Il cimitero di Mestre
Il cimitero di Mestre
Due secoli di sepolture e di ampliamenti, dal camposanto di San Lorenzo a oggi
Il vecchio camposanto di San Lorenzo
Fino all'età napoleonica il cimitero di Mestre circondava la chiesa di San Lorenzo, come accadeva in quasi tutte le parrocchie: piccoli cimiteri avevano anche San Rocco e San Girolamo. Nel 1772, dopo diverse lamentele sul degrado del luogo, i Provveditori alla Sanità mandarono a ispezionarlo Tommaso Scalfuroto, che dopo il sopralluogo consigliò di portare il cimitero fuori dall'abitato. Una rudimentale planimetria di quell'anno è conservata nell'archivio della Podesteria di Mestre.
Ci vollero quasi quarant'anni. Le leggi napoleoniche, emanate in Francia nel 1804 ed estese al Regno d'Italia con un editto del settembre 1806, imponevano di seppellire i morti lontano dalle case, in cimiteri pubblici. Fino ad allora le famiglie in vista avevano le loro arche dentro la chiesa: Graziella Lugato, che ha studiato i libri dei defunti di San Lorenzo, nota che nel 1827 Pietro Belcavello fu sepolto nel cimitero municipale, mentre fino a pochi anni prima tutti i Belcavello finivano nell'arca di famiglia in San Lorenzo.
La scelta di Manocchi
Il 26 ottobre 1811 l'ingegnere Giobatta Manocchi individuò il sito del nuovo cimitero: un terreno del clero lungo l'attuale via Santa Maria dei Battuti, a uguale distanza da San Lorenzo e da Carpenedo, le due parrocchie che allora formavano il comune. Manocchi fece anche i conti. Le due parrocchie contavano 6196 abitanti, 4692 a Mestre e 1504 a Carpenedo, con una media di 185 morti all'anno; le salme dovevano restare sepolte dieci anni, quindi servivano 1850 posti, e calcolando lo spazio di ogni fossa si arrivava a 2220 metri quadrati. Su questa misura il terreno fu acquistato dall'amministrazione delle Nove Congregazioni del Clero.
Il sito aveva un difetto: era basso e veniva spesso sommerso dall'acqua. Rialzare il terreno e scolare le acque, scrive Giovanna Bison riassumendo Sergio Barizza, fu un problema che si trascinò per più di un secolo.
1812: il cimitero apre
Il 24 marzo 1812 fu bandita l'asta per costruire il nuovo cimitero, vinta dal veneziano Giovanni Maria Fagarazzi, e i lavori si chiusero entro l'anno. Il 30 dicembre 1812 l'arciprete di San Lorenzo Carlo Maria Belcavello lo benedisse. Il primo sepolto fu un bambino: secondo i libri dei defunti di San Lorenzo, il 2 gennaio 1813 Natale Stefano Dalseno, di otto giorni, «fu tumulato il primo nel nuovo cimitero del Municipio». Gianni Ferruzzi fa cominciare le sepolture dal primo gennaio 1813, e anche Davide Ros data al 1813 il trasferimento del cimitero fuori dall'abitato.
Il terreno del vecchio camposanto rimase accanto alla chiesa, sconsacrato, e nel 1852 la fabbriceria lo diede in enfiteusi a Giuseppe Trevisani perché vi costruisse una casa.
Gli ampliamenti dell'Ottocento
Il nuovo cimitero si rivelò presto troppo piccolo. Fu ampliato nel 1820 e di nuovo nel 1837, quando fu ricavato anche un recinto per i non cattolici. Ros legge questi ingrandimenti come un indicatore del ritmo di crescita della popolazione. Restava comunque un semplice rettangolo chiuso da un muro, con un ampio fossato e una fila di gelsi, le cui foglie, ricorda Bison, si vendevano per l'allevamento dei bachi da seta.
Nell'estate del 1862 parroci e medici di Mestre tornarono a denunciarne l'inadeguatezza: secondo loro c'era bisogno «di ampliarlo, di rialzarne la cinta, di munirlo di un cancello di ferro all'ingresso, di levare i gelsi che lo circondano, di munirlo di una cella mortuaria e di una cappella». Il primo progetto, dell'ingegnere Pietro Moro (18 agosto 1862), fu archiviato. Federico Berchet ne presentò due, il 6 giugno 1863 e il 27 giugno 1864: un cimitero monumentale con una chiesetta al centro di un porticato continuo destinato alle cappelle private. Sapendo che il Comune aveva pochi soldi, Berchet stesso propose di procedere in due tempi, prima l'ampliamento con il nuovo muro e il riordino dei fossi, poi la chiesetta e il porticato.
Il primo lotto lo eseguì nel 1865 Giuseppe Da Re, l'impresario delle fornaci sul Canal Salso. Il resto del progetto apparve troppo costoso e il Comune si rivolse a Giobatta Meduna, che il 30 marzo 1869 presentò una versione più economica con la cappella, la cella mortuaria e la casa del custode. Approvato quello stesso anno, il progetto fu affidato di nuovo a Da Re nel 1871 e concluso nel 1872. Sindaco era Napoleone Ticozzi, imparentato con i Da Re. Il primo sepolto sotto le nuove arcate, nota Bison, non fu un mestrino ma l'ex sindaco di Favaro Giovanni Giacomuzzi. Nella chiesa antica del cimitero c'è la cappella della famiglia Ticozzi, dove riposa Cesare Ticozzi, il padre del sindaco.
Il Novecento
Il porticato fu completato solo nel 1905, con le due testate progettate da Giorgio Francesconi. Lo spazio però non bastava più, e quello stesso anno il Comune comprò il terreno a nord del muro: in parte, come un secolo prima, dalle Nove Congregazioni del Clero, in parte da Nicolò Marini-Missana, il proprietario di Villa Marini Missana. Il nuovo ampliamento, progettato dall'ingegnere Alvise Motta, richiese ancora una volta di rialzare il terreno e di costruire nuove mura, con un nuovo viale e un'edicola ossario fra il vecchio e il nuovo cimitero. I lavori andarono avanti a singhiozzo fino al 1920; Ferruzzi data al 1925 il lotto successivo. Quello che fu costruito fino alla metà degli anni Venti è il vecchio cimitero, con i viali fra le file di cipressi e le cappelle che le famiglie dei notabili mestrini vi eressero a inizio secolo.
La Grande Guerra lasciò qui il suo segno. Il 5 novembre 1916, secondo la scheda della Soprintendenza, fu inaugurato l'«altare della patria» progettato da Umberto Bellotto, con le opere in pietra di Marcello Bonivento: non tutti i consiglieri erano d'accordo, e qualcuno giudicava prematuro un monumento ai caduti a guerra ancora in corso. L'opera che si vede oggi, avverte la stessa scheda, differisce dal progetto originario: su un basamento di cinque gradini stanno un altare con una croce in ferro e una parete di lastre di marmo con i nomi dei militari e dei civili morti dal 1915 al 1924. Ferruzzi e Bison la datano agli anni Venti.
Nel cimitero riposa anche Richard Cutts Fairfield, il volontario americano ucciso da una bomba nel gennaio 1918. La madre volle che restasse in Italia: Giovanni Cecchini ne accolse provvisoriamente la salma nella cappella di famiglia, e il 27 aprile 1921 fu tumulato nel monumento eretto per lui dai soldati italiani del Genio e della Fanteria. Ogni anno, per i defunti e per il 4 novembre, le autorità americane mandano i fondi per i fiori e per la bandiera sul piccolo pennone del monumento.
Dopo l'annessione a Venezia il prestito comunale del 1928 assegnò 290.000 lire all'ampliamento del cimitero di Mestre, con tombe, colombari e ossari (vedi Mestre nella Grande Venezia). Il piano regolatore di Antonio Rosso del 1937 prevedeva un nuovo cimitero a nord della Castellana, ma il cimitero rimase dove era.
Dal dopoguerra a oggi
Con la crescita di Mestre gli ampliamenti si susseguirono a ogni decennio: negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta, poi nel 1996 e nel 2013. Al posto delle tombe a terra si moltiplicarono i colombari, edifici sorti, scrive Ferruzzi, «a singhiozzo senza sottostare ad alcuna regola urbanistica o progetto di massima», che hanno garantito molti posti ma snaturato la struttura semplice dell'Ottocento. Da cimitero di periferia, quello di Mestre si è trovato dentro la città, chiuso fra la ferrovia e la tangenziale. Oggi copre circa 78.000 metri quadrati ed è il cimitero più grande della terraferma del Comune di Venezia per estensione e numero di sepolture. L'edificio più recente, la Rotonda progettata dall'ufficio tecnico di Veritas, ha 6598 nicchie fra loculi, ossari e cinerari.
Nel cimitero sono sorti anche altri monumenti: ai caduti italiani di tutte le guerre (1978), il sacrario dei militari austroungarici morti negli ospedali militari del territorio (1982), il monumento ai profughi istriani, fiumani e dalmati progettato dal professor Fiorentin (1984), la lapide per i religiosi della città (1987) e, dal 2 giugno 2011, la targa con i nomi dei partigiani mestrini caduti, accanto ai loculi che ne raccolgono le spoglie. Nel cimitero riposa anche Erminio Ferretto. Nel 2014, per il bicentenario, il Centro Studi Storici di Mestre ha pubblicato la guida di Gianni Ferruzzi, che racconta cinquanta di questi mestrini e indica dove trovarne le tombe. Fra loro ci sono Guglielmo Berchet, Napoleone Ticozzi, Giuseppe Da Re, l'ingegnere Eugenio Mogno, Ferdinando Ponci, Beatrice Bianchini, Domenico Toniolo, Edmondo Matter, i sindaci Gustavo Soranzo e Massimiliano Castellani, Giuseppe Urbani de Gheltof, Luigi Candiani e Arnaldo Settembrini.
Galleria immagini
Bibliografia e fonti
- G. Ferruzzi, Il cimitero di Mestre a duecento anni dalla fondazione, Centro Studi Storici di Mestre, gennaio 2014 (presentazione di Roberto Stevanato).
- G. Lugato, Benefattori della chiesa di San Lorenzo di Mestre (legati, livelli, donazioni, dal XVI al XX sec.), Centro Studi Storici di Mestre, pp. 59, 61, 89-90.
- G. Bison, Al di là del muro, tra gli alberi. Analisi antropologica sulla percezione del cimitero mestrino negli anni Duemila, tesi di laurea, Università Ca' Foscari Venezia, 2017, pp. 63-66 e 107 (riassume S. Barizza, Storia di Mestre, Il Poligrafo, 2003, pp. 90-92).
- G. Bison, «Con quaderno e macchina fotografica nel cimitero di Mestre», storiAmestre, 8 novembre 2020.
- D. Ros, Lo sviluppo urbanistico di Mestre, tesi di laurea magistrale, Università Ca' Foscari Venezia, relatore A. Gallo, a.a. 2014/2015, pp. 51 e 93.
- Soprintendenza ABAP per il Comune di Venezia e Laguna, scheda del monumento ai caduti ad ara nel cimitero di Mestre, Catalogo generale dei Beni Culturali.
- Rivista mensile della città di Venezia, 1928, pp. 138-141 (prestito di 50 milioni), Biblioteca digitale della Biblioteca nazionale centrale di Roma.
- «Una imponente cerimonia italo-americana. La traslazione della salma del primo caduto americano», in Gazzetta di Venezia, 28 aprile 1921, p. 2.