Collalto 14 Gennaio 2026

Villa Gradenigo (area Terraglio)

Villa Gradenigo (area Terraglio) | Discovery Mestre Evoluzione e perdita di una grande dimora Da villa di campagna allo splendore del Tiepolo Storia Villa Gradenigo, pur rinnovata profondamente da Andrea Gradenigo intorno al 1780, affondava le proprie radici in una fase storica molto più antica. Le prime notizie risalgono al 1545, quando nell’area di Carpenedo, lungo il Terraglio, si trovava una “casa da statio” di proprietà di Maphio Girardi, mercante di antica famiglia patrizia. Una mappa della fine del Cinquecento testimonia l’esistenza di un cortivo con due edifici riconducibili al “clarissimo Gerardo”, mentre nel Seicento la dimora aveva già assunto dimensioni considerevoli. L’estinzione della famiglia Girardi nel 1685 segnò la conclusione della prima fase della villa. L’anno seguente il complesso passò brevemente nelle mani di Gerolamo Lin, per poi essere acquistato nel 1687 da Marina Amhauser, vedova Chechel, che esercitò un diritto di prelazione sui terreni confinanti. La proprietà passò al figlio Giovanni Giorgio Chechel, mercante, collezionista d’arte e console del Fondaco dei Tedeschi. Conosciuta allora come il “casino del console Checherle”, la villa fu venduta nel 1722 per sanare i debiti del figlio. L’acquirente fu il patrizio veneziano Vettor Dolfin, impresario teatrale e violinista dilettante, che pagò 6.500 ducati. Dolfin avviò un vasto progetto di rinnovamento: chiamò il giovane Giambattista Tiepolo per affrescare vari ambienti e commissionò ad Antonio Gai statue e vasi in pietra di Costozza per decorare ingressi e giardino. Successivamente, lo scultore Francesco Bonazza arricchì il parco con quattro cavalli rampanti e statue mitologiche, completando un’imponente scenografia verde. Tra il 1750 e il 1755 la villa appartenne all’ambasciatore di Spagna a Venezia, José Joaquín de Montealegre, che vi sviluppò un articolato programma scientifico e naturalistico: collezioni botaniche, animali esotici, un hortus medicus e migliaia di bulbi di giacinti. Nel 1775, un inventario redatto per l’affitto al marchese di Squillace, Leopoldo de Gregorio, definiva la villa come “La contadina incivilita”, sintesi perfetta tra mondo rurale e cultura illuminista. Il 3 agosto 1775, tramite un prestanome, la villa venne acquistata da Bartolomeo (detto Andrea) Gradenigo, già Bailo di Venezia a Costantinopoli. Tornato a Venezia nel 1779, Gradenigo intraprese un ampio programma di rinnovamento estetico della dimora: rinnovò arredi, tappezzerie, mobilio e impreziosì molti ambienti con cuoi marocchini importati dall’Impero Ottomano. La villa divenne così un luogo di svago e rappresentanza, con stanze dedicate alla musica, al gioco e alla conversazione, tanto che l’ambasciatore Bombelles ne lodò la perfetta fusione tra eleganza italiana e comfort orientali. L’Arrivo e l’Affitto dei Polignac (1790) Sei mesi dopo la morte di Andrea Gradenigo, grazie alla mediazione dell’ambasciatore francese Marc-Marie de Bombelles, la villa trovò nuovi affittuari: i Polignac, aristocratici fuggiti dalla Francia rivoluzionaria. A Versailles occupavano una posizione di rilievo: Yolande de Polastron, moglie del duca Jules, era amica e favorita della regina Maria Antonietta, circostanza che rese la famiglia un bersaglio del crescente clima d’odio. Costretti a fuggire da Parigi la notte del 16 luglio 1789, i Polignac giunsero a Venezia nel maggio del 1790 e, grazie ai buoni uffici di Bombelles, trovarono rifugio in terraferma. L’affitto della villa di Carpenedo fu firmato alla fine di giugno del 1790 per 200 ducati annui. Il Matrimonio di Armand de Polignac (1790) La presenza del vasto seguito dei Polignac riportò vita e splendore nella dimora, in vista soprattutto delle nozze del giovane Armand de Polignac, diciannovenne, con la quindicenne Idalia Johanna de Neuckircken. Il matrimonio fu fissato per il 6 settembre 1790. La cerimonia religiosa ebbe luogo nella cappella gentilizia della villa e fu seguita da una grande festa, con intrattenimenti, banchetti e spettacoli che trasformarono per alcuni giorni il complesso di Carpenedo in un teatro aristocratico in esilio. Le Opere d’Arte legate ai Polignac (Francesco Guardi) Per commemorare l’evento, i Polignac chiamarono l’anziano Francesco Guardi, che realizzò una serie di schizzi preparatori — probabilmente destinati a tavole mai ultimate — oggi considerati una straordinaria testimonianza della villa. I disegni conservati al Museo Correr raffigurano: la cerimonia nella cappella, con altare rococò e gli sposi attorniati dagli invitati; la benedizione impartita dal vescovo; il banchetto nuziale in una sala a doppia altezza con colonne corinchie, dove gli sposi siedono con 32 invitati. Un ulteriore disegno, conservato al Royal Museum di Canterbury, rappresenta uno spettacolo teatrale nel giardino della villa, annotato come Veduta del giardino del N.H. Gradenico a Carpenedo in tempo di Carnovale, probabilmente parte dei festeggiamenti nuziali. La Partenza (1791) Dopo mesi segnati da tensioni politiche — incluso un presunto tentativo di avvelenamento — la famiglia Polignac lasciò Villa Gradenigo a fine aprile 1791, prima della scadenza del contratto, trasferendosi a Vicenza. Decadenza e Demolizione (1797–1804) La fase successiva fu segnata da un rapido declino. L’occupazione francese del 1797 provocò danni e saccheggi, mentre la gestione divenne economicamente insostenibile. Nel 1794 le eredi Gradenigo avevano venduto la proprietà a Odoardo Collalto, che tuttavia decise, nel 1803, di cederla ad Antonio Savorgnan. Per evitare gravose imposizioni fiscali, Savorgnan scelse di convertire l’area in terreno coltivabile: la villa fu demolita intorno al 1804 e il grande parco venne spiantato. Un contratto dell’epoca — rinvenuto da Sergio Barizza — documenta la vendita di «migliara ottanta e più di pietre cotte intere o mezze» destinate al disfacimento della villa, a 20 lire il migliaio. Con la demolizione scomparve una delle dimore più splendide della terraferma veneziana. Una villa principesca sita a Carpenedo La villa, composta da un corpo centrale detto Palazzino e da due lunghe ali laterali, una delle quali considerata la più prestigiosa e nota come Barchessa Nobile, appariva nel Settecento come un piccolo universo aristocratico autosufficiente, dove spazi, arredi e decorazioni raccontavano ambizioni, gusti e identità dei suoi proprietari. Il Palazzino, cuore simbolico della residenza, mostrava fin dal piano terra ambienti affrescati e sobriamente arredati, quasi a introdurre l’ospite in un percorso che alternava devozione, rappresentanza e vita quotidiana. Qui si trovavano una cappella privata con altare verde e dorato, quadri devozionali e inginocchiatoi; piccole stanze rivestite di tessuti stampati; sale di passaggio dominate da qualche canapè, tavolini in noce con coperture di marmo, pedestali figurati ormai logori ma ancora in uso. Salendo lo scalone illuminato da un fanale, il piano nobile rivelava ambienti più curati: la sala affrescata, un grande tavolo in noce con piano marmoreo, un armadio per l’orologio “con campana grande e piccola”, librarie e camerette contigue arredate con specchi, tessuti alla chinese, piccoli armadi intarsiati, panchette di rasetto. La quotidianità dell’aristocrazia era scandita da canapè rivestiti d’indiana, mobili da lavoro intarsiati in madreperla, piccoli tavolini ovali, casselle chiuse a chiave: oggetti che suggeriscono un equilibrio tra ordine domestico, studio, e rappresentazione di sé. Se il Palazzino custodiva la vita intima della famiglia, la Barchessa Nobile — vera meraviglia della villa — era invece un teatro di immagini. Qui un intero appartamento affrescato, probabilmente opera giovanile di Giambattista Tiepolo, offriva un susseguirsi di stanze tematiche dai nomi evocativi: la Camera del Senato Cartaginese, la Camera delle Pastorelle, la Camera delle Deità, dei Geroglifici, di Silvio e Dorinda, e la spettacolare Camera di Venezia e Trevigio. Ogni ambiente era animato da pitture “alla chinese”, prospettive illusionistiche, figure mitologiche, scene pastorali o soggetti letterari: un vero percorso visivo attraverso mode, simboli e fantasie del Settecento veneziano. Gli arredi — specchi dorati, tavolini con figure intarsiate, sedie “all’inglese” di canna d’India, piedestalli con mori dorati, torcieri centrali appesi a catena — amplificavano l’effetto scenografico, creando un insieme unitario dove pittura e mobilio dialogavano strettamente. Al piano superiore della Barchessa si trovavano portici con quadri, librerie e numerose sale di servizio, mentre la Barchessa Nuova accoglieva cucine, dispense e stanze del personale, popolate da lunghi tavoli, treppiedi, scagni e armadi rustici: il necessario per sostenere la complessa macchina domestica della residenza. All’esterno, la villa si apriva su un giardino ornato di statue, probabilmente delle botteghe di Gai e Bonazza, e su un parco ricco di essenze rare. Vi crescevano agrumi in vaso — oltre duecento tra piante e cedri nelle serre — aloe, cinnamomo, piante medicinali e quasi tremila bulbi di giacinti di diciannove varietà. La Cedrera, una struttura coperta, custodiva una grande specchiera tripartita incastonata in una nicchia, riflettendo la luce e il verde intorno. In epoca successiva, l’ambasciatore Bombelles ricordò con ammirazione un elegante padiglione ottagonale affacciato sulla strada del Terraglio, che permetteva agli ospiti di osservare comodamente il via vai di carrozze e viaggiatori: un modo raffinato di “abbracciare il mondo” rimanendo dentro la quiete della villa. Opere presenti e loro destino La villa fu un vero laboratorio artistico. I cicli di affreschi di Giambattista Tiepolo, oggi perduti, conferivano alla barchessa nobile un valore inestimabile. L’apparato scultoreo di Antonio Gai e Francesco Bonazza arricchiva il parco, ma solo parte di quest’ultimo è giunta fino a noi. Le sculture superstiti di Bonazza — in particolare i quattro cavalli rampanti e varie figure mitologiche — furono acquistate da Antonio Savorgnan e poi vendute nel 1806 a Pietro Sartorio, che le collocò nel giardino della sua villa a Trieste. Oggi si trovano nel Parco di Villa Sartorio. Altre opere, come Pomona, un Fauno e alcuni Amorini, sono conservate presso il Museo Sartorio. Una gloriette ottagonale del parco triestino sembra replicare il belvedere che un tempo ornava Villa Gradenigo. I disegni di Francesco Guardi, realizzati per le nozze dei Polignac nel 1790, costituiscono invece le ultime preziose testimonianze visive degli interni e della vita della villa, tramandando ciò che la demolizione ha cancellato. Galleria Immagini “Le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) “Banchetto per le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) I Cavalli di Francesco Bonazza, provenienti da Villa Gradenigo, oggi nel parco di Villa Sartorio (Trieste) Il Terraglio in una mappa di G. Venturelli del 1787 G. Venturelli, Profilo, disegno e sezioni della Regia Strada del Terraglio (1787). Si nota il complesso di Ca’ Gradenigo con il suo ampio giardino. Treviso, Biblioteca civica, Fondo cartografico, mappa n. 92 Bibliografia Andreina Rigon, La contadina incivilita. Villa Gradenigo a Carpenedo (ATENEO VENETO Rivista di scienze, lettere ed arti – Atti e memorie dell’Ateneo Veneto) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Collalto 14 Gennaio 2026

Mestre la Trevigiana (cenni)

Mestre sotto i Collalto | Discovery Mestre Mestre sotto i Collalto Dagli Ezzelini agli Scaligeri fino alla conquista veneziana I Collalto signori di Treviso I Collalto sono una famiglia di origine longobarda, ancora esistente, che si stabilì nel territorio veneto, nella provincia di Treviso, probabilmente già prima dell’arrivo di Carlo Magno in Italia. Il primo membro della famiglia Collalto citato in un documento ufficiale è Rambaldo I. Il documento è del 25 ottobre 958 (o 959) e in esso il re d’Italia Berengario II e suo figlio Adalberto emisero un diploma con il quale gli donavano, probabilmente ex novo, la curia di Lovadina, con tutte le sue pertinenze, e il vicino bosco del Montello. Mentre in questo documento Rambaldo era denominato “dilecto fideli nostro”, in un successivo documento del 971 venne nominato “Comes Comitato Tarvisianense”. Da qui il titolo di Conte. Il centro del potere della famiglia restò sempre nel trevigiano: fu Rambaldo VIII a far costruire, nel corso del XIII secolo, il Castello di San Salvatore a Susegana, accanto al più antico Castello di Collalto, eretto già nel 1110 sulle colline sopra il Piave. I Collalto ottennero poi il titolo di Conte Imperiale nel 1610 dall’Imperatore Ferdinando II, e furono elevati al rango di Principe d’Austria nel 1822: la famiglia, che esiste tuttora, mantenne una giurisdizione quasi feudale sui propri possedimenti, fra cui la villa di Santa Lucia presso Favaro, fino all’epoca napoleonica, pur sotto l’egida della Serenissima. La donazione di Ottone III e i Conti di Collalto Per iniziare a sviluppare la storia di Mestre serve fare una premessa: il toponimo Mestre appare per la prima volta nel 994 quando Ottone III, che di lì a due anni sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero, dona attraverso un Diploma di investitura Mestre ed altri territori al fido condottiero Rambaldo II, figlio di Rambaldo I. Si trattava di un riconoscimento indubbiamente importante poiché ai fedeli vassalli vengono intestati la foresta del Montello, proprietà a Treviso e 24 “mansi” (grandi estensioni di terreno coltivabile) tra cui uno “inter Mester et Paureliano et Brentulo” ovvero tra Mestre e l’attuale Gazzera (Parlan e Brendole). Va detto che il territorio che accoglieva Mestre venne concesso al Vescovo di Treviso da Berengario I del Friuli nel 905. In questo periodo Treviso apparteneva alla Marca del Friuli. La Bolla Justis Fratrum di Papa Eugenio III Altro documento importante che attribuiva al Vescovo di Treviso la podestà su Treviso e quindi su Mestre fu la bolla pontificia Justis fratrum del 1152 con cui papa Eugenio III riconosceva al vescovo Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo. Borgo che secondo quanto scrive Gaetano Moroni fu riconosciuto nel 1166. Al Vescovo Bonifacio nel 1152 papa Eugenio III spedì l’amplissima bolla Justis fratrum, di conferma delle prerogative della Chiesa di Treviso, sottoscritta dal Papa e da 11 cardinali (vedasi “Italia Sacra” dell’Ughelli), prendendo sotto protezione la Cattedrale di San Pietro. Blancone del 1153: papa Anastasio IV confermò la Bolla dell’antecedente Papa Eugenio III, e l’Imperatore Federico I gli concesse un privilegio. A questo principe fu familiarissimo il Vescovo Uldarico o Oldorico, e nel 1157 gli spedì un privilegio con diverse concessioni, omnem Teloneum de Castro Montis Bellunae (riprodotto dall’Ughelli). Nel 1166 concesse l’investitura di un suburbio di Mestre. La realizzazione del Castelvecchio viene attribuita alla volontà dei signori locali di proteggere il Porto di Cavergnago, approdo molto importante per le merci provenienti da Venezia. Il Castelvecchio era posto al centro di tre importanti strade dell’epoca: il vecchio Terraglio (strada verso Treviso), che iniziava lì dove oggi si trova Via Castelvecchio; Via Castellana, strada verso Castelfranco; e la Padovana, odierna Miranese, a proteggere l’ingresso e l’uscita dalle Terre di Mestre di uomini e merci. In tale bolla fu concesso l’uso del Porto di Cavergnago anche a Venezia, la quale possedeva in questa area depositi per le proprie merci e attracchi. Treviso e Mestre passano di mano: gli Ezzelini Nell’arco della sua storia il primo castello di Mestre fu soggetto a diversi attacchi che ne minarono anche la struttura. Le molte signorie che si contendevano il Veneto e in particolar modo la terraferma veneziana si trovarono spesso nell’intento di impossessarsi di questa importante fortezza. Nel 1237 le truppe di Ezzelino da Romano devastarono il territorio mestrino e assalirono il castello; fra il 1245 e il 1250, nella guerra contro il fratello Alberico, che nel 1239 gli aveva tolto Treviso, Ezzelino riuscì a occuparlo. Preso atto della sconfitta, il Vescovo di Treviso Adalberto III Ricco fu così costretto a cedere i territori di Mestre ad Alberico nel 1257, già Podestà di Treviso dal 1240. Fu un periodo molto travagliato per il Veneto, quello in cui le signorie locali cambiavano spesso e di conseguenza anche i Signori del Castello di Mestre. Venezia non aveva ancora mostrato interesse per la terraferma, per cui fino a quel momento erano altri a contendersi quel territorio. Il XIV secolo dagli Scaligeri ai Veneziani Nel XIV secolo gli Scaligeri erano la nuova signoria dominante del Veneto, arrivando nel 1336 alla loro massima espansione territoriale. Tale espansione non poteva certo non prevedere la conquista del territorio trevigano: già dal 1317 gli Scaligeri iniziarono a premere su Treviso, e nel 1318 tentarono più volte, senza successo, di espugnare il castello mestrino. Fu solo nel 1323 che Treviso passò alla signoria veronese e di conseguenza anche Mestre. Il 14 luglio 1336 fu fondata la Lega antiscaligera dalla Repubblica di Venezia e dalla Repubblica di Firenze per fermare l’avanzata della signoria veronese. L’episodio che destò preoccupazione nei veneziani fu il tentativo di realizzare un castello, o forse una fortificazione, presso Chioggia da parte degli Scaligeri, denominato il Castello delle Saline. La Lega antiscaligera coinvolse anche i Visconti, gli Estensi, i Gonzaga, Carlo di Boemia e Giovanni di Carinzia. Anche Venezia tentò la via delle armi prima di ricorrere a uno stratagemma: nel 1336 inviò una spedizione di 500 armigeri contro il castello di Mestre, ma l’assedio fallì. Ma come fecero i veneziani a conquistare il Castello mestrino? Con uno stratagemma e senza versare una goccia di sangue. Il 29 settembre 1337 il comandante Andrea Morosini corruppe con 10.000 fiorini i 400 mercenari tedeschi posti a difesa del castello dagli Scaligeri. Questi, una volta traditi i vecchi padroni, uccisero il Capitano del castello e lo consegnarono a Venezia lo stesso giorno, il 29 settembre 1337. Il conflitto con gli Scaligeri proseguì ancora: il 2 dicembre 1338 Venezia occupò anche Treviso, e la guerra si chiuse infine con il trattato di pace fra Venezia e Verona firmato il 21 gennaio 1339. Alla Serenissima andò tutto il territorio che allora corrispondeva a Treviso. Nel 1339 il doge Francesco Dandolo ripartì il territorio trevigiano in quattro podesterie, fra cui quella di Mestre. Venezia pose Mestre soggetta alla Rettoria di Treviso. Il primo Podestà della città pare essere stato Francesco Bon. Il podestà e capitano di Mestre aveva una carica inferiore rispetto al Rettore di Treviso, da cui il borgo dipendeva. Galleria Immagini Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana è posto sul Municipio — la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Stemma Araldico della Famiglia Collalto presso il Castello di San Salvatore Il Diploma di Ottone III che concede al Conte Rambaldo II il suo “nuovo” feudo del 994 La Podesteria di Mestre nel XVI secolo (Edizioni Benetton Studi e ricerche di Maria Grazia Biscaro) Il Castello di San Salvatore Palazzo del Castello di San Salvatore Bibliografia Moroni, Gaetano. Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni. Ughelli, Ferdinando. Italia Sacra. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Collalto 14 Gennaio 2026

Il Municipio di Mestre: Ca’ Collalto

Ca’ Collalto: la casa dei conti a Mestre | Discovery Mestre Ca’ Collalto: la casa dei conti a Mestre Ca’ Collalto, Palazzo Pretorio, Municipio: tre nomi per lo stesso edificio Le testimonianze riportate dal Fapanni «Nel 1723 era di ragione del N.U. Conte Rambaldo di Collalto (Fapanni, Libro Descr. 1723 p. 10). E quasi nel centro del Castello. Vi risiedette in antico il Podestà; poscia divenne ufficio della Pretura, della Deputazione Comunale e nel pianterreno stettero e stanno le carceri. Nel 1856 si costruì un muro alto di cinta, a tramontana, in borgo delle Caneve, per nascondere i balconi delle carceri, riuscendo una breve corte ad esse adiacente. Questo Palazzo ha qualche rimasuglio di gotico, come p.e. in un portone a mattina verso San Girolamo. Non si scorge alcuna traccia di iscrizioni: solo si vede sulla facciata l’impronta dov’era il Leone della Repubblica.» Gli ultimi restauri della Serenissima Fra il 1773 e il 1789 il Palazzo Pretorio fu al centro di una vertenza amministrativa che Maria Grazia Morandi ha ricostruito sui documenti dell’Archivio di Stato di Venezia. È una vicenda che rimbalza da una magistratura all’altra nel corso di cinque reggenze podestarili, e che ha il sapore di un simbolo: mentre si discute, l’edificio decade, puntellato provvisoriamente, quasi immagine della moribonda Repubblica. I podestà che vi si succedono, Nicolò Barbaro, Agostino Pizzamano, Gian Domenico Venier, Lucio Da Riva e Fantin Contarini, manifestano preoccupazioni più per l’urgenza di riparare un fabbricato cadente che per il proprio prestigio di rappresentanti della Serenissima. Il tetto, i vetri e le porte rotte Il primo documento è del dicembre 1773. Il Magistrato dei deputati e aggiunti alla provision del denaro riferisce alla Signoria del rimborso chiesto da Nicolò Barbaro per riparazioni urgenti «a vetri, nonché scuri e porte e al tetto»: 565 lire venete. Manca però il mandato di esecuzione, e la pratica finisce al Senato, che ordina al Savio cassier del Collegio di procedere alla ballottazione. Nel dicembre 1774 le porte rotte delle prigioni favoriscono la fuga di quattro delinquenti: il documento d’archivio parla della fuga «tentata ed eseguita da 4 Priggioni la notte del 22 Xcembre passato nella terra di Mestre». Il podestà Agostino Pizzamano, da non confondere con Domenico Pizzamano che fu podestà e capitano di Mestre nel 1746, segnala lo stato deplorevole delle carceri e chiede 1.034 lire venete; il capo della provincia di Treviso presenta una controperizia che scende a 988. Nel settembre 1776 la situazione è peggiorata: non solo le prigioni, ma anche la cancelleria e la parte destinata ad abitazione sono in stato di abbandono e rovina, tanto che il Pizzamano aveva già dovuto prendere in affitto una casa per alloggiare. Il successore Lucio Da Riva chiede alla Signoria 106 ducati correnti e 16 grossi per l’affitto di una casa per sedici mesi, quanto durava la reggenza; il Magistrato suggerisce di concedergli i consueti 50 ducati e propone di inviare un ufficiale ingegnere che rilevi l’esatta condizione dei fabbricati. L’argomento che funziona Gian Domenico Venier trova finalmente la leva giusta. Per ottenere i restauri fa valere l’importanza raggiunta da Mestre, «zona molto popolosa per l’arrivo anche di molti forestieri che si trattengono anche abbastanza a lungo». Il contributo per l’affitto sale a 60 ducati, poi a 80 con la delibera del Senato del 20 dicembre 1777. Sono gli anni in cui veniva inaugurato il Teatro Balbi e Mestre poteva chiamarsi, con la battuta di Goldoni, «una piccola Versailles». Compare intanto un’ipotesi destinata a tornare: che sia la comunità mestrina, con il contributo della Signoria, a salvaguardare e mantenere in efficienza il palazzo pubblico. Fantin Contarini comunicherà poi l’accordo raggiunto con i Corpi pubblici della Terraferma, in particolare con il Corpo del Terreno, che si dichiarano «pronti ad addossarsi il compito del mantenimento delle Pubbliche Fabbriche in conzo e in colmo», con l’obbligo di sorvegliare i lavori e ricevendo in cambio un contributo annuo, fissato dal Senato in 40 ducati. La perizia di Pietro Turini Il 10 aprile 1779 il tenente ingegnere del Genio civile Pietro Turini presenta la sua perizia. È un documento minuzioso, che elenca voce per voce i materiali necessari: trentaquattro ponti larese, cinquanta cubi di albeo lunghi ventidue piedi, trecentotrentatré sfiladoni, sedici migliaia di pietre comuni a ventiquattro lire il migliaio «per rimettere accomodare i Pavimenti che sono cadenti», duecentoquaranta mastelle di calcina «per le nove fatture e per imbiancare tutti i muri e rimetter buche che si trovano», trentotto carri di sabbione, oltre a serrature, catene di ferro e chiodarla per tutta la fabbrica. Il totale per il solo palazzo è di 6.499 lire venete. Una seconda perizia dello stesso Turini porta la spesa dell’intero corpo del palazzo pubblico a 7.897 lire venete, così ripartite: 6.499 per il palazzo e 1.398 per le prigioni. Il pasticcio dell’appalto Nel dicembre 1777 la riparazione delle carceri era stata vinta da un certo Zuanne Tagliapietra con un’offerta di 540 lire venete, ma il lavoro non era stato eseguito in maniera soddisfacente. Con la legge del 14 agosto 1779 la stessa impresa si obbligava a eseguire i lavori secondo la perizia Turini per 5.378 lire venete. I Provveditori di Mestre si lagnarono perché il restauro delle prigioni non era stato affidato alla loro sovraintendenza e perché i lavori intrapresi non seguivano la perizia. Ogni lavoro fu sospeso, e dalle indagini risultò che né nel capitolato d’appalto né nella delibera era stato contemplato che la Comunità sovraintendesse, come invece era stato espressamente richiesto. Serviva un arbitro. L’incarico di un nuovo rigoroso sopralluogo andò al capitano ingegnere Roberto Zuccareda, la cui perizia dell’11 maggio 1782, convalidata dal proto Giacomo Patron, stabilì l’importo in 4.400 lire venete. La sua relazione è preziosa anche per noi, perché descrive minutamente gli ambienti del palazzo che l’ammodernamento ottocentesco avrebbe cancellato: il portico dirimpetto alla balconata delle prigioni, il pergolo della facciata, la loggia. Sei anni dopo, niente Non servì a nulla. Il documento del 7 agosto 1788 dimostra ancora una volta che non era stato fatto niente. Il Magistrato espone alla Signoria lo stato di «deiezione» del palazzo e degli annessi e presenta un ennesimo preventivo, compilato dal proto, per i lavori più urgenti: 790 lire venete, corrispondenti alla somma promessa e corrisposta dal Senato. Non sappiamo se quei lavori siano mai stati portati a termine. Nove anni dopo la Repubblica non esisteva più. L’Ottocento Il legame fra Mestre e la famiglia Collalto risale al Diploma di Ottone III del 994, con cui il giovane re, non ancora imperatore, confermava e donava al conte di Treviso Rambaldo II vari beni del Trevigiano, fra cui un manso regale fra Mestre, Paureliano e Brendole. Non sorprende quindi che nel 1808 il catasto napoleonico censisse due edifici ancora in loro possesso: una torre che dava sul Ramo della Beccaria e una casa-granaio posta quasi al centro del castello stesso. La torre era l’odierna Torre dell’Orologio, mentre la casa-granaio sarebbe diventata il Municipio. Il Fapanni documenta che nel 1723 tale edificio era sede dell’ufficio del Pretore, della Deputazione Comunale e delle carceri. I Collalto furono anche grandi proprietari terrieri nell’area mestrina. Il nome Ca’ Collalto è il più antico dei tre che l’edificio ha portato: l’immobile fu proprietà della famiglia trevisana fin dall’origine, mentre Palazzo Pretorio indicava la funzione che vi si esercitava sotto la Serenissima e Municipio quella assunta dopo l’Unità. Il dubbio su chi fosse il proprietario di Ca’ Collalto venne chiarito quando il tetto di questa crollò: per permettere le debite riparazioni, il prefetto chiese al Podestà di trovare documentazione per risalire al nome del proprietario. Secondo quanto riportato da Barizza, il Podestà di Mestre nel 1810 documentò che il palazzo risultava di proprietà di Rambaldo di Collalto al 27 luglio 1723, ma che dopo quasi ottant’anni l’edificio non era più stato reclamato dalla nobile famiglia trevisana, facendo intendere che ormai si poteva ritenere questo, e l’attigua Provvederia, di proprietà pubblica. In pratica, secondo Sergio Barizza, una forma di usucapione. L’edificio che sarebbe diventato la sede del comune di Mestre nel 1868 veniva descritto come una vecchia casa agricola utilizzata quale granaio, con un unico piano abitato realizzato sopra di esso. Vi erano due portoni: uno di fronte, lato Via Palazzo, e uno sul retro verso la chiesa di San Girolamo, che permettevano ai carri agricoli di entrare e uscire dal granaio. Durante il Governo Austriaco di Venezia, all’interno di Ca’ Collalto erano ospitate la sala consigliare, la pretura e le prigioni. Gli spazi per le autorità erano davvero esigui: tutti questi uffici erano concentrati su un unico piano, e il sindaco, quando doveva appartarsi per una comunicazione personale, era costretto a far uscire i consiglieri dalla sala. La situazione si rivelò ancora più insostenibile quando nel 1848 il Governo Austriaco riformò le preture e le carceri, richiedendo ulteriore spazio per queste due istituzioni in un edificio che non lo consentiva. Già prima dell’unificazione italiana l’ingegner Fuin propose due progetti di restauro dell’edificio, ma non se ne fece nulla. Va aggiunto che, secondo alcuni rilievi, la struttura del palazzo era ormai fatiscente e, vista la mole dell’intervento necessario, si pensò di realizzare anche un terzo piano. Dal Fapanni ci arriva testimonianza che nel 1856 sul lato posteriore del palazzo venne realizzato un muro per impedire alle finestre delle carceri di guardare verso il Borgo delle Caneve. Tale muro diede luogo alla formazione di una piccola corte. Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, il palazzo non era all’altezza di accogliere il Municipio di una città che aveva grandi progetti per sé. Il sindaco Girolamo Allegri affidò quindi la progettazione della ristrutturazione di Ca’ Collalto all’ingegner Balduin, che presentò due progetti: venne approvato quello del 1868. Il palazzo fu ampliato in volume con l’aggiunta di un terzo piano, e potè così ospitare sia uffici comunali che statali. Vennero aggiunte anche due stanze per le Guardie Nazionali. Per dividere le prigioni dal resto dell’edificio fu posta una porta in ferro, e fu costruito un ponte in cotto sul Rio San Girolamo come accesso a queste. I lavori iniziarono lo stesso anno a opera di varie ditte, fra cui una di proprietà di Giuseppe Da Re. I lavori si conclusero il 3 maggio 1871 e le chiavi vennero consegnate al nuovo sindaco Napoleone Ticozzi. Il Municipio di Mestre Nel 1921 la Pretura lasciò il palazzo municipale per trasferirsi nell’edificio quasi di fronte, di proprietà del marchese Lorenzo Nicolò Saibante, l’attuale anagrafe, liberando ulteriore spazio per l’amministrazione comunale. Nel 1953 la pretura occupava ben tre piani di quel palazzo, ma con il crescere delle necessità degli uffici giudiziari, negli anni Ottanta fu concessa l’ex scuola media Angelo Roncalli di Viale San Marco alla Pretura, mentre parte dell’attività giudiziaria fu trasferita nell’ex fabbrica di scope Krull in via Forte Marghera. Galleria Immagini Il Municipio di Mestre oggi 1923, Municipio e sulla destra il muro di cinta della Villa Checchin Particolare di una mappa di Joseppo Cuman (7 luglio 1678) in cui si nota Ca’ Collalto Municipio, particolare della Mappa del Manocchi «Palazzo ove risiedeva il Podestà e Capitanio di Mestre», disegno del Castello di Mestre del Manocchi, spesso attribuito al Fapanni Il ponte costruito nel 1868 resistette fino all’inizio del Novecento Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana: la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Lo scudo con M e F che stanno per «Mestre Fidelis» Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fapanni, Francesco Scipione. Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Morandi, Maria Grazia. I lavori di restauro del Palazzo Pretorio del Castello di Mestre dal 1773 al 1789, in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno (6-7 dicembre 1969), Centro Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. Archivio di Stato di Venezia, sezione «Senato Terra», docc. G/F 32, F 130/18/20, F 180, F 257, F 409, F 709, XIV F 8; perizia di Pietro Turini, 10 aprile 1779. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama…

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Collalto 14 Gennaio 2026

Mestre prima dei Collalto

Le origini di Mestre | Discovery Mestre Le origini di Mestre Dalla mutatio romana alla cessione ai Collalto Le prime fonti: Mestre, una mutatio ad nonum Secondo quanto riportato dalla ricerca Il Corridoio della Memoria, lo storico Bosio descrive l’esistenza di due percorsi stradali che collegavano Padova ad Altino in epoca romana. Uno di questi, lungo la riva sinistra del Meduacus maior (l’attuale Brenta), era leggermente più lungo. Lo studioso Miller attribuisce alla Tabula Peutingeriana il tracciato sulla destra del Brenta, mentre agli altri itinerari — come l’Itinerarium Burdigalense — quello sulla sinistra, localizzando la mutatio ad Duodecimum a Dolo e la mutatio ad Nonum a Mestre. Questa ipotesi è supportata sia da testimonianze archeologiche lungo la riva sinistra, sia dall’ingente volume di traffici lungo il Meduacus. Il primo cenno di un insediamento nell’area di Mestre è contenuto nell’Itinerarium Burdigalense, una guida per pellegrini del IV secolo, che cita una mutatio ad nonum — una stazione di posta per il cambio dei cavalli situata a nove miglia da Altino, lungo la Via Annia. È possibile che in quest’area esistesse anche un castrum, embrione del medievale Castelvecchio. In epoca romana il territorio di Mestre era attraversato da importanti vie di comunicazione, come la Via Gallica e la Via Claudia Augusta. A partire dalla mansio ad Portum — l’attuale Porto Menai in località Malcontenta — il percorso attraversava l’odierna città di Mestre, probabilmente denominata mutatio ad Undecimum, e proseguiva verso Altino lungo la gronda lagunare, leggermente sopraelevata mediante terrapieni, come deducibile dai toponimi Levada e Levaduzza. La Tabula Peutingeriana Nella Tabula Peutingeriana, una mappa riprodotta nel Medioevo, si nota una raffigurazione della Laguna di Venezia, con particolare attenzione alle città di Aquileia, Altino e Ad Portum. Quest’ultimo era un porto situato sul vecchio tracciato del fiume Brenta, oggi noto come Porto Menai. La mappa riporta anche l’antico nome del Brenta, diviso in due rami: Maio Meduaco e Mino Meduaco. Ad Portum sorgeva sul Maio Meduaco. Tra Altino e Ad Portum è indicata una stazione numerata — probabilmente l’antica Mestre — segnata come mutatio ad nonum, a indicare che all’epoca non aveva ancora un nome proprio. Accenni storici del tardo Medioevo Le prime testimonianze documentarie di una presenza religiosa nell’area di Mestre appartengono alle diocesi di Treviso e di Altino, che citano una chiesa e monastero di San Crispino in Santa Maria in Strata, l’attuale Campalto, considerata la più antica chiesa del mestrino. La cappella più antica menzionata in atti ufficiali è invece l’abbazia di Sant’Ilario nella Mestrina inferiore, a Malcontenta. Lo storico Lanfranchi, ricostruendo la fisionomia del territorio nel XII secolo, scrive: «In regione boscosa, era, a essa vicino, il bosco del Castelletto, noto da un documento del 1125, e poi il bosco di Bottenigo. Il portus di Mestre, nominato spesso nelle carte, potrebbe corrispondere all’ad Portum della Tabula Peutingeriana? È un interrogativo non senza fondamento, poiché la distanza fra Ad Portum e Altino corrisponde perfettamente a quella attuale fra Mestre e la città romana. Il porto doveva avere una certa importanza, se nel 1117 i conti di Treviso, pur vendendo un vasto territorio a Sant’Ilario per lire 8000, si riservavano i diritti sulla ‘ripa Mestris’. Era presso Mestre, nella località Ponta de Castello, quella chiesa di San Cipriano, nella quale il diacono Giovanni racconta essersi rifugiati il patriarca Fortunato e il vescovo di Olivolo Cristoforo.» La vendita del 1117 citata da Lanfranchi trova conferma anche in altre fonti, secondo cui furono i fratelli Ansedisio e Widoto, conti di Treviso e antenati dei Collalto, a cedere le loro proprietà all’abate Pietro del Monastero di Sant’Ilario per onorare un debito con l’imperatore Enrico V, riservandosi appunto i soli diritti su quanto si trovava «in ripa de Mestre». Tuttavia, come evidenziato, Ad Portum era probabilmente Porto Menai, frazione di Mira, mentre il porto di Mestre si trovava a Cavergnago. Mestre non appare nel Pactum Lotharii, ma viene citato un portus tarvisiensis tra i possedimenti ceduti al Vescovo di Treviso nell’anno 905 dal re longobardo Berengario, ipotizzato essere a Cavergnago. Ottone III cede Mestre ai Conti di Collalto Il nome di Mestre compare ufficialmente nel Diploma di investitura del 994, con il quale Ottone III — che due anni dopo sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero — intendeva ringraziare il suo fido condottiero Rambaldo II, conte della famiglia dei Collalto. Ai fedeli vassalli furono intestati la foresta del Montello, la proprietà di 24 mansi a Treviso e grandi estensioni di terreno coltivabile, tra cui uno «inter Mester et Paureliano et Brentulo», ovvero tra Mestre, Gazzera, Parlan e Brendole. Galleria Immagini Ricostruzione della Via Annia: l’area di Mestre è segnata come AD IX, a 9 miglia da Altino Tabula Peutingeriana con la Laguna di Venezia — Altino, Aquileia e Ad Portum (Porto Menai) Il Castello dei Collalto presso Susegana Bibliografia Via Annia — Il Corridoio della Memoria. Zampieri, Monica. Mansio, Mutatio et Statio: la Maio Meduaco. Mestre: storia, struttura della terraferma veneziana. Gusso, Adriana. Mestre: le radici, identità di una città. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Collalto 14 Gennaio 2026

Il Diploma di Ottone III del 994

Diploma di Ottone III | Discovery Mestre Diploma di Ottone III Come i Collalto divennero signori di Mestre I Conti di Collalto, signori di Mestre Il 13 novembre 994, il Re di Germania Ottone III, all’età di soli 14 anni, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, suggellò la concessione di privilegi e terre al conte Rambaldo II da Collalto. Due anni dopo, Ottone III divenne imperatore e confermò gli stessi privilegi. Al conte Rambaldo II furono concessi la foresta del Montello e «tutto ciò che spetta al re entro le mura della città di Treviso», 24 mansi sparsi nel contado di Treviso, che allora faceva parte della Marca Veronese, legata al Ducato di Carinzia. Nel veneziano si notano anche Oriago, Borbiago e Gaggio. Suo padre fu Rambaldo I, che acquisì terre grazie all’essere fedele servitore dapprima di Berengario II d’Ivrea, che nel 958 gli donò la corte di Lovadina e il bosco del Montello e di cui, secondo la tradizione, sposò la figlia Gisla, e poi di Ottone I. Mestre fu ancora protagonista nel 1001, quando l’imperatore Ottone III concesse al Vescovo di Treviso il diritto di assegnare al Doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Il viaggio del Diploma di Ottone III I conti di Collalto non solo espansero il loro potere nel corso dei secoli, ma sulla collina di San Salvatore, a Susegana, ceduta loro dal Comune di Treviso nel 1245, fecero erigere fra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento il Castello di San Salvatore, dove sorse poi il palazzo Odoardo e dove era custodito l’archivio di famiglia con il Diploma di Ottone III. Il diploma fu studiato e trascritto da molti studiosi, e citato nel libro Antiquitates Italicae Medii Aevi del 1738 di Ludovico Antonio Muratori e nel volume di Andrea Gloria del 1877. Durante la Prima guerra mondiale, fra il 1917 e il 1918, il castello si trovò sulla linea del Piave e fu quasi interamente distrutto; l’archivio dei Collalto andò in gran parte perduto in un incendio. Il diploma però si salvò: nel 1965 il direttore di un museo cecoslovacco lo ritrovò nello Státní okresní archiv, l’archivio distrettuale di Rokycany, vicino a Plzeň. Come era possibile che quel documento avesse percorso tanta strada? La versione più accreditata è che un soldato boemo dell’esercito asburgico lo avesse trovato fra le rovine del castello e usato per rinforzare la suola di una scarpa, portandolo con sé in patria. Questo spiegherebbe i danni riportati dalla pergamena. Oggi è considerato il più antico documento su pergamena conservato nella Repubblica Ceca. Il diploma è anche il più antico documento che nomina Mestre, collocando il manso «inter Brentulo et Paureliano», fra le attuali Brendole e Perlan, verso la Gazzera. Una copia fu consegnata alla Municipalità di Mestre-Carpenedo, e dal 5 al 10 settembre 2016 una riproduzione fu esposta nella Provvederia, con conferenze dell’associazione Mestre Mia sui castelli di Mestre e sul documento. Traduzione del Diploma di Ottone III 994, 13 novembre, ind. VII, Duello/Hohentwiel. L’imperatore Ottone III conferma i beni già concessi e donati dai suoi predecessori a Rambaldo II, conte di Treviso, aggiungendo altre donazioni in mansi e masserie nei territori delle attuali province di Treviso e Venezia. Nel nome della santa ed indivisa Trinità. Ottone, per benevolenza della divina clemenza, re. Se valutando con debita attenzione i servigi di tutti i nostri fedeli avremo gratificato con una giusta ricompensa la loro fedeltà, nessuno potrà dubitare che in futuro essi ci saranno ancora più fedeli. Per questo rendiamo noto a tutti i nostri fedeli attuali e futuri come noi, su proposta dell’arcivescovo della sede di Magonza Willigis, a noi carissimo, ed altri nostri fedeli, col foglio di questo editto abbiamo donato al nostro onorabile Rambaldo cinque masserie regali nel villaggio di Nervesa, presso il fiume Piave; inoltre, due masserie nel villaggio detto Monte Calvo, presso il fiume Glaura: che se in questo villaggio non si ritrovassero beni di diritto regio sufficienti a completare le dette due masserie, con questa nostra concessione autorizziamo che vengano completate con terre di nostro diritto vicine il più possibile al detto villaggio; inoltre, quattro masserie nel villaggio detto Elerosa, o nel luogo più vicino in cui ne abbiamo; ed ancora un manso regale nel villaggio detto Vedelago; similmente due mansi nel villaggio detto Casa Curva, eretto da Wangerio, o nel luogo più vicino in cui se ne trovino di nostro diritto; ancora due mansi nel villaggio detto Sala ed, in più, con la presente donazione gli accordiamo tutto ciò che di diritto regio si trova entro le mura della città di Treviso; un manso all’esterno di detta città; un manso in Oriago; un manso a Borbiago; un manso nel villaggio di Sala. Oltre a tutto questo gli abbiamo dato un manso regale fra Mestre e Paureliano e Brentalo; ed un manso con bosco e pascoli nella selva di Gaio, non lontano da Edrino; ed un manso nel villaggio di Sant’Andrado, non lontano da Paulano; un manso nelle terre di Sarmazza: e sappiate che se quei mansi non si dovessero ritrovare, poiché lì l’insieme dei nostri beni è di novanta iugeri, li si completi con quanto abbiamo il più vicino possibile. I quali complessivi ventiquattro mansi regali che si trovano nelle località indicate li concediamo con tutti i sedimi, campi, vigneti, prati, boschi, pascoli, acque e corsi d’acqua, luoghi di caccia e di pesca ad essi pertinenti. Ed in più anche la foresta del Montello, che si sa essere pertinenza della corte di Lovadina, e tutto ciò che vi si trova in più oltre quanto è di pertinenza della stessa corte. Ed inoltre, con questo stesso atto di conferma doniamo e decretiamo anche la concessione di tutte le altre terre che il sopraddetto conte o il suo genitore hanno avuto con editti da qualunque imperatore o re, assieme a tutti i luoghi di caccia e pesca od ogni e qualsiasi altro annesso che sia possibile enunciare e che noi, di nostro diritto, possiamo in modo corretto e legale dividere: beni che si sa essere situati tutti nel comitato di Treviso. Inoltre, trasferendolo dal nostro diritto regio al suo diritto, gli abbiamo dato anche un servo di nostro diritto di nome Sigismondo, così che di detto servo faccia ciò che gli sarà piaciuto. Se poi qualcuno, cosa che non crediamo potrà assolutamente accadere, dopo la conferma per mezzo di questo nostro editto volesse in qualche modo molestare o spogliare lo stesso conte o i suoi eredi di tutto quanto è sopra descritto, sappia che dovrà pagare una penalità di cento libbre d’oro, metà al nostro erario e metà allo stesso conte od ai suoi eredi. E perché ciò sia creduto più vero e sia ritenuto più fermo, abbiamo ordinato che questo nostro editto venisse subito trascritto e contrassegnato con l’impronta del nostro sigillo e, come sotto si vede, con la nostra mano l’abbiamo convalidato. Firma del gloriosissimo Re [monogramma] signor Ottone. (Io) Eriberto, vice cancelliere del vescovo ed arcicancelliere Pietro, ho autenticato. Redatta il XIX giorno precedente le kalende di dicembre nell’anno dell’incarnazione del Signore 994, indizione VII, anno invero XI del regno di Ottone III. Fatta in Duello felicemente. Amen. Galleria Fotografica Il Diploma di Ottone III che concede al Conte Rambaldo II il suo feudo (994) Il Castello di San Salvatore oggi Il monogramma con cui si firmava Ottone III Ottone III restituisce al monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia la terra dei vassalli (998) Bibliografia A 900 km dalla nostra storia, documento online. Pro Loco Mestre, La nascita di Mestre e il periodo medievale. Nel Diploma di Ottone III l’origine millenaria di Mestre, «La Nuova Venezia», 2 settembre 2016. Voce Rambaldo I di Collalto su Wikipedia. Voce Castello di San Salvatore su Wikipedia. Voce Collalto su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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