ex Ospedale Umberto I 01 Febbraio 2026

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre è una vicenda millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali. La tradizione storiografica locale vuole che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, ma si tratta di un’ipotesi mai verificata: nell’area non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche in grado di confermarla. Già Gabriele Rossi-Osmida, riprendendo la questione sui documenti dell’Archivio di Stato di Venezia, giudicava azzardata quella tesi del Barcella, non suffragata che da pure supposizioni, aggiungendo però che niente esiste all’incontrario. La documentazione certa comincia il 13 novembre 994, quando Ottone III, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, concesse privilegi e terre a Rambaldo II, conte di Treviso e poi di Collalto. Il diploma annovera fra i beni «unum mansum regalem inter Mestre et Paureliano et Brentulo», oltre alla foresta del Montello, ventiquattro mansi nel contado trevigiano e altri possedimenti nel veneziano. Non era un semplice possedimento. I mansi regali venivano assegnati in zone di confine a soldati fedeli, tenuti a essere pronti giorno e notte al servizio dell’imperatore: un appezzamento allodiale dipendente direttamente dalla Corona, e insieme una zona fortificata. È il prototipo del castello di Mestre. Nel 1001 Ottone III concesse inoltre al vescovo di Treviso il diritto di assegnare al doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. In questo periodo la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, dove il potere militare, rappresentato dal primo castello, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli della vita comunitaria. L’assetto ricevette conferma nel 1152, quando la bolla Justis fratrum di papa Eugenio III riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio i possedimenti «de Mestre, cum castro, portu, curte, et pertinentiis suis». La conformazione del primo nucleo difensivo è deducibile dalla cartografia storica, che conserva i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal Marzenego. Il sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la protezione naturale offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese passarono nel tempo da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e da porte munite di ponti, i battifredo: originariamente in legno, furono ricostruite in pietra nel Trecento per resistere alle nuove macchine d’assedio. All’interno del perimetro risiedeva il Capitano, funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare e della supervisione economica del territorio, e in particolare della riscossione della muda, la gabella sul transito di merci e persone che garantiva entrate cospicue, poiché Mestre era l’unico punto di raccordo terrestre obbligato fra la laguna e l’entroterra. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto, e già nel Duecento la struttura non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Nel 1274 (1273 secondo il Barcella e Dorigo) un violento incendio, scoppiato per cause fortuite, distrusse quasi totalmente la fortificazione, compresi alcuni stabili di proprietà del patrizio veneziano Tommaso Querini, che si ritenne vittima di una cospirazione trevisana e chiese alla Repubblica di ottenergli un risarcimento dal Comune di Treviso: ne seguì un notevole strascico di rappresaglie da ambo le parti. Proprio questa richiesta smentisce chi attribuì l’incendio ai veneziani stessi. Il castello però non sparì. Sopravvisse anche a un ulteriore assedio: nel 1336-37 fu conteso fra Venezia e gli Scaligeri, e cadde infine il 29 settembre 1337 nelle mani di Andrea Morosini, dopo il tradimento della guarnigione di mercenari tedeschi. L’episodio è raccontato per esteso nell’articolo dedicato al Castelvecchio. Nel 1381 Francesco da Carrara, trattando la pace con Venezia, a riguardo di Mestre precisò di volere il nuovo e il vecchio castello, segno che quest’ultimo era ancora in piedi e serviva ancora a qualcosa. Furono le incursioni e gli incendi padovani, protrattisi fino al 1405, e il maltempo del 1410, che danneggiò seriamente anche il castello nuovo, a dare il colpo di grazia alle vecchie mura ormai decrepite. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. Si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali: il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo era compiuto. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova trasformazione ebbe inizio a metà Quattrocento, quando l’area appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. I frati di San Salvador possedevano già terreni confinanti con il fossato del castello, e furono loro ad avanzare al doge la proposta di utilizzare le rovine. Il 13 agosto 1453 il doge Francesco Foscari dispose la donazione del complesso ai Canonici Regolari, definendolo «Castellum Vetus inhabitatum»: erano stati gli stessi frati a richiederlo, per potervi alloggiare convenientemente quando si recavano a Mestre a riscuotere alcuni redditi e per altri affari del monastero. La presentazione della lettera davanti al podestà Bartolomeo Pisani avvenne il 28 e il 30 agosto successivi, con l’intromissione d’uso che autorizzava i Canonici a costruirvi una casa e una chiesa. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa, esposta sull’altare entro una teca di cristallo montata in oro e ancora documentata nelle visite pastorali del 1769 e del 1791. L’insediamento divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico: da qui il Priore controllava le vaste proprietà dei canonici nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban, e la ricchezza che ne derivava consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. Il prestigio dell’istituzione raggiunse l’apice nel 1728 grazie a Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Sfruttando la propria influenza e l’amicizia con il cardinale Francesco Barberini, Foscarini ottenne da papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. La promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima né dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. L’esperienza abbaziale restò legata quasi esclusivamente a Foscarini, unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato arcivescovo di Corfù nel 1732. Il ponte che immetteva nel castello doveva essere mantenuto a spese della comunità di Carpenedo, per una delibera del podestà di Treviso del 5 giugno 1323 che il comune impugnò a lungo. I Canonici risolsero la questione a proprie spese: costruirono prima un ponte in legno, poi nel Settecento lo sostituirono con uno in pietra, sul quale, a detta del Barcella, nel 1837 era ancora visibile una lapide datata 1752. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del Marzenego. Lungo il Ramo della Beccaria sorgeva il Molino del Castelvecchio, essenziale per la molitura del grano e per l’economia locale. Nel 1584 il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, ormai ridotto a rudere, proponendo di innalzare l’antipetto, il salto d’acqua, di due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. I periti della Repubblica Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio 1584, si opposero fermamente: temevano che l’innalzamento del livello favorisse il trasporto di sedimenti verso la laguna, minacciandone l’equilibrio. La richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata nelle vicinanze del castello, nell’area che sarebbe poi stata detta dei Quattro Cantoni, verso il Terraglio. Nel 1785 la proprietà degli Zen fu ceduta a privati per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati, collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte. La villa fu demolita nel 1818; sul sito sorse poi il casino di villeggiatura di Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera, distrutto nel Novecento per il quartiere San Paolo. Il nome dei Quattro Cantoni si fissò però più tardi, e per una ragione diversa da quella che la tradizione locale attribuisce alle torri angolari della villa. Nel Settecento la famiglia Querini, proprietaria dal 1274 di un appezzamento a sud-ovest del Castelvecchio, fece costruire a proprie spese una strada che attraversava i due rami in cui il fiume si divideva, il Ramo del Marzenego a nord e il Ramo delle Muneghe a sud, e arrivava direttamente all’imbocco del Terraglio. Fu quell’incrocio a dare il nome alla località. La strada, allora chiamata genericamente «Il Stradone», è oggi via Circonvallazione. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto l’Ottocento Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, e i malati meno abbienti dovevano trasferirsi a Venezia per essere curati all’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. La svolta arrivò all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato e raccolse 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dal gesto filantropico di Piero Berna, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune. Berna dovette poi farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il suicidio, nel 1904, del conte Rossi, travolto dalla bancarotta dei Da Re e da voci infondate di malversazione. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che completò il primo padiglione con trentadue posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906. Nel 1908 la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per una chiesetta neogotica progettata da Giorgio Francesconi, oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi l’ospedale si espanse grazie ai lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, che lasciò in eredità 100.000 lire per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti nei cento giorni invernali. Il secondo padiglione, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato a Cecchini, e nel 1922 vi fu collocato un moderno impianto di radiologia. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis, nato come sanatorio per la tubercolosi. Il 17 aprile 1925 il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I vicino a Borgo Pezzana, ma la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con ventitré voti contrari. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento vide l’ospedale trasformarsi ancora per adattarsi alla crescita demografica di Mestre. L’area venne saturata con grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, nel 1966 e nel 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, fu l’ultimo investimento significativo prima del trasferimento programmato. La parabola secolare dell’Umberto I si è conclusa nel giugno 2008, con lo spostamento di tutti i reparti all’Ospedale dell’Angelo di Zelarino. La chiusura del pronto soccorso, il 14 giugno 2008, ha segnato la fine di centodue anni di storia sanitaria ininterrotta. Oggi l’area del Castelvecchio attende una riqualificazione che restituisca dignità a un luogo carico di memoria. Sopravvive intatto il ponte del Castelvecchio sul Ramo della Beccaria, ultimo legame tangibile con il passato millenario della città. Ma non è il solo. Wladimiro Dorigo ha identificato, nella cosiddetta «casa delle suore» oggi incorporata nei fabbricati di servizio dell’ospedale, un muro spesso 59 e 74 centimetri che delimita un ambiente coperto da volte a crociera, sorretto da due colonne in marmo veronese con capitelli duecenteschi in marmo greco: materiali probabilmente riutilizzati dai Canonici, negli ultimi decenni del Quattrocento, dalla chiesa del vecchio castello demolita fra il 1434 e il 1453. Poco distante sorgeva una barchessa, documentata da una fotografia ottocentesca,…

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ex Ospedale Umberto I 14 Gennaio 2026

L’Umberto I nascita, sviluppo e chiusura

Ospedale Umberto I | Discovery Mestre Ospedale Umberto I Da simbolo di crescita alla ferita aperta nel cuore di Mestre Inaugurato il 16 aprile 1906, l’Ospedale Umberto I fu all’inizio pensato per accogliere solo 40 persone, ma l’incremento demografico della città e la necessità di nuovi servizi permise all’ospedale di crescere ed assistere un bacino di utenti sempre più grande. Il secondo padiglione, come già scritto, venne edificato grazie all’eredità di Cesare Cecchini, 1914, mentre il terzo padiglione venne progettato nel 1919 ed ultimato nel 1935 ed è l’edificio che si trova di fronte alla Chiesa Ortodossa e guarda al Ramo della Beccaria. Il corpo iniziale dell’Ospedale prese il nome del primo medico che vi operò, il professor Tullio Pozzan, il secondo Padiglione sito lungo Via Antonio da Mestre prese il nome di Cecchini, mentre il terzo Padiglione che confina con il Ramo della Beccaria venne intitolato a De Zottis. Tutti e tre tali padiglioni sono stati conservati, non proprio bene. Nel padiglione Cecchini venne collocato un impianto di radiologia nel 1922 grazie alle donazioni ottenute dal Circolo Cittadino, nel 1924 venne costruito un padiglione sanitoriale mentre nel 1926 questo padiglione venne amplificato per la realizzazione di un reparto di radiologia. I problemi di un ospedale in centro a Mestre Sin dalla sua realizzazione l’Ospedale Umberto I pose grandi dubbi in non pochi mestrini per la sua posizione troppo vicino al centro della città. Il luogo scelto per la sua realizzazione un tempo ospitava il Castelvecchio, poi un’abbazia, una famosa osteria e attività agricole e a quel tempo muoveva gli appetiti delle famiglie che possedevano quei terreni. L’area su cui erano sorti i primi due padiglioni dell’Umberto I era molto vasta e avrebbe potuto ospitare altre strutture ma la presenza del nosocomio metteva una pesante ipoteca sui terreni vicini impedendo di costruirvi altre attività. Alcuni notabili locali ipotizzarono di spostare l’Ospedale oltre i Quattro Cantoni e fra questi vi fu il sindaco Paolino Piovesana, Primario e presidente dell’Associazione Antitubercolare, la quale ricevette un mutuo di 800.000 lire da Cassa Depositi e Prestiti per realizzare un tubercolosario. La proposta fu discussa in una seduta del 17 aprile 1925 e fu bocciata con 23 voti sfavorevoli contro solo 6 favorevoli: l’ospedale sarebbe rimasto lì dove era stato realizzato. Nuovi ampliamenti e la chiusura L’ospedale cresceva grazie allo sviluppo demografico della città, ormai entroterra veneziano, e ospitando reparti e macchinari sempre più all’avanguardia. Prima della chiusura furono inaugurati altri monoblocchi, nel 1962, nel 1966 e l’ultimo nel 2003. Quest’ultimo costò venti milioni di euro e venne realizzato quando già si sapeva l’Umberto I sarebbe stato sostituito dall’Ospedale all’Angelo di Zelarino. Nel maggio 2008 cominciò il trasferimento dell’ospedale nella nuova struttura e il 14 giugno venne chiuso il Pronto Soccorso, l’ultimo reparto ancora aperto dell’Ospedale. Una ferita nel cuore di Mestre Inaugurato nel 1906 e chiuso nel 2008, l’Ospedale di Mestre ebbe una vita di circa 102 anni accompagnando i suoi cittadini sia nei momenti belli che nelle tragedie che ognuno di noi ha dovuto affrontare nella propria vita. Forse per questo quella “cicatrice” in mezzo a Mestre che dopo molti anni dalla chiusura dell’Ospedale non è ancora saturata fa soffrire. Galleria Immagini L’Ospedale Umberto I nei primi del novecento e il vigneto limitrofo Inaugurazione dell’Ospedale nel 1906 L’Ospedale come si presentava negli anni ’60 del XX secolo Ciò che resta dell’Umberto I Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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ex Ospedale Umberto I 02 Luglio 2025

L’Ospedale di Mestre: l’Umberto I

L’ospedale di Mestre: l’Umberto I | Discovery Mestre L’ospedale di Mestre: l’Umberto I La storia del primo ospedale cittadino I primi presidi sanitari Mestre non ebbe un ospedale per tutto l’Ottocento: era un piccolo paese con poche migliaia di cittadini e una capacità di spesa irrisoria. La mancanza di una struttura atta a curare i mestrini obbligò per lungo tempo la comunità locale a recarsi a Venezia presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Tale ospedale divenne civile nel 1819, dopo che Napoleone aveva realizzato nella scuola di San Marco il suo ospedale militare (1807). L’amministrazione locale doveva però pagare le spese dei cittadini lì ricoverati. L’idea di realizzare un ospedale si manifestò già sotto l’amministrazione asburgica: nel 1838 fu individuato un terreno vicino a Piazza delle Erbe per costruire un primo «ospedale pegli poveri». Angelo Barbaro, Domenico Solari e Cesare Ticozzi formavano la commissione per la sua realizzazione, ma Mestre dovette fare ancora i conti con una cassa comunale troppo povera. Ci pensò il dottor Giuseppe dalla Giusta — eroe della Sortita e proprietario della villa che oggi ospita la sede locale della Volksbank in Via Torre Belfredo — a realizzare un primo ambulatorio nel casino del Conte Gaspare Contarini dal Zaffo, patrizio veneziano, sito a poca distanza dalla sua residenza. Si trattava di una soluzione momentanea che portava però sollievo ai più bisognosi. Per vedere la realizzazione del primo ospedale cittadino si deve aspettare il Novecento e ringraziare la determinazione del conte e sindaco di Mestre Jacopo Rossi, che istituì un «comitato per la costruzione di un ospedale a Mestre» riunendo attorno a sé dodici importanti personalità dell’epoca. Tale comitato raccolse ben 50.000 lire, mettendo le basi per un edificio in grado di ospitare circa 40 pazienti. Una volta individuato nel terreno del Castelvecchio il luogo più adatto, si passò alla trattativa con la famiglia Tozzi per l’acquisto dell’area. Piero Berna, che faceva parte del comitato, si offrì non solo di condurre la trattativa ma di sostenerla a proprie spese. Quei 40.000 mq costarono al Berna 40.000 lire — per l’epoca una somma davvero importante — che cedette poi gratuitamente al comune, permettendo l’inizio dei lavori pochi giorni dopo esserne entrato in possesso. Il Berna fu chiamato anche a presiedere l’«Opera Pia» — la società che stava realizzando l’ospedale — a causa del suicidio del conte Rossi. Le sue disgrazie economiche, legate alla bancarotta dei Da Re, e le voci infondate sul fatto che avesse sottratto fondi raccolti per l’ospedale lo portarono alla disperazione. Un’idea del Conte Giacomo Rossi Inizia così il Proemio dello Statuto Organico presieduto dal Cav. Antonio d’Ambrosio e approvato dal Ministero dell’Interno il 31 ottobre 1919 — un Proemio che voleva ricordare il conte Rossi, morto suicida nel 1904 e padre putativo del primo ospedale di Mestre. Era un altro tempo, in cui l’istituzione di un ospedale era messa in atto non da enti pubblici, ma da cittadini che donarono capitali propri per la realizzazione di un’opera fondamentale per la città, destinata ai poveri e ai più bisognosi. Va ricordato il nome del Cav. Pietro Berna, che acquistò i terreni su cui sarebbe stato edificato — nell’area dell’ex Castelvecchio — per 40.000 lire dalla signora Elvira Tozzi Favier, per poi donarli alla Pia Istituzione. E pensiamo alla stessa signora Tozzi Favier, che donò 30.000 lire per realizzare l’ospedale con un testamento del 1914. Ricordiamo i signori Marini Missara e Zancanaro che lasciarono 10.000 lire in eredità all’Istituto, così come la vedova del sindaco Allegri che donò la stessa cifra. Federico Ponci lasciò invece 5.000 lire. Il Comune di Mestre mise sulla bilancia 30.000 lire: non per disinteresse, bensì perché aveva sempre scarsi fondi a disposizione. La donazione di Cesare Cecchini C’è un nome messo in risalto sia nel documento del 31 ottobre 1919 sia in un’assemblea comunale del 14 dicembre 1915: è quello di Cesare Cecchini, imprenditore che si trasferì a Mestre da Parigi nel 1886 e qui fece ulteriore fortuna. Il Cecchini, assieme al fratello Giovanni, realizzò opere fondamentali per lo sviluppo di Mestre, arrivando a prestare denaro senza scopo di lucro al comune, come quando fornì 80.000 lire per la realizzazione di Via Circonvallazione. Cesare Cecchini alla sua morte dispose, attraverso il suo testamento, che al comune di Mestre fosse destinata la cifra di 100.000 lire da gestire tramite l’Opera Pia dell’ospedale. Una cifra enorme per l’epoca, che rappresentava da sola il 4% del capitale finale raccolto (2.500.000 lire al 1936). Il Cecchini aveva dato disposizioni stringenti: con gli interessi maturati dal lascito — senza mai toccare il capitale iniziale — si sarebbero dovuti ospitare anziani soli, senza familiari e indigenti all’interno di un reparto dell’ospedale per tutto il periodo invernale, ovvero 100 giorni dal 15 novembre a tutto marzo. Per onorare tale gesto di generosità fu intitolato al Cav. Cesare Cecchini il secondo padiglione dell’ospedale, che ancora oggi si affaccia su Via Antonio da Mestre. Obblighi dell’Opera Pia che amministrava l’ospedale Il Consiglio dell’Opera Pia nel suo Statuto Organico del 31 ottobre 1919 descrive anche i compiti dell’Umberto I. I membri del consiglio non avevano diritto ad alcun compenso; era presieduto da un presidente coadiuvato da quattro consiglieri. L’ospedale doveva accogliere persone indigenti secondo le disposizioni del Cecchini e, qualora gli interessi sul capitale non fossero sufficienti, usando propri fondi. Chi era in grado di pagare una retta era obbligato a farlo. I malati infetti dovevano essere destinati a reparti autonomi e i minori di 15 anni dovevano avere stanze separate dagli adulti. L’ospedale aveva tre mezzi per sostenersi: rendite patrimoniali, rette dei degenti e altri proventi. L’ospedale Umberto I La realizzazione del progetto fu affidata all’ingegnere mestrino Eugenio Mogno, con il compito di realizzare una struttura in grado di ospitare circa 40 malati. Mogno impiegò circa tre anni per ultimare il primo padiglione dell’Umberto I (1903–1906). L’ospedale era dotato di 32 posti letto in quattro cameroni, tredici stanze per dozzinanti, una sala operatoria, due refettori e cucina. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906 alla presenza di un’équipe medica coordinata dal primario professor Tullio Pozzan e formata da Antonio Perinello, Antonio Favaro Fabbris e Carlo Zille — «il medico dei poveri», padre della partigiana Ester Zille. Il corpo originario dell’ospedale fu poi intitolato al professor Pozzan dopo la sua morte (1933): il Padiglione Pozzan. Nel 1908 la maestra Maria Berna, sorella del sindaco Piero, donò 20.000 lire per la realizzazione di una cappella e di alcuni locali per le suore. Il progetto fu affidato all’architetto Giorgio Francesconi, che optò per uno stile neogotico. La piccola cappella, inaugurata il 4 aprile 1908, è probabilmente quella che ospita oggi la Chiesa della Natività della Madre di Dio. Con il tempo l’ospedale si espanse: nel 1913 fu realizzato un reparto di isolamento; nel 1914 un reparto di medicina, utilizzando il fondo Cecchini. Il 1922 vide l’acquisto di un impianto di radiologia grazie a fondi cittadini; il 1924 la realizzazione di un padiglione sanatorio. Il secondo padiglione venne realizzato nel 1915 in Via Antonio da Mestre — allora parte di via Castelvecchio — per adempiere alle disposizioni testamentarie del Cecchini, a cui poi fu intitolato. Nel 1926 fu ampliato con un reparto di radiologia; del 1933 è la bella loggia posta all’ingresso, ingresso principale fino agli anni Sessanta. Il terzo padiglione fu progettato nel 1919 e edificato lungo il Ramo della Beccaria, non distante dal Ponte del Castelvecchio. Era un sanatorio per malati di tubercolosi. Inaugurato nel 1935, si trovava vicino al macello cittadino e al deposito di filobus, nell’attuale Piazzale Candiani. La presenza del macello creò subito problemi di odori. Il padiglione fu intitolato al dott. De Zottis. Il sindaco Piovesana e la prima ipotesi di spostamento Il 17 aprile 1925 il Consiglio Comunale di Mestre votava la prima mozione della storia cittadina per lo spostamento dell’Umberto I fuori dal centro città. La collocazione indicata era un terreno vicino a Borgo Pezzana di proprietà della Congregazione di Carità, dove si sarebbero potuti realizzare un luogo di cura per i «maniaci tranquilli» e un padiglione per i malati di tubercolosi. A proporre tale soluzione fu il sindaco Paolino Piovesana, al contempo primario del reparto infettivi all’Umberto I e sindaco della città. L’idea nacque dopo che l’amministrazione aveva avuto notizia di un possibile prestito di 800.000 lire dalla Cassa Depositi e Prestiti per un tubercolosario e di circa 2.000.000 lire dal Governo per edifici scolastici — una disponibilità di denaro mai vista a Mestre. Ciò fece balenare l’idea di demolire l’ospedale per realizzare una piazza, delle scuole e uno spazio per il mercato settimanale. Una parte della comunità si sollevò contro il sindaco e, guidati da Ugo Vallenari e da altri consiglieri, riuscirono a fermare il progetto: la votazione finale fu 23 a 6. L’idea del Piovesana fu contrastata sia dalla sinistra (Vallenari, Zajotti, Poletto) sia da Pietro Romanello, presidente del CdA dell’Ospedale, sia dal medico fascista Leonardo Mareschi. A sostenerla restarono solo Amori, leader del Partito Fascista locale, Piovesana, Domenico Toniolo e pochi altri. Così l’ospedale rimase dove era stato pensato dal conte Rossi — con i suoi problemi: il macello comunale sotto le finestre dei malati e i cortei funebri che dal Padiglione Cecchini raggiungevano il Teatro Toniolo prima di proseguire verso il cimitero. Galleria Fotografica L’ingresso dell’Ospedale (1906) L’ospedale Umberto I (1912) L’Umberto I nei primi del Novecento con il vigneto limitrofo Un’autolettiga di inizio Novecento Inaugurazione della loggia del Padiglione Cecchini (1933) Ciò che resta dell’Ospedale visto dal satellite Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Statuto Organico dell’Opera Pia che amministrava l’Umberto I, 31 ottobre 1919. Pasqual, Claudio. L’ospedale Umberto I di Mestre, 1906–2008. StoriAMestre. 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ex Ospedale Umberto I 14 Novembre 2021

Chiesa della Natività della Madre di Dio, (ex Umberto I)

Chiesa della Natività della Madre di Dio (ex Cappella dell’Umberto I) | Discovery Mestre Chiesa della Natività della Madre di Dio Ex Cappella dell’Umberto I, da cappella ospedaliera a luogo di culto ortodosso La Cappella dell’Ospedale Umberto I La Cappella dell’Ospedale Umberto I fu edificata grazie a una donazione della maestra Maria Berna, sorella dell’allora sindaco di Mestre Piero, che contribuì con 20.000 lire per la realizzazione di una piccola chiesa nelle vicinanze del nuovo ospedale. La progettazione fu affidata all’architetto Giorgio Francesconi, che adottò uno stile neogotico. La cappella fu inaugurata il 4 aprile 1908, quasi due anni dopo l’entrata in funzione dell’ospedale (16 aprile 1906), e fu successivamente accorpata al padiglione principale, poi rinominato Padiglione Pozzan. Da cappella ospedaliera a chiesa ortodossa Dopo la chiusura dell’ospedale nel 2008, la cappella rimase abbandonata per anni. Grazie alla volontà del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia, che officiò una messa il 7 gennaio 2013, nel 2014 il Commissario Prefettizio di Venezia Vittorio Zappalorto concesse l’edificio in comodato d’uso all’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e di Malta del Patriarcato Ecumenico. Il nuovo edificio religioso fu ribattezzato Chiesa della Natività della Madre di Dio e dal 2015 accolse la comunità ortodossa dell’Est Europa guidata da padre Anatolie Bitca: moldavi soprattutto, ma anche romeni, ucraini, russi e georgiani. Furono loro a ripulire e restaurare la cappella abbandonata, allestendola secondo la tradizione ortodossa. L’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e di Malta L’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e di Malta del Patriarcato Ecumenico fa capo al Patriarcato di Costantinopoli e fu istituita il 5 novembre 1991 dal Patriarca Bartolomeo I e riunisce le comunità ortodosse di Italia, Malta e San Marino. Ha sede a Venezia, nella cattedrale di San Giorgio dei Greci, ed è oggi guidata dal metropolita Polykarpos Stavropoulos. Una chiesa contesa Dopo la morte dell’arcivescovo Gennadios Zervos, nel 2020, i rapporti fra l’Arcidiocesi e la comunità di padre Anatolie si incrinarono. Nel settembre 2023 le serrature della chiesa furono cambiate e i fedeli dell’Est Europa, circa cinquemila persone, si ritrovarono senza la loro sede. Una sentenza del 31 luglio 2023 aveva stabilito che il comodato era stato stipulato fra la proprietà e l’Arcidiocesi, alla quale spettava quindi la gestione. Seguirono cortei per le vie di Mestre e preghiere domenicali davanti ai cancelli, anche nella Pasqua ortodossa del 2024. Il comodato è scaduto nel dicembre 2023 senza essere rinnovato: da allora la chiesetta neogotica di Francesconi, restaurata dalla comunità che per quasi dieci anni l’aveva fatta rivivere, è di nuovo chiusa e transennata. Galleria Fotografica Chiesa della Natività della Madre di Dio Interni della chiesa ortodossa Interni della chiesa ortodossa (2) L’ex Cappella dell’Umberto I L’altare e gli interni Ciò che resta dell’Ospedale visto dal satellite Riferimenti La Nuova Venezia, «Ortodossi in festa per la nuova chiesa». «La chiesetta dell’ex ospedale Umberto I rivive nel “buco nero” di Mestre», storiAmestre. «Mestre, comunità moldava resta senza chiesa: scatta la protesta», Gazzetta Italo Moldova, 14 novembre 2023. «Pasqua ortodossa davanti ai cancelli per i fedeli di padre Anatolie», VeneziaToday, 2024. Voce Arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta, Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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