Chiese e confraternite

La chiesa di Carpenedo

La facciata della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio e il campanile di Carpenedo

La chiesa di Carpenedo

I Santi Gervasio e Protasio, dalla pieve medievale alla chiesa del Meduna

Una pieve del vescovo di Treviso

La chiesa dei Santi Gervasio e Protasio è la più antica istituzione di Carpenedo. Compare per la prima volta nelle bolle con cui i papi Eugenio III nel 1152, Anastasio IV nel 1153 e Lucio III nel 1184 confermarono al vescovo di Treviso i beni della diocesi: vi è detta «plebs S. Gervasii de Carpeneto», la pieve di San Gervasio di Carpenedo. Era una delle dieci pievi dell'arcipretato di Mestre, scrive Giovanni Netto, e una delle cinque che stavano interamente nel territorio mestrino, insieme a San Lorenzo di Mestre, Santo Stefano di Martellago, Santa Maria di Dese e San Martino di Strada. Nessun documento permette di sapere quando fu fondata.

Da Carpenedo dipendevano due chiese minori, oggi scomparse: la chiesa dei Santi Maria e Giorgio a Cavergnago e quella campestre di San Giuliano del Bosco. Nel Seicento i parroci di Carpenedo pretesero una supremazia anche sulle parrocchie di Dese, Favaro e Campalto; la lite, racconta Giovanni Antonio Gallicciolli, non fu mai decisa, perché le autorità civili ed ecclesiastiche «si astennero mai sempre dal pronunziare sentenza». Delle chiesette costruite accanto alle ville della parrocchia racconta Gli oratori di Carpenedo.

Cavergnago e Campalto

La chiesa di Cavergnago fu bruciata dagli Imperiali durante la guerra della lega di Cambrai, e il villaggio intorno distrutto. Quando Campalto ebbe una chiesa nuova, costruita dai Morosini con il giuspatronato concesso da papa Leone X, il suo primo parroco, il veneziano Giacomo Manzini, si appellò a Roma contro il rettore di Carpenedo, un «certo de' Rossi», che cercava di tenere legati a sé gli abitanti di Cavergnago. Il 23 agosto 1514 Leone X ordinò al Rossi di non molestare il parroco di Campalto. La causa finì a favore di Campalto, e Cavergnago uscì dalla parrocchia di Carpenedo. Gli abitanti però continuarono a sostenere la vecchia chiesa madre: ogni anno vi invitavano i Carpenesi per le questue, e in cambio Carpenedo sceglieva fra loro uno dei due massari della fabbrica. Del villaggio e del suo porto racconta Il primo porto di Mestre: Cavergnago.

Le visite dei vescovi

I vescovi di Treviso visitavano la pieve con regolarità. Nella visita del vescovo Francesco Verdura del 1554, ricostruita da Giorgio Fedalto, la pisside della chiesa di Carpenedo «non è ben tenuta», mentre il battistero e gli olii santi sono in ordine e la condotta dei parrocchiani è «retta». Trent'anni dopo, nel 1584, il vescovo Noris lasciò un lungo elenco di ordini: una pisside d'argento al posto di quella di rame entro un mese, il tabernacolo foderato di seta, un fonte battesimale chiuso a chiave, lampade e candelabri a ogni altare, confessionali nuovi, e l'erba e gli arbusti del cimitero da estirpare, perché ne facevano «un boschetto». Gallicciolli, che scriveva nel 1842, vi lesse il ritratto di una chiesa povera e trascurata, e ne diede la colpa all'«accidia» dei parroci di allora.

La chiesa del Seicento

Un rilievo topografico del 1692 mostra la chiesa di allora nello stesso luogo di quella di oggi: un edificio semplice, con il tetto a capanna e una sola fila di finestre.

Nel corso del Seicento la chiesa fu sistemata pezzo per pezzo, quasi sempre con il denaro del comune di Carpenedo, cioè con le rendite del bosco. Fra il 1612 e il 1619 si rifece il coro, «che era in procinto di tutto cadere»; nel 1634 il comune affittò i prati del Vallon e del Tinto per pagare la nuova cappella del Rosario; nel 1662 l'altare di San Sebastiano, che minacciava di crollare, fu sostituito con un altare di legno dedicato a Sant'Antonio. Il primo organo arrivò nel 1600, un secondo nel 1672. L'altare maggiore in marmo fu cominciato nel 1680 e finito solo nel 1699.

Il pievano Daniele Leoni, in carica dal 1641 al 1677, fece cancellare gli affreschi della chiesa, che Gallicciolli liquida come «figuracce di deforme disegno», e commissionò nuove tele. Le due più importanti, nel coro, rappresentavano il martirio dei santi titolari e il ritrovamento dei loro corpi. Gallicciolli le data al 1653 e le attribuisce a «Paolo Vecchia»; le schede più recenti le assegnano a Pietro Muttoni detto Pietro della Vecchia e le datano fra il 1652 e il 1654. Sono ancora nel presbiterio della chiesa di oggi.

Il campanile

Il primo campanile era addossato alla facciata, così basso che la cella campanaria arrivava all'altezza del tetto. Un fulmine lo incendiò nel 1643 e il comune lo rifece uguale; un altro lo distrusse la mattina del 4 luglio 1689. La vicinia decise allora un campanile nuovo, staccato dalla chiesa. Il benefattore Antonio Pedrinelli non lo voleva nel sagrato, davanti al suo casino, e si trovò un accordo: la torre sorse dove stava la vecchia scuola della Concezione, che Pedrinelli ricostruì a sue spese poco lontano. Le prime pietre furono posate il 1° marzo 1690, con i mattoni cotti in due fornaci costruite nel prato del Vallon; l'iscrizione sopra la porta porta però la data 1691. La cella fu raggiunta nel 1700, la cuspide posata nel 1704, le campane suonate per la prima volta nel 1719. Di come il bosco pagò il campanile racconta Bosco di Carpenedo.

Le campane diedero a Carpenedo molte storie. Nel 1668 una campana rifusa suonava così male che il comune protestò finché il fonditore se la riportò in officina e la rifuse a sue spese. La sera del 4 maggio 1781, mentre le campane suonavano a doppio, un fulmine scese lungo il campanile e uccise una figlia del campanaro; nel 1787 si installò il parafulmine. Nel 1793 il fonditore veneziano Domenico Canziani incise sulla campana piccola i nomi dell'arciprete, dei massari e del sindaco, e i contribuenti si rifiutarono di pagarla; per la campana grande, nel 1795, la vicinia preferì dei versi religiosi, per evitare nuove liti. Il concerto di tre campane fuso nel 1834 da Pietro Colbacchini di Bassano fu benedetto dal vescovo Soldati il 26 settembre 1835. Nel 1840-1841 il campanile fu restaurato e ricevette una nuova cuspide ottagonale di zinco.

Il restauro del Milesi

Nel 1730, scrive Gallicciolli, la chiesa era «squallida, guasta» e minacciava rovina, e il comune era pieno di debiti. Il parroco Domenico Antonio Milesi, bergamasco, in carica dal 1715 al 1761, la rimise in piedi in una decina d'anni, con le offerte dei villeggianti, dei Carpenesi e del comune. Il tetto fu rialzato e le vecchie finestre sostituite da finestre ad arco; per i mattoni del tetto la vicinia affittò al fornaciaio mestrino Nadalin Checchin sette campi del prato del Tinto, dove doveva costruire una fornace. La fornace però fu denunciata all'Arsenale perché troppo vicina al bosco di Valdimare, e nel 1734 il senato ne ordinò la demolizione.

Il Milesi costruì la sacrestia, trasformò in marmo i quattro altari di legno, sostituì il pavimento in cotto con quadri di marmo bianco di Carrara e rosso di Verona e fece la facciata con tre statue: la Madonna al centro, i santi Gervasio e Protasio ai lati. Secondo Gallicciolli la chiesa fu così rinnovata «che è come l'avesse rifatta di pianta». Il censimento delle chiese della Conferenza episcopale registra un restauro nel 1717 e una ristrutturazione nel 1730.

Una chiesa arcipretale

Il 30 ottobre 1761 il vescovo Giustiniani concesse alla chiesa di Carpenedo il titolo di arcipretale, in onore del nuovo parroco Giuseppe Giustina, che arrivava dall'arcipretale di Camposampiero; da allora tutti i parroci di Carpenedo furono arcipreti. Giustina ricostruì la canonica, divenuta inabitabile, e ottenne un'indulgenza per il 2 agosto: da lì, secondo Gallicciolli, ebbe origine la sagra di Carpenedo. Gli succedette nel 1784 il veneziano Antonio Veruda, insegnante di ebraico e di greco nel seminario di Treviso, che Antonio Niero ricorda come «dotto orientalista del primo Ottocento».

Nel 1797, all'arrivo del governo democratico, l'arciprete dovette lodare il nuovo regime dall'altare; quando chiese ai parrocchiani il giuramento di fedeltà, racconta Gallicciolli, essi «se ne fuggirono in frotta di chiesa a gran rumore». Lo stesso anno l'argenteria della chiesa, circa 1800 once, fu consegnata alle nuove autorità. Nel 1806 le confraternite furono abolite e al loro posto nacque la fabbriceria; nel 1812 fu costruito il cimitero comunale; fra il 1813 e il 1814, con i soldati acquartierati in paese, la chiesa restò chiusa per lunghi periodi e le campane mute. Delle cinque confraternite della chiesa parla Le Scuole di Mestre.

La Madonna vestita

Nel 1810 una monaca eremita donò all'arciprete Veruda una statua di legno della Madonna seduta, «vestita di poveri e squallidi panni», che fu posta sull'altare del Rosario. Le donne del paese raccolsero 360 lire e nel 1834 le comprarono un abito d'oro, che in origine era costato mille ducati alla scuola della Vergine della chiesa veneziana di San Matteo, ormai soppressa. Il velo fu ricamato da Diana Dal Fabbro: «vinta è la materia dal lavoro», commenta Gallicciolli. Nel 1841 la statua fu messa in piedi e chiusa in una teca di cristallo. Nel 1837 la chiesa ebbe anche un organo nuovo di Giacomo Bazzani, pagato tutto dalle offerte degli abitanti.

La chiesa del Meduna

Nel 1842 la chiesa era ormai troppo piccola: nei giorni di festa la gente restava fuori dalla porta. L'arciprete Giammaria Monico, fratello del patriarca di Venezia, voleva costruirne una nuova e più ampia, e Gallicciolli chiude il suo libro con questa speranza. La nuova chiesa fu progettata nel 1852-1853 dall'architetto veneziano Giovan Battista Meduna in stile neogotico, costruita nel 1857 e consacrata il 4 ottobre 1858. La vecchia chiesa, inglobata durante i lavori, fu demolita alla fine. Gli altari furono realizzati da Giacomo Spiera su disegno del Meduna. L'altare maggiore, in marmo bianco di Carrara, ha dodici nicchie con gli Apostoli dipinti su rame e, più in alto, sei nicchie con l'Annunciazione e i quattro Evangelisti.

La decorazione richiese più di cinquant'anni: la chiesa fu considerata finita solo nel 1912, quando il pittore trevigiano Ermenegildo Linzi terminò, con i suoi figli, gli affreschi che coprono tutto l'interno. Nel 1911 arrivò l'organo dei Fratelli Bazzani, opus 488. Nel 1927 la parrocchia passò dalla diocesi di Treviso al Patriarcato di Venezia. Nel secondo Novecento arrivarono opere nuove: una Sacra Famiglia di Pietro Barbieri (1977), una Maddalena di Roberto Joos (1979) e un ritratto di papa Giovanni Paolo I di Vittorio Felisati (1979), che dipinse anche le due opere ai lati dell'ingresso. La chiesa fu restaurata negli anni Novanta; oggi il tempo, lo smog e il traffico hanno danneggiato la volta, e la parrocchia ha avviato un nuovo restauro chiedendo l'aiuto della comunità.

Cosa resta della chiesa antica

Della chiesa di prima la chiesa del Meduna conserva le due tele del coro di Pietro della Vecchia, le tre statue della facciata, la Madonna e i santi Gervasio e Protasio, un crocifisso ligneo del Trecento di scuola riminese, di provenienza incerta, forse dalla chiesa veneziana di San Matteo di Rialto (da una chiesa di San Matteo veniva anche l'abito della Madonna vestita), e due affreschi staccati del Cinquecento con la Natività e l'Adorazione dei Magi. Sopra la porta della cappella di Lourdes c'è anche un'Adorazione dei Magi su tela, del Cinquecento, restaurata nel dicembre 2008 dall'Associazione Amici delle Arti di Mestre. Il campanile del 1690 è ancora quello voluto dalla vicinia di Carpenedo; a metà del Novecento ebbe una cella campanaria sistemata e una cuspide nuova.

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Le mappe

La chiesa

Bibliografia

  • Giovanni Antonio Gallicciolli, Cenni storici antichi e moderni sacri e profani sopra la villa e la parrocchia di Carpenedo, a cura di Tiziano Zanato, Centro Studi Storici di Mestre, 1984, pp. 11-14, 55-107 e 127-154.
  • Giovanni Netto, Il territorio dipendente dal castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia, in «Quaderno di studi e notizie» del Centro Studi Storici di Mestre, nn. 13-14 (Atti del convegno del 6-7 dicembre 1969), p. 40.
  • Giorgio Fedalto, Note di vita religiosa a Mestre nei secoli XVI e XVIII, in «Quaderno di studi e notizie» del Centro Studi Storici di Mestre, nn. 10-11, 1968, p. 18.
  • Antonio Niero, Appunti di toponomastica mestrina, in «Quaderno di studi e notizie» del Centro Studi Storici di Mestre, nn. 3-4, 1964, p. 55.
  • Mario Carraro, Firmo Arcangeli, Armando Trevisiol, Una chiesa tra le case racconta la fede cristiana, Marcianum Press, 2006, come riportato in Wikipedia, voce «Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio (Venezia, Carpenedo)».
  • Conferenza Episcopale Italiana, Censimento delle chiese italiane, scheda Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio Martiri, Carpenedo.
  • «Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio (Venezia, Carpenedo)», Wikipedia, per il rilievo del 1692, l'altare maggiore, gli affreschi del Linzi, le opere del Novecento e i restauri.

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