Il monastero di Santa Maria delle Grazie
La Chiesa di Santa Maria delle Grazie Il borgo delle Muneghe dalle Benedettine al Museo Il Monastero di Santa Maria delle Grazie di Mestre Il contesto delle origini La genesi del monastero di Santa Maria delle Grazie è strettamente legata alle ondate migratorie causate dalla minaccia ottomana nel Nord-Est italiano alla fine del XV secolo. Le fonti non sono del tutto univoche sulla data esatta, ma una testimonianza del 1481 parla dell’acquisto di una modesta abitazione rurale a un solo piano, completa di orto, stalla e muro di cinta, situata proprio sulle rive del Marzenego. Quel luogo prese presto il nome di “Borgo delle Muneghe”, toponimo che rimase ufficiale fino a metà Ottocento. Lo storico Luigi Brunello propone invece una ricostruzione leggermente diversa: monache benedettine (benedettine cassinesi) provenienti da Udine si sarebbero rifugiate inizialmente presso la chiesa di San Marco nel 1490, per poi trasferirsi definitivamente nella sede di via Poerio nel 1501. Una migrazione che racconta già da sola quanto fosse viva e tormentata la storia di Mestre in quegli anni. Consolidamento finanziario e patronati illustri Da semplice rifugio il monastero divenne una solida istituzione soprattutto nel corso del XVI secolo, grazie al sostegno di famiglie facoltose e figure di grande rilievo. Una protagonista assoluta fu l’Abbadessa Lucia Zetta, nominata nel 1548. Alla morte del padre, il ricco mercante Polo Zetta, divenne erede universale e riversò ingenti capitali nel convento: sistemò gli edifici originari, acquistò immobili redditizi come l’Osteria della Rosa e gestì prestiti che garantivano rendite costanti. Il prestigio dell’istituzione crebbe al punto da attirare l’attenzione di Marco Dolce, Capitan Grande del Consiglio dei Dieci. Nel 1593 divenne il primo procuratore del monastero, sfruttando i meriti militari acquisiti nella Guerra Turchesca per favorire nuovi ampliamenti. Dolce scelse questo luogo anche per collocarvi la figlia e due nipoti, creando un legame profondo tra l’élite veneziana e la vita claustrale mestrina. L’eccellenza architettonica e l’integrazione urbanistica Lo sviluppo architettonico del complesso riflette il coinvolgimento dei più grandi maestri del Rinascimento e del Barocco veneziano. Quando la comunità crebbe, nel 1580-1582 il Proto Francesco Zamberlan, fedelissimo collaboratore di Andrea Palladio, progettò un importante ampliamento. Il Consiglio Civico, con una delibera del 13 giugno 1582, impose una condizione straordinaria: sotto la nuova fabbrica dovevano nascere portici pubblici, perfetti per il mercato e il passeggio cittadino. In questo modo clausura e vita urbana si intrecciarono in maniera sorprendente. Nel 1661, per delimitare le proprietà monastiche, fu eretto il Capitello di via Brenta Vecchia: un pilastro con bassorilievo della Madonna col Bambino, una croce intrecciata a una falce di luna e simboli che evocano lo Spirito, tanto da far ipotizzare a qualcuno legami con i Cavalieri di Malta. Tra il 1667 e il 1671 Antonio Bettinelli progettò la nuova chiesa, necessaria per celebrare quotidianamente decine di messe legate ai lasciti testamentari e per ospitare le arche sepolcrali dei benefattori; fu consacrata da Bartolomeo Gradenigo il 4 gennaio 1671. Infine, nel 1728 Giorgio Massari realizzò l’altare maggiore, un’opera sontuosa in pietra di Rovigno e pregiati marmi africani e di Carrara, che rappresenta il vertice del decoro architettonico del monastero. Economia e vita quotidiana L’economia si reggeva su decime e contratti locali regolati dagli Statuti Trevigiani. Un esempio del 1612 mostra come i coloni pagassero con la “misura mestrina”: stara di frumento, mosto di vino bianco puro, oche, polli e uova nelle festività di San Pietro, Ognissanti e Pasqua. Nel 1747 il Senato veneziano trasformò la “pubblica elemosina” in una fornitura annua di tre staia di sale, un piccolo ma costante aiuto per le religiose. La disciplina interna era rigidissima: nel 1648 il Vescovo Giovanni Antonio Lupi emanò 68 articoli che proibivano il gioco delle carte, l’uso di abiti maschili a Carnevale e contatti non autorizzati con operai o contadini. Le trasgressioni venivano punite con severità dall’Abbadessa. Un episodio emblematico di tensione sociale fu quello del 1780, quando Morosina Morosini, giovane nobile, volle farsi monaca contro il parere della famiglia: fu necessario l’intervento degli Inquisitori di Stato per riportarla a casa. Spazi funzionali e simbolici del cenobio Gli spazi del cenobio riflettevano questa organizzazione gerarchica e la rigorosa tutela della clausura. La Sala del Capitolo costituiva il vero cuore del potere decisionale: qui si eleggeva l’Abbadessa mediante scrutinio segreto (da cui deriva l’espressione ancora oggi utilizzata «aver voce in capitolo»), si leggeva quotidianamente la Regola, si decidevano le ammissioni di novizie e converse, si approvavano i rendiconti economici. Il Parlatorio rappresentava l’unico punto di contatto filtrato con il mondo esterno: le monache potevano parlare con i visitatori (esclusivamente parenti stretti) solo attraverso una grata e solo in determinate fasce orarie (dall’alba al tramonto), sotto la stretta sorveglianza delle portinaie. Particolarmente significativa era l’organizzazione dei due chiostri, cortili interni circondati da porticati, che svolgevano funzioni complementari e ben distinte nella vita quotidiana della clausura. Il termine chiostro (dal latino claustrum) era talmente identificativo della realtà conventuale da essere spesso utilizzato come sinonimo dell’intero monastero, come testimoniano i documenti storici che parlano dello «splendore de’ Sacri Chiostri». Le due corti avevano destinazioni d’uso chiaramente differenziate, proprio per separare le attività più pratiche e comunitarie da quelle prettamente spirituali: il primo chiostro era l’area deputata alle funzioni associative: spazio di aggregazione, di coordinamento e di svolgimento delle attività comunitarie quotidiane della clausura; il secondo chiostro, invece, aveva una connotazione molto più raccolta ed era presumibilmente riservato alla meditazione individuale, alla preghiera silenziosa e alla riflessione spirituale, lontano dalle incombenze amministrative o collettive. L’esistenza di entrambi gli spazi è confermata con certezza dalle cartografie storiche: entrambi risultano chiaramente presenti sia nel Catasto Napoleonico del 1808 che nel Catasto Austriaco del 1838. Le vicende successive alla soppressione hanno però modificato irreversibilmente questa configurazione. Mentre ampie porzioni della struttura originaria e del primo chiostro sono giunte fino a noi nonostante la trasformazione dell’edificio in caserma, il secondo chiostro è andato completamente perduto. Esso scompare infatti dalle mappe del Catasto del 1913, essendo stato demolito dai militari per ricavarne una vasta spianata necessaria alle esercitazioni o alle necessità logistiche della guarnigione. L’orto e il brolo (circa due campi trevisani acquisiti nel 1659) garantivano inoltre una buona autosufficienza alimentare e permettevano di coltivare frutta e verdura, stendere i panni e svolgere altre attività pratiche senza mai uscire dalla clausura. La soppressione napoleonica e l’eredità artistica Il colpo finale arrivò nel 1806 con il decreto napoleonico di soppressione degli ordini religiosi: le monache furono trasferite a Torcello, il complesso trasformato in caserma militare prima per le truppe di Eugenio Beauharnais e poi per quelle austriache. La chiesa fu sconsacrata e spogliata; nel 1808 gli “zelanti fabbricieri” di San Lorenzo riuscirono a salvare l’altare del Massari e altri arredi, trasferendoli nel Duomo per preservarli. Nonostante la soppressione napoleonica del 1806 e la successiva trasformazione del complesso in struttura militare, diverse testimonianze artistiche, architettoniche e culturali del Monastero di Santa Maria delle Grazie sono giunte fino ai giorni nostri attraverso ricollocazioni strategiche o permanenze nel tessuto urbano. L’eredità materiale più imponente è rappresentata dall’altare maggiore, un’opera d’arte progettata nel 1728 da Giorgio Massari con materiali pregiati come il marmo africano e la pietra di Rovigno. Nel 1808, per sottrarlo all’incuria della chiesa ormai ridotta a caserma, l’altare fu trasferito nel vicino Duomo di San Lorenzo, dove è tuttora visibile e identificabile grazie a un’iscrizione posta alla base di una delle sue colonne. All’interno del Duomo è stata preservata anche la lapide che commemora la solenne consacrazione della chiesa monastica avvenuta nel 1671 per mano del Vescovo Bartolomeo Gradenigo, oggi collocata sopra l’ingresso interno. Parallelamente, la devozione cittadina ha permesso la salvaguardia dell’icona miracolosa della Vergine, un bassorilievo marmoreo bianco che le monache avevano portato con sé durante l’esilio a Torcello. Per lascito testamentario dell’ultima Abbadessa, Luigia Noris, la sacra immagine tornò a Mestre nel 1844 e fu solennemente riposta nella chiesa di San Rocco, all’interno della cappella di Sant’Antonio Abate. Per quanto concerne l’assetto architettonico esterno, rimane ancora visibile all’angolo tra via Brenta Vecchia e via Pascoli il capitello seicentesco datato 1661, che reca l’effige della Madonna col Bambino e simbologia legata alla storia del cenobio. Sebbene originariamente fosse posto a un’altezza maggiore sopra un pilastro del muro di cinta, esso continua a segnare il perimetro dell’antico possedimento religioso. Infine, una parte vitale di quanto si è salvato risiede nel patrimonio immateriale della città: la toponomastica storica conserva ancora riferimenti al “Ramo delle Muneghe” e alla “Strada comun delle Muneghe”, mentre il linguaggio popolare mantiene vivi modi di dire come “aver voce in capitolo” e termini come “muneghette”, che continuano a legare il presente di Mestre alla plurisecolare presenza delle sue monache. Dalla caserma al museo Dopo i francesi e gli austriaci, il complesso restò a lungo in mano ai militari: fra le due guerre la caserma delle Grazie, sede del distretto militare, portava già il nome di Edmondo Matter, e fu per un periodo la prima sede della caserma Matter. Rimasta poi in abbandono per decenni, l’area fu scelta dalla Fondazione di Venezia, che nel 2010 bandì un concorso internazionale per il nuovo museo del Novecento. Il progetto dell’M9 ha affiancato ai nuovi edifici il recupero del monastero cinquecentesco: il chiostro superstite, restaurato, è oggi una piccola piazza aperta alla città, mentre la chiesa ospita una libreria e spazi culturali. Il borgo delle Muneghe è diventato così il cuore del distretto dell’M9. Galleria Immagini La Chiesa delle Grazie e il Chiostro riflessi sul ramo delle muneghe La Chiesa che ora è una libreria e un centro culturale Il Chiostro come appariva prima del restauro Il capitello del 1661 come appare oggi Capitello di via Brenta Vecchia con inciso D.S.M.B. e poi D GD che dovrebbe significare Domina Sancta Maria Benedic Domum / Domum Gentium. La data è del 1661 La riproduzione della madonna realizzata da Iulia Tarciniu Balan Il Capitello quando era sito su un muro del monastero La Mappa dell’area riportata nella copertina del libro Il borgo delle muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città Mappa di Augusto Denaix del 1809 in cui si vedono i due chiostri Bibliografia Calabi, Donatella e Svalduz, Elena, Il borgo delle muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città, Venezia, Marsilio. Zabeo, Stefano, Un monastero sulle rive del Marzenego, Padova, Storia Veneta. Sistema Archivistico Nazionale, Santa Maria delle Grazie di Mestre, benedettine cassinesi. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
La fu Villa Morosini – Mocenigo (area Terraglio)
Villa Morosini – Mocenigo Un progetto palladiano sul Terraglio mai terminato Storia Definita “la grandiosa fabbrica Morosini” dal Fapanni, Villa Morosini-Mocenigo fu una villa palladiana rimasta incompiuta e demolita alla fine del Settecento. La villa venne eretta di fronte Villa Franchin Scopinich, in località Marocco, poco distante dall’attuale villa Volpi. L’area su cui sorse nel XVI secolo apparteneva ai Foscari che la vendettero successivamente ai Mocenigo. Fu il senatore Leonardo Mocenigo, attorno al 1560-61, che commissionò ad Andrea Palladio il progetto per una villa da costruire su questi possedimenti. L’architetto realizzò un disegno piuttosto originale rispetto al tipico schema delle ville venete, che pubblicò poi nel secondo dei Quattro libri dell’architettura. Secondo la ricerca dello Stocchero e del Stevanato, la costruzione, iniziata come riporta una lapide nel 1562, fu alquanto travagliata e si discostò notevolmente dal progetto iniziale del Palladio che prevedeva, tra l’altro, un corpo centrale tripartito, caratterizzato nel mezzo da un doppio loggiato culminante con un timpano triangolare. Da una mappa del 1631 risultava costruita solo l’ala di sinistra che secondo Giovanni Battista Gallicioli «aveva sembianze piuttosto di fortezza che di casa». La fabbrica, infatti, si sviluppava su quattro piani, caratteristica tipica dei palazzi cittadini, ma ingiustificata per una villa di campagna dove lo spazio disponibile permetteva uno sviluppo più orizzontale. Per tale sua struttura veniva chiamata “il Palazzone”. Importante è ricordare anche la ricerca di Dario Zanverdiani, che ci permette di fare ulteriore chiarezza fra la storia della Villa Morosini posta più a monte del Terraglio e la Villa Mocenigo. Zanverdiani cita la presenza negli archivi di una mappa del 1590 redatta da Girolamo Gallo, “proto ed inzegniero” e Girolamo Righetto, si osserva una fabbrica con indicato il nome Mocenigo proprio di fronte a Villa Franchin la cui proprietà era con ogni probabilità di Andrea Mocenigo, figlio di Leonardo, ed era compresa fra Villa Sagredo e la proprietà delle monache di Sant’Andrea della Zirada. Secondo tale mappa la proprietà dei Mocenigo era attraversata da un percorso viario che conduceva ai lotti Sagredo. Il Zanverdiani cita la suddetta mappa del 1631, disegnata da Bertoldo Bertoli, aggiungendo che essa rivela la presenza di una Villa palladiana di quattro piani e di volumetria compatta e con la scritta “del Ill. Smo S.r Abate Mocenigo”, fratello di Piero fu Alvise Mocenigo. La villa non viene citata nel Catastico del 1781, ma riapparirà in una mappa del 1787 ad opera dell’ing. Girolamo Venturelli, posta proprio di fronte Villa Scopinich. Sulla villa appare la scritta “N.H. Morosini”, del ramo di Santo Stefano che fra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo comprarono sempre più terreni lungo il Terraglio, come si può evincere dal confronto delle loro proprietà dalla mappa del 1787 a quella redatta nel 1817, in cui tali proprietà erano indicate come “Beni Morosini”. Sul finire del Seicento la proprietà passò ai Morosini del ramo di Santo Stefano, gli stessi che possedevano l’altra Villa Morosini Gatterburg sita sul Terraglio, secondo il Fapanni, tale Lorenzo Morosini in Marocco ne risulta proprietario. Secondo le cronache l’edificio venne abbandonato a sé stesso e cadde rapidamente in rovina, dopo essere stato locato a tale Giovanni Battista Marinoni nel 1740. Il 29 giugno 1795 un viandante, che si era rifugiato nella villa per passare la notte, morì a causa di un crollo. Fu per tale episodio che Loredana Morosini decise di demolirlo. Di tale evento viene raccontato in un testo del 1842 dal religioso Veneziano Giovanni Antonio Gallicciolli: “Dirimpetto allo Scopinich sorgeva la grandiosa fabbrica Morosini, a cui la Repubblica mai permise che ci fosse dato intero compimento, perché aveva le sembianze piuttosto di una fortezza che di una casa. Per vecchiezza andava a pezzi a pezzi rovinando. Nel 29 giugno 1795 uno disgraziato, che s’era ricoverato a pernottare in uno di quei stanzoni, passò dal sonno dei sensi a quello della morte, rimasto oppresso sotto le rovine delle pareti che si scoscesero e diroccarono giù subitamente. Allora si diede mano a demolirla.” All’interno della Fabbrica Mocenigo Morosini Loredana Morosini rinvenne una lapide su cui era inciso: “Quod Felix Faustumq. Sit, Leonardus Mocenicus, Antoni Procuratoris. Fil. Eq. Et Comodi Sui. Et Voluptatis Ergo Prid. Id Quint MDLXII construxit.” E che appunto attestava la proprietà nel 1692 della villa al Leonardo Mocenigo. La lapide trovò accoglienza presso Villa Morosini Gatterburg. Sovrapposizione storica con Villa Morosini Gatterburg Parte della confusione fra le due Ville Morosini la si deve sia all’opera di Giuseppe Venturini, “Il Terraglio e le sue Ville” del 1977, che a Gianfranco Scarpati, “Le ville venete” del 1980, che confusero la Villa Mocenigo con la Villa Morosini. Ma, come è stato citato dallo Stevanato e dallo Zanverdiani citando vari autori del passato, questo è stato un errore, in buona fede, da parte dei due autori. Galleria Immagini Pianta e prospetto di Villa Mocenigo, dai «Quattro libri dell’architettura» di Andrea Palladio Prospetto di villa Mocenigo, da “Le fabbriche e i disegni di Andrea Palladio” La pianta della villa Mocenigo Morosini Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 84-85, (a cura di Tiziano Zanato, Mario Facchinetto) Fogli. Transeunte. 2021 – n°3 On line 5° anno (a cura di Dario Zanverdiani, Corrado Balistreri Trincanato, Emiliano Balistreri) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
Il Teatro di Mestre: il Toniolo
Teatro Toniolo Simbolo culturale di Mestre nato nel 1913 Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nel 1908 con la chiusura del Teatro Garibaldi di Angelo D’Angeli Mestre si trovò senza un teatro, tale situazione era insopportabile per i suoi cittadini che si vedevano privati di un luogo di cultura così importante, la città sembrava dover rivivere la stessa situazione che si era presentata nella prima parte dell’ottocento con la chiusura del Teatro Balbi. Vi fu una tale indignazione fra la popolazione che la Gazzetta di Venezia dedicò un articolo a tale incresciosa situazione chiedendo l’intervento di imprenditori capaci di colmare tale lacuna. Pochi giorni dopo alcuni imprenditori si riunirono presso il bar da Vivit, struttura che poi sarebbe divenuta il suo hotel, per pensare ad un progetto adeguato per la città. In quel contesto Emanuele da Re, Domenico Toniolo e Arcangelo Vivit pensarono di riorganizzare l’area che aveva sin a quel momento ospitato il Foro Boario, trasferito da poco presso via Spalti, e trasformarlo in una piazza con un teatro. Chiesero al comune di acquistare l’ex ortaglia di Villa Bianchini presentando un progetto che prevedeva la realizzazione di un teatro circondato da un giardino, con all’interno un elegante salone, una birreria e una buffetteria. All’interno dell’edificio sarebbero state ospitate una scuola di musica ed un circolo ricreativo. Soluzioni di breve respiro Nel mentre in città si discuteva circa la realizzazione di un nuovo teatro si adattò la Sala Anna del Circolo Eden, sito in via Spalti, a teatro. Al suo interno vennero ospitati balli sia concerti di prestigio, come una selezione di brani scelti del Lohengrin di Wagner, che opere in lingua locale, come “La moglie del Dottore” di Silvio Zambaldi. Venne presentata al pubblico anche l’opera Mestreneide di Alberto Zajotti che raccontava con grande umorismo la storia della città. Il Circolo Eden di Via Spalti chiuse nel 1913 e poco dopo fu demolito. La strana damnatio memoriae mestrina… Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nei primi anni del novecento Domenico Toniolo aveva comprato un terreno che si estendeva da Via Castelvecchio, l’attuale Via Antonio Da Mestre alle porte di Piazza Umberto I. Un’area che nei suoi progetti doveva ospitare nuove costruzioni da realizzare nelle vicinanze del nuovo centro cittadino. Via Castelvecchio era il nome di una strada medioevale che congiungeva l’area del Castelvecchio con la Pieve di San Lorenzo e si estendeva da Via Torre Belfredo, passando per l’attuale Via Antonio da Mestre proseguendo fino allo Stallo dei fanti, ora Piazzetta Cesare Battisti. Questa strada era presente anche su mappe del XVI secolo. I Toniolo furono grandi costruttori e imprenditori protagonisti della storia mestrina, il cui capostipite fu Antonio, noto per aver realizzato e posto sulla facciata principale di Palazzo da Re le due targhe commemorative tutt’oggi visibili. Domenico e Antonio Toniolo edificarono in quel periodo varie aree della città, dal centro a Via Piave. All’interno di tale lotto di terreno Domenico edificò un nuovo nucleo abitativo composto per lo più di villette e di case a due o tre piani, in un’area che oggi si può identificare come quella percorsa da Via Sauro, via Filzi e via XX Settembre. Il progetto più importante e destinato ad entrare nella storia mestrina venne, invece, realizzato in un’area che all’epoca era occupata da uno stallo per i cavalli, posta nella parte occidentale di Piazza Umberto I. Qui Domenico realizzò una galleria, l’attuale Galleria Matteotti, e un Teatro collegandoli con la Piazza attraverso una stradina, l’attuale Via Cesare Battisti. Un intervento che proiettò Mestre nel novecento e che contribuì all’ammodernamento della piazza cittadina nello stesso periodo in cui i Furlan, i Vivit, e i Barbaro operavano. Il Teatro negli iniziali progetti doveva portare il nome della Regina Elena, ma venne preferito intitolarlo alla famiglia che lo ideò. La prima pietra del Teatro fu posta il 12 aprile 1912 e i lavori furono terminati in 17 mesi. Il progetto era stato affidato all’ingegner Giorgio Francesconi assistito dall’architetto Mario Fabbris. La costruzione alla ditta Bonfiglio – Tradati e C. di Milano. Secondo un cronista dell’epoca Giorgio Francesconi si ispirò al progetto di Giannantonio Selva per realizzare il suo teatro, mentre per il Barizza la facciata del Toniolo ricorda di più un progetto di Nicola Piamonte, il quale realizzò il Teatro Goldoni a Venezia, scartato dalla Commissione dell’Ornato dell’epoca. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con il Rigoletto di Giuseppe Verdi. Secondo Alessandro Cuk in un primo tempo si era pensato al Faust di Gounod, ma la scelta cadde poi su un’opera italiana, anche per festeggiare il centenario della nascita di Verdi: per l’occasione i Toniolo concessero gratuitamente il teatro al comitato istituito per celebrare il centenario, mentre l’amministrazione comunale offrì 400 lire. Il Rigoletto ebbe ben dieci repliche, alcune delle quali offerte a prezzi popolari. Il teatro era stato abilitato fin dall’inizio anche alle proiezioni, con una cabina costruita di fronte al palcoscenico interamente in materiale incombustibile, e da lunedì 15 settembre 1913 vi funzionò il cinematografo; fra le pellicole proiettate vi fu Quo Vadis?, tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz. Non mancarono opere in prosa e altri spettacoli che diedero a Mestre, finalmente, la cultura che da tanto ambiva. La guida del Touring Club Italiano del 1925, citata da Sergio Barizza, ricordava accanto al teatro la «piccola galleria Vittorio Emanuele II dei fratelli Toniolo». Il Centro Studi Storici di Mestre colloca l’apertura del teatro e del cinema Excelsior fra il 1913 e il 1914, negli stessi anni in cui, fra il 1912 e il 1920, sorgevano gli edifici monumentali della piazza e di Ponte della Campana. Descrizione del Teatro Il teatro aveva un solo ordine di palchi e una loggia. Secondo la Gazzetta di Venezia del 1913 la sua capacità complessiva era «di un migliaio di spettatori»; Sergio Barizza riporta invece che la ricettività massima venne fissata ufficialmente in 865 posti: in platea 90 poltrone, 180 poltroncine e 100 posti in piedi, 95 nella loggia e 400 in galleria. Dei grandi finestroni davano luce al palco e sul soffitto vi era il dipinto “Il trionfo di Apollo” di Alessandro Pomi, mentre verso la boccascena vi erano due colonne a cariatidi che sorreggevano un orologio. Le decorazioni e gli stucchi si dovevano alla ditta mestrina di Antonio Miotti. Due casse armoniche sotto l’orchestra, i palchi e la loggia in legno assicuravano una acustica eccellente. Il teatro cambierà il suo assetto interno e la sua struttura cambierà in base all’uso che ne venne fatto. Dopo la ristrutturazione del 1951 sono andati persi i palchetti e la galleria. Al loro posto fu realizzato una galleria sorretta da cemento armato. Inoltre è stata realizzata una sala per la proiezione delle pellicole. L’apporto del Conte Ettore di Rosa Luraghi Il Teatro fu amministrato dai Toniolo nei suoi primi dieci anni di attività per poi venir ceduto nel 1924 agli imprenditori Rossetto e Scarabelli e a stretto giro, sempre nel 1924, al Conte Ettore di Rosa Luraghi, che ebbe la capacità di risollevarne le sorti. Il Conte fu il marito di Beatrice Bianchini, proprietaria di Villa Erizzo, o meglio Ca’ Bianchini, e fu uno dei protagonisti della riqualificazione di Mestre fra l’ottocento e i primi novecento. Sotto la gestione del Luraghi il Toniolo continuò ad ospitare spettacoli di rilievo e personaggi di fama internazionale come, ad esempio, il Maestro Pietro Mascagni, che pare dormì presso la sua villa. Dagli anni cinquanta ai suoi primi 110 anni di storia Dopo la morte del conte Ettore de Rosa Luraghi, avvenuta nella notte di Capodanno del 1925, la famiglia decise di cedere il teatro a Giovanni Furlan, nipote di Vittorio, che dal 1921 guidava il Cinema Excelsior. Un paio d’anni dopo Giovanni lo cedette ad Alfredo Semprebon, mantenendone però la gestione fino al 1951, quando gli subentrarono Ferdinando Boer e Mario Seno. Questi decisero di far operare il Toniolo esclusivamente come cinema e di operare drastiche ristrutturazioni che ne minarono l’originale estetica: il teatro originario andò perso. Al posto dei palchi e della galleria in legno l’ingegner Nini Marzetti realizzò un’unica galleria in cemento armato a forma di ferro di cavallo. La famiglia Boer nel 1955 arrivò a trasformare una saletta interna in un appartamento coprendo gli affreschi che Alessandro Pomi aveva realizzato sulle sue pareti. Oltre al cinema all’interno del teatro ai nuovi gestori fu permesso di realizzare un cinema all’aperto nell’attuale Piazzetta Gian Francesco Malipiero. Sotto la gestione Boer – Seno iniziò la collaborazione fra il Toniolo e La Biennale del Cinema nel 1960, grazie alla quale avvengono le prime manifestazioni legate alla Mostra in terraferma. Un’esperienza destinata ad una fortunata continuità. Nel 1963 la proprietà del teatro passò alla società Simco degli eredi Semprebon e poco dopo tornarono a gestirlo i Furlan e con un periodo di grande fermento per il teatro in cui la sua offerta di spettacoli si differenziò variando dal cinema all’avanspettacolo. Nel 1963 Dario Fo porterà la sua Commedia Isabella a Mestre, mentre nel 1983 esordirà il festival “Jazz e dintorni” in collaborazione con l’associazione Calligola dando un lustro a livello nazionale al nostro teatro. Nel 1984 il Toniolo viene preso in locazione dal Comune di Venezia. Gli anni ottanta furono per il Toniolo il momento di tornare ad essere solo un teatro. Fu in quel periodo che subì una nuova ristrutturazione, che iniziò nel 2001 e terminò nel 2007, durante la quale l’attività artistica non fu interrotta. La direzione del nuovo teatro comunale andrà ad Emanuele Guariniello, mentre fu nominato Gianantonio Cibotto direttore artistico. A partire dalla stagione 1986-’87 ebbe inizio la proficua collaborazione con l’associazione “Gli amici della Musica”, che tutt’oggi propone grandi eventi culturali in città, mentre dal 1989 il Direttore artistico dei due teatri Toniolo/Goldoni sarà Giorgio Gaber. L’esperienza di Gaber terminerà nel 1992 quando il Toniolo si separerà dal Goldoni ed entrerà nel circuito del Teatro Stabile del Veneto. Nel 1998 il Comune di Venezia acquisì il 98% delle quote dalla Simco, il 2% andò a “La Immobiliare Venezia” permettendo un nuovo restauro che avvenne fra il 2001 e il 2007. Nel 2005 la direzione della Stagione musica da camera e sinfonica andò a Mario Brunello. Nel 2023 in occasione dei 110 anni venne messo in scena il Rigoletto di Verdi prodotto dal Teatro La Fenice. Galleria Immagini Teatro Toniolo, immagine d’epoca Il Teatro Toniolo (Silvia Scagnetto) La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Teatro Toniolo e la Galleria Barcella Battaglia del Grano. Affluenze ad un comizio (Anni ’30) Una veduta d’insieme della tribuna e della platea Particolare del Trionfo di Apollo (Alessandro Pomi) Dipinti in stile Liberty presenti su entrambi i lati del Palco Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Locandina d’epoca del Toniolo Pubblicità dei cinema Furlan Excelsior e Toniolo Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Teatro Toniolo “una storia lunga 110 anni”, Comune di Venezia. Barizza, Sergio. «Mestre, la città del Novecento», in Storia di Venezia. Il Novecento, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002. Centro Studi Storici di Mestre, Le stagioni di Mestre. Mestre, la terza stagione: il periodo dell’autogoverno, 2015. Cuk, Alessandro. Una famiglia, il cinema, Alcione Editore, 1996, pp. 11-12. «Il nuovo teatro», in Gazzetta di Venezia, 28 agosto 1913. «Il Cinematografo al teatro Toniolo», in Gazzetta di Venezia, 19 settembre 1913. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre
Il Foro Boario di Mestre Dall’ortaglia di Villa Erizzo alla piazza del mercato del bestiame Contesto storico Mestre all’inizio del XIX secolo aveva due piazze, se così si potevano chiamare. Una piazza era quella Piazza Maggiore sorta dove un tempo vi era il Borgo di San Lorenzo, odierna Piazza Ferretto, un’altra era Piazza Barche posta alla fine del canale artificiale chiamato Canal Salso. Non erano due vere piazze ma “spiazzi” in cui le persone si ritrovavano per commerciare e bere o mangiare parlando di affari. Piazza Barche aveva la sua funzione di luogo di commercio in virtù dell’essere posta al termine del Canal Salso, Fossa Gradeniga, ma questa sua funzione cominciò a scemare quando nel 1842 arrivò la ferrovia a Marghera. Se le merci passavano per il Ponte ferroviario, 1846, con un mezzo più capiente e veloce com’era il treno aveva sempre meno peso il traffico acqueo. Fu in questo contesto che i notabili di Mestre si proposero di trovare nuove aree per dare a Mestre una nuova e definitiva Piazza. La scelta cadde su Piazza Maggiore che era posta all’interno dei due rami del Marzenego e che aveva una qualche centralità nella storia della città. Ma per poter procedere con questo progetto serviva liberare la Piazza dalle fiere e dai mercati degli animali e ridisegnarla rendendola più “decorosa”. L’ortaglia di Villa Erizzo Il parco di Villa Erizzo si estendeva dall’attuale Piazza Donatori di Sangue alla Ferrovia, da Via Cappuccina a Via Piave, strade che all’epoca non esistevano. La villa era stata realizzata tra il 1770 e il 1780 in quella che all’epoca era un’area scelta da molti nobili veneziani per costruire residenze di villeggiatura. Lì dove oggi si trova Piazzale Donatori di Sangue vi era la sua ortaglia, cioè un giardino con orto, frutteti e piante di vario genere, di forma rettangolare circondato su tre lati da un fossato e sul quarto da Via Rosa. Qui l’ingegnere Francesco Balduin, per conto del Municipio di Mestre, individuò l’area ideale per trasferire parte del mercato del bestiame che in quegli anni si teneva in Piazza Maggiore, l’attuale Piazza Ferretto. Il Foro Boario di Mestre Fu l’allora assessore Piero Berna, Sindaco Girolamo Allegri, a cercare di intavolare una trattativa per l’acquisto del terreno con il Conte Giuseppe Angelo Bianchini (1831-1884), allo scopo di convincere questi a vendere l’area dell’ortaglia alla città. Le due parti in causa non trovarono facilmente un accordo perché il Conte Bianchini voleva realizzare un buon ritorno economico per la cessione di questo terreno mentre il comune non aveva abbastanza fondi a disposizione per accontentarlo. Le perizie presentate dall’ingegnere Balduin attribuivano all’ortaglia un valore pari a 1600 lire circa, mentre la perizia dell’ingegner Saccardo, incaricato dalla proprietà, era di 6202,5 lire. Come punto d’incontro si procedette a un contratto di vendita per la cifra di 4000 lire. Il colpo di scena avvenne quando l’assessore Berna fece richiesta alla prefettura di poter procedere all’acquisto ma trovò l’opposizione dell’ufficio interpellato, che valutava il terreno 2000 lire e intimò al conte di accettare tale cifra o avrebbe provveduto all’esproprio del medesimo terreno. Dopo la mancata risposta del Conte l’autorità preposta procedette all’esproprio il 23 gennaio 1868. Ne nacque una causa che vide vincere in seconda istanza il Conte Bianchini, generando un danno economico e di immagine a Mestre e al sindaco e avvocato Allegri. Un sopralluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna, compiuto il 26 febbraio 1869, quindi dopo l’esproprio, descrive il terreno a due passi da Piazza Maggiore: un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. In ogni caso il progetto dell’ingegner Balduin venne proseguito nell’area espropriata vedendo la realizzazione del Foro Boario. Davide Ros, che riprende G. Distefano e G. Paladini, data la costruzione al 1870 e lo definisce il più grande del Veneto; per qualche tempo, scrive, fu un importante luogo di ritrovo, specie per gli operai. Qui venne organizzato il mercato degli ovini, vicino alla Villa, e dei bovini verso la piazza. Il Foro avrebbe ospitato anche mostre di cavalli di razza organizzate dalla “Società per le corse di cavalli di Mestre” e la Festa di San Michele, festa che si teneva il 29 settembre per ricordare la conquista veneziana del castello avvenuta nel 1337. Piazzale Regina Margherita Di fatto il Foro Boario si svuotò già ai tempi del sindaco Napoleone Ticozzi, che cercò di salvare la vocazione agricola di Mestre, ma che con la nascita delle fabbriche lungo il Canal Salso vide venir meno il senso di tale realtà. Il mercato del bestiame fu infine trasferito in via Spalti e l’area del Foro rimase libera. Nel luglio 1926 Carlo Combi ricordava sulla Gazzetta di Venezia che il mercato del bestiame di Mestre era stato «fiorentissimo fino a mezzo secolo fa», quando «la piazza Umberto verso l’angolo del Cinema Excelsior» era «gremita di bellissimi bovini», e che ormai «da parecchi anni è scomparso e vani furono gli sforzi locali per ripristinarlo». Lo spazio continuò comunque a ospitare, in occasione delle fiere di S. Michele, bancarelle e baracconi d’illusionisti, il Circo di Riccardo Zavatta, che passava periodicamente, e anche il cinema all’aperto di Luigino Roatto che avrebbe aperto il Cinema Eden nell’edificio che i Toniolo realizzarono nella futura Via Verdi. Il conte Ettore di Rosa Luraghi, diplomatico, titolo acquisito sposando nel 1894 Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di Ca’ Collalto, la prefettura e gli altri edifici che avrebbero dovuto ospitare uffici del Comune e dello Stato. Giovanni Cecchini, Luigi Pallotti, Luigi Traldi, Costante Zennaro, Arcangelo Vivit, Domenico Toniolo, Eugenio Da Re, progettarono proprio in quest’area la costruzione di un grande teatro. Purtroppo tale progetto venne bocciato dal Consiglio Comunale. Alla morte di Ettore Di Rosa, 1925, ogni suo progetto cadde nel dimenticatoio. Già nel maggio 1924 il Consiglio comunale di Mestre, presieduto dal sindaco Castellani, aveva discusso la cessione di una parte del Foro Boario a un privato, di cui il giornale non riporta il nome. Il dottor Piovesana propose di sistemare l’area, che «potrebbe essere parte adibito a mercato coperto e parte a giardino», e di rinviare la decisione «fino a che sia presentato un progetto»; il Consiglio approvò. Il 26 gennaio 1925 la Giunta provinciale amministrativa approvò la «sistemazione foro boario» del Comune di Mestre. Nel 1929 venne venduta parte del piazzale per permettere la realizzazione del nuovo palazzo della TELVE, Società Telefonica delle Venezie, e poi nel 1938 un’altra area per realizzare l’Edificio Centrale delle Poste. La centrale telefonica di Mestre della Telve fu una delle opere pubbliche inaugurate il 28 ottobre 1931. Il 27 settembre 1937 la Consulta municipale di Venezia, presieduta dal podestà Mario Alverà, diede parere favorevole alla vendita dell’area «prospiciente alla Piazza Regina Margherita di Mestre (ex Foro Boario)», dove la Società del Cellina voleva costruire un fabbricato «in armonia architettonica con quello già costruito dalla Telve». Non sappiamo ancora se quest’area sia la stessa venduta nel 1938 per il palazzo delle Poste. Nello stesso 1938 la Contessa Beatrice Bianchini, trasferitasi in Svizzera dopo la morte del marito, vendette la Villa al Conte Volpi di Misurata, che ne fece la sede della SADE e ne alterò la forma; da qui iniziò la devastazione anche del parco e la distruzione di statue e giardini. Era la fine della Villa. Galleria Immagini Una cartolina in cui si può vedere il Foro Boario Il Foro Boario difeso da cannoni La Fiera di San Michele il 29 settembre 1919 nel Foro Boario Carta intestata dei Cinematografi L. Roatto di Venezia Giardini Regina Margherita Approfondimenti Origini e splendore di Villa Erizzo Villa Erizzo: breve storia e architettura I Conti Bianchini “di Mestre” L’”Ercole e Lica” di Villa Erizzo Bibliografia Dal Fabbro, Valentina. Villa Erizzo, una storia da riscoprire, in AA.VV., «VeDo», n. 5, VEZ. Una nuova biblioteca in città, Mestre-Venezia, Comune di Venezia, marzo 2013, p. 42, ISSN 2281-6054. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Ros, Davide. Lo sviluppo urbanistico di Mestre, tesi di laurea magistrale, Università Ca’ Foscari Venezia, relatore A. Gallo, a.a. 2014/2015, p. 51 (che cita G. Distefano, G. Paladini, Storia di Venezia, p. 98). Consiglio comunale di Mestre, in Gazzetta di Venezia, 18 maggio 1924. «Atti della Giunta Provinciale Amministrativa di Venezia», in Gazzetta di Venezia, 30 gennaio 1925. Carlo Combi, «Un programma pratico per la più grande Venezia», in Gazzetta di Venezia, 3 luglio 1926. «Le opere pubbliche che s’inaugurano oggi 28 ottobre», in Gazzetta di Venezia, 28 ottobre 1931. «Deliberazioni della Consulta Comunale», in Gazzetta di Venezia, 28 settembre 1937. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
La Storia della Torre Belfredo
Torre Belfredo Un simbolo di Mestre per quasi 900 anni M: ovvero quasi 900 anni di storia. Il Fapanni Della Torre Belfredo ci parla il Fapanni nel suo volume denominato “Il 24°”. In questo volume il Fapanni rammenta che la Torre Belfredo deve il proprio nome ad una macchina da guerra “conformata a Guisa di torre”. Egli ricorda che questa divenne un’abitazione a partire dal 1723 e che il suo primo abitante fu il N.U. Filippo Crotta. Molte parti del castello mutarono la loro destinazione d’uso ad abitazione privata, e due lo sono tutt’oggi. La datazione della sua realizzazione è fissabile, per il Fapanni, attorno all’anno 1000, quindi era coetanea con la Torre dell’Orologio, e questo lo dedusse dalla presenza di una M sulla porta della Torre rivolta verso il Terraglio, in numeri romani corrispondente all’anno 1000 appunto. Questa pietra fu poi collocata sul muro della casa N° 41/a sita nella stessa Via di Mestre una volta demolita la Torre. Testimonianze dell’ing Marco Sbrogiò L’Ing. Marco Sbrogiò ricorda che questa torre sia stata fra le più importanti per Mestre perché per essa passavano tutte le merci provenienti da Treviso e destinate a Venezia, o a fermarsi a Mestre. Da qui si poteva raggiungere il Porto di Cavergnago, il porto sorto sulla foce del Marzenego fondamentale per gli scambi commerciali fra Venezia e il continente. Quindi anche fra Treviso, che lo controllava e Venezia che con il suo Stato da Mar era un mercato importantissimo. Ma non tutta la merce che passava per questa torre-porta andava a Cavergnago, una parte veniva commercializzata nel mercato cittadino, rendendo i mercanti locali ricchi. Treviso aveva il diritto di richiedere la muda, o dazio, su ogni tipo di prodotto che varcava la Torre Belfredo, le documentazioni relative a tale tassa venivano poste in un armadio detto Arca, da cui il nome di Porta dell’Arca attribuito a questa torre. Il compito di richiedere tasse a chi passava con merci di ogni tipo attraverso questa torre restò in uso anche durante il periodo della dominazione della Serenissima su queste terre. Si pensi alle scritte in latino incise su una colonna della Provvederia: “MEN PASSUS VENETI MOLENDINOR 1586, che viene tradotta come “mensura passus veneti molendinorum”. Tale incisione ci racconta un tempo in cui per questa tratta passavano le merci destinate ai molini mestrini. La Torre Belfredo aveva anche un altro nome cioè Torre di Santa Maria, perché divideva il Borgo di Santa Maria dei Battuti dal Borgo di Mestre. Ma qual era il motivo per cui fu chiamata Torre Belfredo? Il motivo è semplice: la Torre Belfredo era una torre Battifreddo cioè una torre con una campana posta al di sopra di essa, che serviva a dare l’allarme in caso di attacco. Questo tipo di torre medioevale era all’inizio della sua storia in legno, poi venne coperta in pietra per darne maggiore resistenza. Tale tipo di torre divenne una torre-porta, o se davanti ad essa vi era un fossato una torre-ponte che permetteva l’accesso a merci e a persone. La Torre Belfredo era una delle tre porte di accesso a Mestre per accedervi attraverso il castello, essendo le strade interne del castello poste a T le porte più importanti della città erano appunto la Torre Belfredo, la Torre Altinate che era all’altezza di Via Caneve, scomparsa molto prima di quest’ultima, e la Torre della Loggia, oggi conosciuta come Torre dell’Orologio. Per un pugno di lire La storia della distruzione della Torre Belfredo ha dell’incredibile e rientra nelle caratteristiche di quell’essere italiani che vede poco rispetto per la collettività e la storia. La Torre venne demolita per poche migliaia di lire, un monumento importantissimo di Mestre e nulla e nessuno poté fermare la proprietaria Teresa Gatto, vedova Artico, che non volle né tenere in piedi la torre né venderla a un prezzo accettabile per il Comune di Mestre. Ma l’abbattimento della Torre non fu pianto da tutti i cittadini dell’epoca, da molti fu salutato come la liberazione e la possibilità di aprire Mestre a una nuova Via, inizialmente chiamata Bandiera e Moro, che permise di rendere più facile il passaggio dei mezzi di locomozione dalla Castellana e dal Terraglio. La demolizione Quando la signora Teresa Gatto si trovò nel possesso della Torre Belfredo a causa della morte del marito, che di cognome faceva Artico, e nella impossibilità di mantenere quell’edificio propose al comune di Mestre due soluzioni: o acquistare l’edificio o permetterne la demolizione. Lettera del 20 gennaio 1875. Informato di tale lettera il Sindaco Napoleone Ticozzi, 9 aprile, si prodigò per evitare tale scempio nei confronti della storia della città. Durante un Consiglio Comunale raccomandò alla signora Gatto di non demolire un bene così prezioso, poi scrisse al Ministero dell’Interno e al prefetto chiedendo l’intervento di tali autorità. Vedendo che le sue pressioni non portavano a nulla chiese alla signora Gatto di attendere che il comune riuscisse a trovare i fondi necessari per rilevare la torre. Lei chiedeva 6000 lire dell’epoca. Il 21 agosto 1876 il comune ricevette una nuova proposta di acquistare l’edificio per 7.000 lire con una scadenza di 40 giorni per accettarla. 143 cittadini comuni si riunirono e firmarono un documento per opporsi a tale scempio, ma fra questi non vi erano i notabili, i cittadini più influenti, della città. Il 19 agosto 1876 il sindaco Ticozzi fece un ultimo tentativo per salvare la torre presso il prefetto Moretti, il quale, però, ribadì l’impossibilità di agire su un bene privato. Ma, ormai, ogni tentativo era diventato vano, infatti l’abbattimento della torre era già iniziato e si sarebbe concluso in pochi giorni. Finita l’opera di demolizione la vedova Artico vendette tutto ciò che poté: compresi i mattoni e il terreno rimasto libero dalla porta del castello. Della torre restava una buca di quattro metri per uno. Il terreno fu venduto al comune per 500 lire. Forse avrebbe potuto cedere l’edificio a un prezzo migliore. L’ingegner Balduin fu incaricato di realizzare una strada dove sorgeva la torre che avrebbe congiunto il Borgo dei Tedeschi, o via Bandiera e Moro, al resto della città. Oltre un secolo dopo al fianco delle mura del castello rimaste in piedi venne realizzato il parchetto di Via Torre Belfredo e poi poste sul marciapiede alcune pietre per ricordare dove fosse l’antica torre. Sulle mura del castello presenti in tale parchetto vi è anche una targa commemorativa. Galleria Immagini Ipotesi del prospetto di Torre Belfredo (Ing. Marco Sbrogiò, I castelli di Mestre e l’antica struttura urbana, 1990) Rappresentazione artistica della Torre Belfredo La Torre Belfredo in una rappresentazione pubblicata dal Gazzettino Particolare di una mappa di Gioseppo Cuman (7 luglio 1678), in cui si nota la Torre Belfredo Il parchetto di Via Torre Belfredo sono le mura del Castello di Mestre Via Torre Belfredo e le antiche mura viste dall’alto Targa Commemorativa della Torre Belfredo Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Sbrogiò, Marco. I Castelli e l’antica struttura urbana, Centro Studi storici di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! 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Cesare Ticozzi “Frattini” dalla Valsassina
Cesare Ticozzi imprenditore e politico Dalla Valsassina a protagonista della storia locale La famiglia Ticozzi La famiglia Ticozzi era originaria di Pasturo, in Valsassina, una valle lombarda alle spalle di Lecco. Giovanni Maria (1787–1869), maestro elementare di umili origini, ebbe due figli: Cesare e Teodoro. Il ramo familiare a cui appartenevano era detto dei “Frattini”. Nel 1818, a soli tredici anni, Cesare lasciò Pasturo e raggiunse Venezia, dove trovò lavoro come garzone in un negozio di drogheria. Dopo il servizio militare in Lombardia, nel 1831 si trasferì a Mestre, presso il negozio di Giobatta Panciera. Fu il primo della famiglia a compiere questo passo, che avrebbe cambiato per sempre le sorti dei Ticozzi. Mazziniano convinto, non amava il governo austriaco che dominava sul Veneto, pur venendo nominato Deputato di Mestre assieme a Francesco Linghindal e Antonio Berna. Il titolo gli fu restituito dopo i fatti di Forte Marghera, malgrado la sua contrarietà. Emblematica, in questo senso, la scelta di chiamare suo figlio Napoleone: quasi un affronto agli occupanti. Interrogato sul motivo, Cesare rispose che il nome era stato dato in onore di un cugino che aveva combattuto con l’Imperatore francese. Difficile, però, non leggervi anche quella stessa avversione che lo caratterizzò per tutta la vita. La cioccolateria e la villa Nel 1836, a trent’anni, Cesare avviò la sua fabbrica di cioccolata in Piazza Barche, su un terreno affacciato sul Ramo delle Muneghe del fiume Marzenego, dove oggi sorge il Centro commerciale Le Barche. La struttura, inizialmente a forma di “L”, produceva cioccolata, confetture e altri prodotti dolciari. Di fronte, all’angolo della Calle del Teatro Vecchio, aprì anche il negozio di vendita al dettaglio. Le materie prime arrivavano via acqua: il cacao sbarcava in bastimento alla Punta della Dogana e veniva poi trasportato a Mestre attraverso il Canal Salso, che fino alla metà dell’Ottocento rimase il principale scalo merci della terraferma. Gli affari andarono subito bene. In poco tempo Cesare costruì un patrimonio fatto di case, terreni, alberghi e attività commerciali, commercializzando i suoi prodotti in molte aree del nord Italia. Era un imprenditore moderno, capace di cogliere le opportunità del momento. I diari e i quaderni conservati nell’archivio di famiglia lo mostrano mentre trascrive ricette di marmellate e biscotti con la stessa precisione con cui registra i carichi e gli scarichi del magazzino: una dote manageriale che non era mai disgiunta dall’attenzione ai risultati benefici per la città. La fabbrica assunse la struttura visibile nelle famose cartoline di inizio Novecento nel 1895, quando ad amministrarla vi era Antonio Taboga e la proprietà era passata al figlio Napoleone. Da quel momento in poi sarebbe stata conosciuta come Cioccolateria Taboga. Accanto alla fabbrica, lungo lo stesso Ramo delle Muneghe, Cesare costruì anche la villa di famiglia, in Via Sabbioni, poi rinominata Via Verdi, nelle vicinanze di Villa Querini. La proprietà fu assemblata nel tempo: nel 1832 acquistò all’asta una casa di tale Pescarolo, nel 1847 un edificio attiguo, e nel 1875 un ulteriore lotto sul fiume. Quella strada veniva spesso chiamata Via Ticozzi, a testimonianza del peso che la famiglia aveva nella vita cittadina. Da Deputato di Mestre si batté affinché la nuova Stazione di Mestre venisse costruita lungo il Canal Salso, vicino alla fornace di Giuseppe Da Re, convinto che la ferrovia potesse accelerare l’industrializzazione della città. Nel 1850 fu primo firmatario di una petizione indirizzata all’arciprete Giovanni Renier e al maresciallo Radetzky, chiedendo di non allontanare troppo lo scalo dal cuore economico di Mestre. L’ingegner Luigi Negrelli, incaricato dal Governo Asburgico, fu irremovibile: il tracciato era già definito lungo il Terraglio e la stazione sarebbe stata costruita in aperta campagna, dove si trova ancora oggi. La famiglia Cesare sposò Domenica Olivia Olivi, nipote di Giuseppe, podestà di Treviso e padre di Antonio Olivi, l’eroe della Sortita di Mestre. Ebbero tre figli: Napoleone, Isabella (1846–1876) e Luigia. Isabella si sposò con Giovanni Molin. Alla morte di Cesare, il 9 gennaio 1880, la maggior parte del patrimonio passò a Napoleone: la villa di Via Sabbioni, case a Carbonera di Treviso e a Pasturo, terreni a Scaltenigo di Mirano e altro ancora. Il resto fu diviso in quattro parti: tre quarti a Napoleone, un quarto alla famiglia di Isabella. Un patrimonio cospicuo, che comprendeva fondi agricoli a Zelarino, Trivignano, Scorzè, Dolo e Terzo di Tessera, dove si trovava anche una valle da pesca, oltre a dieci case a Mestre e proprietà a Treviso e Spresiano. Cesare riposa nella cappella di famiglia all’interno della chiesa antica del Cimitero di Mestre, accanto alla moglie e ai suoi discendenti. Napoleone ereditò i beni del padre, ma anche il suo attaccamento a Mestre, che lo portò a diventare Sindaco della città nel Regno d’Italia. Galleria Immagini La famiglia Ticozzi e la loro villa Cesare Ticozzi, ritratto su cartoncino Cesare Ticozzi e moglie Domenica Olivi, con i figli Napoleone, Isabella e Luigia (collezione Famiglia Ticozzi) Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia La villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Lettera autografata di Cesare Ticozzi (collezione Ugo Ticozzi) Villa Ticozzi, acquerello su cartone, particolare. A. Chichisiola La cioccolateria Ticozzi in Piazza Barche Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Lo stabilimento Taboga dei Ticozzi in Piazza XXVII Ottobre Piazza Barche con la fabbrica di cioccolata Taboga, già Ticozzi, fondata da Cesare Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
L’Excelsior, il cinema Liberty di Mestre
L’Excelsior, il cinema Liberty di Mestre La facciata Liberty di Pomi e Bellotto nel cuore di Mestre Il Cinema Excelsior è uno dei migliori esempi di stile Liberty a Mestre. Nacque nel momento in cui la città cercava di rinnovare Piazza Maggiore e di darsi una piazza degna di una città moderna. La famiglia che lo aprì e lo gestì per un secolo è raccontata in I Furlan e i cinema di Mestre. Il volto della nuova piazza fu ridisegnato dagli edifici di Domenico Toniolo, Arcangelo Vivit, Barbaro e dei Furlan, sorti sull’area dell’ex Foro Boario, nato a sua volta dall’esproprio dell’ortaglia di Villa Erizzo, dove ora sorge Piazzale Donatori di Sangue. Così, mentre lungo il Ramo delle Muneghe venivano costruite le opere dei Toniolo, dal lato opposto, vicino al Duomo di San Lorenzo, Arcangelo Vivit costruiva due edifici: l’Hotel Vivit e il palazzo maestoso eretto al suo fianco. Il cinema dei Furlan sorse sul lato opposto rispetto al Vivit e ai Toniolo, di fianco al Ramo della Beccaria. La realizzazione del cinema Il progetto fu affidato all’ingegner Gandin e la costruzione all’impresa Sguazzin. Il cinema fu realizzato fra il Ramo della Beccaria e l’ormai dismesso Teatro Garibaldi, su una proprietà che era stata di un certo Bertocco: l’edificio esistente ospitò l’atrio, e sul giardino fu costruita la sala di proiezione. Sulla facciata l’insegna diceva «Excelsior, Cinema, Concerto». Per l’edificio fu scelto lo stile Liberty. Secondo Cuk, nel 1911 sulla facciata furono dipinti gli affreschi del mestrino Alessandro Pomi, allora giovanissimo (era nato nel 1890), e furono poste le opere in ferro battuto del veneziano Umberto Bellotto. Di Pomi è anche il bellissimo «Il trionfo di Apollo» sulla volta della platea del Teatro Toniolo. Le date dell’apertura Secondo la tradizione di famiglia il cinema arrivò a Mestre nel 1905 con Vittorio Furlan, in un locale accanto alla piazza. I documenti d’epoca però indicano come proprietari dell’Excelsior il padre Antonio e il fratello Desiderio. Anche sulla data di apertura della sala le fonti non concordano. Vittorio ricordava il 1911, e una piastrella con quella data era posata al centro della sala. Mestre e la sua piazza indica invece il 17 febbraio 1908, con una serata a inviti per cento persone offerta dal proprietario Antonio Furlan. L’abitabilità, ricorda Sergio Barizza, fu rilasciata dal Comune solo il 31 dicembre 1914. Di certo nel novembre 1911 la Gazzetta di Venezia chiama Antonio Furlan «proprietario del Cinematografo Excelsior»: quel mese devolse alle famiglie dei soldati della guerra di Libia l’incasso di una serata. Nel dicembre 1913 il proprietario era Desiderio, che offrì un’altra serata a favore dell’Albero di Natale per i poveri. Durante la Grande Guerra il cinematografo, «in piazza Umberto I», accoglieva anche i soldati: il 26 giugno 1918 vi parlò padre Semeria. La loggia, il palcoscenico e le decorazioni Il 9 aprile 1921, durante un affollatissimo comizio socialista di solidarietà con i ferrovieri veneziani in sciopero, l’estremità dell’ala sinistra della loggia, che Desiderio aveva fatto prolungare nella primavera del 1920, si flesse sotto il peso: 27 persone rimasero leggermente ferite. Quello stesso anno Desiderio morì, e il cinema passò al nipote Giovanni Furlan, che andò ad abitare con la famiglia negli appartamenti sopra la sala. Negli anni Trenta Giovanni fece costruire un palcoscenico e incaricò il pittore Raffa di decorare le pareti laterali della sala. Gli anni del pienone Nel dopoguerra l’Excelsior visse la sua stagione di maggior affollamento. Alessandro Cuk segnala afflussi record già dal 1946, e nel suo libro compare una fotografia della coda di spettatori davanti all’Excelsior proprio in quell’anno. Negli anni Cinquanta, quando Lascia o raddoppia? di Mike Bongiorno svuotava le sale nella serata del quiz, in platea e in galleria furono messi dei televisori perché il pubblico potesse seguire la trasmissione. Il 23 giugno 1981 l’Excelsior, che da quindici anni ospitava solo cinema, tornò a ospitare spettacoli teatrali con La cameriera brillante di Goldoni, nel settantesimo anniversario della sala. Il restauro del 1992 e la chiusura Del 1992 è l’ultima ristrutturazione del cinema, che restituì splendore agli affreschi e agli intonaci. Il restauro degli affreschi di Pomi, concluso nel dicembre 1992, fu opera di Andrea Libralesso e fu sostenuto dalla sola famiglia Furlan. I lavori ampliarono anche la capienza, cambiarono la prospettiva della sala sul lato del Marzenego e trasformarono l’Excelsior in una multisala con tre sale. Purtroppo il cinema chiuse nel dicembre 2013, lo stesso mese in cui i Furlan inauguravano la nuova multisala al Candiani. Nel 2018 il Consiglio comunale approvò il trasferimento della licenza alla multisala del Candiani e il cambio di destinazione d’uso dell’edificio, per il quale la proprietà versò al Comune 450.000 euro. Nel 2019, a cinque anni dalla chiusura, l’ex Excelsior con i suoi circa 2.000 metri quadrati era ancora in cerca di un acquirente. Galleria Immagini Il nome del Cinema Excelsior realizzato in ferro battuto da Umberto Bellotto (Foto di Anna Motterle) Il primo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura Mestre e l’industrializzazione, vedi le ciminiere sullo sfondo (Foto di Anna Motterle) Il secondo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura un cavaliere con una bandiera ammainata e sullo sfondo la Torre dell’Orologio (Foto di Anna Motterle) Il terzo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura un proiettore e sullo sfondo una torre (Foto di Anna Motterle) Particolare del Cinema Excelsior con le opere in ferro battuto di Umberto Bellotto Il Cinema Excelsior, lato Ramo della Beccaria, dopo la ristrutturazione del 1992 Il Cinema Excelsior immagini prebelliche Il Cinema Excelsior esempio di architettura Liberty (Foto di Anna Motterle) Mestre, 4 novembre 1921: la messa in piazza nel giorno della tumulazione del Milite Ignoto a Roma. A sinistra la facciata dell’Excelsior (immagine d’epoca) Interno del cinema Excelsior dopo la ristrutturazione del 1922 (immagine colorizzata) La facciata del cinema Excelsior nel 1934, allestita per il film Tarzan e la compagnia La sala del cinema Excelsior nel 1940 Coda di spettatori davanti al cinema Excelsior nel 1946 (da Cuk, Una famiglia, il cinema, p. 34) Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Il cinema Excelsior di Mestre, CineBazar. Ex cinema Excelsior chiuso da 5 anni simbolo della crisi, «La Nuova Venezia», 28 marzo 2019. Cuk, Alessandro. Una famiglia, il cinema, Alcione Editore, 1996, pp. 7-17, 33-41, 73-82, 97-115 e 119. «Pro Tripoli», corrispondenza da Mestre, in Gazzetta di Venezia, 23 novembre 1911. Corrispondenza da Mestre sulla serata dell’Excelsior per l’Albero di Natale, in Gazzetta di Venezia, 20 dicembre 1913. «Padre Semeria al Toniolo», in Gazzetta di Venezia, 27 giugno 1918. Auguri di Giovanni Furlan, gerente del Teatro Toniolo e del Cinema Excelsior, in Gazzetta di Venezia, 1° gennaio 1927. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
I Toniolo quando i costruttori incontrano la cultura
Il Liberty dei Toniolo Una famiglia di costruttori che ridisegnò il centro di Mestre La famiglia Toniolo a Mestre Il capostipite della famiglia Toniolo fu Antonio, il quale prima di diventare imprenditore edile era un semplice capomastro. Fu lui a porre le due lapidi commemorative su Palazzo Da Re. Nel 1899 Antonio ebbe l’intuizione di far erigere un nuovo macello più distante dal futuro ospedale e da Piazza Maggiore. Il progetto, affidato all’architetto Giovanni Fantinato, fu realizzato in collaborazione con Cadel e inaugurato nel 1907. Nel 1909 gli fu affidata anche la realizzazione del primo gasometro cittadino. Figli di Antonio furono Domenico (1878–1961), Marco e Giovanni Toniolo, i quali non si limitarono a costruire edifici per fare cassa, ma realizzarono opere che tutt’oggi sono fra le più belle e pregiate di Mestre. Gli interventi dei Toniolo in Piazza Maggiore I Toniolo, assieme ad Arcangelo Vivit, a Vittorio Furlan e a Pietro Barbaro, ridisegnarono la piazza di Mestre proiettando la città verso un futuro migliore, o almeno sperato, perché il Conte Volpi di Misurata aveva altri progetti per Mestre, e non certo gloriosi. I tre fratelli Toniolo acquistarono un terreno di proprietà dei Conti Bianchini che andava dai Sabbioni (area posta di fronte a Villa Querini) ed era attraversato da Via Castelvecchio, successivamente suddivisa in Via Castelvecchio, Via Antonio da Mestre e Via Ospedale, fino a raggiungere Piazza Umberto I nel 1911. Su tale terreno realizzarono i loro villini di qualità, alti due o tre piani. Oggi di questi villini restano quelli presenti in Via Nazario Sauro e Via Fabio Filzi, all’epoca chiamata Passeggiata Toniolo, e le due ville all’inizio e alla fine di Via XX Settembre. Il vero capolavoro di questa famiglia furono tuttavia la Galleria Vittorio Emanuele, oggi Galleria Matteotti, e il Teatro Toniolo, nell’area allora denominata Corte dei Fanti perché vi era un ristoro per carrozze. L’ingegner Giorgio Francesconi realizzò due palazzi gemelli su cui fu poggiata una splendida galleria in stile Liberty in vetro, la seconda realizzata in questo stile in Italia dopo la Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Nei palazzi trovarono ospitalità negozi e appartamenti di lusso. La galleria fu inaugurata domenica 27 ottobre 1912, la stessa mattina dell’acquedotto. Terminata la cerimonia in piazza, racconta la Gazzetta di Venezia, la folla si riversò «nella Galleria Vittorio Emanuele che attende di essere inaugurata». Non ci furono discorsi, solo applausi e la musica della banda. Il costruttore e proprietario, Domenico Toniolo, la aprì subito al pubblico, e il sottosegretario Pavia e le altre autorità si congratularono con lui. Il giornale la giudicò «veramente degna di ammirazione per la imponenza, la eleganza, la perfetta armonia di ogni sua parte». Il mercoledì seguente, 30 ottobre, era previsto il trasloco dell’ufficio postale e telegrafico da Piazza Umberto I ai nuovi locali della galleria, una sede «decorata, ampia, comoda, degna di Mestre». La galleria avrebbe condotto l’avventore verso una nuova piazzetta, poi intitolata all’eroe risorgimentale Cesare Battisti, sulla quale si sarebbe affacciato il Teatro voluto dai fratelli Domenico e Marco Toniolo. Il Teatro prese il nome dalla famiglia, sebbene all’inizio si fosse pensato di intitolarlo alla Regina Elena. I Toniolo intervennero anche nell’urbanistica circostante, realizzando, oltre alla piccola piazza antistante il teatro, una via che avrebbe sostituito la calle dei Fanti con una strada lastricata in trachite e due marciapiedi, collegando teatro e galleria a Piazza Umberto I. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con una rappresentazione del Rigoletto. Poco dopo i Toniolo ottennero anche il permesso di costruire la loro villa in Riviera XX Settembre, sempre in stile Liberty. L’edificio è ancora esistente e oggi ospita Banca Fideuram. Da Via Rosa a Via Piave La facciata principale della galleria guardava sul Ramo delle Muneghe, che all’epoca era completamente a cielo aperto, ed era posta dall’altro lato di Via Rosa rispetto a Villa Erizzo. Per migliorare la visuale e la viabilità dei nuovi avventori della galleria, i Toniolo ottennero di far interrare cinquanta metri del Marzenego precedenti al Ponte della Campana nel 1910, a proprie spese. L’intervento fu realizzato dall’ingegner Giuseppe Pasquali. Dopo aver interrato un tratto del Ramo delle Muneghe, i Toniolo puntarono verso la villa del De Rosa Luraghi e si rivolsero all’area dell’Osteria alla Rosa e del piccolo borgo che conduceva dalla Galleria a Villa Erizzo. L’osteria venne abbattuta e, poco più avanti, verso Via Rosa, i Toniolo fecero erigere su progetto dell’ingegner Francesconi un palazzo di importanti dimensioni, fra Via Rosa e la futura Via Verdi. Le sponde del Marzenego vennero risistemate e la viabilità dell’area circostante cambiò volto. Il nuovo edificio ospitò prima il Cinema Eden e poi l’UPIM; oggi vi ha sede la Banca Popolare di Verona. I Toniolo realizzarono anche case simili a quelle di Via Castelvecchio che costeggiavano Via Rosa fino a Piazzale Regina Margherita. Per farlo, ottennero di far innalzare il livello del terreno, soggetto ad allagamenti. La famiglia Toniolo costruì anche in altre zone della città. Ne sono esempio alcuni edifici in Piazza XI Febbraio lungo Via Piave, realizzati attorno alla vecchia chiesa della Madonna di Lourdes, costruita nel 1924 proprio grazie a un intervento di Domenico Toniolo. Gianni Ferruzzi attribuisce a Domenico anche l’asilo «Vittoria» delle Canossiane in via Piave e l’apertura di via Circonvallazione. Domenico, morto nel 1961, riposa nel cimitero di Mestre. La chiesa fu distrutta dai bombardamenti nel 1944 e sostituita dalla Chiesa di Santa Maria Immacolata di Lourdes. I discendenti Toniolo Oggi alcuni discendenti dei Toniolo sono proprietari dell’Hotel Elite presso Via Forte Marghera, costruito lì dove i Toniolo avevano un cantiere. Di recente l’hotel è stato ammodernato con un nuovo edificio realizzato su progetto dell’architetto Luca Battistella. Galleria Immagini Il Teatro Toniolo Battaglia del Grano. Affluenza a un comizio (anni ’30) Via Fabio Filzi nel 1920, dove i Toniolo costruirono alcune ville Via Nazario Sauro nel 1930, dove i Toniolo costruirono alcune ville La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Trionfo di Apollo al Teatro Toniolo di Alessandro Pomi La Villa Toniolo, oggi Banca Fideuram L’edificio realizzato fra Via Rosa e Via Verdi dai Toniolo, che ospitò l’UPIM Chiesa Santa Maria di Lourdes, distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale Galleria Matteotti negli anni ’10 Bibliografia Ferruzzi, Gianni. Il cimitero di Mestre a duecento anni dalla fondazione, Centro Studi Storici di Mestre, 2014. «Per l’inaugurazione dell’acquedotto», in Gazzetta di Venezia, 27 ottobre 1912. «La solenne inaugurazione dell’acquedotto nel Comune di Mestre», in Gazzetta di Venezia, 28 ottobre 1912. Cuk, Alessandro. Una famiglia, il cinema, Alcione Editore, 1996, pp. 7-12. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
Il Municipio di Mestre: Ca’ Collalto
Ca’ Collalto: la casa dei conti a Mestre Ca’ Collalto, Palazzo Pretorio, Municipio: tre nomi per lo stesso edificio Le testimonianze riportate dal Fapanni «Nel 1723 era di ragione del N.U. Conte Rambaldo di Collalto (Fapanni, Libro Descr. 1723 p. 10). E quasi nel centro del Castello. Vi risiedette in antico il Podestà; poscia divenne ufficio della Pretura, della Deputazione Comunale e nel pianterreno stettero e stanno le carceri. Nel 1856 si costruì un muro alto di cinta, a tramontana, in borgo delle Caneve, per nascondere i balconi delle carceri, riuscendo una breve corte ad esse adiacente. Questo Palazzo ha qualche rimasuglio di gotico, come p.e. in un portone a mattina verso San Girolamo. Non si scorge alcuna traccia di iscrizioni: solo si vede sulla facciata l’impronta dov’era il Leone della Repubblica.» Gli ultimi restauri della Serenissima Fra il 1773 e il 1789 il Palazzo Pretorio fu al centro di una vertenza amministrativa che Maria Grazia Morandi ha ricostruito sui documenti dell’Archivio di Stato di Venezia. È una vicenda che rimbalza da una magistratura all’altra nel corso di cinque reggenze podestarili, e che ha il sapore di un simbolo: mentre si discute, l’edificio decade, puntellato provvisoriamente, quasi immagine della moribonda Repubblica. I podestà che vi si succedono, Nicolò Barbaro, Agostino Pizzamano, Gian Domenico Venier, Lucio Da Riva e Fantin Contarini, manifestano preoccupazioni più per l’urgenza di riparare un fabbricato cadente che per il proprio prestigio di rappresentanti della Serenissima. Il tetto, i vetri e le porte rotte Il primo documento è del dicembre 1773. Il Magistrato dei deputati e aggiunti alla provision del denaro riferisce alla Signoria del rimborso chiesto da Nicolò Barbaro per riparazioni urgenti «a vetri, nonché scuri e porte e al tetto»: 565 lire venete. Manca però il mandato di esecuzione, e la pratica finisce al Senato, che ordina al Savio cassier del Collegio di procedere alla ballottazione. Nel dicembre 1774 le porte rotte delle prigioni favoriscono la fuga di quattro delinquenti: il documento d’archivio parla della fuga «tentata ed eseguita da 4 Priggioni la notte del 22 Xcembre passato nella terra di Mestre». Il podestà Agostino Pizzamano, da non confondere con Domenico Pizzamano che fu podestà e capitano di Mestre nel 1746, segnala lo stato deplorevole delle carceri e chiede 1.034 lire venete; il capo della provincia di Treviso presenta una controperizia che scende a 988. Nel settembre 1776 la situazione è peggiorata: non solo le prigioni, ma anche la cancelleria e la parte destinata ad abitazione sono in stato di abbandono e rovina, tanto che il Pizzamano aveva già dovuto prendere in affitto una casa per alloggiare. Il successore Lucio Da Riva chiede alla Signoria 106 ducati correnti e 16 grossi per l’affitto di una casa per sedici mesi, quanto durava la reggenza; il Magistrato suggerisce di concedergli i consueti 50 ducati e propone di inviare un ufficiale ingegnere che rilevi l’esatta condizione dei fabbricati. L’argomento che funziona Gian Domenico Venier trova finalmente la leva giusta. Per ottenere i restauri fa valere l’importanza raggiunta da Mestre, «zona molto popolosa per l’arrivo anche di molti forestieri che si trattengono anche abbastanza a lungo». Il contributo per l’affitto sale a 60 ducati, poi a 80 con la delibera del Senato del 20 dicembre 1777. Sono gli anni in cui veniva inaugurato il Teatro Balbi e Mestre poteva chiamarsi, con la battuta di Goldoni, «una piccola Versailles». Compare intanto un’ipotesi destinata a tornare: che sia la comunità mestrina, con il contributo della Signoria, a salvaguardare e mantenere in efficienza il palazzo pubblico. Fantin Contarini comunicherà poi l’accordo raggiunto con i Corpi pubblici della Terraferma, in particolare con il Corpo del Terreno, che si dichiarano «pronti ad addossarsi il compito del mantenimento delle Pubbliche Fabbriche in conzo e in colmo», con l’obbligo di sorvegliare i lavori e ricevendo in cambio un contributo annuo, fissato dal Senato in 40 ducati. La perizia di Pietro Turini Il 10 aprile 1779 il tenente ingegnere del Genio civile Pietro Turini presenta la sua perizia. È un documento minuzioso, che elenca voce per voce i materiali necessari: trentaquattro ponti larese, cinquanta cubi di albeo lunghi ventidue piedi, trecentotrentatré sfiladoni, sedici migliaia di pietre comuni a ventiquattro lire il migliaio «per rimettere accomodare i Pavimenti che sono cadenti», duecentoquaranta mastelle di calcina «per le nove fatture e per imbiancare tutti i muri e rimetter buche che si trovano», trentotto carri di sabbione, oltre a serrature, catene di ferro e chiodarla per tutta la fabbrica. Il totale per il solo palazzo è di 6.499 lire venete. Una seconda perizia dello stesso Turini porta la spesa dell’intero corpo del palazzo pubblico a 7.897 lire venete, così ripartite: 6.499 per il palazzo e 1.398 per le prigioni. Il pasticcio dell’appalto Nel dicembre 1777 la riparazione delle carceri era stata vinta da un certo Zuanne Tagliapietra con un’offerta di 540 lire venete, ma il lavoro non era stato eseguito in maniera soddisfacente. Con la legge del 14 agosto 1779 la stessa impresa si obbligava a eseguire i lavori secondo la perizia Turini per 5.378 lire venete. I Provveditori di Mestre si lagnarono perché il restauro delle prigioni non era stato affidato alla loro sovraintendenza e perché i lavori intrapresi non seguivano la perizia. Ogni lavoro fu sospeso, e dalle indagini risultò che né nel capitolato d’appalto né nella delibera era stato contemplato che la Comunità sovraintendesse, come invece era stato espressamente richiesto. Serviva un arbitro. L’incarico di un nuovo rigoroso sopralluogo andò al capitano ingegnere Roberto Zuccareda, la cui perizia dell’11 maggio 1782, convalidata dal proto Giacomo Patron, stabilì l’importo in 4.400 lire venete. La sua relazione è preziosa anche per noi, perché descrive minutamente gli ambienti del palazzo che l’ammodernamento ottocentesco avrebbe cancellato: il portico dirimpetto alla balconata delle prigioni, il pergolo della facciata, la loggia. Sei anni dopo, niente Non servì a nulla. Il documento del 7 agosto 1788 dimostra ancora una volta che non era stato fatto niente. Il Magistrato espone alla Signoria lo stato di «deiezione» del palazzo e degli annessi e presenta un ennesimo preventivo, compilato dal proto, per i lavori più urgenti: 790 lire venete, corrispondenti alla somma promessa e corrisposta dal Senato. Non sappiamo se quei lavori siano mai stati portati a termine. Nove anni dopo la Repubblica non esisteva più. L’Ottocento Il legame fra Mestre e la famiglia Collalto risale al Diploma di Ottone III del 994, con cui il giovane re, non ancora imperatore, confermava e donava al conte di Treviso Rambaldo II vari beni del Trevigiano, fra cui un manso regale fra Mestre, Paureliano e Brendole. Non sorprende quindi che nel 1808 il catasto napoleonico censisse due edifici ancora in loro possesso: una torre che dava sul Ramo della Beccaria e una casa-granaio posta quasi al centro del castello stesso. La torre era l’odierna Torre dell’Orologio, mentre la casa-granaio sarebbe diventata il Municipio. Il Fapanni documenta che nel 1723 tale edificio era sede dell’ufficio del Pretore, della Deputazione Comunale e delle carceri. I Collalto furono anche grandi proprietari terrieri nell’area mestrina. Il nome Ca’ Collalto è il più antico dei tre che l’edificio ha portato: l’immobile fu proprietà della famiglia trevisana fin dall’origine, mentre Palazzo Pretorio indicava la funzione che vi si esercitava sotto la Serenissima e Municipio quella assunta dopo l’Unità. Il dubbio su chi fosse il proprietario di Ca’ Collalto venne chiarito quando il tetto di questa crollò: per permettere le debite riparazioni, il prefetto chiese al Podestà di trovare documentazione per risalire al nome del proprietario. Secondo quanto riportato da Barizza, il Podestà di Mestre nel 1810 documentò che il palazzo risultava di proprietà di Rambaldo di Collalto al 27 luglio 1723, ma che dopo quasi ottant’anni l’edificio non era più stato reclamato dalla nobile famiglia trevisana, facendo intendere che ormai si poteva ritenere questo, e l’attigua Provvederia, di proprietà pubblica. In pratica, secondo Sergio Barizza, una forma di usucapione. L’edificio che sarebbe diventato la sede del comune di Mestre nel 1868 veniva descritto come una vecchia casa agricola utilizzata quale granaio, con un unico piano abitato realizzato sopra di esso. Vi erano due portoni: uno di fronte, lato Via Palazzo, e uno sul retro verso la chiesa di San Girolamo, che permettevano ai carri agricoli di entrare e uscire dal granaio. Durante il Governo Austriaco di Venezia, all’interno di Ca’ Collalto erano ospitate la sala consigliare, la pretura e le prigioni. Gli spazi per le autorità erano davvero esigui: tutti questi uffici erano concentrati su un unico piano, e il sindaco, quando doveva appartarsi per una comunicazione personale, era costretto a far uscire i consiglieri dalla sala. La situazione si rivelò ancora più insostenibile quando nel 1848 il Governo Austriaco riformò le preture e le carceri, richiedendo ulteriore spazio per queste due istituzioni in un edificio che non lo consentiva. Già prima dell’unificazione italiana l’ingegner Fuin propose due progetti di restauro dell’edificio, ma non se ne fece nulla. Va aggiunto che, secondo alcuni rilievi, la struttura del palazzo era ormai fatiscente e, vista la mole dell’intervento necessario, si pensò di realizzare anche un terzo piano. Dal Fapanni ci arriva testimonianza che nel 1856 sul lato posteriore del palazzo venne realizzato un muro per impedire alle finestre delle carceri di guardare verso il Borgo delle Caneve. Tale muro diede luogo alla formazione di una piccola corte. Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, il palazzo non era all’altezza di accogliere il Municipio di una città che aveva grandi progetti per sé. Il sindaco Girolamo Allegri affidò quindi la progettazione della ristrutturazione di Ca’ Collalto all’ingegner Balduin, che presentò due progetti: venne approvato quello del 1868. Il palazzo fu ampliato in volume con l’aggiunta di un terzo piano, e potè così ospitare sia uffici comunali che statali. Vennero aggiunte anche due stanze per le Guardie Nazionali. Per dividere le prigioni dal resto dell’edificio fu posta una porta in ferro, e fu costruito un ponte in cotto sul Rio San Girolamo come accesso a queste. I lavori iniziarono lo stesso anno a opera di varie ditte, fra cui una di proprietà di Giuseppe Da Re. I lavori si conclusero il 3 maggio 1871 e le chiavi vennero consegnate al nuovo sindaco Napoleone Ticozzi. Il Municipio di Mestre Nel 1921 la Pretura lasciò il palazzo municipale per trasferirsi nell’edificio quasi di fronte, di proprietà del marchese Lorenzo Nicolò Saibante, l’attuale anagrafe, liberando ulteriore spazio per l’amministrazione comunale. Nel 1953 la pretura occupava ben tre piani di quel palazzo, ma con il crescere delle necessità degli uffici giudiziari, negli anni Ottanta fu concessa l’ex scuola media Angelo Roncalli di Viale San Marco alla Pretura, mentre parte dell’attività giudiziaria fu trasferita nell’ex fabbrica di scope Krull in via Forte Marghera. Galleria Immagini Il Municipio di Mestre oggi 1923, Municipio e sulla destra il muro di cinta della Villa Checchin Il Municipio e Borgo Palazzo in una cartolina d’epoca Particolare di una mappa di Joseppo Cuman (7 luglio 1678) in cui si nota Ca’ Collalto Municipio, particolare della Mappa del Manocchi «Palazzo ove risiedeva il Podestà e Capitanio di Mestre», disegno del Castello di Mestre del Manocchi, spesso attribuito al Fapanni Il ponte costruito nel 1868 resistette fino all’inizio del Novecento Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana: la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Lo scudo con M e F che stanno per «Mestre Fidelis» Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fapanni, Francesco Scipione. Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Morandi, Maria Grazia. I lavori di restauro del Palazzo Pretorio del Castello di Mestre dal 1773 al 1789, in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno (6-7 dicembre 1969), Centro Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. Archivio di Stato di Venezia, sezione «Senato Terra», docc. G/F 32, F 130/18/20, F 180, F 257, F 409, F 709, XIV F 8; perizia di Pietro Turini, 10 aprile 1779. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia…
Villa e Parco Ponci
Villa e Parco Ponci Un’oasi verde perduta a Mestre Il ricordo di Giancarlo Angeloni Sul sfondo se vedeva quea maraviglia che jera el bosco de Ponci. El pareva una foresta co quei alberi co un tronco cussì grosso che do persone jera intrigàe a imbrassàrlo. Drento ghe jera un lago co un canal che scominsiava da na parte e el finiva da staltra parte del lago cussì che se gavesse podesto vardàr tutto da l’alto se gavarìa visto la figura de un anèo, (el canal), col briànte (el lago). Ogni tanto che jera dei pontesèi senza sonda, come que che se vede sue istampe cinesi che te fasseva passar de qua e deà del canal o rivar su na isoloèta che ghe jera in meso al lago e chea gaveva sora na caseta fatta nello stesso stile dea villa Ponci. El lago el jera pien de pessi pèrsego che quando chei se moveva drento l’acqua schiarada col sol, pareva chei infassasse co l’arcobàlen…. ghe jera fiori dapartuto, de quei che cresseva in acqua e de quei che cresseva in terra e l’aria piena de profumi e de oseèti da un àlbaro a àlbaro e che subiando i faseva na musica che dopo non go mai sentito; na volta go visto parfin un martin pescatore chel pareva un lampo azzurro che se impirava in acqua par vantar na spinariola. Quando sul libro de reigion lezevo del Paradiso terrestre, me figuravo chel fusse proprio cussì… (Testo tratto da …te te ricordì. Amarcord di un mestrino originario, Centro Studi Storici di Mestre) I Ponci da Mantova a Venezia I Ponci furono una famiglia mantovana che si trasferì a Venezia nel 1816, dove rilevarono la farmacia sita vicino alla Chiesa di Santa Fosca, Cannaregio. Questa attività aveva già oltre un secolo di vita quando passò di mano ai nuovi proprietari. La struttura che accoglieva la farmacia è ancora esistente e ospita altre attività: è un vero e proprio museo che racconta com’erano le farmacie tra il Settecento e l’Ottocento, oltre a far ammirare l’arte dei maestri intagliatori veneziani dell’epoca. La fama della Farmacia Ponci divenne tale da meritare un articolo nel 1934 su una rivista nazionale: «A Venezia la Farmacia Ponci a S. Fosca è conosciuta e ricercata dai forestieri per il suo ambiente signorile con fedeltà conservato come in antico; essa ricorda i vecchi tempi, quando, sotto il saggio governo della Serenissima, tutte (o quasi tutte) le botteghe da Spezier amavano presentarsi nella suggestiva veste di una proprietà elegante…». Così scriveva nel 1934 il Pedrazzini. Gianni Ferruzzi racconta un’origine diversa: il padre, il farmacista Pietro, si sarebbe trasferito da Parma a Venezia aprendo la farmacia «All’Aquila Nera» in campo San Salvador. Dei tre figli, tutti farmacisti, Ferdinando (1837-1911) mantenne l’attività ma si trasferì a Mestre, dove aprì vicino alla chiesa di San Girolamo un laboratorio di medicinali, fra cui la nota pillola di Santa Fosca per le malattie gastrointestinali. Dopo la sua morte, scrive Ferruzzi, il parco fu distrutto e l’area finì nella speculazione edilizia. Ferdinando riposa nel cimitero di Mestre. Morì a Mestre il 18 dicembre 1911, a 75 anni, e l’annuncio fu dato dalla moglie, Faustina Fapanni. Quando Faustina morì, il 5 luglio 1935, la Gazzetta di Venezia ricordò che era figlia di Francesco Fapanni, «notissimo letterato, poeta e storiografo veneziano del secolo scorso», cioè lo storico Francesco Scipione Fapanni, autore di tante pagine su Mestre, e zia del prof. Carlo Combi, collaboratore del giornale. Trasferitasi a Mestre, la famiglia Ponci acquistò nel 1902 il parco e la peschiera di Villa Giustinian della famiglia Gobbato, edificio che si trovava dove oggi sorge l’ex scuola De Amicis. I Gobbato avevano adattato la villa a scuola, presa in affitto dal Comune. Nel 1889 il Comune acquistò l’edificio e nel 1902 lo demolì per costruire la scuola De Amicis, che ancora oggi possiamo vedere in Via Pio X. Il parco fu ceduto ai Ponci. Davide Ros colloca la farmaceutica Ponci tra le piccole e medie imprese sorte a Mestre negli ultimi vent’anni dell’Ottocento sulla scia delle prime industrie del Canal Salso, accanto all’altra farmaceutica cittadina, quella di Zampironi, e ai saponifici Vidal. Sergio Barizza ricorda lo stabilimento di saponi di Angelo Vidal tra le attività che si consolidarono poi nella zona industriale di Porto Marghera. Il parco e la peschiera si estendevano al di fuori dell’area del Castello, in quello che molti in passato chiamavano il giardino (vedasi Fapanni), sito dietro la chiesa di San Girolamo. Il giardino di Mestre dev’essere stato molto bello: la Porta del Miglio o del Molino, posta circa dove oggi si incrociano Via Caneve e Via Slongo, era soprannominata anche Porta del Giardino (sempre il Fapanni). Va ricordato inoltre che all’interno del castello scorreva un canale artificiale proveniente dal Ramo della Beccaria del Marzenego, lungo l’attuale Via San Girolamo, che mediante una deviazione alimentava un mulino. Tale deviazione scorreva lungo la via tra Via San Girolamo e il parcheggio di Parco Ponci, per poi sfociare nell’Osellino. Le dimensioni del parco sono note dalla carta del 1937: andavano dal parcheggio di Parco Ponci all’Osellino, e da Via Caneve all’attuale Riviera Magellano. Al suo interno vi erano tre ettari di alberi secolari ad alto fusto e un laghetto alimentato probabilmente dal ramo del Rio di San Girolamo. La villa viene descritta come uno chalet in legno e pietra che, dando le spalle alla chiesa di San Girolamo, si affacciava sull’acqua. Era un piccolo gioiellino che ancora oggi si fa rimpiangere in città. Nel parco vi erano statue e un gazebo, mentre i Ponci potevano dilettarsi ad andare in barca sul laghetto. Mestre nel tempo ospitò diverse ville di varia natura e fattezza, ma ben poche di queste sono rimaste. Basti pensare alla maestosa villa del Durazzo, o a Villa Erizzo, che venne smembrata un pezzo per volta per permettere l’edificazione di nuovi palazzi e che oggi ospita la Biblioteca centrale di Mestre VEZ. Un’altra villa di prestigio sopravvissuta è Villa Querini dei Conti Querini Stampalia di Santa Maria Formosa. Antefatto: le preoccupazioni dell’ing. Antonio Rosso La preoccupazione per una possibile speculazione fu espressa in tempi non sospetti dall’ingegner Antonio Rosso, autore di due Piani Regolatori a Mestre nel 1934 e nel 1937. Il suo cruccio era l’assenza di vincoli sul parco. Il PRG, in effetti, arrivò solo nel 1960: a giochi ormai fatti. Una storia di speculazione La giunta guidata dal sindaco Gianquinto Giobatta aveva progetti edilizi su quest’area, nel cuore di Mestre, e per realizzarli doveva convincere gli eredi del farmacista Ponci a cedere l’intera proprietà. Fu fatta un’offerta di circa cinquecentomila lire che però venne rifiutata. Ma quell’area era ormai diventata troppo importante. Le cronache, ricavate dagli articoli de Il Gazzettino di Venezia e de La Nuova Venezia, raccontano che un certo geometra Ugo Argenta convinse la famiglia Ponci che vi era un grande progetto già approvato e che il terreno sarebbe stato reso edificabile in breve tempo. Con tali promesse si fece nominare amministratore unico del loro patrimonio. L’inghippo proseguì con la commissione a un architetto di un progetto per quell’area e persino con l’acquisto di una pagina de Il Gazzettino per pubblicizzare la vendita di villette: dimore che, ovviamente, non furono mai costruite. Pare che in una sola notte del novembre 1947 un gruppo di taglialegna del Friuli abbatté tutti o quasi tutti gli alberi, devastando per sempre un’area preziosa per la città. Il geometra Argenta fuggì poi in Venezuela, lasciando la famiglia Ponci in balia degli eventi da lui creati. Fu così che la giunta comunale di Angelo Spanio si accordò con gli eredi per ottenere in regalo metà del parco, rendendo edificabile il resto. Sulle macerie nasce Via Pio X Nella metà dell’area divenuta edificabile furono create Via Pio X (fatta passare anche sopra al giardino della scuola De Amicis), Via Fapanni, Via Giardino, Riviera Magellano e Piazzale Cialdini. I palazzi totalmente sproporzionati e fuori contesto costruiti su quest’area sono l’emblema di come a Mestre si sia sempre preferito il cemento alla conservazione del verde. Com’era la Villa dei Ponci Cartolina d’epoca con Villa e Parco Ponci Particolare del giardino del Parco Ponci con statue La villa nel Parco Ponci Particolare del laghetto di Parco Ponci Una gita in barca sul laghetto Il Rio Girolamo prosegue verso il laghetto dei Ponci Mestre dal campanile di San Lorenzo verso nord-est: la città e Parco Ponci Mappe e documenti Pubblicità Farmacia Ponci Attualmente parte della Farmacia Ponci ospita The Merchant of Venice della famiglia Vidal Mestre, parte Parco Ponci: il piazzale asfaltato e la parte recintata destinata alla scuola Vecellio Una colonna nel Convento di San Girolamo, ciò che resta del parco Parco Ponci in una carta di Mestre del 1937 Non è difficile sovrapporre le due immagini e capire cosa ci sia oggi al posto del Parco Bibliografia …te te ricordì. Amarcord di un mestrino originario, Centro Studi Storici di Mestre. Articoli de Il Gazzettino di Venezia. Articoli de La Nuova Venezia. Sito Museo Unifarco. Davide Ros, Lo sviluppo urbanistico di Mestre, tesi di laurea magistrale, Università Ca’ Foscari Venezia, relatore A. Gallo, a.a. 2014/2015, p. 61. Sergio Barizza, «Mestre, la città del Novecento», in Storia di Venezia. Il Novecento, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2002. Ferruzzi, Gianni. Il cimitero di Mestre a duecento anni dalla fondazione, Centro Studi Storici di Mestre, 2014. Annuncio della morte di Ferdinando Ponci, in Gazzetta di Venezia, dicembre 1911. Cronaca di Mestre (la morte di Faustina Fapanni vedova Ponci e l’annuncio funebre), in Gazzetta di Venezia, 6 luglio 1935. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×