Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana di Mestre
Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana di Mestre
Storia della fortezza sorta nel cuore di Mestre
Un chilometro di mura nel centro di Mestre
«...il castello di Mestre vecchio e nuovo, con tutte le bastie e fortezze pertinenti...»
Richiesta di Francesco da Carrara nelle trattative di pace, 1381
Quando nel 1381 Francesco da Carrara chiede a Venezia la cessione del castello di Mestre, ne specifica due. Il primo, vecchio, è il Castelvecchio di origine trevisana, che sorge più a ovest lungo il Marzenego, nell’area dell’ex Ospedale Umberto I, destinato alla demolizione entro la metà del Quattrocento. Il secondo, nuovo, occupa l’area oggi delimitata da via Palazzo, via Caneve e dal tratto di via Torre Belfredo che sale fino alla torre stessa, con il fronte nord segnato da via Spalti e quello sud dal fortilizio fra la Torre dell’Orologio e la Torre da Ca’ de Musto, verso il borgo di San Lorenzo: fortificato dalla Repubblica dopo la conquista della città nel 1337, resta per quasi quattro secoli il cuore del potere veneziano a Mestre.
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Il 29 settembre 1337: la resa e il nuovo inizio
Alla conquista veneziana del Castelvecchio, il 29 settembre 1337, segue la definizione amministrativa del territorio mestrino, di cui si dà conto nell’articolo dedicato. Il trattato giurato in San Marco il 21 gennaio 1339, che assegnò l’intera Marca trevigiana alla Serenissima, descrive con le parole «desolazione e rovina» l’eredità di Mastino e Alberto della Scala; pochi giorni dopo, il 26 gennaio, il Maggior Consiglio nominava primo podestà di Treviso, in carica dall’11 febbraio, un uomo destinato a diventare tristemente famoso: Marin Faliero.
Dopo la conquista Venezia cominciò a fortificare l'area attorno alla torre dei Collalto, fra le attuali via Palazzo, via Caneve e via Torre Belfredo, accanto al borgo di San Lorenzo; la torre sarà poi la Torre dell’Orologio; non sappiamo se lì esistesse già un nucleo fortificato più antico. Secondo Giovanni Netto, nel 1361 Venezia ordinava già uno steccato o terrapieno per Mestre; secondo Wladimiro Dorigo, nel 1371 il Senato stanziò un fondo «ad murandum burgum de Mestre», per sostituire le difese con un muro di pietra. I lavori però andarono a rilento, e nel 1378, come si racconta più avanti, la terra era ancora difesa da un palancato. Con ogni probabilità era quest'area fortificata il castello «nuovo» che Francesco da Carrara chiese a Venezia insieme al vecchio nelle trattative di pace di Cittadella, il 12 febbraio 1381 secondo Daniele di Chinazzo; Barcella colloca la richiesta nel 1380. Dorigo usa invece il nome castrum novum per la fortilizia di pietra costruita fra il 1382 e il 1384 accanto alla torre, e ritiene che il nome sia passato a tutto il borgo murato solo dal 1408.
Le torri e la comunità ebraica
Sul numero delle torri le fonti non concordano fra loro: Bergamo e il Barcella ne contano dieci, mentre la lapide apposta alla Torre dell’Orologio nel 1966 ne indica undici, fra torri e torresini. Secondo gli studi raccolti in Mestre Archeologica, atti del convegno tenutosi al Centro Culturale Candiani il 12 maggio 2005 e pubblicati nel 2006 a cura di Cristina Colautti e Valeria Ardizzon, che considerano anche le torrette minori, la stima sale a diciassette. Tre porte-torre segnavano il perimetro, come racconta già nel 1483 il viaggiatore Marin Sanudo. A sud, verso il borgo di San Lorenzo, si apriva la porta che dal 1603 fu chiamata Porta della Loza, per la vicina loggetta medievale, posta tra il fortilizio e la Torre dell’Orologio. La torre, che la tradizione attribuisce al 1108 e alla famiglia Collalto per il controllo delle merci sul Marzenego, è per Wladimiro Dorigo più antica di quanto la vulgata racconti: un atto imperiale del 1095 e uno vescovile del 1099 suggeriscono che il castrum vetus, e con esso la torre stessa, esistessero già nell'XI secolo. Fu rafforzata nel 1382 con un fortilizio a quattro mura e due porte, una verso il borgo di San Lorenzo e una verso l’interno, dopo le prove della guerra di Chioggia; l’orologio pubblico vi fu installato dal 1573.
A ovest, verso il Terraglio, si apriva la porta grande sulla via che porta ancora il nome della Torre Belfredo, detta anche «Tore granda»: qui Treviso esigeva la muda, il dazio sulle merci dirette a Venezia e ai mercati mestrini. Il Fapanni ne fissava la costruzione attorno all’anno 1000, per una M incisa sulla porta verso il Terraglio. Sopravvissuta per quasi novecento anni, fu demolita nel 1876 per poche migliaia di lire nonostante le resistenze del sindaco Napoleone Ticozzi e di 143 cittadini. A est, verso via Caneve, la terza porta era detta nel Trecento «porta va in champo de Castelo», e dal 1603 Porta di Molini per la vicinanza ai mulini sul Marzenego: vi si accedeva tramite il Pontelongo, che guardava verso il Borgo di Marghera, il ponte in mattoni, pietra e pali lignei che superava il fossato, di cui restano ancora solide fondazioni in blocchi squadrati di pietra d’Istria fra Via Caneve e Via Slongo.
La Torre Moza, detta anche Rocha, che si trova in Via Spalti, è, insieme alla Torre dell’Orologio, l’unica struttura del Castello Nuovo giunta fino a oggi. Si tratta di una torre angolare poligonale con base in pietra d’Istria e cornice arrotondata, oggi incorporata in un edificio civile, il cui nome, attestato nei contratti d'affitto delle Rason Vechie fra il 1490 e il 1497, discende da una delibera del Senato del 1401: il bastione, allora ancora da completare, vi è definito «turris magna de lapidibus fienda», una grande torre da costruire in pietra, con l'ordine di realizzarla insieme a duecento passi di muro ancora mancanti entro quattro anni. Una tradizione raccolta da Barcella nel 1839 la vorrebbe invece assai più antica, identificandola con uno dei tre «gironi» fatti erigere da Ezzelino da Romano nel Duecento: un’origine che i documenti d’archivio non confermano, ma che potrebbe riflettere una fortificazione preesistente sullo stesso sedime, poi ricostruita in pietra dalla Repubblica nel 1401. All’angolo nordorientale del circuito, verso Carpenedo, sorgeva la torre Vituria, dal cognome della famiglia Vitturi, quadrangolare secondo un disegno del 1586: lo stesso Barcella la descrive come «di grande ampiezza detta del Miglio». Presso l’ingresso del porto, a sud del canale che dal Marzenego entrava nel borgo murato, sorgeva la torre detta da Ca’ de Musto, incastrata fra il muro e l’ansa del canale, con la quale formava un corpo unico la fortilizia di San Lorenzo. La cinta muraria, fra riprese e sospensioni, fu completata non prima del 1405.
Tra le torri minori si segnala la Torre delle Zigogne, rimasta a lungo di difficile localizzazione e poi inglobata nella villa Tirabosco di Scamozzi nel Seicento. Un torresino a pianta trilatera è inoltre emerso nel Parco Ponci, con fondazioni su tavolato ligneo ad assi incrociate, tecnica tipica dei terreni umidi e paludosi. Il rischio che quella tecnica cercava di scongiurare è raccontato da un testimone d’eccezione, Leon Battista Alberti, che di una delle torri del Castello scrisse: «Io ho visto una Torre presso a Mestri, Castello de Venetiani, la quale dopo qualche anno che ella fu fatta, forato per il suo peso il terreno, sopra del quale posta, sottile et debole (come dimostrò il fatto) si sotterrò insino quasi alla merlatura». Oggi possiamo ammirare anche un altro torresino, nel parchetto di Via Torre Belfredo, le cui mura sono la sezione più ampia di quelle rimaste in piedi. In Viale Garibaldi gli scavi hanno identificato l’antico fossato del castello, riutilizzato in epoca ottocentesca per una condotta fognaria in mattoni.
Delle indagini archeologiche colpisce soprattutto quanto raccontano sulla fortilicia realmente costruita, un barbacano (cioè un’opera difensiva avanzata a protezione di un ingresso, spesso dotata di proprio fossato e proprio ponte levatoio), quella addossata alla Torre dell’Orologio verso il borgo di San Lorenzo. Aveva una pianta a trapezio scaleno definita da quattro muri: tre di essi, lunghi rispettivamente circa 9,57, 24,36 e 25,23 metri e spessi un metro e venti, correvano fino al muro merlato già esistente che congiungeva la torre dei Collalto; un quinto muro, di circa 16,5 metri, separava la fortilicia vera e propria dalla strada comune che la fiancheggiava. Per costruirla si demolì la domus comitum, l’antica casa dei Collalto che sorgeva su quell’area, recuperandone in loco i mattoni e integrandoli con pietre marmoree portate dalla chiesa e dal campanile di San Lorenzo, anch’essi in demolizione in quegli stessi anni. Delle due fortilizie previste dalle delibere del 1381 e del 1382, una per ciascuna porta principale, ne fu realizzata solo una: alla porta Terralii, verso il Terraglio, ci si limitò a interventi minori su un ponte levatoio già esistente. Il circuito avrebbe dovuto contare due barbacani muniti di ponte levatoio, ma il documento del 1384 ne descrive con precisione uno solo, quello meridionale verso San Lorenzo, che offre ancora oggi i resti fondazionali più consistenti.
Nell’area tra la Torre delle Zigogne e Calle de Mezo, corrispondente circa all’odierna via Daniele Manin, si concentrava nei secoli XIV e XV la vita della comunità ebraica mestrina, che Marin Sanudo nel 1483 descrive con «una bella sinagoga», mentre nell’edificio di fronte, tra il 1465 e il 1479, aveva sede la Scuola di San Marco. La sinagoga, rovinata nel 1509 quando l’esercito veneziano si accampò a Mestre e poi bruciata dai nemici durante la guerra di Cambrai, non fu più ricostruita, e la comunità lasciò la città con l’istituzione del Ghetto di Venezia nel 1516.
La guerra di Chioggia: dal palancato alle mura di pietra
Tra il 1378 e il 1381 il Castello di Mestre è al centro della guerra di Chioggia, lo scontro mortale tra Venezia e Genova che vede il Carrarese schierarsi con i genovesi. La fonte più ricca di questo periodo è la cronaca della guerra fra veneziani e genovesi scritta da Daniele di Chinazzo, nato a Motta di Livenza, speziale con bottega a Treviso, che allo scoppio della guerra si trasferì a Venezia: un racconto nato dalla visione diretta dei fatti. Il testo era già stato pubblicato da Ludovico Antonio Muratori, ma l’edizione migliore è quella curata da Vittorio Lazzarini nel 1958 per la Deputazione di Storia Patria per le Venezie, fondata su un codice copiato a Treviso nel 1439 e conservato alla Biblioteca universitaria di Copenaghen.
Nel luglio del 1378 Giovanni degli Obizzi, capitano di Francesco da Carrara, pose il campo davanti a Mestre con circa sedicimila uomini, isolando la terra con un ponte fortificato sul canale verso Marghera e bombardando a lungo le difese dal campanile di San Lorenzo, trasformato in torre d'assedio. Mestre era allora protetta soltanto da un palancato, una palizzata di legno vulnerabile al fuoco e alle bombarde: la caduta sembrò imminente, finché cinquecento fanti veneziani, guidati da Nicolò da Galiano e dal Becco da Pisa, non si infiltrarono attraverso canneti e paludi fino alle mura. L'assalto padovano fallì, con centinaia di morti e le febbri del mal aere ad aggravare le perdite dell'esercito assediante; Giovanni degli Obizzi fu licenziato dal generalato.
Quell'assedio, quasi risolto in disastro, spinse i veneziani ad accelerare un lavoro già deciso da anni ma rimasto fermo: secondo Chinazzo, ritirati i padovani, decisero di «farlo più forte e levarlo de muro d’intorno dove iera el palanchato». Il palancato fu così progressivamente sostituito da una cinta muraria in pietra, pensata per resistere all'artiglieria e agli assedi prolungati: è l'origine della stessa cinta di cui restano oggi i resti nel giardino pubblico e nel bastione poligonale di via Spalti.
Negli anni successivi la guerra proseguì per logoramento, fra razzie, scorte intercettate e una crisi finanziaria che nel febbraio 1381 spinse oltre mille mercenari ad abbandonare il campo per il mancato pagamento delle paghe. Nei capitoli di pace pubblicati il 1° settembre 1381, la richiesta di Francesco da Carrara, quella citata in apertura, fu respinta: Mestre restò veneziana, e la prova appena superata convinse la Repubblica a non separarsene mai.
Le mura in affitto (1490-1497)
Alla fine del Quattrocento Venezia si sentiva ormai sicura in terraferma: mancavano pochi anni ad Agnadello e al sacco di Mestre del 1513. Lo Stato cercava di ricavare denaro da ogni bene pubblico, e anche il castello finì in affitto. Fra il 1490 e il 1497 l'ufficio delle Rason Vechie affittò a privati torri, fossati, spalti e perfino i volti delle mura. Permise di aprire porte e finestre e di trasformare le torri in abitazioni, e in qualche caso rimborsò le spese come migliorie.
Alcuni contratti mostrano come andavano le cose. Nel 1490 un affittuario, che era «maser de l'Ofizio», cioè un funzionario delle stesse Rason Vechie, chiese di spendere 50 ducati per sistemare un torresino, «far muri atorno et far un soler et de chovrir de copi tanto che si posa abitar dentro». Ottenne anche di «eser fato chredador», cioè di essere rimborsato. Nel 1494 i volti del muro furono dati a «mistro Zorzi marangon de Mestre», un falegname, «chomenzando da la tore Vituria fina al torexin che apreso la porta de Mestre che va in champo de chastelo»: circa 32 metri di mura, sette volti e otto pilastri. Nel 1497 un'altra concessione andò a «ser Alvixe de Zuane scrivan di Governatori».
Secondo Wladimiro Dorigo, fra il guadagno dello Stato e i favori a chi lavorava negli uffici, il castello nuovo si dissolse lentamente nell'uso privato. Proprio grazie a quei contratti, però, oggi conosciamo i nomi e la posizione di molte torri, come la Torre delle Zigogne e la Torre Vituria.
La guerra di Cambrai e il sacco del 1513
Agli inizi del Cinquecento il castello è ancora il presidio principale del dominio veneziano in terraferma. Dopo la sconfitta della Ghiara d’Adda, il 14 maggio 1509, l’esercito veneziano vi ripiega e per un mese il borgo diventa un accampamento: i provveditori Cristoforo Moro e Andrea Gritti fanno costruire due bastioni verso la porta del Terraglio. Il 30 settembre 1513 l’esercito spagnolo e imperiale del viceré Raimondo di Cardona prende la rocca, uccide quanti vi si trovano e fa prigioniero il castellano Marin Michiel; il 2 ottobre, ripartendo, incendia il borgo. Le mura restarono comunque in piedi: la demolizione vera e propria, per obsolescenza militare più che per l’assedio, avverrà solo nel Settecento.
Un piccolo borgo murato
Pochi decenni prima del sacco del 1513, nel 1483, il giovane Marin Sanudo attraversò Mestre durante il suo viaggio d’ispezione nei domini veneziani e la descrisse così: «Mestre è un castelo mia diece luntan di Veniexia; è murato con mura alte; à tre porte». Le porte erano quella verso Venezia, la Trevisana accanto alla rocca e quella del Campo di Castello. Sanudo annotò anche il mercato del venerdì, la fiera di San Michele, le due logge, una nel borgo e una sotto il palazzo del Podestà, e un castellano pagato dieci lire al mese per custodire la torre sopra una delle porte.
Nel primo Cinquecento, secondo Piero Bergamo, Mestre contava circa duemila abitanti, fra artigiani, barcaioli, piccoli commercianti e agricoltori. Una parte viveva entro il perimetro del Castello, un’altra fuori, nel borgo di San Lorenzo, l’attuale piazza Ferretto. Il perimetro del Castello misurava un chilometro di mura solide, con fossati alimentati da una derivazione del Marzenego; dentro le mura sorgevano il Palazzo pubblico, sede del Podestà e Capitano, la Provvederia con i suoi tre Provveditori, le prigioni, la cancelleria. Il Consiglio Civico di trenta membri si riuniva due volte l’anno per nominare i capi e i deputati dei colmelli del distretto: una città dentro la città, retta da un podestà nominato ogni sedici mesi, assistito da funzionari e da un reparto di polizia comandato dal Cavalier di Corte.
Dentro le mura del castello sorgeva la chiesa di San Girolamo, fondata secondo la vulgata nel 1261 e affidata ai frati Serviti, consacrata il 12 febbraio 1349, danneggiata nel sacco del 1513 e ricostruita nel 1520: conserva un crocifisso in cedro di tradizione miracolosa e affreschi quattrocenteschi attribuiti alla scuola di Alvise Vivarini. Proprio accanto, in una casa concessa dai Serviti nel 1609, si trasferì l’anno seguente la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la confraternita laica dei barcaioli che collegavano Mestre a Venezia lungo il Canal Salso: in precedenza aveva sede nel borgo di San Lorenzo, e ancora prima, dal 1462, presso la chiesa di San Giobbe con il nome di Scuola di Sant’Andrea.
Lo stesso edificio che oggi ospita il Municipio fu sotto la Serenissima il Palazzo Pretorio, sede del podestà e capitano. Maria Grazia Morandi ne documenta il lento declino settecentesco, fra perizie e restauri mai del tutto completati: ancora nel 1788, alla vigilia della caduta della Repubblica, il palazzo risultava in stato di «deiezione». Restava sulla carta proprietà della famiglia Collalto, da cui il nome Ca’ Collalto, un titolo mai formalmente rinunciato dal 994; fu ristrutturato dopo l’Unità d’Italia dall’ingegner Balduin e riconsegnato nel 1871 come sede comunale. Accanto, la Provvederia, palazzo del XV secolo sede del Consiglio Civico, restaurata nel 1925, ospita oggi mostre e matrimoni civili.
Le perizie del Settecento
La vicenda dei restauri del Palazzo Pretorio rimbalza per oltre quindici anni da una magistratura all’altra, sotto cinque diverse reggenze podestarili. Nel dicembre 1773 il podestà Nicolò Barbaro chiede il rimborso di 565 lire venete per riparazioni urgenti a vetri, scuri, porte e tetto; nel dicembre 1774 quattro detenuti evadono dalle porte rotte delle prigioni, il cui restauro è stimato in 1034 lire. Nel 1776, con il podestà Agostino Pizzamano, prigioni, cancelleria e alloggio sono ormai in stato di abbandono, tanto che il rappresentante deve prendere in affitto una casa. Si succedono allora le perizie del tenente ingegnere Pietro Turini, che dal 10 aprile 1779 valuta l’intero corpo del palazzo pubblico in 7897 lire venete, 6499 per il palazzo e 1398 per le prigioni, e quella del capitano ingegnere Roberto Zuccareda dell’11 maggio 1782, convalidata dal proto Giacomo Patron, che descrive minutamente portico, loggia, cancelleria, tribunale e prigioni. Non sappiamo se i lavori siano stati portati a termine prima della caduta della Repubblica nel 1797.
Fra Cinque e Seicento anche le mura del castello, ormai prive di funzione difensiva, furono in parte inglobate in una villa rinascimentale progettata da Vincenzo Scamozzi per la famiglia Tirabosco: la sua storia, e quella della Torre delle Zigogne che vi fu incorporata, è raccontata per esteso nell’articolo dedicato.
Il lento declino delle mura
Con la fine della funzione militare, il Castello Nuovo si dissolse gradualmente, prima ceduto a privati che ne allargarono le funzioni, poi smantellato pezzo per pezzo. Già fra il 1490 e il 1497 i magistrati delle Rason Vechie affittavano torri, fossati, spalti e tratti di muro, autorizzandone anche la trasformazione in abitazioni. Nel 1600 Vincenzo Scamozzi incorporò un intero tratto di mura nel perimetro della villa Tirabosco, trasformando la Torre delle Zigogne in elemento scenografico. La demolizione vera e propria, per obsolescenza militare più che per le conseguenze dirette degli assedi, arrivò nel Settecento: sopravvissero la Torre dell’Orologio, la Torre Belfredo e la Torre Moza.
Nel 1852 il Fapanni censì ciò che restava del castello. Erano ancora riconoscibili un bastione, la Torre Belfredo, la Torre dell’Orologio, «in buona parte esistente», e una serie di torri minori ormai trasformate in abitazioni o in uffici, di cui una rimaneva soltanto alla base.
La Belfredo cadde per ultima, nel 1876, per mano della proprietaria privata Teresa Gatto, vedova Artico, che preferì demolirla piuttosto che cederla al Comune a un prezzo accettabile: il 19 agosto di quell’anno il sindaco Napoleone Ticozzi tentò un ultimo appello al prefetto Moretti, che si dichiarò impossibilitato ad agire su un bene privato. Dei mattoni e del terreno liberato la vedova Artico vendette quanto poté.
Altre tracce sparirono poco dopo. Nel cortile dello stallo della Cuccagna, davanti ai portici di San Rocco, sopravviveva un moncone di torre, ridotto all’altezza delle case vicine e fondato su rozzi macigni, sotto cui scorreva ancora un rivolo d’acqua: dopo il 1883 fu abbattuto e al suo posto si eresse un muro nuovo. Lo stesso Fapanni ricorda un tratto di mura nel giardino della Cassa di Risparmio, fra via San Rocco e via Manin, lungo circa 9 metri, alto 5 e spesso 2. Oggi non ne resta nulla.
Di un circuito che correva per un chilometro intorno al centro di Mestre restano oggi solo due torri, e pochi tratti di muro inglobati in giardini e cortili privati.
Tracce dal sottosuolo
Il sottosuolo ha continuato a restituire tracce del Castello ben oltre la sua scomparsa. Già nel 1856, scavando in borgo delle Caneve, si trovarono le fondamenta di una delle torri: grossi macigni posati su uno strato di «toloni», cioè tavoloni di legno. È la conferma materiale della fondazione su tavolato ligneo descritta più sopra, con cui i costruttori cercavano di evitare che le torri sprofondassero nel terreno paludoso, come quella vista da Leon Battista Alberti. Tra il 1902 e il 1903, demolendo la villa che nel 1740 era passata alla famiglia Giustinian (la stessa villa Tirabosco progettata da Scamozzi) per far posto alla scuola De Amicis, riaffiorarono intatte le fondazioni medievali: l’ingegnere comunale Eugenio Mogno annotò che «c’era una circostanza particolare che rende[va] il sottosuolo pregevole ed è che ivi trovansi le fondazioni dell’antica mura di Mestre», e i costruttori le riutilizzarono come base del nuovo edificio. Il volume Mestre Archeologica (2006) ha raccolto i risultati degli interventi di archeologia d’emergenza condotti dal 1992. Nel 2009 gli scavi per la Torre Magellano, in via Pio X, hanno riportato alla luce fondazioni che solo nel 2026, con la sovrapposizione della pianta del 1778 al catasto napoleonico del 1809, sono state riferite alla cinta della villa scamozziana; nel 2018, nello stesso cantiere, è riemersa una testa lapidea barbuta, oggi esposta nella Torre dell’Orologio. Da ultimo, nell’agosto 2026, uno scavo per la sostituzione della rete del gas ha portato alla luce, sempre in via San Pio X, un pozzo-cisterna in muratura del Quattrocento, integro compresa la copertura. Accanto sono emersi tratti di murature più antiche, una grande fossa di spoliazione compatibile con le mura del Castello Nuovo, materiali riutilizzati per il palazzo Tirabosco e alcuni lacerti murari attribuibili a Scamozzi. Su indicazione della Soprintendenza il pozzo è stato conservato integralmente e la nuova condotta spostata a distanza di sicurezza: il sottosuolo, quasi settecento anni dopo, continua a restituire pezzi di quella storia.
Mappe antiche
Galleria immagini
La ricostruzione dell’Istituto Berna (Prof. Papaccio)
Bibliografia e fonti
- Piero Bergamo, «Il Castello di Mestre ai tempi della guerra della Lega di Cambrai», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13
- Luigi Brunello, «Il Castello di Mestre al tempo della guerra di Chioggia», ibid.
- Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», ibid.
- Maria Grazia Morandi, «I lavori di restauro del Palazzo Pretorio del Castello di Mestre dal 1773 al 1789», ibid., Quaderno n. 13. ASV, «Senato Terra», doc. G/F 32; doc. F 130/18/20
- Wladimiro Dorigo, Mestre medioevale, in «Venezia Arti», Bollettino del Dipartimento di storia e critica delle arti dell'Università di Venezia, n. 5, 1991, pp. 9-28
- Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre dalla sua origine all'anno 1832 e del suo territorio, Venezia, 1839
- Daniele di Chinazzo, Cronica de la guerra da Veniciani a Zenovesi, a cura di V. Lazzarini, Deputazione di Storia Patria per le Venezie, 1958
- Daniele di Chinazzo, Cronaca della guerra di Chioggia, edizione di L. A. Muratori, Milano, Daelli, 1864, pp. 29-30 e 145-149 (copia digitale)
- Benjamin G. Kohl, Chinazzo, Daniele, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 24, 1980
- Luigi Brunello, «Mestre ai tempi della guerra della Lega di Cambrai», in Quaderno di studi e notizie n. 3-4, Centro Studi Storici di Mestre, 1964, pp. 42-47
- Luigi Brunello, «Fatti di Mestre del 1513», in Quaderno di studi e notizie n. 5-6, Centro Studi Storici di Mestre, 1965, pp. 3-8
- Marin Sanudo, I Diarii, vol. VIII, Venezia 1882 (copia digitale) e vol. XVII, Venezia 1886 (copia digitale)
- Marin Sanudo, Itinerario per la Terraferma veneziana nell’anno 1483, a cura di Rawdon Brown, Padova 1847
- Cristina Colautti, Valeria Ardizzon (a cura di), Mestre Archeologica. Tracce di identità dal sottosuolo, Atti del Convegno, Centro Culturale Candiani, 12 maggio 2005, Publistampa, Trento, 2006
- Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni
- Francesco Scipione Fapanni, Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre
- Leon Battista Alberti, Della architettura, della pittura, e della statua, trad. Cosimo Bartoli, ed. 1782, riportato in F. S. Fapanni, Il 24°
- Collezione Fulvio Busetto, mappa del 21 maggio 1727
- Comune di Venezia, «Mestre, conclusi i rilievi archeologici in via San Pio X», 19 agosto 2026