I mulini di Mestre
I mulini di Mestre
Il Marzenego non era solo un corso d’acqua ai margini di Mestre. Era il motore della sua economia. Lungo le sue rive e quelle dei corsi d’acqua vicini sorgevano i mulini da grano che trasformavano i cereali in farina: una risorsa così essenziale da essere considerata un bene di pubblico interesse, sottoposta al controllo diretto della Serenissima. Questa pagina accompagna la mappa dei mulini di Mestre, dove è possibile localizzare i siti documentati lungo il fiume.
Il mulino ad acqua: una macchina necessaria e pericolosa
Il mulino ad acqua, detto aquimolo nella terminologia veneziana medievale, funziona sfruttando la forza del fiume per muovere le macine. A differenza di quello a trazione animale (pestrino), dipende dalla corrente e dalle sue variazioni stagionali. Ma il vantaggio che offre è enorme: produce senza sforzo umano, giorno e notte, finché l’acqua scorre.
Il problema è strutturale: la stessa ruota che macina il grano è anche un ostacolo al fiume. I mulini venivano costruiti trattenendo le acque per alimentare la vasca che muoveva la ruota; nei momenti di piena, però, il rischio di inondazione aumentava enormemente. È esattamente quello che accadeva lungo il Marzenego: i mulini posti lungo il fiume, troppo alti di livello secondo i periti veneziani che nel 1532 vennero inviati a ispezionarli, provocavano continui impaludamenti, allagavano i campi e interrompevano il corso stesso del fiume, danneggiando persino la laguna.
«I mulini si trovano troppo alti di livello, provocano perciò inondazioni e continui impaludamenti ai campi, fenomeno che provoca a sua volta un interramento del fiume e della stessa laguna; bisogna perciò riportarli al loro livello e "mondar dito fiume del teren".»
Perizia al Magistrato alle Acque, 4 settembre 1532, A.S.V., S.E.A., filza 101
Le prime attestazioni documentate di mulini nel territorio veneziano risalgono all’819, in un documento dell’archivio del monastero di S. Ilario, e al 982 nei registri di S. Giorgio Maggiore. Nel 1281 il Maggior Consiglio autorizzava Maximiano Ardito a costruire mulini a vento sulla Tregola, nei pressi di Mestre. Nel 1324 un mulino terragna costruito da un “teutonico” veniva stimato 50 grossi, a dimostrazione del crescente interesse nobile per l’investimento molitorio.
Glossario del mulino veneziano
- Aquimolo: mulino ad acqua; attestato già nell’819 nei documenti del monastero di S. Ilario
- Pestrino: mulino a trazione animale; usato nei centri urbani e nelle fortezze
- Sandone: mulino galleggiante su barca; tipico dell’Adige e del Po
- Stramazzo: la soglia regolabile che controlla il livello dell’acqua nel mulino
- Bova: la chiavica del mulino; regola il flusso verso le macine
- Pietra di S. Marco / Zorza: pietra fissa sul mulino che indica il livello massimo consentito
- Passo veneziano: unità di misura pari a m. 1,738; usata per le misurazioni dei mulini
- Dazio macina: tassa statale sulla macinazione; i mulini privati erano obbligati a versarla
La terminazione Zorza e il controllo veneziano
Il 28 novembre 1533 Pietro Zorzi, podestà di Mestre delegato dalla Serenissima, pubblica quella che passerà alla storia come la terminazione Zorza: un insieme di dodici regole precise per i mulini del fiume Marzenego e i loro mugnai. Il documento, conservato nell’Archivio di Stato di Venezia, è ancora oggi una delle fonti più citate dagli storici del territorio mestrino.
Il provvedimento nasceva da un’esigenza concreta: il fiume aveva approfondito il suo letto e i mulini costruiti anni prima si trovavano ora troppo alti rispetto al nuovo livello delle acque. L’acqua non bastava più a macinare regolarmente; i mugnai invece di abbassare i propri mulini li tenevano fermi, scaricando il problema sulla comunità. Il podestà intervenne fissando regole precise sui livelli degli stramazzi, sulle dimensioni delle bove e sulle responsabilità verso il territorio.
I primi cinque punti riguardavano l’alveo del fiume: i mugnai erano tenuti a mantenere pulita la riva per 50 pertiche trevigiane a monte e a valle del proprio mulino, a tagliare gli alberi che sporgevano sull’acqua alterandone il corso e a non costruire canevi sul fiume. Dal sesto all’undicesimo: le bove non potevano superare 4 once di altezza e 4 di larghezza; gli stramazzi dovevano essere in pietra; le piante non andavano alzate oltre il livello assegnato (50 ducati di pena per ogni porta). Il dodicesimo punto vietava ai mugnai di interferire con i canali dei mulini vicini senza licenza dei Provveditori. Pesanti bandi dal territorio trevigiano e cenedese sanzionavano le trasgressioni.
La terminazione non era un atto isolato. Nel 1656 il Senato decretò che al posto delle bove bastarde di legno fossero installati stramazzi di pietra, larghi 10 piedi e 2 once, alti 10 piedi e mezzo. L’anno successivo il Senato affidò direttamente al podestà di Mestre il compito di pubblicare il provvedimento nelle chiese “a hora di Messa, come intimata a cadaun de Monari” e di affiggerlo ai mulini stessi “per la perpetua osservanza”.
«Che come effi Stramazzi douerañno reftar conferuati, & fempre conforme l’occorenze, e bifogno reftaurati da Padroni, così per le tranfgreffioni, che fotto qual fi fia colore, ò pretefte foffero inuentate da Monari … caderanno fubito in pena di Ducati 50.»
Terminazione dei Savi ed Esecutori alle Acque, 1 settembre 1657, A.S.V., Stampe, Acque
Mugnai, patroni e agenti: chi gestiva i mulini
La proprietà dei mulini lungo il Marzenego era in origine prevalentemente ecclesiastica. I monasteri veneziani, S. Ilario, S. Giorgio Maggiore, S. Zaccaria, furono tra i primi proprietari documentati. Progressivamente la proprietà passò alle famiglie nobili veneziane, che investivano nella gestione dei mulini come forma redditizia di impiego del capitale.
Un documento del 4 dicembre 1533, conservato all’Archivio di Stato, elenca i mugnai e i patroni attivi sui mulini del Marzenego in quell’anno:
Zuanne Sbrizza al molin del Zampolin • Agnolin Frasson patron del molin • Piero Borsaro al molin del Morando • Zamaria Viario al molin del Spavento • Meno monaro al molin del Salamon • Pozzato al molin del Menegaldo • Martin al molin del Bevarol • Giacomo Renaldo al molin • Mattio Rosaro patron del molin • Angelo Rosaro etiam patron • Menego Rosaro al molin del Perdugo • Angelo Rosaro al molin del Moresini
Il mugnaio non era un semplice lavorante. Doveva saper calcolare l’acqua necessaria al funzionamento, la pendenza della corrente, la forza dell’impeto: competenze altamente specializzate. Un inventario del 1614 relativo al mugnaio Toni Fanton del mulino dell’Ospedale della Pietà a Cornarotta descrive i beni sequestrati: due porchetti, un mulo, un cavallo, dodici martelli pesanti, seghe, gramola, mortaio di marmo. La stima del mulino stesso, del 1684, ammontava a circa 2.227 lire.
«Il mugnaio dunque sembra trovarsi su un piano economico particolare: generalmente proviene da un altro villaggio, certamente possiede un notevole capitale iniziale liquido, forse frutto di divisioni creditarie; lo stesso fatto che la locazione sia breve e che in taluni casi non sia rinnovata molte volte fa supporre che l’accumulazione di ricchezza e l’ascesa sociale siano abbastanza rapide.»
Alessandra Sambo, Per una storia del mulino. I mulini del Marzenego, 1983
La posizione del mugnaio era ambivalente: personaggio agiato e rispettato, ma anche figura sospetta. A lui si attribuiva la malitia del monaro, il vizio di aggiungere polveri alla farina o di frodare il peso. Il contratto tipico di locazione era il livello, della durata di 29 anni o più, con l’obbligo di migliorare il bene e di condurre il grano da macinare al fontego di Rialto, evitando qualsiasi forma di contrabbando.
I pistori: i fornai di Mestre
Accanto ai mugnai operavano i pistori, i panettieri che trasformavano la farina in pane. A Mestre questa figura aveva caratteristiche peculiari e una storia che merita di essere raccontata.
Nel febbraio del 1690 Pietro Foscarini, Inquisitore sopra i dazi, verificò la regolarità delle compravendite di farine operate dai pistori mestrini. La sua inchiesta scoprì qualcosa di inaspettato: i pistori di Mestre setacciavano la farina con i cosiddetti burati di seta per produrre il “pan buffetto”, un pane raffinato e costoso, che inviavano di contrabbando a Venezia, danneggiando i pistori veneziani. La zona tra i due ponti, quello della Campana e quello di Campo Castello, era l’unica area dove ai mugnai era consentita la vendita della farina, in quanto più facilmente controllabile dalle autorità.
Nel 1688 il Podestà di Treviso Pietro Zenobio introdusse una tassa indiscriminata sulle persone. Il pistore mestrino Pietro Cucco, non in grado di pagare i 20 ducati richiesti, fu costretto a dichiarare fallimento nel 1692 e chiuse il forno. Inviò però una supplica al “Serenissimo Principe”: il nuovo Podestà Iseppo Pasqualigo, riconoscendone le ragioni, ridusse la tassa da 20 a 5 ducati.
«Non fu mai volontà della Pubblica Sapienza che li sudditi venissero aggravati di maggior peso di quello che le loro povere fortune potessero ricevere …»
Podestà Iseppo Pasqualigo, 1692: da Zabeo, Ponti, mulini e pistori di Mestre
Il tramonto dei mulini e l’escavazione del 1777
Nel luglio del 1777 la Serenissima decise di procedere all’escavazione del Marzenego dal confine di Noale fino al ponte della dogana (l’attuale ponte delle Erbe). I merigoni, i capi villaggio, erano tenuti a reclutare la manodopera gratuita per le porzioni di loro competenza, mentre ai mugnai spettava l’escavazione per una lunghezza di 50 pertiche trevigiane a monte e a valle del proprio mulino. Contestualmente fu vietata la costruzione di nuovi mulini lungo il fiume.
Nello stesso anno un anonimo imprenditore chiese l’autorizzazione per realizzare un mulino del tutto diverso: le sue sei ruote non sarebbero state mosse dall’acqua corrente, bensì da animali che camminavano in circolo. Pietro Aprile, suo legale, si presentò al Magistrato alle Biave chiedendo di costruirlo nella Terra di Mestre, tra i due ponti “nominati uno della Campana e l’altro di Campo Castello”. Il Magistrato osservò che lungo il Canal Salso si sarebbe favorita la vendita di farina di contrabbando. L’autorizzazione fu negata.
La memoria dei mulini rimase impressa nella toponomastica: nell’attuale via Caneve, all’incrocio con via Slongo, la pavimentazione in porfido reca ancora un disegno in mattoni che ricorda la presenza dei resti sottostanti del ponte variamente chiamato nei secoli di Campocastello, Longo e dei Molini.
Cronologia essenziale
Il mulino ad acqua lungo il Marzenego era ormai in declino. La macchina a vapore, nel corso dell’Ottocento, rese obsoleti i mulini idraulici. Ma la loro storia non è solo una storia di tecnologia e di tasse: è la storia di un territorio che cercava di domare le acque senza perderle, di una città che si nutriva letteralmente del grano macinato lungo il fiume, di una classe di artigiani specializzati che occupavano una posizione ambigua e potente nella società locale.
Galleria immagini
Bibliografia e fonti
- Alessandra Sambo, Per una storia del mulino. I mulini del Marzenego, in «Nuova rivista storica» LXVII (1983), pp. 555–578
- Stefano Zabeo (Associazione Valdemare), Ponti, mulini e pistori di Mestre, Mestre 2014
- Giorgio Zoccoletto, La podesteria di Mestre nei sedici mesi di Girolamo Barozzi, Centro Studi Storici di Mestre
- Giorgio Zoccoletto, Mestre nel tardo Seicento, Centro Studi Storici di Mestre
- AA.VV., Il Marzenego, Stabilimento Grafico Tonolo: Mirano
- Archivio di Stato di Venezia, Savi ed Esecutori alle Acque (S.E.A.), filze 101, 102, 108
- A.S.V., Ospedali e luoghi più diversi, bb. 109, 119, 120, 121, 209