Italia, si era unita per sconfiggere gli Scaligeri, che in pochi anni avevano conquistato gran parte del Veneto e della Lombardia. Venezia si confrontava con Mastino II della Scala a Mestre, con l’obiettivo di espugnare il Castelnuovo per prendere il controllo del contado mestrino e spingersi verso Treviso. La guerra, iniziata nel 1336, vide la Serenissima impegnare 500 armigeri per conquistare il Castelnuovo, senza riuscirvi. Vista l’impossibilità di prendere il castello, Venezia tentò di corrompere il capitano Tommasino Luchesio di Bologna. Questi, nonostante Venezia tenesse in ostaggio sua moglie e suo figlio, avvisò Alberto II della Scala, che fece uccidere i soldati veneziani la sera prima della consegna pattuita del castello. Andrea Morosini riuscì a conquistare Mestre con un’operazione analoga. Ottenne dai 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello la possibilità di entrarvi senza scontro, pagando 3.000 ducati. Il nuovo capitano di Mestre, Giovanni di Lisano, fu fatto prigioniero dai mercenari e ucciso il 29 settembre 1337, giorno di San Michele. L’assedio di Zara Quando, nel 1344, i cittadini di Zara si ribellarono al dominio veneziano, Luigi I d’Ungheria, re degli Ungheresi e dei Croati, inviò un esercito in loro supporto, costringendo i veneziani a intervenire con un esercito di terra guidato da Marco Giustinian e un esercito di mare comandato da Pietro da Canal. Alla morte di da Canal, fu nominato Pietro Civran capitano generale delle truppe veneziane. Gli altri comandanti impegnati in questa guerra — che riportò Zara sotto il controllo veneziano — furono Marin Falier, Andrea Morosini e Pietro della Fronteria. Sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo Andrea Morosini morì il 13 marzo 1348, ma prima di morire fu nominato Procuratore di San Marco, uno dei sei Morosini che ricoprirono tale ruolo nel XIV secolo. Fu sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, onore riservato a pochi. Sulla sua tomba fu posta una lapide con l’incisione: «hic iacet corpus egregii et potentis militis domini Andree Mavroceno olim procuratoris Honorabilis Sancti Marco qui triumphalis pro honore patrie…» La tomba, in pietra d’Istria con specchi in porfido rosso antico, presenta un’urna pensile con una figura d’angelo e una Vergine annunciata ai lati, una Madonna con bambino al centro, e poggia su una lastra con gli stemmi gentilizi, tra cui quello della famiglia Morosini. Al centro di questi stemmi è incisa la suddetta iscrizione, che testimonia l’importanza di Morosini per la Venezia dell’epoca. Galleria Fotografica La Conquista di Zara (Jacopo Tintoretto) La tomba di Andrea Morosini nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo (foto Alessandro Bon) Bibliografia Pavanello, Giuseppe. La Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Pantheon della Serenissima, Marcianum Press — Fondazione Cini. Voce Andrea Morosini su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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