Villa Fasolo – Vito (area Terraglio)
Villa Fasolo Vito | Discovery Mestre Villa Fasolo Vito Un palazzetto nobiliare lungo il Terraglio Storia Il terreno su cui fu edificato il complesso apparteneva sin dal medioevo alla Ca’ di Dio di Venezia, alla quale rimase a lungo anche se gestito ad affittuari. Nel 1542 il fondo, su cui sorgevano anche alcuni rustici, era tenuto dal celebre vetraio Nicolò di Zuanne Dall’Aquila di Murano e, alla sua morte (1585), dalla vedova Orsa Bortolussi. Da questa furono alienati ad Alessandro Girardi (1599) ma nel 1608 i suoi eredi li cedettero al patrizio Zuanne di Giustinian, alla cui famiglia rimasero per quasi duecento anni. Fu sotto questi proprietari che le costruzioni preesistenti furono gradualmente trasformate nell’odierno palazzetto: già nel primo Seicento risulta presente una «caxa dominical, con horto di campo uno e mezo tenuto per suo uso», mentre altri venti campi annessi venivano lavorati da Francesco Mognato e, più tardi, ai suoi eredi, che abitavano in una casa di cui si possono riconoscere i ruderi tra la ferrovia Venezia-Udine e la linea dei Bivi. Nel 1740 la campagna era gestita da Menego Cabianca. Dopo il 1781 i Giustinian vendettero il complesso a Elisabetta Morosini-Gatterburg, proprietaria, tra l’altro, anche dell’attuale villa Volpi. Nel 1806 i beni passavano a Giovanni Battista Zais. Fu certamente sotto la sua proprietà che le villa subì una serie di interventi con la chiusura degli archi della facciata, l’apertura di un nuovo ingresso e la costruzione di un volume di raccordo per riunire la casa domenicale alla fabbrica orientale (l’ala ovest fu realizzata in un secondo tempo). Più tardi ne divennero proprietari i Papadopoli cui successero, nel 1938, i conti Fürstenberg. In tempi più recenti la proprietà passò alla famiglia Fasolo, che ne alienò una parte alla famiglia Tozzato. Tra i suoi proprietari più illustri si annovera Ugo Fasolo (1905–1968), poeta, saggista e critico letterario veneziano: figura centrale nella cultura italiana del Novecento, fu apprezzato tanto per la sua raffinata vena lirica quanto per il rigore dei suoi studi letterari. Oggi la villa è tornata interamente nelle mani della famiglia Fasolo e ha assunto il doppio nome di Fasolo Vito, abbandonando il precedente Fasolo Tozzato, in omaggio all’architetto Gina Vito, moglie del dottor Fasolo, figlio di Ugo. L’edificio Il complesso mostra un marcato sviluppo orizzontale, essendo formato da un edificio padronale con due corpi di servizio ai lati a costituire un’unica lunga facciata. La casa domenicale, a pianta rettangolare, si innalza su due soli livelli. Unico elemento ad emergere dal fronte è un timpano con trabeazione e pinnacoli acroteriali. Non esiste un vero asse di simmetria in quanto i due volumi laterali non hanno le medesime dimensioni (l’ala sinistra è più lunga). In corrispondenza del timpano, al piano terra, si apre un portale ad arco, sormontato al secondo piano da due porte finestre architravate che si affacciano su un balcone con ringhiera in ferro. I corpi che raccordano gli edifici di servizio alla casa domenicale, costruiti in un secondo tempo, si caratterizzano entrambi per l’apertura di un grande arco. Quello dell’ala est, più antico, ospitava un oratorio il cui altare, ornato dal quadro La Madonna tra i santi Domenico e Caterina, si trova oggi nella vicina parrocchiale della Favorita. Il fronte secondario è molto più semplice, con una linea di coronamento interrotta solo da una sopraelevazione con abbaino conclusa da un timpano, sotto la quale si trovano un altro ingresso e una finestra con balcone. Da citare anche le due alte canne fumarie. Si possono inoltre notare resti di decorazioni precedenti agli interventi ottocenteschi: si ricordano, in particolare, il soffitto dell’ingresso con le travi dipinte a tempera e le tracce di affreschi su uno dei pilastri della facciata. Vincolata dal 1975, nello stesso anno è stata sottoposta a un’importante ristrutturazione e oggi si presenta in ottimo stato. Un successivo intervento di manutenzione straordinaria, sostenuto con fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e attuato dalla Regione del Veneto su incarico del Ministero della Cultura, ha restituito alla villa un’ulteriore scoperta: durante i lavori è riaffiorato un soffitto in legno con affreschi databili al periodo della famiglia Zais, preziosa testimonianza delle decorazioni originali dell’edificio. Galleria Immagini Veduta d’insieme della villa L’Ingresso La villa è circondata da campi e verde Particolare del parco Affresco in una parete interna Soffitto affrescato della villa probabilmente del periodo Zais Mostra dell’Associazione Terraglio & Dintorni La pianista Ramona Munteanu al pianoforte durante la mostra Villa Fasolo Vito negli anni sessanta Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Gradenigo (area Terraglio)
Villa Gradenigo (area Terraglio) | Discovery Mestre Evoluzione e perdita di una grande dimora Da villa di campagna allo splendore del Tiepolo Storia Villa Gradenigo, pur rinnovata profondamente da Andrea Gradenigo intorno al 1780, affondava le proprie radici in una fase storica molto più antica. Le prime notizie risalgono al 1545, quando nell’area di Carpenedo, lungo il Terraglio, si trovava una “casa da statio” di proprietà di Maphio Girardi, mercante di antica famiglia patrizia. Una mappa della fine del Cinquecento testimonia l’esistenza di un cortivo con due edifici riconducibili al “clarissimo Gerardo”, mentre nel Seicento la dimora aveva già assunto dimensioni considerevoli. L’estinzione della famiglia Girardi nel 1685 segnò la conclusione della prima fase della villa. L’anno seguente il complesso passò brevemente nelle mani di Gerolamo Lin, per poi essere acquistato nel 1687 da Marina Amhauser, vedova Chechel, che esercitò un diritto di prelazione sui terreni confinanti. La proprietà passò al figlio Giovanni Giorgio Chechel, mercante, collezionista d’arte e console del Fondaco dei Tedeschi. Conosciuta allora come il “casino del console Checherle”, la villa fu venduta nel 1722 per sanare i debiti del figlio. L’acquirente fu il patrizio veneziano Vettor Dolfin, impresario teatrale e violinista dilettante, che pagò 6.500 ducati. Dolfin avviò un vasto progetto di rinnovamento: chiamò il giovane Giambattista Tiepolo per affrescare vari ambienti e commissionò ad Antonio Gai statue e vasi in pietra di Costozza per decorare ingressi e giardino. Successivamente, lo scultore Francesco Bonazza arricchì il parco con quattro cavalli rampanti e statue mitologiche, completando un’imponente scenografia verde. Tra il 1750 e il 1755 la villa appartenne all’ambasciatore di Spagna a Venezia, José Joaquín de Montealegre, che vi sviluppò un articolato programma scientifico e naturalistico: collezioni botaniche, animali esotici, un hortus medicus e migliaia di bulbi di giacinti. Nel 1775, un inventario redatto per l’affitto al marchese di Squillace, Leopoldo de Gregorio, definiva la villa come “La contadina incivilita”, sintesi perfetta tra mondo rurale e cultura illuminista. Il 3 agosto 1775, tramite un prestanome, la villa venne acquistata da Bartolomeo (detto Andrea) Gradenigo, già Bailo di Venezia a Costantinopoli. Tornato a Venezia nel 1779, Gradenigo intraprese un ampio programma di rinnovamento estetico della dimora: rinnovò arredi, tappezzerie, mobilio e impreziosì molti ambienti con cuoi marocchini importati dall’Impero Ottomano. La villa divenne così un luogo di svago e rappresentanza, con stanze dedicate alla musica, al gioco e alla conversazione, tanto che l’ambasciatore Bombelles ne lodò la perfetta fusione tra eleganza italiana e comfort orientali. L’Arrivo e l’Affitto dei Polignac (1790) Sei mesi dopo la morte di Andrea Gradenigo, grazie alla mediazione dell’ambasciatore francese Marc-Marie de Bombelles, la villa trovò nuovi affittuari: i Polignac, aristocratici fuggiti dalla Francia rivoluzionaria. A Versailles occupavano una posizione di rilievo: Yolande de Polastron, moglie del duca Jules, era amica e favorita della regina Maria Antonietta, circostanza che rese la famiglia un bersaglio del crescente clima d’odio. Costretti a fuggire da Parigi la notte del 16 luglio 1789, i Polignac giunsero a Venezia nel maggio del 1790 e, grazie ai buoni uffici di Bombelles, trovarono rifugio in terraferma. L’affitto della villa di Carpenedo fu firmato alla fine di giugno del 1790 per 200 ducati annui. Il Matrimonio di Armand de Polignac (1790) La presenza del vasto seguito dei Polignac riportò vita e splendore nella dimora, in vista soprattutto delle nozze del giovane Armand de Polignac, diciannovenne, con la quindicenne Idalia Johanna de Neuckircken. Il matrimonio fu fissato per il 6 settembre 1790. La cerimonia religiosa ebbe luogo nella cappella gentilizia della villa e fu seguita da una grande festa, con intrattenimenti, banchetti e spettacoli che trasformarono per alcuni giorni il complesso di Carpenedo in un teatro aristocratico in esilio. Le Opere d’Arte legate ai Polignac (Francesco Guardi) Per commemorare l’evento, i Polignac chiamarono l’anziano Francesco Guardi, che realizzò una serie di schizzi preparatori — probabilmente destinati a tavole mai ultimate — oggi considerati una straordinaria testimonianza della villa. I disegni conservati al Museo Correr raffigurano: la cerimonia nella cappella, con altare rococò e gli sposi attorniati dagli invitati; la benedizione impartita dal vescovo; il banchetto nuziale in una sala a doppia altezza con colonne corinchie, dove gli sposi siedono con 32 invitati. Un ulteriore disegno, conservato al Royal Museum di Canterbury, rappresenta uno spettacolo teatrale nel giardino della villa, annotato come Veduta del giardino del N.H. Gradenico a Carpenedo in tempo di Carnovale, probabilmente parte dei festeggiamenti nuziali. La Partenza (1791) Dopo mesi segnati da tensioni politiche — incluso un presunto tentativo di avvelenamento — la famiglia Polignac lasciò Villa Gradenigo a fine aprile 1791, prima della scadenza del contratto, trasferendosi a Vicenza. Decadenza e Demolizione (1797–1804) La fase successiva fu segnata da un rapido declino. L’occupazione francese del 1797 provocò danni e saccheggi, mentre la gestione divenne economicamente insostenibile. Nel 1794 le eredi Gradenigo avevano venduto la proprietà a Odoardo Collalto, che tuttavia decise, nel 1803, di cederla ad Antonio Savorgnan. Per evitare gravose imposizioni fiscali, Savorgnan scelse di convertire l’area in terreno coltivabile: la villa fu demolita intorno al 1804 e il grande parco venne spiantato. Un contratto dell’epoca — rinvenuto da Sergio Barizza — documenta la vendita di «migliara ottanta e più di pietre cotte intere o mezze» destinate al disfacimento della villa, a 20 lire il migliaio. Con la demolizione scomparve una delle dimore più splendide della terraferma veneziana. Una villa principesca sita a Carpenedo La villa, composta da un corpo centrale detto Palazzino e da due lunghe ali laterali, una delle quali considerata la più prestigiosa e nota come Barchessa Nobile, appariva nel Settecento come un piccolo universo aristocratico autosufficiente, dove spazi, arredi e decorazioni raccontavano ambizioni, gusti e identità dei suoi proprietari. Il Palazzino, cuore simbolico della residenza, mostrava fin dal piano terra ambienti affrescati e sobriamente arredati, quasi a introdurre l’ospite in un percorso che alternava devozione, rappresentanza e vita quotidiana. Qui si trovavano una cappella privata con altare verde e dorato, quadri devozionali e inginocchiatoi; piccole stanze rivestite di tessuti stampati; sale di passaggio dominate da qualche canapè, tavolini in noce con coperture di marmo, pedestali figurati ormai logori ma ancora in uso. Salendo lo scalone illuminato da un fanale, il piano nobile rivelava ambienti più curati: la sala affrescata, un grande tavolo in noce con piano marmoreo, un armadio per l’orologio “con campana grande e piccola”, librarie e camerette contigue arredate con specchi, tessuti alla chinese, piccoli armadi intarsiati, panchette di rasetto. La quotidianità dell’aristocrazia era scandita da canapè rivestiti d’indiana, mobili da lavoro intarsiati in madreperla, piccoli tavolini ovali, casselle chiuse a chiave: oggetti che suggeriscono un equilibrio tra ordine domestico, studio, e rappresentazione di sé. Se il Palazzino custodiva la vita intima della famiglia, la Barchessa Nobile — vera meraviglia della villa — era invece un teatro di immagini. Qui un intero appartamento affrescato, probabilmente opera giovanile di Giambattista Tiepolo, offriva un susseguirsi di stanze tematiche dai nomi evocativi: la Camera del Senato Cartaginese, la Camera delle Pastorelle, la Camera delle Deità, dei Geroglifici, di Silvio e Dorinda, e la spettacolare Camera di Venezia e Trevigio. Ogni ambiente era animato da pitture “alla chinese”, prospettive illusionistiche, figure mitologiche, scene pastorali o soggetti letterari: un vero percorso visivo attraverso mode, simboli e fantasie del Settecento veneziano. Gli arredi — specchi dorati, tavolini con figure intarsiate, sedie “all’inglese” di canna d’India, piedestalli con mori dorati, torcieri centrali appesi a catena — amplificavano l’effetto scenografico, creando un insieme unitario dove pittura e mobilio dialogavano strettamente. Al piano superiore della Barchessa si trovavano portici con quadri, librerie e numerose sale di servizio, mentre la Barchessa Nuova accoglieva cucine, dispense e stanze del personale, popolate da lunghi tavoli, treppiedi, scagni e armadi rustici: il necessario per sostenere la complessa macchina domestica della residenza. All’esterno, la villa si apriva su un giardino ornato di statue, probabilmente delle botteghe di Gai e Bonazza, e su un parco ricco di essenze rare. Vi crescevano agrumi in vaso — oltre duecento tra piante e cedri nelle serre — aloe, cinnamomo, piante medicinali e quasi tremila bulbi di giacinti di diciannove varietà. La Cedrera, una struttura coperta, custodiva una grande specchiera tripartita incastonata in una nicchia, riflettendo la luce e il verde intorno. In epoca successiva, l’ambasciatore Bombelles ricordò con ammirazione un elegante padiglione ottagonale affacciato sulla strada del Terraglio, che permetteva agli ospiti di osservare comodamente il via vai di carrozze e viaggiatori: un modo raffinato di “abbracciare il mondo” rimanendo dentro la quiete della villa. Opere presenti e loro destino La villa fu un vero laboratorio artistico. I cicli di affreschi di Giambattista Tiepolo, oggi perduti, conferivano alla barchessa nobile un valore inestimabile. L’apparato scultoreo di Antonio Gai e Francesco Bonazza arricchiva il parco, ma solo parte di quest’ultimo è giunta fino a noi. Le sculture superstiti di Bonazza — in particolare i quattro cavalli rampanti e varie figure mitologiche — furono acquistate da Antonio Savorgnan e poi vendute nel 1806 a Pietro Sartorio, che le collocò nel giardino della sua villa a Trieste. Oggi si trovano nel Parco di Villa Sartorio. Altre opere, come Pomona, un Fauno e alcuni Amorini, sono conservate presso il Museo Sartorio. Una gloriette ottagonale del parco triestino sembra replicare il belvedere che un tempo ornava Villa Gradenigo. I disegni di Francesco Guardi, realizzati per le nozze dei Polignac nel 1790, costituiscono invece le ultime preziose testimonianze visive degli interni e della vita della villa, tramandando ciò che la demolizione ha cancellato. Galleria Immagini “Le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) “Banchetto per le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) I Cavalli di Francesco Bonazza, provenienti da Villa Gradenigo, oggi nel parco di Villa Sartorio (Trieste) Il Terraglio in una mappa di G. Venturelli del 1787 G. Venturelli, Profilo, disegno e sezioni della Regia Strada del Terraglio (1787). Si nota il complesso di Ca’ Gradenigo con il suo ampio giardino. Treviso, Biblioteca civica, Fondo cartografico, mappa n. 92 Bibliografia Andreina Rigon, La contadina incivilita. Villa Gradenigo a Carpenedo (ATENEO VENETO Rivista di scienze, lettere ed arti – Atti e memorie dell’Ateneo Veneto) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Salus: una villa storica come Ospedale (area Terraglio)
Villa Salus | Discovery Mestre Villa Salus Da dimora nobiliare ottocentesca a moderna clinica ospedaliera sul Terraglio Storia Le prime tracce di un edificio in quest’area si devono alla presenza di una casa padronale con alcune adiacenze nel 1590. In una mappa del 1787 risulta presente in quest’area, situata alle spalle di Ca’ Corniani, un casino di campagna e le sue dipendenze, come riporta il Barizza, che verrà poi venduto alla famiglia Ivancich, originaria di Lussinpiccolo come i Scopinich che divennero proprietari di un’altra villa sul Terraglio, nel corso dell’Ottocento. Verrà poi ceduta da questi alla famiglia Revedin. Nel 1951 per una cifra di 4.000.000 di lire verrà venduta alla Congregazione delle Mantellate serve di Maria, che qui realizzarono la loro clinica oggi da tutti conosciuta come Villa Salus. Le moderne strutture della clinica sorgono sul retro, mentre la villa vera e propria ospita gli uffici amministrativi e la residenza delle suore. L’edificio L’odierno aspetto della villa è chiaramente ottocentesco e si articola nel palazzo padronale e nelle due ali porticate laterali, più arretrate. Il palazzo presenta la tipica struttura delle residenze di campagna veneziane, anche se gli interni sono stati alterati durante l’allestimento dell’ospedale. Nella facciata si nota il classico schema a tre partiti: quello centrale, corrispondente un tempo al salone passante, è sottolineato da polifore, gli altri, ben distanziati, sono più semplici. A questa tripartizione verticale si sovrappone a una tripartizione orizzontale corrispondente ai tre livelli. Al piano terra le aperture, compreso il portale, sono architravate. Al piano nobile presentano profili ad arco, con davanzali sporgenti e coronate da tratti di cornice modanata; fra tutte spicca la trifora centrale con colonne pseudo-ioniche, aperta su un balconcino con ringhiera in ferro. In corrispondenza del sottotetto, delimitato sotto da una marcapiano in pietra modanata e sopra da un cornicione dentellato, si trovano delle finestrelle rettangolari. Lo schema è ripetuto nella facciata retrostante, che si distingue da quella principale per l’assenza di un particolare frontone a conclusione del tutto: è costituito da una sorta di attico con volute ai lati, coronato da un timpano triangolare. Galleria Fotografica Foto della Villa Revedin, Salus, all’inizio del secolo scorso La villa come si presenta oggi L’ospedale Villa Salus oggi Bibliografia “Libro sulla storia dell’Ospedale Villa Salus” di Sergio Barizza Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Algarotti-Berchet (area Terraglio)
Villa Algarotti-Berchet | Discovery Mestre Villa Algarotti-Berchet in ogni stanza vedeansi tracce del grande amore per l’arte Storia Scrive il Fapanni che nel seicento in quest’area vi era il casino di villeggiatura del nobile Francesco Matuzzi e che fu acquistato da Rocco Algarotti, mercante di Venezia, nel 1707 il quale realizzò l’attuale villa. Qui vi soggiornò il di lui figlio Francesco, letterato nato a Venezia nel 1712 e morto a Pisa nel 1764. Della Villa scrive Lorenzo Crico, nel suo libro “Lettere sulle belle arti Trevigiane”, “in ogni stanza vedeansi tracce del grande amore, che l’Algarotti, (Francesco), portava alle belle arti”. E poi continua “non v’è stanza di questo palazzo, non luogo del Vasto giardino, in cui non trovi o colonne, o vasi etruschi, o statue o pitture fresco. Ornamento non ultimo è la lunga sala o galleria, dove Francesco pose una collezione di modelli in gesso dei capolavori di scultura, come la Venere Medicea, l’Apollo di Belvedere ec…” L’oratorio della Villa, che poi fu adibito a scuderia, fu eretto nel 1707 da Rocco Algarotti e accoglie le spoglie del figlio Bonomo, fratello di Francesco. La Villa appare in una mappa del Venturini del 1787 come proprietà della famiglia Corniani sita fra Villa Gradenigo e Ca’ Accenti. Ai tempi della rivoluzione francese ospitò vari esuli tra cui alcuni membri della famiglia Polignac. Nel 1805, vi soggiornò per una notte il generale Andrea Massena e, nel 1810, fu residenza del governatore militare francese di Venezia, il gen. Jacques François Menou, che qui morì. Durante i moti del 1848/9 fu occupata dagli Austriaci e ospitò il generale Mitis nel giorno della sortita di Forte Marghera (27 ottobre 1848). Durante la terza guerra di indipendenza divenne il comando del gen. Efisio Cugia e vi fu firmato l’accordo che stabiliva la linea armistiziale intorno a Venezia. Acquistata nel 1858 da Cecilia Berchet, figlia del politico e poeta Giovanni e madre del patriota e storico veneziano Guglielmo Berchet, che qui visse fino alla morte avvenuta nel 1913. Durante la prima guerra mondiale, fu adibita ad ospedale della Croce Rossa Americana; fu poi ceduta ai Marcello, nel 1922 fu sede del comando fascista nei giorni della marcia su Roma. Occupata da truppe tedesche nel 1943, nel secondo dopoguerra fu acquistata dalla Montevecchio, azienda del gruppo Montedison. Nel 1969 venne venduta alle figlie di San Giuseppe che la adibirono a scuola, funzione che svolge tutt’oggi. Altri ospiti illustri furono il cardinale César-Guillaume de La Luzerne (1811), Edmondo De Amicis (1866) ed Ernest Hemingway (1918). L’edificio La costruzione si discosta dallo schema tipico delle ville venete e il suo sviluppo, prevalentemente orizzontale, ricorda piuttosto i casoni rurali. In effetti, presenta solo un piano rialzato e un sottotetto. Su ogni lato è presente una facciata: più interessante quella che dà sul giardino, costituita da elementi con mattoni a vista che creano un certo contrasto. L’interno si articola in una grande sala che conserva busti classici, vasi e affreschi, questi ultimi attribuiti a Giovanni Battista Crosato. Notevole anche la scuderia, simile a un tempietto, in quanto in origine oratorio, e decorata da bassorilievi attribuiti ad Antonio Bonazza. La cappella dà invece sul Terraglio. Nel parco sorge un padiglione circolare, affiancato da due statue del Bonazza e ora adibito ad abitazione privata. Tale parco che un tempo era molto più vasto, arrivando a lambire le attuali via Trezzo e via del Tinto, fu, verso la fine degli anni 60 del XX secolo, in buona parte distrutto per consentire la costruzione dell’attuale Villaggio Sartori e della chiesa della SS. Trinità di Mestre. Il complesso risente anche della vicinissima tangenziale. Galleria Immagini Villa Algarotti-Berchet in un’immagine d’epoca Villa Algarotti-Berchet in due immagini d’epoca Villa Algarotti-Berchet come appare oggi Villa Algarotti dal Terraglio (Google Maps) Villa Algarotti vista dal Terraglio Il Terraglio in una mappa di G Venturelli del 1787 Bibliografia Paolo Borgonovi, Villa Berchet. Storia e segreti, Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2008 Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Carlesso e il Castel Cigotto (area Terraglio)
Villa Carlesso | Discovery Mestre Villa Carlesso Da ospizio per i pellegrini a Villa di Campagna Storia Sono molte le storie che si intrecciano attorno all’area su cui oggi sorge Villa Carlesso, cominciamo da quanto riportato dal Fapanni che fa risalire l’occupazione dell’area a un castelletto: “Nel Colmello di San Giuliano eravi un castelletto, del quale è ignota l’origine e la distruzione. Lo ricorda il Verci,…” scrive il Fapanni e continua “riportando un documento col quale il Doge di Venezia Pietro Gradenigo, assegna a Filippa, moglie di Bertucci Dolfin, e figlia di Richelda, metà del Castellaro di Castel Cigotto e in un decreto sopra i dazi dell’anno 1315… si legge ‘Regola di Castel Cigotto’ e gli assegna nove fochi, cioè 220 campi”. A questo “Castello” è dedicata una strada ovvero “Via Castelcigoto” che confina con Ca’ Sagredo. Continuando con la lettura del nostro si apprende che per un certo periodo sorgeva un ospizio per i pellegrini sorto dopo la visita a Venezia del Papa Alessandro VII diretto in Terra Santa nel 1656 sito molto vicino alla chiesa di San Giuliano. L’ospizio cessò ogni attività nel corso del Seicento, quando era giuspatronato dei Sagredo, proprietari anche della vicina villa Sagredo. Pare probabile che l’edificio religioso venne convertito in “casa domenicale” e poi ceduto a terzi. Da tale Casa domenicale nacque, appunto, poi Villa Carlesso. Nel 1720 l’edificio è di proprietà della nobile famiglia Pasta che qui possiede un “casino fabbricato da gran tempo sopra una porzione del palazzo sgretolato e cadente in vetustà…” e il Fapanni dà conto di una grossa muraglia che affiorarono da degli scavi avvenuti nel giardino della villa. Nel 1811 le terre su cui sorgevano queste proprietà vennero acquistate da Giambattista Raini che fece erigere un oratorio e pare si debba a lui la realizzazione dell’attuale Villa. Nel 1817 il Raini cedette parte delle sue terre ed edifici per permettere la realizzazione di una deviazione del Terraglio. Nella seconda metà dell’Ottocento pervenne ai Della Mora che costruirono l’annesso orientale isolato. In tempi più recenti fu dei Pozzobon, dai quali passò agli attuali proprietari, i Carlesso. L’edificio La casa padronale è un volume compatto a pianta rettangolare e sviluppato su tre livelli. Tutte e quattro le facciate si caratterizzano per la forometria regolare. Il fronte principale è quello rivolto a sud ed è identico a quello retrostante; esso può essere diviso verticalmente in cinque assi su cui si dispongono le aperture, e orizzontalmente in tre registri sottolineati dalle pitture delle pareti, consistenti in fasce colorate con motivo a festoni che si sviluppano lungo tutto il perimetro dell’edificio. La principale peculiarità della villa sono in effetti le decorazioni pittoriche che ricoprono l’intera superficie delle pareti. Alle già citate fasce colorate si aggiunge uno sfondo a righe ocra chiare e scure e, tra le aperture, delle decorazioni rosse a motivi floreali. Le finestre sono profilate con intonaco rosso e sono sovrastate da due festoni obliqui che, al piano terra con l’esclusione del portale, formano un timpano triangolare, e, per il resto, una lunetta semicircolare. Le aperture sono tutte architravate. Il piano terra e il primo piano presentano finestre rettangolari, fatto salvo l’asse centrale dove si trovano il portale d’ingresso e, sopra, una porta finestra aperta su un balconcino con ringhiera in ferro. Sul sottotetto si trovano solo finestre quadrate. Conclude l’edificio una cornice in pietra modanata. Connesso alla casa padronale è un piccolo annesso con portico ad arco al piano terra e finestre architravate al primo piano. Galleria Immagini La facciata di Villa Carlesso vista dal Terraglio Villa Carlesso da Wikipedia Villa Carlesso e una parte del suo parco Bibliografia Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 91-92 Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Villa Carlesso (PDF), IRVV. Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La fu Chiesa di San Zulian (area Terraglio)
Chiesa di San Zulian | Discovery Mestre Chiesa di San Zulian Una chiesa importantissima che diede il nome a un Colmello Storia La chiesa di San Giuliano era un edificio religioso che si trovava nell’antico commun di San Zulian, l’attuale Favorita, a nord di Mestre. Sorgeva appena dietro l’odierna villa Carlesso, sul lato est del Terraglio. Citata come San Giuliano de nemore (“del bosco”, in riferimento al vicino bosco di Valdimare), o prope Terraleum (“presso il Terraglio”), o, ancora, de fossa pudia (“della fossa petrosa”, richiamo alle arginature dei fossati), compare per la prima volta in una bolla di papa Lucio III (1º ottobre 1184), ma la sua origine dovrebbe essere più remota: il patrono, identificato con un vescovo Giuliano inviato da san Pietro ad Orléans, era infatti un santo molto venerato dai Franchi e si può datarne la fondazione tra l’VIII e il IX secolo. Non ebbe mai autonomia ecclesiastica e fu sempre sottoposta alla pieve dei Santi Gervasio e Protasio di Carpenedo. Le era annesso un ospedale-monastero, cosa che non deve stupire visto che il complesso si affacciava al Terraglio, importante arteria per la quale passava un intenso traffico di viandanti, specialmente pellegrini. L’importanza dell’ospizio crebbe probabilmente dopo la prima crociata e ancor di più con il potenziamento della strada nel corso del medioevo, tant’è che gli si aggiunse anche un’osteria. Nel 1297 risultava caricato di quattro lire di decima, divenute sessanta nel 1330. Si sa poi che nella seconda metà del Trecento subì un restauro e che nel 1436 fu ancora citato nei registri degli ospedali; all’epoca era gestito dai francescani, ai quali rimase sino al 1491. Nel 1502 divenne priorato (quindi affidata ad un solo sacerdote) e dal 1520 fu sottoposta a giuspatronato: fu dei Tiepolo sino al 1647, anno in cui passò ai Sagredo. Le entrate rimanevano cospicue: nel 1520 il beneficio rendeva 400 ducati l’anno. Tra i priori, spicca negli anni 1640 Emilio Finetti, benedettino nero: particolarmente apprezzato per le sue doti musicali, fu ingaggiato dal Consiglio Civico di Mestre come organista. Sotto il giuspatronato dei Sagredo, vi fu istituita una mansioneria: i nobili si impegnavano a stipendiare un sacerdote che vi risiedesse e vi officiasse la messa giornalmente. Nello stesso periodo, venne a cessare l’attività dell’ospizio. A partire dal Settecento il complesso è in grave stato di incuria, sebbene i suoi benefici continuassero a fruttare. Ai primi anni dell’Ottocento la chiesa era pericolante e i Sagredo proposero di cederla agli abitanti purché si impegnassero a ristrutturarla; ma l’idea non fu accolta e nel 1809 la diocesi di Treviso ne autorizzava la demolizione. In seguito gli abitanti tentarono di innalzare sul luogo un capitello, ma i lavori furono interrotti perché il nuovo proprietario del fondo, tal Giovambattista Raine, vi volle costruire un oratorio privato. In seguito Raine pretese che la nuova cappella potesse riscuotere gli antichi benefici di San Giuliano, scontrandosi così con Nicolò Barretta, che aveva acquistato i beni Sagredo. In ogni caso, anche la nuova costruzione risulta scomparsa nel 1860 e gli abitanti della zona, perdendo un riferimento religioso plurisecolare, furono costretti a rivolgersi ad altre cappelle, dapprima San Nicolò della distrutta villa Sagredo, quindi la Vergine del Carmine di villa Scopinich-Franchin. L’edificio Perduta ogni testimonianza “fisica”, l’aspetto esterno della chiesa ci è noto – a grandi linee – da alcune mappe cinque-secentesche. L’edificio sembra molto semplice, con una liscia facciata (su cui si apre un rosone) e affiancata sul lato nord da un campanile con il tetto spiovente e sormontato da una croce. Anche gli interni dovevano essere piuttosto modesti, come testimoniato dai rapporti delle visite pastorali. Nel 1597 sono citati solo due altari, ma dal 1609 se ne citano tre, i quali cambiano più volte intitolazioni: se all’inizio, oltre al maggiore, si ricordano quelli della Beata Vergine e di San Pietro, nel 1647 il primo era intitolato a Maria e gli altri due a San Giuliano e alla Vergine; nel 1696 i due altari laterali sono quelli del Crocefisso (come voluto dal doge Nicolò Sagredo), mentre nel 1769 il maggiore è di San Giuliano e gli altri del Crocefisso e della Maddalena. Galleria Immagini Chiesa di San Zulian da “Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia” XVI Secolo Savi ed Esecutori alle Acque Serie diversi n. 128 Bibliografia Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 103-106. wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Morosini-Gatterburg, Volpi di Misurata (area Terraglio)
Villa Morosini-Gatterburg | Discovery Mestre Villa Morosini-Gatterburg Una villa veneta a Marocco tra Mogliano e Venezia Storia Villa Morosini-Gatterburg, o Villa Volpi di Misurata, è una villa veneta sita in località Marocco e divisa tra i comuni di Mogliano Veneto (casa padronale, cappella e altri corpi) e Venezia (rustico). I riferimenti più antichi risalgono al 1510: in quell’anno i Tiepolo, proprietari dei terreni su cui sorge ora la villa, costruirono un mulino sulla riva sinistra del Dese. Nel 1590 il fondo, su cui è segnata anche una teza, ovvero un fienile, sulla sponda destra, risultava dei Lion. Secondo quanto scritto da Dario Zanverdiani, in una mappa di Bertolo Bortoli del 1631 in questo luogo veniva riportato un molino a due ruote di proprietà dei Marin, i quali costruirono una villa affacciata al Terraglio. Secondo le raffigurazioni dell’epoca, l’edificio padronale non era troppo diverso da quello attuale, articolato in tre volumi di cui quello centrale sormontato da un timpano. Ai Marini successero i Morosini di Santo Stefano nel 1680. Nel 1697 Vincenzo Coronelli, “segnala nei suoi ‘Viaggi’ mille passi dopo Villa Sagredo in direzione Treviso il palazzo del Doge Morosini Peleponnesiaco.” Descrivendo questo territorio “fertile d’ogni sorte de frutti, Biade ed Armenti”. Nel 1799 l’erede Elisabetta Morosini sposò il conte austriaco Paolo Antonio Gatterburg e avviò importanti restauri della facciata e della Villa. In questo periodo la teza si evolse in una vera e propria masseria, mentre le ruote del mulino vennero spostate sulla riva destra. Altri importanti lavori vennero realizzati da sua figlia Loredana Morosini Gatterburg la quale operò importanti modifiche all’antico mulino, posto a sud del Dese, ricavandone un vasto rustico. Comprò anche alcune proprietà lungo la strada posta vicino la villa ricavandone un oratorio la cui realizzazione terminò nel 1859. Nel maggio 1849 la villa ospitò i giovani Ranieri Ferdinando d’Asburgo-Lorena e Ferdinando Carlo Vittorio d’Asburgo-Este, giunti per assistere alla caduta di forte Marghera. Nel 1904 il complesso venne acquistato dall’industriale Giuseppe Volpi. Durante la prima guerra mondiale ospitò un ospedale militare e durante la seconda fu sede di vari comandi. Adibita poi ad asilo infantile, è stata recuperata solo di recente dopo l’acquisto da parte dei Furlanis. Affascinanti ma assai improbabili le ipotesi di Venturini, che identificano questo edificio con villa Mocenigo, progettata dal Palladio. Sembra infatti che questo edificio sorgesse più a sud e che fosse stato demolito il 1795. Forse parte della confusione fra le due ville è che anche Villa Mocenigo Morosini fu acquistata dai Morosini di Santo Stefano che erano gli stessi proprietari di questa villa. Oltre alla somiglianza fra le due facciate. L’edificio L’insieme risulta assai articolato e per questo poco armonioso, essendo il risultato di varie aggiunte successive. L’imponente corpo principale ha il compito di riunire la frammentarietà dell’insieme, ma risulta esso stesso disomogeneo, soprattutto per quanto riguarda il rapporto interno-esterno. La facciata è tripartita, con il partito centrale esaltato da quattro lesene di ordine gigante, che sorreggono un timpano; a questo però non corrisponde un salone passante, ma una semplice stanza. Più interessante dal punto di vista storico-artistico è l’annesso rustico. È costituito da un corpo principale orientato in direzione nord-sud, con il fronte orientale, quello secondario, schermato da un muro merlato; tra i due elementi si nasconde un piccolo edificio. Come già accennato, la costruzione fu ricavata da un mulino ricostruito dai Morosini sul finire del Seicento; ne sono testimonianza due pietre con fori, in cui si inserivano gli assi delle ruote. Con la vendita a Volpi, l’annesso subì dei profondi rimaneggiamenti: ne venne abbattuta una parte, fu rifatta la facciata e furono aggiunti i due timpani delle estremità; nel frattempo si intraprese la costruzione del muro merlato. Galleria Immagini La facciata e il viale della Villa La villa in una immagine di qualche anno fa Il rustico della Villa sito in Via Gatta Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La fu Villa Sagredo (area Terraglio)
Villa Sagredo | Discovery Mestre Villa Sagredo Una maestosa dimora palladiana scomparsa sul Terraglio La Maestosa Villa Sagredo Storia Le informazioni che ci sono giunte su Villa Sagredo le dobbiamo al Fapanni che scrive del Palazzo Sagredo “la cui magnificenza fanno fede le grandiose scuderie, che ancora sussistono. Fu atterrato nel 1804” collocandola presso l’antico colmello di San Nicolò, l’attuale Favorita di Venezia. Nel Quattrocento il fondo su cui insisteva ca’ Sagredo era stato dei Contarini, ai quali erano successi i Tiepolo verso la fine dello stesso secolo. In questo periodo è attestata solo l’esistenza di una casa colonica e di un casone, entrambi rivolti a sud. Nel 1560 il terreno veniva acquistato da Nicolò di Bernardo Sagredo, il quale lo affidò a tale Zuan Maria Marchetto detto “Moro” contentandosi di un affitto basso non essendo i campi particolarmente fertili. Solo verso il 1640 i discendenti Nicolò e Alvise di Zaccaria Sagredo, (che diverranno rispettivamente doge e Patriarca di Venezia), intrapresero la costruzione della villa, il cui aspetto ci è noto grazie ad una tavola di Paolo Bartolomeo Clarici collocata all’interno della sua opera “Istoria e Cultura delle piante”, Venezia 1716. L’oratorio della Villa, anch’esso distrutto, risale al 1500 ed è dedicato appunto a San Nicolò, Santo da cui prese il nome il Colmello. Si deve ricordare che anche la Chiesa di San Zulian era di competenza dei Sagredo e l’ospizio dei pellegrini realizzato nel XVII secolo dalle cui rovine “sorse” Villa Carlesso. Appena fuori dal perimetro della proprietà, verso ponente, si trovava la cappella intitolata a San Gerardo Sagredo, voluto dal patriarca Alvise Sagredo. L’elegante edificio fu risparmiato dalle demolizioni ottocentesche in quanto i Sagredo, nel cedere la villa al Baretta, avevano predisposto 1000 ducati per farvi celebrare una messa nei giorni festivi. La chiesetta fu poi quasi dimenticata e i fedeli vennero dirottati presso la cappella di Villa Scopinich per la messa. Durante il turbolento periodo napoleonico la villa fu gravemente danneggiata dagli eserciti di passaggio e questo portò i Sagredo a liberarsene. Nel 1804 buona parte degli edifici venne abbattuta, si salvarono solo alcune adiacenze, e il giardino fu distrutto. Nel 1810 ciò che rimaneva della villa fu ceduta a Nicolò Baretta che attuò ulteriori demolizioni. Scrive sempre il Fapanni, che nacque nel 1810, che “delle fabbriche, che sono in piedi oggidì, osserveremo che le più antiche costruzioni sono quelle dei Fratelli Marascalchi, del Della Bona, della N.d. Pasta, del S. Raini, della Signora Gaggio-Gazzato-Lattuada – quantunque per riforme ed abbellimenti siano state quasi tutte ammodernate.” L’oratorio, tuttavia, subì la stessa sorte del corpo padronale nel 1950, quando parte delle sue pietre vennero utilizzate per la realizzazione della nuova chiesa di Santa Maria del Carmelo. La Barchessa di Villa Sagredo Oggi della Villa rimane solo una barchessa sita in Via Terraglietto. Di questa scrive l’Istituto Ville Venete: “La fabbrica conservatasi, dunque, è verosimile fosse una pertinenza della villa, presumibilmente modificata in vario modo nel tempo. L’edificio, infatti, a pianta rettangolare e con il prospetto principale rivolto a sud, si sviluppa su due livelli, dei quali il primo caratterizzato da tre arcate a doppio centro di diverse dimensioni affiancate da una serie di aperture rettangolari; nel livello superiore i fori, tutti rettangolari con il davanzale lapideo, sono solo parzialmente in asse con i sottostanti. Un giardino di vaste proporzioni circonda la costruzione.” L’edificio com’era La casa padronale era un edificio imponente, sviluppato, si stima, su 750 m² di superficie e 10 000 m³ di volume. Era costituito da due livelli più sottotetto, con il fronte principale rivolto a sud; il piano terra si caratterizzava per la facciata a bugnato, mentre il piano nobile era esaltato da otto semicolonne con le quattro centrali a sorreggere un timpano triangolare. Ai lati della fila di semicolonne si trovavano due meridiane, l’una solare, l’altra zodiacale. Dal centro del palazzo si dipartivano quattro stradoni perpendicolari, dei quali si è conservato quello diretto a levante (l’odierna via Castelcigoto). Grazie a un inventario del 1738 è possibile delineare l’organizzazione degli ambienti interni. Il pianoterra era suddiviso in quattro ambienti principali, tra i quali si frapponevano alcuni ammezzati: la cucina a nordovest e tre vasti saloni negli angoli rimanenti. Questo schema era sostanzialmente ripetuto al livello superiore; dei vari ambienti, vanno ricordate la camera “degli stucchi”, quella “dei ritratti” e quella “dei pavoni” (raffigurati in alcuni dipinti). In uno dei locali era allestito anche un oratorio strettamente privato, che si aggiungeva alla chiesetta posta all’esterno della proprietà. Sul retro si trovavano due barchesse simmetriche, con pianta a L aperta verso l’esterno. L’elemento di maggior pregio era senza dubbio il parco, curato dal botanico Paolo Bartolomeo Clarici. Si trattava di un vasto giardino all’italiana, suddiviso in aiole dalle complicate forme geometriche, ciascuna caratterizzata da diverse coltivazioni. Completavano l’insieme elementi decorativi e opere d’arte, in particolare le effigi di alcune personalità storiche. Galleria Immagini Giardino di Villa Sagredo da “Istoria e cultura delle piante” di Bartolomeo Clarici, 1726 (Museo Correr) Oratorio di Villa Sagredo da “Istoria e cultura delle piante” di Bartolomeo Clarici, 1726 (Museo Correr) Schizzo Villa Sagredo da “I colmelli di San Zulian e San Nicolò” La Barchessa di Ca’ Sagredo come appare oggi Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Barchessa di ca’ Sagredo (PDF), IRVV. URL consultato il 2 gennaio 2015 Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 93-95. Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La fu Villa Morosini – Mocenigo (area Terraglio)
Villa Morosini – Mocenigo | Discovery Mestre Villa Morosini – Mocenigo Un progetto palladiano sul Terraglio mai terminato Storia Definita “la grandiosa fabbrica Morosini” dal Fapanni, Villa Morosini-Mocenigo fu una villa palladiana rimasta incompiuta e demolita alla fine del Settecento. La villa venne eretta di fronte Villa Franchin Scopinich, in località Marocco, poco distante dall’attuale villa Volpi. L’area su cui sorse nel XVI secolo apparteneva ai Foscari che la vendettero successivamente ai Mocenigo. Fu il senatore Leonardo Mocenigo, attorno al 1560-61, che commissionò ad Andrea Palladio il progetto per una villa da costruire su questi possedimenti. L’architetto realizzò un disegno piuttosto originale rispetto al tipico schema delle ville venete, che pubblicò poi nel secondo dei Quattro libri dell’architettura. Secondo la ricerca dello Stocchero e del Stevanato, la costruzione, iniziata come riporta una lapide nel 1562, fu alquanto travagliata e si discostò notevolmente dal progetto iniziale del Palladio che prevedeva, tra l’altro, un corpo centrale tripartito, caratterizzato nel mezzo da un doppio loggiato culminante con un timpano triangolare. Da una mappa del 1631 risultava costruita solo l’ala di sinistra che secondo Giovanni Battista Gallicioli «aveva sembianze piuttosto di fortezza che di casa». La fabbrica, infatti, si sviluppava su quattro piani, caratteristica tipica dei palazzi cittadini, ma ingiustificata per una villa di campagna dove lo spazio disponibile permetteva uno sviluppo più orizzontale. Per tale sua struttura veniva chiamata “il Palazzone”. Importante è ricordare anche la ricerca di Dario Zanverdiani, che ci permette di fare ulteriore chiarezza fra la storia della Villa Morosini posta più a monte del Terraglio e la Villa Mocenigo. Zanverdiani cita la presenza negli archivi di una mappa del 1590 redatta da Girolamo Gallo, “proto ed inzegniero” e Girolamo Righetto, si osserva una fabbrica con indicato il nome Mocenigo proprio di fronte a Villa Franchin la cui proprietà era con ogni probabilità di Andrea Mocenigo, figlio di Leonardo, ed era compresa fra Villa Sagredo e la proprietà delle monache di Sant’Andrea della Zirada. Secondo tale mappa la proprietà dei Mocenigo era attraversata da un percorso viario che conduceva ai lotti Sagredo. Il Zanverdiani cita la suddetta mappa del 1631, disegnata da Bertoldo Bertoli, aggiungendo che essa rivela la presenza di una Villa palladiana di quattro piani e di volumetria compatta e con la scritta “del Ill. Smo S.r Abate Mocenigo”, fratello di Piero fu Alvise Mocenigo. La villa non viene citata nel Catastico del 1781, ma riapparirà in una mappa del 1787 ad opera dell’ing. Girolamo Venturelli, posta proprio di fronte Villa Scopinich. Sulla villa appare la scritta “N.H. Morosini”, del ramo di Santo Stefano che fra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo comprarono sempre più terreni lungo il Terraglio, come si può evincere dal confronto delle loro proprietà dalla mappa del 1787 a quella redatta nel 1817, in cui tali proprietà erano indicate come “Beni Morosini”. Sul finire del Seicento la proprietà passò ai Morosini del ramo di Santo Stefano, gli stessi che possedevano l’altra Villa Morosini Gatterburg sita sul Terraglio, secondo il Fapanni, tale Lorenzo Morosini in Marocco ne risulta proprietario. Secondo le cronache l’edificio venne abbandonato a sé stesso e cadde rapidamente in rovina, dopo essere stato locato a tale Giovanni Battista Marinoni nel 1740. Il 29 giugno 1795 un viandante, che si era rifugiato nella villa per passare la notte, morì a causa di un crollo. Fu per tale episodio che Loredana Morosini decise di demolirlo. Di tale evento viene raccontato in un testo del 1842 dal religioso Veneziano Giovanni Antonio Gallicciolli: “Dirimpetto allo Scopinich sorgeva la grandiosa fabbrica Morosini, a cui la Repubblica mai permise che ci fosse dato intero compimento, perché aveva le sembianze piuttosto di una fortezza che di una casa. Per vecchiezza andava a pezzi a pezzi rovinando. Nel 29 giugno 1795 uno disgraziato, che s’era ricoverato a pernottare in uno di quei stanzoni, passò dal sonno dei sensi a quello della morte, rimasto oppresso sotto le rovine delle pareti che si scoscesero e diroccarono giù subitamente. Allora si diede mano a demolirla.” All’interno della Fabbrica Mocenigo Morosini Loredana Morosini rinvenne una lapide su cui era inciso: “Quod Felix Faustumq. Sit, Leonardus Mocenicus, Antoni Procuratoris. Fil. Eq. Et Comodi Sui. Et Voluptatis Ergo Prid. Id Quint MDLXII construxit.” E che appunto attestava la proprietà nel 1692 della villa al Leonardo Mocenigo. La lapide trovò accoglienza presso Villa Morosini Gatterburg. Sovrapposizione storica con Villa Morosini Gatterburg Parte della confusione fra le due Ville Morosini la si deve sia all’opera di Giuseppe Venturini, “Il Terraglio e le sue Ville” del 1977, che a Gianfranco Scarpati, “Le ville venete” del 1980, che confusero la Villa Mocenigo con la Villa Morosini. Ma, come è stato citato dallo Stevanato e dallo Zanverdiani citando vari autori del passato, questo è stato un errore, in buona fede, da parte dei due autori. Galleria Immagini Prospetto di villa Mocenigo, da “Le fabbriche e i disegni di Andrea Palladio” La pianta della villa Mocenigo Morosini Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 84-85, (a cura di Tiziano Zanato, Mario Facchinetto) Fogli. Transeunte. 2021 – n°3 On line 5° anno (a cura di Dario Zanverdiani, Corrado Balistreri Trincanato, Emiliano Balistreri) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Franchin, Bottoni, Scopinich (area Terraglio)
Villa Franchin | Discovery Mestre Villa Franchin La dimora storica e l’Oratorio del Carmelo Storia La presenza di una villa in quest’area è attestata da un disegno del 1631 di Bertolo Bertoli e viene citata dal Fapanni. La costruzione di tale proprietà è stata attribuita ad Alvise Bottoni che la lasciò in eredità alla moglie Elena. Nel 1663 a gestire la Villa e i suoi tredici campi vi era il Gastaldo Santo Prete. Successivamente passò di proprietà alla famiglia Priuli ai quali si deve, nel 1702, l’erezione dell’oratorio prospiciente al Terraglio dedicata alla Beata Vergine del Carmelo e qui fu seppellito Antonio Priuli nel 1739. Un documento catastale del 1740 testimonia che ad Alvise di Alessandro Priuli e ai suoi fratelli apparteneva un «casin con brollo per uso», oltre a una «casa colonica e campi 11 circa» lavorati da Girolamo Pavan. Verso il 1785 la proprietà passò ai Campolongo, ma già nel 1809 ne risulta titolare Bianca di Salvadore Malta Muttorti. Nel giro di pochi anni si avvicendarono i Tobia, i Piccoli e quindi gli Scopinich, famiglia originaria di Lussinpiccolo alla quale rimase sino all’inizio del Novecento; a questi ultimi si deve l’ampliamento delle adiacenze di ponente e dell’oratorio. Divenuta dei Gasparetto, dei Del Giudice e dei Winteler, banchieri svizzeri, nel 1938 venne comprata dai Franchin cui appartiene tuttora. La Villa La villa, vincolata dal 1962, si articola nel palazzo padronale, posta al centro della proprietà, nell’oratorio privato, affacciato al Terraglio sul lato orientale, in un gruppo di annessi contigui, a sudovest del palazzo, e in un piccolo fabbricato adibito a serra, a settentrione della villa. Il tutto è inserito nel grande parco. Casa Padronale La casa padronale non è troppo diversa dalla rappresentazione del 1631, tuttavia si notano alcune differenze da rimandare probabilmente a un rifacimento settecentesco. La villa presenta una pianta rettangolare, sviluppato su due livelli. Gli interni seguono il consueto schema veneziano con salone passante centrale e ambienti minori ai lati. Il fronte principale è quello orientale, rivolto alla strada. Sull’asse centrale si dispongono al piano terra il portale architravato, con quattro gradini, e al piano nobile una porta-finestra ad arco cieco che dà su un balconcino con balaustri in pietra. Il complesso, a due piani, presenta un’alternanza di vuoti e pieni sui fronti nord e sud, così da formare delle corti interne parzialmente porticate. Uno degli edifici spicca per il grande portale bugnato; sulla chiave di volta di quest’ultimo è incisa la data 1888. L’oratorio L’oratorio si trova ai limiti orientali della proprietà, in prossimità della strada, e maschera così le adiacenze della villa impedendone una visione complessiva. Intitolato alla Madonna del Carmine, due lapidi murate rispettivamente sulla facciata e sul lato settentrionale ne attestano la data di fondazione, 1702, e di ampliamento, 1880. Il campanile è dei primi del Novecento. Da una visita pastorale del 1753 sappiamo che vi erano collocate le reliquie della Vera Croce, di San Candido e di sant’Epitteto, mentre in un’altra del 1769 si citano solo quelle della Croce e di san Pietro d’Alcantara. Sin dai primi tempi fu aperta al pubblico culto, favorendo gli abitanti della zona i quali, dipendendo dalla parrocchia di Carpenedo, erano costretti a recarsi sino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio per assistere alle funzioni religiose. Sin dal 1745, inoltre, era usanza svolgere una messa il 16 luglio, festa della titolare Madonna del Carmine, in cui i fedeli ottenevano l’indulgenza plenaria. Nel 1835, don Domenico Scopinich, figlio dell’allora proprietario, istituì una nuova mansioneria che garantiva almeno una messa per le festività, finanziata dalle rendite di sessanta campi siti a Musestre. L’oratorio aveva dimensioni esigue per cui a seguito di una visita del parroco di Carpenedo del 1868 fu ampliato nel 1880 grazie all’aggiunta di due navate laterali. La chiesa di villa Scopinich tornò a rivestire le funzioni di semplice oratorio privato quando negli anni cinquanta del XX fu realizzata la nuova parrocchia di Marocco. Galleria Immagini Villa Franchin vista dal Terraglio, si noti il campanile dell’oratorio Edificio principale di Villa Franchin Villetta Priuli, Nalesso che fa parte della proprietà Franchin Palazzo Bottoni, Franchin, nel 1631 (I Colmelli di San Zulian e San Nicolò) Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Fonte Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.