Mestre nella guerra di Cambrai (1509-1513)
Mestre nella guerra di Cambrai
Per due volte, a pochi anni di distanza, la guerra della Lega di Cambrai arrivò alle mura di Mestre. Nel 1509 il castello e il borgo di San Lorenzo accolsero per un mese ciò che restava dell’esercito veneziano sconfitto; nel 1513 furono presi e dati alle fiamme da un esercito spagnolo e imperiale arrivato fino al bordo della laguna. A raccontare quei giorni, quasi ora per ora, sono i Diarii di Marin Sanudo, letti e commentati dagli studiosi del Centro Studi Storici di Mestre.
Una terra sulla linea del fronte
Il 10 dicembre 1508 il trattato di Cambrai unì contro Venezia il Papa, l’Imperatore, il re di Francia e quello di Spagna. Il 14 maggio 1509, alla Ghiara d’Adda, l’esercito veneziano fu travolto dai francesi e in poche settimane la Repubblica perse quasi tutto il dominio di terraferma. Il castello di Mestre, con mura per circa un chilometro, una decina di torri e fossati alimentati dal Marzenego, divenne l’unica testa di ponte rimasta. Attorno, il borgo contava circa duemila abitanti secondo Luigi Brunello: artigiani, barcaioli, piccoli commercianti e contadini. Il governo era affidato a un nobile veneziano con il titolo di podestà e capitano, in carica sedici mesi, che risiedeva nel palazzo pubblico dove oggi sorge il Municipio; di fronte, nella Provvederia, tre provveditori amministravano i beni della comunità.
«Mestre è svudado»
Prima ancora dei soldati arrivò la paura. Sanudo annota che chi poteva portava le proprie cose a Venezia: «Etiam Mestre è svudado, nè lì è roba ni done molte». Gli ebrei del borgo, con licenza della Signoria e dei Capi del Consiglio dei Dieci, trasferirono i loro beni in città. Podestà e capitano era Bernardino Badoer.
Un mese da caserma
L’8 giugno 1509 il Senato scrisse al campo, che passava la Brenta su un ponte a San Bruson e alla Mira, perché a Mestre si contassero gli uomini validi, si pagassero e si congedassero gli altri, con l’invio di 7.000 ducati. Il giorno seguente ciò che restava dell’esercito si accampò nel borgo. Per tenere la disciplina i provveditori fecero impiccare agli alberi alcuni fanti che avevano tentato di saccheggiare la casa di un ebreo, e per ordine di Dionisio di Naldo, capitano delle fanterie, fu impiccato anche chi aveva rubato frumento nelle campagne. Nel borgo fu alzata una forca e una grida ordinò alle prostitute di lasciare il campo: «si levarono zercha mille».
Quando giunse notizia che gli imperiali erano a Bassano, il castello fu rafforzato. I provveditori Cristoforo Moro e Andrea Gritti scrivevano che si stavano costruendo «do bastioni verso la porta che va al teraio, per andar a Treviso et Noal», che si erano chiesti mille guastatori al Trevigiano e che nel castello si portavano lumiere prese dall’Arsenale. Si pensò anche di arretrare verso Marghera, ma il Senato rispose che il campo non doveva lasciare Mestre.
Il 7 luglio 1509 Sanudo andò di persona a Mestre e vide il campo partire per Treviso «con bel hordine»: stradioti, fanterie, cavalli leggeri e balestrieri a cavallo, tredici pezzi d’artiglieria. A custodia di Mestre restò il condottiero Pereto Corso con la sua compagnia, insieme ad alcuni stradioti mandati da Venezia.
1513: l’esercito nemico verso la laguna
Quattro anni dopo le alleanze erano cambiate, e a scendere verso la laguna fu l’esercito spagnolo e imperiale del viceré di Napoli Raimondo di Cardona, con Prospero Colonna e il marchese di Pescara. Domenico Bon, che ne era stato prigioniero, riferì al Senato le sue forze: 3.500 fanti spagnoli, 2.200 tedeschi, 500 cavalli leggeri, 900 lance e sei pezzi d’artiglieria da campo. Una lettera trovata addosso a un soldato nemico, ucciso nel Vicentino, racconta le stesse giornate dall’altra parte: il 26 settembre, a Bovolenta, la presa di oltre cinquanta barche cariche e di più di quattromila capi di bestiame; il 27 Piove di Sacco; il 28 il passaggio della Brenta e i cavalli leggeri a Lizza Fusina.
30 settembre: la rocca e il borgo
Il 30 settembre l’esercito passò la Brenta a guado al Dolo, bruciando case a San Bruson e alle Gambarare, e giunse a Mestre. Nel castello erano rimasti solo il podestà Nicolò Balastro, un capitano di cavalleria con pochi uomini e il castellano Marin Michiel. Dalle rive di Cannaregio Sanudo vedeva arrivare i profughi con donne, bambini e masserizie, e i fuochi a Marghera.
«E nota, intrati in li borgi, el vicerè alozò in certa casa, e la roca si teniva, e l’ebeno per forza con occision di quanti erano dentro; fato preson sier Marin Michiel castelan, e uno Domenego da Vanzo, e uno sier Zuan Memo; il resto tutti amazono».Marin Sanudo, I Diarii, vol. XVII
Furono uccisi anche alcuni anziani rimasti nella rocca. Zuan Memo, fuggito ai nemici, raccontò che i tedeschi avevano bruciato vivo un ragazzo che gridava «Marco». Quella notte il viceré dormì nel borgo, all’osteria della Corona, mentre Prospero Colonna e il marchese di Pescara alloggiarono nel palazzo del podestà dentro il castello.
1° ottobre: le artiglierie sull’argine di Marghera
Il giorno seguente i nemici portarono l’artiglieria sull’argine di Marghera e spararono verso Venezia, bruciando torri, palazzi e case per tre miglia attorno. Le palle arrivarono fino all’isola di San Secondo, le cui monache pensarono di fuggire e restarono solo vedendo arrivare quattro barche armate a San Giuliano. Sanudo, spintosi fino a San Giuliano, vide «fuogi grandissimi verso Mestre a le palade» e i nemici «a cavalo su l’arzere, tutti in arme bianche».
2 ottobre: «tutto Mestre brusava»
La mattina di domenica 2 ottobre il campo lasciò Mestre e le diede fuoco: ogni soldato incendiò la casa in cui aveva dormito. La lettera nemica ne spiega la ragione: nessun imperatore, dai tempi di Federico Barbarossa, era arrivato così vicino a Venezia, e si volle lasciarne il segno. Sanudo salì sul campanile di San Marco a guardare.
«Se intese certissimo i nimici questa matina levati di Mestre, aver posto fuogo in tutto Mestre e li borgi, zoè cadauno in le caxe dove erano alozati aver ficato fuogo, sichè tutto Mestre brusava, e si vedeva fumi grandissimi».Marin Sanudo, I Diarii, vol. XVII
Restarono in piedi soltanto le chiese, la casa della pieve di San Lorenzo, l’osteria della Corona e la casa dei Sanudo. Il 4 ottobre più di tremila persone andarono da Venezia a vedere le rovine: «si vede cossa che par un inferno, tutto brusato, fuogi ancora per le case, omeni morti in terra», e vicino ai rastrelli di Mestre, sulla strada di Treviso, pendevano due impiccati. Le mura del castello restarono comunque in piedi.
Sulla data dell’incendio le fonti non coincidono: Brunello lo colloca «la mattina successiva» alla presa del 30 settembre, Sanudo lo registra alla data di domenica 2 ottobre. Anche la popolazione del borgo è stimata diversamente dallo stesso Brunello: circa duemila abitanti nel saggio sul 1509, «poco più di un migliaio» in quello sul 1513.
Un esercito che non arrivò
L’esercito veneziano, chiuso in Padova, non uscì a difendere Mestre. Pochi giorni dopo fu duramente sconfitto presso Vicenza. Brunello ne indica le cause nella «mediocrità di comandanti» e nella «viltà di mercenari», e chiude con un appunto di Sanudo: Mestre era già stata bruciata una volta nel 1382, e rifatta dalla Signoria; ora bruciava di nuovo.
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Bibliografia e fonti
- Luigi Brunello, «Mestre ai tempi della guerra della Lega di Cambrai», in Quaderno di studi e notizie n. 3-4, Centro Studi Storici di Mestre, 1964, pp. 42-47.
- Luigi Brunello, «Fatti di Mestre del 1513», in Quaderno di studi e notizie n. 5-6, Centro Studi Storici di Mestre, 1965, pp. 3-8.
- Piero Bergamo, «Il Castello di Mestre ai tempi della guerra della Lega di Cambrai», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia, Quaderno n. 13-14, Centro Studi Storici di Mestre, 1969, pp. 54-57.
- Marin Sanudo, I Diarii, vol. VIII, Venezia 1882 (copia digitale) e vol. XVII, Venezia 1886 (copia digitale).
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