La vita religiosa a Mestre fra Cinquecento e Settecento
La vita religiosa a Mestre
Come si viveva la fede a Mestre fra il Cinquecento e il Settecento? Lo racconta Giorgio Fedalto in un saggio pubblicato dal Centro Studi Storici di Mestre, costruito soprattutto sulle relazioni delle visite pastorali dei vescovi di Treviso, nella cui diocesi era compresa la parrocchia di San Lorenzo, e su un gruppo di documenti dell’Archivio storico del Comune di Mestre, che pubblica in appendice. Ne esce il ritratto di una comunità che cresce, che si contende i predicatori e che fatica a trovare abbastanza confessori.
La visita del 1554
Fedalto parte dalla visita del vescovo Francesco Verdura, il 10 settembre 1554, quando il concilio di Trento era ancora in corso e le sue norme non erano ancora applicate. Il vescovo prega all’altare maggiore, visita il cimitero accanto alla chiesa e l’altare del Santissimo Sacramento, dove trova tutto in ordine, compresa la pisside d’avorio. La parrocchia conta circa 1.200 anime; oltre al parroco ci sono un altro sacerdote, i cappellani della Scuola dei Battuti e della Scuola del Santissimo Sacramento, un cappellano mansionario e un altro ecclesiastico. Oltre all’altare maggiore, la chiesa ha l’altare del Sacramento e un altare della Croce, dove si celebra tre volte la settimana.
Le due confraternite sono il cuore della vita religiosa. La Scuola di Santa Maria dei Battuti, fondata secondo Fedalto agli inizi del Trecento, forse con il favore del vescovo di Treviso Tolberto Calza (1291-1305), ricordato nella mariegola, aveva un modello a Treviso, dove un’istituzione con lo stesso titolo esisteva «fin dal 1261». La Scuola gestisce un ospizio dove in ventidue stanze si ospitano «peregrinos et alios pauperes viatores per tres dies», pellegrini e viandanti poveri per tre giorni. La Scuola del Santissimo Sacramento, presente all’inizio del Seicento in quasi tutte le parrocchie della diocesi, cura il culto dell’Eucaristia, le processioni del Corpus Domini e il viatico ai confratelli malati.
Alla domanda se in parrocchia ci siano adulteri, usurai, eretici o altri «peccatores notorii», il parroco risponde di no. Poco lontano il vescovo visita il monastero di Santa Maria delle Grazie: vi vivono tre monache di velo nero, tre di velo bianco, quattro converse e una novizia, secondo la regola di san Benedetto. Nel 1526 erano cinque monache e cinque converse; nel 1597 saranno ventisei, nel 1623 circa cinquantadue, «senza il sufficiente per vivere».
Lo stesso schema, semplice e attento soprattutto ai sacramenti, si ripete nelle parrocchie vicine: a Trivignano, con 250 anime «da comunion» e un ospizio per «miserabiles viatores»; a Zelarino, con 200; a Chirignago, con 500; a Dese, dove il fonte battesimale va rifatto e il rettore dipende dal priore dei Crociferi di Venezia; a Carpenedo, dove la pisside non è ben tenuta; a Favaro, dove manca il piovano, probabilmente residente a Venezia; a San Martino di Strà, cioè Campalto, dove un carmelitano esercita il ministero senza alcun permesso.
Dopo il concilio di Trento
Con la visita del 15 agosto 1573 si applicano le nuove regole: il visitatore chiede della dottrina cristiana, dei libri parrocchiali, del matrimonio, dei legati e delle confraternite. Le anime «de comunion» sono 1.200; qualcuno è rimasto uno o due anni senza confessarsi, uno da sette anni non si accosta ai sacramenti, qualcun altro vive in concubinato. Non ci sono superstizioni, ma un’usanza curiosa: ai funerali i parenti benedicono la salma e, se si tratta di un bambino, anche gli estranei ripetono la benedizione e baciano il feretro.
Grande è la cura per i defunti, affidata ai legati di messe, come quello per l’altare della famiglia Dalla Croce; quando la moneta perdeva valore i legati venivano ridotti, come accadde più volte nel Settecento anche alle Grazie. La chiesa però è povera: gli altari sono «desforniti», manca la serratura al tabernacolo del Santissimo, i calici sono in mano a laici, non c’è un campanaro. I confratelli del Santissimo, che non hanno entrate, portano il viatico agli infermi «con grandissima devozione», ma manca loro il baldacchino «et un feral honorato». Nella cappella dei Battuti, invece, si celebra ogni giorno.
Nel 1579 le anime da comunione sono cresciute di un centinaio, e alcuni negozi di Mestre non rispettano il riposo festivo; al piovano si chiede di insegnare ai fanciulli, la domenica pomeriggio, il Pater Noster, l’Ave Maria, il Credo e i dieci comandamenti. Nel 1634 la parrocchia conta circa 3.000 anime; l’ospizio dei Battuti, detti anche «scuola grande», ha all’ingresso un oratorio «satis amplum», sul cui altare però non si celebra mai. Dal 1642 le visite guardano meno agli arredi e più alla pratica religiosa: se il clero spiega la dottrina, canta il vespero, esamina i fidanzati, se si tiene la predicazione di Quaresima.
Nella visita del 18 maggio 1647 il piovano dice di aver comunicato «circa mille e seicento» persone, mentre ne mancano circa novanta, «molti di questi però si sono comunicati la Madonna di marzo». Resta il vizio della bestemmia fra i barcaioli e i carrozzieri della località delle Barche, ma senza «bestemmie ereticali». Alla dottrina della domenica vengono cento ragazzi e altrettante ragazze, «in luoghi separati»; il sabato si cantano la compieta e le litanie della Madonna.
I predicatori del Comune
A Mestre i predicatori della Quaresima e dell’Avvento non li sceglieva il piovano, ma la comunità con il podestà e capitano: «li predicatori è privilegio del Consiglio di Mestre a procurarli», dichiarava il parroco nel 1647. Le delibere in proposito compaiono nei registri del Consiglio dal 1495. Secondo una tradizione ricordata dal Barcella, nel 1443 vi avrebbe predicato anche san Bernardino da Siena, che quell’anno parlava a Treviso; documentata con certezza è invece la predicazione dei Serviti di San Girolamo, dei Minori Conventuali di San Rocco, detti «scarpanti», e dei Cappuccini.
Il 3 marzo 1583 il Consiglio deliberò di chiamare per la Quaresima del 1584 un padre cappuccino, per «la caldezza et prontezza» con cui quei religiosi desideravano «consolare» la città, «per consolatione dell’anime di ciascuno et per beneficio di tutta la terra». La delibera porta la firma del podestà e capitano «Cattarin Battaglia», e minacciava chi avesse proposto di revocarla con l’esclusione dal Consiglio per cinque anni.
Nel 1620 il provinciale, da Udine, dovette scusarsi di non poter sostituire un predicatore ammalato; nel 1626 un suo successore concedeva volentieri il predicatore perché la provincia aveva «obblighi particolari con cotesta terra di Mestre per le continue elemosine che riceve». Richieste simili seguirono nel 1629 e nel 1632; nel 1633 il provinciale prometteva un predicatore «tale che possa incontrare il gusto di tutto cotesto popolo», e nel 1635 avvertiva che, se il Comune non aveva il diritto di scegliere, doveva far registrare il predicatore cappuccino presso il vescovo, «per togliere ogni occasione di confusione».
Per un periodo la predicazione in San Lorenzo si alternò a trienni fra Serviti e Cappuccini. Quando nel 1658 la comunità dei Serviti si estinse, il Consiglio deliberò, il 12 maggio, che «non è decoro, nè convenienza di restar senza predicatore», e chiese ancora ai Cappuccini. Nella Quaresima del 1662 il provinciale cappuccino, che doveva predicare alcuni giorni in San Lorenzo e altri in San Girolamo, fu congedato dal cappellano di San Girolamo: i provveditori della città volevano continuare «l’uso antico di far la cerca per i poveri», quelli della chiesa volevano le elemosine per la fabbrica.
Nello stesso 1662 i Conventuali di San Rocco protestarono, e il 9 gennaio 1663 si aprì un processo davanti al podestà: secondo l’accusa, da più di quarant’anni la predicazione quaresimale si teneva tre giorni in San Lorenzo e tre in San Girolamo, a turno fra Conventuali, Serviti e Cappuccini, mentre nelle ultime due Quaresime aveva predicato solo un cappuccino. La lite si risolse con un nuovo regolamento e predicatori scelti di comune accordo. L’elenco ricostruito per gli anni dal 1667 al 1697 parla chiaro: su 41 cicli di prediche di Avvento e Quaresima, 33 furono tenuti da cappuccini e 8 da conventuali. Nel Settecento si arrivava a prenotare i predicatori con anni di anticipo.
Confessori per una città che cresce
Nel 1665, a detta del parroco, gli ecclesiastici entravano in chiesa «con la vesta longa et chierica», ma fuori, per i «gran fanghi et polvere», andavano «in veste curta». Nel 1672 gli abitanti di Mestre scrissero a Roma che in un «popolo assai numeroso» c’erano per le confessioni solo l’arciprete e due sacerdoti, e che «gli huomini e molto più le donne» non trovavano dove confessarsi se non «in molta distanza e fuori della terra». Il vescovo di Treviso confermò il 18 luglio 1672: nel convento di San Francesco accanto a San Rocco c’era un solo religioso, spesso non approvato «defectu scientiae», i Serviti erano stati soppressi da papa Innocenzo X (Fapanni scrive invece che lo furono «nel 1656 con bolla di Alessandro VII»: Innocenzo X aveva soppresso nel 1652 i piccoli conventi, e le due notizie possono riferirsi a momenti diversi della stessa chiusura), e una volta al mese arrivava un domenicano dall’isola di San Secondo. Quattro confessori per oltre 3.000 abitanti, «con molti stranieri».
Il 5 agosto 1672 la congregazione romana dei Vescovi e Regolari concesse a tre cappuccini di San Carlo la facoltà di confessare, per cinque anni. Il 7 febbraio 1681 il permesso fu rinnovato per due anni; ma quando il vescovo Gradenigo, sotto la cui protezione era nata la licenza, passò da Treviso a Brescia, tutto si fermò. Il 20 ottobre 1682 il Consiglio votò, con dodici voti contro uno, di chiederne la continuazione; l’11 marzo 1683 Roma la prorogò di un solo anno. Nel 1685 i procuratori del Comune si rivolsero di nuovo al vescovo di Treviso, che rispose di non poter decidere senza la congregazione romana. Del resto, fra i Cappuccini le licenze per confessare fuori dal convento erano un’eccezione: papa Innocenzo XI continuò a negarle, e solo Clemente XI nel 1704 concesse quella facoltà.
Intanto la parrocchia cresceva: nel 1680 contava 2.000 anime «da comunion» e 1.500 piccoli. Durante la visita di quell’anno il vescovo comunicò «permultos». Nel 1685, fra San Lorenzo e le chiese e gli oratori di Mestre e Marghera, c’erano 17 sacerdoti e 4 chierici, tutti di buona condotta; la dottrina cristiana «cammina con buon ordine essendovi le tre classi separate», anche se «li padri non mandano li figli»; il viatico si portava «con seguito di persone, e con lumi accesi con ombrelle», e in tutta la parrocchia c’era un solo pubblico peccatore. Pochi anni dopo, a Zelarino, un’immagine della Madonna parve sudare per un’intera settimana, e il vescovo, fra lo stupore della gente, la fece trasferire in chiesa.
Il Settecento
Nel Settecento la popolazione continuò a crescere e si moltiplicarono le cappelle private accanto alle nuove ville. Le visite pastorali si fecero più organizzate, con decreti, avvisi e questionari più elaborati. Nel 1725 la parrocchia contava 4.000 anime e nessuno che non si fosse confessato; la dottrina era seguita «più dalli secolari che dalli ecclesiastici». Nel 1751 i provveditori del Comune chiesero al vescovo Giustiniani, «stante la somma ristrettezza de viveri», di intercedere per il consueto indulto dei latticini nella Quaresima. Nel 1774 fu istituito in San Lorenzo un maestro delle cerimonie «a servizio delle pubbliche autorità»; nel 1777 la parrocchia contava 34 sacerdoti e 5 chierici.
Il secolo si chiuse, scrive Fedalto, con la demolizione della vecchia chiesa e la costruzione di quella attuale, conclusa nel 1805.
La parrocchia in cifre
Fedalto riassume in una tabella i dati delle visite pastorali su San Lorenzo. Il numero delle anime «da comunione», cioè degli adulti, e quello dei «piccoli» permettono di seguire la crescita di Mestre per due secoli.
| Anno | Anime da comunione | Piccoli | Sacerdoti e chierici |
|---|---|---|---|
| 1554 | 1.200 in tutto | 5 sacerdoti, 1 chierico | |
| 1573 | 1.200 | ||
| 1579 | 1.300 | ||
| 1634 | 1.800 | 1.200 | |
| 1665 | 1.800 | 800 | |
| 1672 | 4 sacerdoti | ||
| 1679-1680 | 2.000 | 1.500 | 14 sacerdoti, 5 chierici |
| 1685 | 1.804 | 1.280 | 17 sacerdoti, 4 chierici |
| 1694 | 2.300 | 1.100 | |
| 1711 | 2.400 | 1.200 | |
| 1725 | 3.000 | 1.000 | |
| 1777 | 34 sacerdoti, 5 chierici |
Per il 1694 il testo di Fedalto parla di 4.400 abitanti in tutto, mentre la sua tabella dà 2.300 anime da comunione e 1.100 piccoli, cioè 3.400.
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Le mappe
Le chiese e i conventi
Bibliografia e fonti
- Giorgio Fedalto, «Note di vita religiosa a Mestre nei secoli XVI e XVIII», in Quaderno di studi e notizie n. 10-11, Centro Studi Storici di Mestre (relazioni e comunicazioni luglio 1966-giugno 1968), 1968, pp. 16-29.
- Archivio Vescovile di Treviso, Visite pastorali antiche, visite alla parrocchia di San Lorenzo dal 1500 al 1753 (citate da Fedalto).
- Archivio storico del Comune di Mestre, documenti sui predicatori e sui confessori (citati da Fedalto).