Carpenedo 11 Aprile 2026

Forte Carpenedo

Forte Carpenedo | Discovery Mestre Forte Carpenedo Un luogo della memoria nel Bosco di Carpenedo Costruzione e contesto storico Forte Carpenedo sorge su un’area di circa 15 ettari accanto al Bosco di Carpenedo, nella municipalità di Mestre-Carpenedo del comune di Venezia. Assieme a Forte Gazzera e Forte Tron, costituisce il nucleo originario del Campo Trincerato di Mestre: i tre forti della prima generazione, disposti a raggiera attorno a Forte Marghera, formavano un sistema di fuoco incrociato a difesa della città lagunare, del suo porto e del suo arsenale. Il progetto fu proposto a Roma nel 1883 e approvato il 13 giugno dello stesso anno. Dopo una sospensione di circa tre anni l’appalto fu disposto il 21 agosto 1886, e i lavori si svolsero tra il 1887 e il 1892. L’orientamento del forte è verso nord, lungo la direttrice della via per Treviso, una delle principali vie di accesso alla laguna dalla terraferma. La distanza da Forte Marghera era calibrata sulla gittata dei cannoni dell’epoca, in modo che i settori di tiro dei tre forti si sovrapponessero senza lasciare varchi scoperti. Il forte segue il modello poligonale dell’ingegnere militare austriaco Andreas Tunkler (1820-1873), detto anche «tipo prussiano». Architettura e armamento Il forte ha pianta poligonale ed è circondato da un fossato largo fino a circa 40 metri, in origine profondo fino a 6 metri. Vi si accede attraverso un ponte con struttura metallica e tavolato in legno su piloni in pietra; un tempo era un ponte levatoio, di cui restano tracce nella «volta alla prova» dietro l’ingresso. Il portale è in pietra d’Istria, di gusto neoclassico, e l’ingresso era difeso da una caponiera con feritoie per i fucili; il corridoio d’ingresso è voltato in mattoni per resistere ai colpi d’artiglieria. La struttura si articola su tre traversoni: di difesa, centrale e d’attacco. Il traversone centrale ospitava la logistica: il comando, gli uffici, l’infermeria e i depositi di munizioni. Lungo il perimetro sorgevano il corpo di guardia, la prigione, le casermette, le cucine, le scuderie e la polveriera. Sul fronte d’attacco erano schierate batterie in barbetta, per un totale di circa venti pezzi di medio calibro. Nei primi anni del Novecento il forte fu ammodernato con una batteria di cannoni da 149 mm, e più tardi alle estremità dello spalto furono sistemate postazioni contraeree. Concepito per resistere a proiettili di tipo impattivo, il forte si rivelò rapidamente obsoleto con l’avvento dei proiettili esplosivi e delle artiglierie a canna rigata. Come i gemelli Gazzera e Tron, era già tatticamente superato quando fu completata, tra il 1907 e il 1912, la seconda generazione di forti: Rossarol, Pepe, Cosenz, Mezzacapo, Sirtori e Poerio. Da fortezza a deposito Nel 1915, pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, i forti del Campo Trincerato furono disarmati e i cannoni inviati al fronte. Con la prima guerra mondiale Forte Carpenedo fu trasformato in deposito militare, funzione che mantenne per gran parte del Novecento. Nel frattempo la vegetazione occupò progressivamente tutta l’area interna, trasformandolo in un’oasi naturalistica. I militari lo abbandonarono nella prima metà degli anni Ottanta; il forte fu poi acquisito dal Comune di Venezia, insieme a Forte Tron e Forte Rossarol, con una permuta in cambio di appartamenti per i dipendenti dell’esercito. Il recupero e la gestione Il recupero civile fu avviato dai volontari del Gruppo d’iniziativa Forte Carpenedo, costituito in associazione nel 1994. Il forte fu aperto al pubblico a metà degli anni Novanta, e nel marzo 1996 il Gruppo fu tra i fondatori del Coordinamento per il recupero del Campo Trincerato di Mestre, insieme al Comitato Forte Gazzera, al Comitato Culturale Ricreativo Tessera di Forte Bazzera e alla cooperativa sociale Città del Sole. Oggi i volontari della cooperativa Forte Carpenedo organizzano visite guidate, anche con ricostruzioni storiche e rievocatori in divisa, e gestiscono il punto di ristoro «Al Disertore». L’area del forte, con il vicino Bosco di Carpenedo, fa parte del Sito di Interesse Comunitario IT3250010 «Bosco di Carpenedo», nella Rete Natura 2000. Per orari e prenotazioni delle visite conviene consultare il sito e la pagina Facebook del forte. Galleria fotografica Ingresso a Forte Carpenedo Ricostruzione storica degli interni Ricostruzione storica degli interni (2) Uno degli edifici adibito a infermeria Contatti Sito: www.fortecarpenedo.it Email: Facebook: FORTE CARPENEDO Bibliografia e fonti Zanlorenzi, Claudio (a cura di), I forti di Mestre. Storia di un campo trincerato, Cierre, Verona 1997. Comune di Venezia, Ufficio Fortificazioni, «Il Campo Trincerato di Mestre» (archivio storico). AA.VV., I forti del Campo Trincerato di Mestre, Regione Veneto, 2008. Wikipedia, voce Forte Carpenedo. Regione Veneto, Forte Carpenedo, La Grande Guerra, venetograndeguerra.it. Forte Carpenedo, la prima cintura fortificata di Mestre, Montagnando.it. Forte Carpenedo, fortificazioni.net. Un’esperienza personale d’impegno per il recupero e il riutilizzo del Campo Trincerato di Mestre, Forte Mezzacapo. Forte Carpenedo, scoprire la storia, La Nuova Venezia, 5 agosto 2018. Sito ufficiale di Forte Carpenedo: fortecarpenedo.it. 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Carpenedo 14 Gennaio 2026

Villa Grimani – Bragadin (Carpenedo)

Villa Grimani – Bragadin | Discovery Mestre Villa Grimani – Bragadin Una palazzo veneta settecentesca che testimonia la resistenza Storia Gli originari committenti della fabbrica sono i Luca, o Lucca, una famiglia di mercanti di zucchero «aggregati alle famiglie nobili di Venezia nel 1654, con l’esborso di centomila ducati, secondo la prassi instaurata dal doge Francesco Molin» (Elena Bassi, 1987). Da cui discende anche il Vescovo di Treviso Benedetto de Luca, (Fapanni). Questi nel 1640 fanno costruire l’edificio, come è ricavabile dalla data impressa sulla cornice del portale d’ingresso, su quest’ultimo verrà apposta la scultura dell’Arcangelo Michele, protettore dei mercanti, ancora visibile assieme alla scritta “Forti favent superi”: gli dèi proteggono i forti. Mentre sopra il poggiolo vi è incisa la scritta “QUIETI GENIO ET AMICI DICATA”. Il Fapanni fa risalire al 1640 l’erezione dell’Oratorio della villa dedicato a San Giuseppe Sposo di Maria Vergine. Una ulteriore testimonianza della presenza della villa si trova in una mappa stesa da Lorenzo Boschetti nel 1714, copiata da quella di Domenico Boschetti del 9 maggio 1694. Nella carta topografica è disegnata la proprietà del N.H. Gasparo Luca, comprendente un edificio padronale, un’ala adiacente e un’ulteriore consistenza edilizia disposta perpendicolarmente alla strada (Bassi, 1987). La villa viene successivamente abitata dai Grimani, non si sa a partire da quale data, e Francesco Maria Grimani fu l’ultimo proprietario di tale famiglia nel 1826, anno della sua morte. Successivamente passò alla famiglia dei Bragadin che nel 1835 restaurarono l’antico oratorio dai Bragadin dedicandolo alla Beata Vergine della Salute. Ai tempi del Fapanni la Villa apparteneva ad Alvise Bragadin. Nell’oratorio sono stati sepolti Carlo Grimani – Luca, 1819, e Girolamo Grimani – Luca, 1821. Nel novecento la villa passò ai De Sordi per poi essere condivisa tra i Rizzo e i Bovo. L’edificio L’edificio, vincolato nel 1959 ai sensi della legge n. 1089 del 1939, presenta elementi architettonici che individuano nel palazzo veneziano diffuso nella seconda metà del Cinquecento il suo modello di riferimento costruttivo. Ciò è particolarmente evidente nella facciata principale esposta a sud-ovest, dove è leggibile la simmetria delle aperture, disposte su tre assi, corrispondente a una medesima tripartizione degli ambienti interni sviluppati attorno a una sala centrale passante. Il salone si esplicita in facciata mediante la trifora ad archi, sorretti centralmente da colonne ioniche e lateralmente da piedritti dorici, aperta su un balcone con balaustra in ferro battuto. Ai lati della trifora si aprono due porte finestre ad arco su piedritti dorici, con balaustre in ferro battuto. Tutti gli archivolti delle aperture del piano nobile sono riquadrati con esili cornici a rilievo delimitate superiormente da una fascia liscia con cimasa modanata sporgente. Al secondo piano si aprono solo semplici finestre architravate. Il registro inferiore è stato notevolmente manomesso da aperture laterali che ne hanno snaturato il disegno originario. L’edificio è posto in località Carpenedo lungo via San Donà, di fronte a via Ca’ Rossa. Lo stato di conservazione della villa e degli annessi retrostanti è stato da poco in parte ripristinato grazie a lavori di parziale restauro. (Elena Bassi e IRSS) Una targa per ricordare la liberazione Il 28 aprile 1945, mentre in alcune zone di Mestre i partigiani combattevano, il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) si riunì per decidere come trattare con le truppe tedesche. Prevalse l’idea di avviare una trattativa diretta con il comando tedesco per ottenere un impegno formale. Nel pomeriggio si tenne un incontro a Villa Franchin a Carpenedo tra il Presidente del CLN Etelredo Agusson, il consulente militare Mario Balladelli e il comandante tedesco. La negoziazione era delicata: il comandante minacciava di far saltare le mine negli impianti industriali e nei servizi della città. Dopo un iniziale rifiuto, alle 17 si raggiunse un accordo: i tedeschi avrebbero potuto ritirarsi con le armi, senza far brillare le mine e senza atti di violenza contro i civili. L’accordo fu approvato dal CLN e Balladelli avvisò le formazioni partigiane dei territori limitrofi per coordinarsi con il ritiro tedesco. La lapide commemorativa recita: Imperando la reazione e il tedesco / tramontate tutte le civili libertà / da questo asilo di liberi uomini / di prigionieri affrancati delle Nazioni unite / a conclusione di tanta dura lotta / il Comitato di Liberazione Nazionale di Mestre / sorretto da un pugno di cospiratori / il 28 aprile 1945 / imponeva la resa all’oppressore / Mestre 28 aprile 1946 (Fonte: Iversen) Sopra la porta d’ingresso è ancora ben visibile la scritta latina “Forti favent superi” («gli dèi favoriscono i forti») accompagnata dalla scultura dell’Arcangelo Michele, protettore dei mercanti. Sotto l’Arcangelo è riportato l’anno di costruzione 1640. Sul fronte della villa, a ricordo degli eventi della Seconda Guerra Mondiale, è stata apposta una lapide che commemora il ritiro delle truppe tedesche da Mestre avvenuto il 28 aprile 1945. Galleria Immagini Villa Grimani Bragadin oggi Scritta incisa sopra la porta “Forti favent superi” e sotto si nota l’Arcangelo Michele Una lapide ricorda il Ritiro degli occupanti tedeschi da Mestre (vedi posizione sulla mappa) La scritta “Quieti Genio. Sibi Et Amicis Dicata” Villa Grimani – Bragadin nel 1963 Villa Grimani Bragadin negli anni settanta Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Istituto Regionale Ville Venete: scheda della Villa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Carpenedo 14 Gennaio 2026

Villa Gradenigo (area Terraglio)

Villa Gradenigo (area Terraglio) | Discovery Mestre Evoluzione e perdita di una grande dimora Da villa di campagna allo splendore del Tiepolo Storia Villa Gradenigo, pur rinnovata profondamente da Andrea Gradenigo intorno al 1780, affondava le proprie radici in una fase storica molto più antica. Le prime notizie risalgono al 1545, quando nell’area di Carpenedo, lungo il Terraglio, si trovava una “casa da statio” di proprietà di Maphio Girardi, mercante di antica famiglia patrizia. Una mappa della fine del Cinquecento testimonia l’esistenza di un cortivo con due edifici riconducibili al “clarissimo Gerardo”, mentre nel Seicento la dimora aveva già assunto dimensioni considerevoli. L’estinzione della famiglia Girardi nel 1685 segnò la conclusione della prima fase della villa. L’anno seguente il complesso passò brevemente nelle mani di Gerolamo Lin, per poi essere acquistato nel 1687 da Marina Amhauser, vedova Chechel, che esercitò un diritto di prelazione sui terreni confinanti. La proprietà passò al figlio Giovanni Giorgio Chechel, mercante, collezionista d’arte e console del Fondaco dei Tedeschi. Conosciuta allora come il “casino del console Checherle”, la villa fu venduta nel 1722 per sanare i debiti del figlio. L’acquirente fu il patrizio veneziano Vettor Dolfin, impresario teatrale e violinista dilettante, che pagò 6.500 ducati. Dolfin avviò un vasto progetto di rinnovamento: chiamò il giovane Giambattista Tiepolo per affrescare vari ambienti e commissionò ad Antonio Gai statue e vasi in pietra di Costozza per decorare ingressi e giardino. Successivamente, lo scultore Francesco Bonazza arricchì il parco con quattro cavalli rampanti e statue mitologiche, completando un’imponente scenografia verde. Tra il 1750 e il 1755 la villa appartenne all’ambasciatore di Spagna a Venezia, José Joaquín de Montealegre, che vi sviluppò un articolato programma scientifico e naturalistico: collezioni botaniche, animali esotici, un hortus medicus e migliaia di bulbi di giacinti. Nel 1775, un inventario redatto per l’affitto al marchese di Squillace, Leopoldo de Gregorio, definiva la villa come “La contadina incivilita”, sintesi perfetta tra mondo rurale e cultura illuminista. Il 3 agosto 1775, tramite un prestanome, la villa venne acquistata da Bartolomeo (detto Andrea) Gradenigo, già Bailo di Venezia a Costantinopoli. Tornato a Venezia nel 1779, Gradenigo intraprese un ampio programma di rinnovamento estetico della dimora: rinnovò arredi, tappezzerie, mobilio e impreziosì molti ambienti con cuoi marocchini importati dall’Impero Ottomano. La villa divenne così un luogo di svago e rappresentanza, con stanze dedicate alla musica, al gioco e alla conversazione, tanto che l’ambasciatore Bombelles ne lodò la perfetta fusione tra eleganza italiana e comfort orientali. L’Arrivo e l’Affitto dei Polignac (1790) Sei mesi dopo la morte di Andrea Gradenigo, grazie alla mediazione dell’ambasciatore francese Marc-Marie de Bombelles, la villa trovò nuovi affittuari: i Polignac, aristocratici fuggiti dalla Francia rivoluzionaria. A Versailles occupavano una posizione di rilievo: Yolande de Polastron, moglie del duca Jules, era amica e favorita della regina Maria Antonietta, circostanza che rese la famiglia un bersaglio del crescente clima d’odio. Costretti a fuggire da Parigi la notte del 16 luglio 1789, i Polignac giunsero a Venezia nel maggio del 1790 e, grazie ai buoni uffici di Bombelles, trovarono rifugio in terraferma. L’affitto della villa di Carpenedo fu firmato alla fine di giugno del 1790 per 200 ducati annui. Il Matrimonio di Armand de Polignac (1790) La presenza del vasto seguito dei Polignac riportò vita e splendore nella dimora, in vista soprattutto delle nozze del giovane Armand de Polignac, diciannovenne, con la quindicenne Idalia Johanna de Neuckircken. Il matrimonio fu fissato per il 6 settembre 1790. La cerimonia religiosa ebbe luogo nella cappella gentilizia della villa e fu seguita da una grande festa, con intrattenimenti, banchetti e spettacoli che trasformarono per alcuni giorni il complesso di Carpenedo in un teatro aristocratico in esilio. Le Opere d’Arte legate ai Polignac (Francesco Guardi) Per commemorare l’evento, i Polignac chiamarono l’anziano Francesco Guardi, che realizzò una serie di schizzi preparatori — probabilmente destinati a tavole mai ultimate — oggi considerati una straordinaria testimonianza della villa. I disegni conservati al Museo Correr raffigurano: la cerimonia nella cappella, con altare rococò e gli sposi attorniati dagli invitati; la benedizione impartita dal vescovo; il banchetto nuziale in una sala a doppia altezza con colonne corinchie, dove gli sposi siedono con 32 invitati. Un ulteriore disegno, conservato al Royal Museum di Canterbury, rappresenta uno spettacolo teatrale nel giardino della villa, annotato come Veduta del giardino del N.H. Gradenico a Carpenedo in tempo di Carnovale, probabilmente parte dei festeggiamenti nuziali. La Partenza (1791) Dopo mesi segnati da tensioni politiche — incluso un presunto tentativo di avvelenamento — la famiglia Polignac lasciò Villa Gradenigo a fine aprile 1791, prima della scadenza del contratto, trasferendosi a Vicenza. Decadenza e Demolizione (1797–1804) La fase successiva fu segnata da un rapido declino. L’occupazione francese del 1797 provocò danni e saccheggi, mentre la gestione divenne economicamente insostenibile. Nel 1794 le eredi Gradenigo avevano venduto la proprietà a Odoardo Collalto, che tuttavia decise, nel 1803, di cederla ad Antonio Savorgnan. Per evitare gravose imposizioni fiscali, Savorgnan scelse di convertire l’area in terreno coltivabile: la villa fu demolita intorno al 1804 e il grande parco venne spiantato. Un contratto dell’epoca — rinvenuto da Sergio Barizza — documenta la vendita di «migliara ottanta e più di pietre cotte intere o mezze» destinate al disfacimento della villa, a 20 lire il migliaio. Con la demolizione scomparve una delle dimore più splendide della terraferma veneziana. Una villa principesca sita a Carpenedo La villa, composta da un corpo centrale detto Palazzino e da due lunghe ali laterali, una delle quali considerata la più prestigiosa e nota come Barchessa Nobile, appariva nel Settecento come un piccolo universo aristocratico autosufficiente, dove spazi, arredi e decorazioni raccontavano ambizioni, gusti e identità dei suoi proprietari. Il Palazzino, cuore simbolico della residenza, mostrava fin dal piano terra ambienti affrescati e sobriamente arredati, quasi a introdurre l’ospite in un percorso che alternava devozione, rappresentanza e vita quotidiana. Qui si trovavano una cappella privata con altare verde e dorato, quadri devozionali e inginocchiatoi; piccole stanze rivestite di tessuti stampati; sale di passaggio dominate da qualche canapè, tavolini in noce con coperture di marmo, pedestali figurati ormai logori ma ancora in uso. Salendo lo scalone illuminato da un fanale, il piano nobile rivelava ambienti più curati: la sala affrescata, un grande tavolo in noce con piano marmoreo, un armadio per l’orologio “con campana grande e piccola”, librarie e camerette contigue arredate con specchi, tessuti alla chinese, piccoli armadi intarsiati, panchette di rasetto. La quotidianità dell’aristocrazia era scandita da canapè rivestiti d’indiana, mobili da lavoro intarsiati in madreperla, piccoli tavolini ovali, casselle chiuse a chiave: oggetti che suggeriscono un equilibrio tra ordine domestico, studio, e rappresentazione di sé. Se il Palazzino custodiva la vita intima della famiglia, la Barchessa Nobile — vera meraviglia della villa — era invece un teatro di immagini. Qui un intero appartamento affrescato, probabilmente opera giovanile di Giambattista Tiepolo, offriva un susseguirsi di stanze tematiche dai nomi evocativi: la Camera del Senato Cartaginese, la Camera delle Pastorelle, la Camera delle Deità, dei Geroglifici, di Silvio e Dorinda, e la spettacolare Camera di Venezia e Trevigio. Ogni ambiente era animato da pitture “alla chinese”, prospettive illusionistiche, figure mitologiche, scene pastorali o soggetti letterari: un vero percorso visivo attraverso mode, simboli e fantasie del Settecento veneziano. Gli arredi — specchi dorati, tavolini con figure intarsiate, sedie “all’inglese” di canna d’India, piedestalli con mori dorati, torcieri centrali appesi a catena — amplificavano l’effetto scenografico, creando un insieme unitario dove pittura e mobilio dialogavano strettamente. Al piano superiore della Barchessa si trovavano portici con quadri, librerie e numerose sale di servizio, mentre la Barchessa Nuova accoglieva cucine, dispense e stanze del personale, popolate da lunghi tavoli, treppiedi, scagni e armadi rustici: il necessario per sostenere la complessa macchina domestica della residenza. All’esterno, la villa si apriva su un giardino ornato di statue, probabilmente delle botteghe di Gai e Bonazza, e su un parco ricco di essenze rare. Vi crescevano agrumi in vaso — oltre duecento tra piante e cedri nelle serre — aloe, cinnamomo, piante medicinali e quasi tremila bulbi di giacinti di diciannove varietà. La Cedrera, una struttura coperta, custodiva una grande specchiera tripartita incastonata in una nicchia, riflettendo la luce e il verde intorno. In epoca successiva, l’ambasciatore Bombelles ricordò con ammirazione un elegante padiglione ottagonale affacciato sulla strada del Terraglio, che permetteva agli ospiti di osservare comodamente il via vai di carrozze e viaggiatori: un modo raffinato di “abbracciare il mondo” rimanendo dentro la quiete della villa. Opere presenti e loro destino La villa fu un vero laboratorio artistico. I cicli di affreschi di Giambattista Tiepolo, oggi perduti, conferivano alla barchessa nobile un valore inestimabile. L’apparato scultoreo di Antonio Gai e Francesco Bonazza arricchiva il parco, ma solo parte di quest’ultimo è giunta fino a noi. Le sculture superstiti di Bonazza — in particolare i quattro cavalli rampanti e varie figure mitologiche — furono acquistate da Antonio Savorgnan e poi vendute nel 1806 a Pietro Sartorio, che le collocò nel giardino della sua villa a Trieste. Oggi si trovano nel Parco di Villa Sartorio. Altre opere, come Pomona, un Fauno e alcuni Amorini, sono conservate presso il Museo Sartorio. Una gloriette ottagonale del parco triestino sembra replicare il belvedere che un tempo ornava Villa Gradenigo. I disegni di Francesco Guardi, realizzati per le nozze dei Polignac nel 1790, costituiscono invece le ultime preziose testimonianze visive degli interni e della vita della villa, tramandando ciò che la demolizione ha cancellato. Galleria Immagini “Le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) “Banchetto per le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) I Cavalli di Francesco Bonazza, provenienti da Villa Gradenigo, oggi nel parco di Villa Sartorio (Trieste) Il Terraglio in una mappa di G. Venturelli del 1787 G. Venturelli, Profilo, disegno e sezioni della Regia Strada del Terraglio (1787). Si nota il complesso di Ca’ Gradenigo con il suo ampio giardino. Treviso, Biblioteca civica, Fondo cartografico, mappa n. 92 Bibliografia Andreina Rigon, La contadina incivilita. Villa Gradenigo a Carpenedo (ATENEO VENETO Rivista di scienze, lettere ed arti – Atti e memorie dell’Ateneo Veneto) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Carpenedo 14 Gennaio 2026

Villa Malvolti (Carpenedo)

Villa Malvolti | Discovery Mestre Villa Malvolti I Conti Malvolti di Mestre La storia Villa Malvolti, anche conosciuta come Villa Combi-Malvolti, è una villa veneta nel Comune di Venezia, ubicata nella località di Carpenedo. Si tratta di un edificio del XVI secolo (1574), appartenuto alla famiglia Priuli e già presente in una mappa del 1590, costruito in un’area tradizionalmente agricola di cui era al centro. Passò, dal 1769 al 1791, al console austriaco Kekerle (detto Checherle), poi ai conti Combi — la cui presenza è documentata in una mappa asburgica del 1829 — poi ai Missana e, nel 1861, alla famiglia Malvolti. Ha perso la funzione rurale soprattutto dopo che, nella ristrutturazione degli anni 2000, la barchessa è stata convertita in appartamenti. L’edificio Il complesso è formato da numerosi edifici, tra i quali ha maggior rilievo il blocco principale, composto dalla villa padronale — con un piano terra e un piano nobile, sovrastato da mezzanino e da un timpano ad arco ribassato — e dalla barchessa con portici disposta a L. L’edificio padronale ha pianta rettangolare ed è rivolto a sud, verso Via Trezzo. La sua facciata è simmetrica, con una forometria che mette in evidenza i tre livelli di cui si compone il palazzo. Oltre al portale al centro del piano terra, ha particolare importanza la monofora del piano nobile, a tutto sesto e balaustrata, che si differenzia dalle altre aperture rettangolari. Al secondo piano, centralmente, è presente uno stemma della famiglia; la sommità è percorsa da un cornicione dentellato. La facciata posteriore, posta a nord, ricalca quella principale. Ai lati l’edificio è completato da due ali più basse di un piano, aperte con lo stesso schema forometrico. La barchessa si dilunga sul lato est con una fila di grandi arcate a tutto sesto; l’estremo sud di tale struttura ha annessa una costruzione di tre piani. Nel parco antistante la villa si trova una cappella privata dedicata a Santa Maria del Rosario (rifinita nel 1775 dai conti Combi), con l’abside rivolta verso la barchessa. Si caratterizza per la facciata a capanna policroma che termina in un campanile a vela, con portale timpanato e un piccolo rosone. Due annessi rurali di epoca settecentesca occupano l’area antistante la villa. Galleria Immagini Villa Malvolti – foto del proprietario Villa Malvolti – foto del proprietario Villa Malvolti a Carpenedo Beata Vergine del Rosario in Villa Malvolti Mappa Militare del 1829 del Territorio di Via Trezzo con indicata Villa Combi Bibliografia Stocchero, Ilva (a cura di). Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano, Centro Studi Storici di Mestre (foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato). Parte del materiale è stato tratto da Wikipedia Italia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Carpenedo 15 Ottobre 2025

Villa Zajotti (Carpenedo)

Villa Zajotti – Revedin | Discovery Mestre Villa Zajotti – Revedin Una dimora protagonista della storia mestrina Storia Villa Zajotti – Revedin è una dimora storica situata in via San Donà a Carpenedo, le cui origini risalgono al XVII secolo. Secondo i documenti conservati nell’Archivio di Stato, all’epoca la villa apparteneva ad Andrea Resio di Sant’Angelo a Venezia ed era descritta come una «casa di coppi con giardino e un brolo di campi», concessa in gestione al gastaldo Zurò. Nel 1748 la proprietà passò per eredità a due donne: Diana Capello, moglie di Paolo Resio, che ne possedeva otto decimi, e la contessa Chiara Garzadori, proprietaria dei restanti due decimi. In quell’anno la villa era affittata a Angelo Savioli per 60 ducati. L’anno seguente, nel 1749, la contessa Chiara Garzadori vendette la villa ad Angelo Revedin per 1.200 ducati. La villa viene menzionata nel catasto napoleonico del 1808, intestata ai fratelli Antonio, Francesco e Marco, e descritta come «casa con corte ad uso del fattore, pascolo, giardino e casa ad uso di villeggiatura». Nel 1905 la famiglia Zajotti acquistò la villa Revedin a Carpenedo, un tempo utilizzata come casino di caccia, trasformandola in una residenza di campagna. Architettura Nel 1750, un anno dopo l’acquisto, Angelo Revedin fece erigere l’oratorio dedicato alla Santissima Maria Evangelista e a Jacopo Apostolo, realizzando al suo interno una cappella dotata di pala d’altare. Probabilmente sempre lui fece alzare di un piano l’edificio, e gli interni furono impreziositi con eleganti caminetti, marmi policromi e affreschi realizzati da Andrea Urbani, lo stesso artista che aveva decorato Villa Erizzo. Il parco della villa conserva stalle e un piccolo Teatro di Verzura, tipico dei giardini all’italiana del XVIII secolo, destinato ad accogliere rappresentazioni teatrali all’aperto e momenti di intrattenimento culturale. La villa fu oggetto di restauri nel 1866 e successivamente nel 1905, probabilmente a cura della famiglia Zajotti, che ne divenne infine proprietaria. Grazie a questi interventi architettonici e decorativi, Villa Zajotti – Revedin giunse ai nostri giorni come una delle testimonianze più eleganti della tradizione residenziale veneta tra XVII e XIX secolo. Storia della famiglia Zajotti Le origini della famiglia Zajotti sono veneziane, ma la loro genealogia si intreccia strettamente con la storia culturale e civile dell’Ottocento italiano. Tra i membri più noti si distingue Paride Zajotti (1793–1843), magistrato e letterato, figura controversa ma di grande rilievo nel mondo politico e intellettuale veneto. Egli servì come giudice durante il periodo asburgico, fu autore di scritti critici e memoriali e, secondo la tradizione familiare, intrattenne corrispondenza con Alessandro Manzoni. Un suo discendente, Paridino Zajotti, partecipò ai moti patriottici del 1848–1849 e difese Venezia durante l’assedio austriaco. Nel 1893 la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio di Carpenedo cedette un’area alla famiglia Zajotti, che nel 1896 la trasferì alla Società Veneta di Sport, guidata da tre maggiorenti mestrini. L’area fu recintata e protetta dalla caccia e dalla pesca. Poiché la destinazione calcistica ancora non esisteva, l’area fu inquadrata come ippodromo, consentendo lo svolgimento di varie manifestazioni sportive. Com’è oggi Oggi la villa viene chiamata «Villa Zajotti Saccomani» ed è ancora abitata, mantenendo la sua vocazione culturale. Dal 2022 ospita la rassegna «I Concerti in Villa», promossa dal Comune di Venezia e dal Conservatorio Benedetto Marcello, che riporta la musica negli ambienti originari della casa. Rimasta pressoché intatta nel suo impianto, è uno dei rarissimi esempi di villa borghese mestrina del primo Novecento con parco storico, arredi e proporzioni originali. Galleria Fotografica Villa Zajotti Saccomani (Google Maps) Villa Zajotti in un’immagine di inizio Novecento Bibliografia Archivio di Stato di Venezia. Fondi Notarili e Catasto Napoleonico — documenti relativi alla Villa Revedin di Carpenedo, XVII–XIX secolo. Comune di Venezia — Assessorato alla Cultura. I Concerti in Villa: rassegna musicale 2022. Venezia, 2022. Martini, A. Ville Venete: architettura e storia. Electa, Milano, 2003. Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia. Rusconi, 1987. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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