Personaggi mestrini 19 Ottobre 2026

Sergio Gori e gli anni di piombo a Mestre

Sergio Gori e gli anni di piombo a Mestre Tre vittime delle Brigate Rosse tra Mestre e Marghera La colonna veneta Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta anche Mestre conobbe la stagione più buia della Repubblica. Le Brigate Rosse avevano costruito la loro colonna veneta a partire dal 1973-1974, grazie ai contatti con alcuni operai della Breda e del Petrolchimico di Porto Marghera. Il 17 giugno 1974 a Padova, nella sede del Movimento Sociale di via Zabarella, avevano commesso il loro primo omicidio, uccidendo Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola. Il 7 aprile 1979, sempre a Padova, l’inchiesta del sostituto procuratore Pietro Calogero aveva portato all’arresto dei dirigenti di Autonomia Operaia. Il Petrolchimico, con le tensioni sindacali di quegli anni, divenne uno dei bersagli principali. Tre uomini pagarono con la vita: un dirigente, un commissario di polizia e un direttore. Sergio Gori, 29 gennaio 1980 Sergio Gori era nato a Bengasi, si era laureato in chimica e dal 1974 viveva nel Veneto, dove era diventato vicedirettore dello stabilimento Montedison di Marghera. La mattina del 29 gennaio 1980, alle 7.30, sotto la pioggia, uscì come ogni giorno dalla sua casa in viale Garibaldi, a Mestre. Sotto il portone fu raggiunto da sei colpi di pistola calibro 7,65 con silenziatore. La rivendicazione arrivò confusa: prima una telefonata al Gazzettino, poi un volantino firmato “Nuovi Partigiani” comparso a Savona e in serata un’altra telefonata anonima che attribuiva il delitto alle Brigate Rosse, come poi confermarono i processi. Tra i condannati per l’omicidio c’è Michele Galati, esponente della colonna veneta, che in seguito divenne collaboratore di giustizia. Quello di Gori fu, secondo le ricostruzioni storiche, l’ultimo delitto delle BR legato alle lotte nelle grandi fabbriche. Il suo direttore, Giuseppe Taliercio, era convinto che i terroristi avessero colpito il suo vice solo perché più facile da raggiungere. Alfredo Albanese, 12 maggio 1980 A indagare sull’omicidio Gori fu il commissario Alfredo Albanese, capo della sezione Antiterrorismo della Digos di Venezia. Nato a Trani il 9 gennaio 1947, era entrato in Polizia nel 1975 alla Questura di Venezia e nel 1977 aveva diretto il 3° Distretto di Mestre. Una fotografia molto nota lo ritrae in piedi davanti al corpo di Gori, in viale Garibaldi. Meno di quattro mesi dopo toccò a lui. Il 12 maggio 1980 fu colpito vicino a casa, in via Comelico, e morì in ambulanza durante la corsa verso l’ospedale Umberto I. La moglie Teresa aspettava il loro primo figlio. Nel processo davanti alla Corte d’Assise di Venezia furono condannati, tra gli altri, Marco Fasoli, Nadia Ponti e Vincenzo Guagliardo, oltre a Mario Moretti. Ad Albanese è stata conferita la medaglia d’oro al valor civile alla memoria. Poche settimane prima, il 28 marzo 1980, nell’irruzione dei carabinieri in via Fracchia a Genova era morta la brigatista Annamaria Ludmann: da quel momento la colonna veneta prese il suo nome. Giuseppe Taliercio, 1981 Il terzo nome è quello di Giuseppe Taliercio, nato a Carrara l’8 agosto 1927, ingegnere, entrato al Petrolchimico nel 1952 e diventato direttore dello stabilimento. Il 20 maggio 1981, verso le 13, quattro brigatisti, uno dei quali travestito da finanziere, entrarono nella sua casa di via Milano, a due passi da Corso del Popolo, e lo portarono via chiuso in un baule. Fu tenuto prigioniero per 46 giorni in un casolare a Tarcento, in provincia di Udine. Il 5 luglio 1981 fu ucciso da Antonio Savasta e il suo corpo fu ritrovato nella notte del 6 luglio nel bagagliaio di un’auto vicino a un cancello del Petrolchimico, all’incrocio tra via Pasini e via Bottenigo, dove oggi un cippo lo ricorda. Ai funerali, a Marina di Carrara, partecipò il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Nel 1982 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor civile. La fine della colonna Nell’ottobre 1981 la colonna veneta si divise. Il 17 dicembre di quell’anno le BR rapirono a Verona il generale americano James Lee Dozier, liberato dai NOCS a Padova il 28 gennaio 1982. Tra gli arrestati c’era Savasta, che fu anche il capo della colonna veneta: le sue confessioni permisero di scoprire tre covi in Veneto e uno in Friuli e di smantellare definitivamente la colonna. I luoghi della memoria Mestre non ha dimenticato. Sul luogo dell’agguato a Sergio Gori, in viale Garibaldi, un cippo inaugurato nel 1999 ricorda il suo sacrificio e ogni 29 gennaio il Comune vi tiene una cerimonia. A Gori sono dedicate la via che porta al Parco Alfredo Albanese e una scuola dell’infanzia a Zelarino. Ad Alfredo Albanese è intitolato il grande parco della Bissuola; una lapide a terra all’incrocio tra via Comelico e via Rielta segna il luogo dell’agguato e ogni 12 maggio vi si svolge una commemorazione. Il nome di Giuseppe Taliercio è legato al Palasport di Mestre, nella zona del vecchio porto di Cavergnago, e al cippo di Marghera. Ai due dirigenti del Petrolchimico, Gori e Taliercio, fu dedicata anche la palazzina del centro studi Montedison in fondo a via dell’Elettricità, oggi abbandonata. Questa pagina è dedicata a Sergio Gori, Alfredo Albanese e Giuseppe Taliercio, e a tutte le vittime del terrorismo. Galleria immagini Porto Marghera al tramonto La zona industriale di Porto Marghera, oggi Il Parco Alfredo Albanese alla Bissuola Il commissario Alfredo Albanese Il Palasport Giuseppe Taliercio a Mestre La lapide a Giuseppe Taliercio nella chiesa della Sacra Famiglia a Marina di Carrara Crediti delle immagini, tutte da Wikimedia Commons: Porto Marghera al tramonto, foto di Roberto Busatto (CC BY 2.0); la zona industriale, foto di Marc Ryckaert; il ritratto di Alfredo Albanese, caricato da Chaky90; il Palasport Taliercio, foto di Cutkiller2018 (tutte CC BY-SA 4.0); la lapide di Marina di Carrara, foto di Gregorovius (CC BY-SA 3.0). Pagine originali: 1, 2, 3, 4, 5. Bibliografia e fonti Sergio Gori, colpito per colpire Montedison, La Nuova Venezia, 20 maggio 2011. Giuseppe Taliercio e le Brigate Rosse, Il Post, 5 luglio 2021. Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, scheda di Alfredo Albanese. VeneziaToday, commemorazione di Sergio Gori, 2024; Comune di Venezia, commemorazione di Alfredo Albanese, 2022. Sky TG24, 9 marzo 2019. Wikipedia, “Brigate Rosse”; “Alfredo Albanese”; “Giuseppe Taliercio”; “Antonio Savasta”. Calogero, Pietro; Fumian, Carlo; Sartori, Michele. Terrore rosso, Laterza, 2010. Vito, Paolo. I prigionieri, Augh!, 2021. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Personaggi mestrini 18 Ottobre 2026

I Furlan e i cinema di Mestre

I Furlan e i cinema di Mestre Una famiglia, dal 1905 al Candiani Per più di un secolo il cinema a Mestre ha avuto un cognome: Furlan. Dalla prima sala aperta accanto alla piazza all’inizio del Novecento fino alla multisala del Candiani, la famiglia ha accompagnato la città in tutte le sue stagioni, arrivando nel secondo dopoguerra a gestire quasi tutti i cinema di Mestre. Questa voce racconta le persone e le sale; la storia dell’edificio di piazza si trova nell’articolo su L’Excelsior. Le origini: Vittorio, Antonio e Desiderio Il primo a muoversi fu Vittorio Furlan, veneziano, nato nel 1870. Trasferitosi a Firenze, da cameriere era diventato proprietario di una trattoria e si era arricchito facendo arrivare in Toscana il pesce dell’Adriatico. Nel 1905, con l’amico Vittorio Salomoni, fondò a Firenze una società per la distribuzione e l’esercizio cinematografico. Secondo la tradizione di famiglia, nello stesso anno aprì insieme al padre Antonio e al fratello Desiderio un cinema anche a Mestre, in un locale lungo e stretto accanto alla piazza, vicino al bar Iris. Nessun documento d’epoca però lo conferma. Di certo il cinema a Mestre non era una novità. La Gazzetta di Venezia documenta già nell’ottobre 1907 il Cinematografo Roatto, che proponeva «una rappresentazione sacra del massimo interesse» e organizzava serate di beneficenza, l’ultima delle quali nell’ottobre 1908. Nel novembre 1911 la stessa Gazzetta chiama Antonio Furlan «proprietario del Cinematografo Excelsior», e nel dicembre 1913 il proprietario era Desiderio. Vittorio intanto allargò la sua attività soprattutto in Toscana, dove arrivò ad avere una ventina di sale; più avanti tornò alla ristorazione, divenne antiquario e morì nel 1958. Giovanni e le sale fra le due guerre Nel 1921 morì Desiderio, e a guidare il cinema fu chiamato il nipote ventiquattrenne Giovanni Furlan, che si trasferì con la famiglia negli appartamenti sopra l’Excelsior. Fu lui a dare forma all’impresa. Nel 1925 rilevò anche il Teatro Toniolo, che cedette un paio d’anni dopo ad Alfredo Semprebon mantenendone però la gestione fino al 1951. Erano anni in cui le sale si moltiplicavano. Nel luglio 1926 la cronaca di Mestre elencava il Piave, l’Excelsior e il Cine Giardino Estivo. Il 23 ottobre dello stesso anno fu inaugurato il Cinema Teatro Marconi, una sala di 16 metri per 24 che poteva contenere mille persone, più duecento in loggia, con «ben cinque appartamenti» costruiti sopra. All’inizio degli anni Trenta arrivò il sonoro: nel maggio 1931 il Marconi proiettava «il capolavoro sonoro cantato “Il Gran Gabbo”». Alla fine del 1936 Giovanni si presentava ai lettori della Gazzetta come «Gestore del Teatro Toniolo, del Cinemateatro Excelsior e del cinema Marconi». Nel 1938 acquistò un terreno nel Corso Principe di Piemonte, l’attuale Corso del Popolo, con l’idea di costruirvi un cinema. Il dopoguerra e il Corso, il cinema «in mezzo alla campagna» Nel dopoguerra Giovanni, che la stampa chiama «cavaliere», era affiancato dai figli Alfredo e Giuseppe. Il Piave, danneggiato dai bombardamenti, riprese l’attività nell’agosto 1946. Dal gennaio 1950 la famiglia gestì anche il Concordia, sala parrocchiale, e il Dante del Dopolavoro ferroviario. Prima di costruire sul terreno del Corso, i Furlan presero in affitto un’area in via Mestrina per un cinema estivo all’aperto, con le sedie del Toniolo: serviva ad abituare il pubblico a una zona allora poco abitata. I lavori, affidati all’impresa Guarise, durarono dal 1947 al 1949. L’inaugurazione fu il 21 aprile 1949 con I pagliacci di Mario Costa, protagonista Gina Lollobrigida; il biglietto costava 200 lire in platea e 120 in galleria. La scelta del luogo fu molto criticata. Cuk ricorda che il commento più ripetuto era «che senso ha costruire un cinema in mezzo alla campagna?». Si rivelò invece lungimirante: il primo maggio, con Passaggio a Nord-Ovest di King Vidor, gli spettatori furono 3.500. Più avanti, con Don Camillo, l’incasso arrivò a un milione, e Giovanni con i figli stappò una bottiglia di champagne. Teatro, Mostra del Cinema e grande schermo Con il nuovo palcoscenico il Corso diventò anche un teatro di richiamo. Il 30 gennaio 1952 la compagnia Billi e Riva aprì la serie delle riviste con Alta tensione. Negli anni seguenti passarono Macario, Carlo Dapporto, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Wanda Osiris e, nel 1955, Totò con A prescindere; sul palco andarono anche opere come La Bohème, La traviata e Rigoletto. Il Corso ospitò anche le proiezioni della Mostra del Cinema di Venezia. La sera del 22 agosto 1953 Alberto Sordi entrò in sala per I vitelloni di Fellini, che al Lido non aveva avuto grande successo e a Mestre fu un trionfo. Il San Marco L’idea del San Marco fu della famiglia Furlan, nella zona della gronda lagunare dove il Comune voleva far crescere la città. L’architetto Quirino De Giorgio immaginò un palazzo a sei piani con albergo e terrazza per il cinema all’aperto, ma il piano regolatore non consentì un edificio così alto e il progetto fu ridimensionato. Il Gazzettino del 2 novembre 1963 raccontò la serata di gala dell’apertura, con gli ospiti ricevuti da Giovanni e dai figli. La sala aveva una galleria, una cabina adatta anche al 70 mm e al Cinerama e uno degli schermi più grandi della zona. Nel 1967 Il dottor Zivago restò in programmazione per 73 giorni, 48 al San Marco e 25 tra il Piave e il Marconi. La televisione e gli anni della contestazione Gli anni Cinquanta furono il momento di maggiore partecipazione, ma contenevano già i segni della crisi. La sera di Lascia o raddoppia? le presenze crollavano, e al Corso e all’Excelsior si misero dei televisori in platea e in galleria. Poi il boom economico portò la televisione in tutte le case, e il calo degli spettatori diventò netto. Il clima degli anni Settanta arrivò anche in sala. Domenica 5 dicembre 1976 al Piave, dove si proiettava Taxi Driver, una quarantina di giovani impose di vendere i biglietti a 500 lire, il prezzo «politico» dell’autoriduzione, contro le 1.300 esposte. Nel volantino contestavano che a Mestre quasi tutti i cinema fossero di un solo gestore, i Furlan. L’11 gennaio 1977, prima di un concerto di Giorgio Gaber al Corso, alcuni giovani danneggiarono vetrine e insegne della zona; il giorno dopo il Partito Comunista condannò l’episodio ed espresse solidarietà agli esercenti. Gli anni Ottanta: il circuito, il teatro, il Corsino Le presenze nelle sale mestrine del circuito erano state 937 mila nel 1975 e scesero a 574 mila nel 1981, definito un anno nero. La famiglia rispose rinnovando sale e programmi. Il 23 giugno 1981 l’Excelsior, da quindici anni solo cinema, tornò a essere teatro con La cameriera brillante di Goldoni, davanti a oltre cinquecento spettatori, nel settantesimo anniversario della sala. Nel 1986 il Corso riaprì dopo tre mesi di lavori, con l’impianto Dolby e nuove poltrone. Nel dicembre 1987 si aprì il Corsino, un centinaio di posti al primo piano del Corso, che Cuk indica come la prima multisala del Veneto. Nello stesso anno l’Agis consegnò ad Alfredo Furlan una targa per la lunga attività, e nel 1989 il Corso ricevette a Milano il Ciak d’oro destinato alle sale a cinque stelle. Nel dicembre 1989, al posto del vecchio Marconi, nacquero le due sale del Palazzo, progettate da Giovanni Caprioglio con Dario Vatta, con la hall in trachite e marmo. Nel 1992 l’Excelsior fu restaurato, diventò una multisala, e gli affreschi di Alessandro Pomi tornarono visibili. Dal 2013 a oggi Purtroppo anche le sale storiche hanno smesso di proiettare. L’Excelsior e il Corso diedero gli ultimi film la stessa sera, l’11 dicembre 2013, e il Corso continua da allora come teatro. Nello stesso mese i Furlan inauguravano la multisala del Candiani. Il complesso fu acquistato dal Comune di Venezia nel 2022, e la gestione è rimasta a IMG. Il San Marco aveva chiuso nel 2006 e il Piave nel 2013. Le sale in breve Excelsior, in piazza accanto al Ramo della Beccaria: chiuso nel 2013 Toniolo: gestito dal 1925 al 1951 Marconi: dal 1926 al 1989, poi il Palazzo Piave: attivo dal 1926, chiuso nel 2013 Concordia e Dante: dal 1950 Corso: dal 1949 San Marco: dal 1963 al 2006 Corsino: dal 1987 Candiani: dal 2013 Galleria Immagini Coda di spettatori davanti al cinema Excelsior nel 1946 (da Cuk, Una famiglia, il cinema, p. 34) Il Cinema Excelsior immagini prebelliche La facciata del cinema Excelsior nel 1934, allestita per il film Tarzan e la compagnia Il Cinema Teatro Corso, inaugurato il 21 aprile 1949 (coll. Paolo Pavan) Il Cinema Teatro Corso oggi Il Cinema San Marco e il Viale San Marco Le immagini provengono dall’articolo sull’Excelsior; la foto del Corso nel 1949 è della collezione di Paolo Pavan; la foto del Cinema San Marco è della Collezione Alessandro Bon. Bibliografia Cuk, Alessandro. Una famiglia, il cinema, Alcione Editore, in particolare pp. 7-17, 33-41, 73-82, 97-115 e 119. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Il cinema Excelsior di Mestre, CineBazar. Excelsior, stasera titoli di coda, «La Nuova Venezia», 11 dicembre 2013. Il Piave trasformato in bordello, «La Nuova Venezia», 20 settembre 2013. Cinema San Marco, scheda del Censimento delle architetture italiane dal 1945 ad oggi, Ministero della Cultura. Cinema Piave, Cinema Treasures. Il “Candiani” ora è del Comune di Venezia, La Voce di Venezia, 2022. «Pro Tripoli», corrispondenza da Mestre, in Gazzetta di Venezia, 23 novembre 1911. Corrispondenza da Mestre sulla serata dell’Excelsior per l’Albero di Natale, in Gazzetta di Venezia, 20 dicembre 1913. Auguri di Giovanni Furlan, gerente del Teatro Toniolo e del Cinema Excelsior, in Gazzetta di Venezia, 1° gennaio 1927. Corrispondenza da Mestre sul Cinematografo Roatto, in Gazzetta di Venezia, 10 ottobre 1907. Corrispondenza da Mestre sulla serata di beneficenza al Cinematografo Roatto, in Gazzetta di Venezia, 1° novembre 1908. Cronaca di Mestre, spettacoli d’oggi, in Gazzetta di Venezia, 31 luglio 1926. «L’inaugurazione del Cinematografo Marconi», in Gazzetta di Venezia, 24 ottobre 1926. «Da Mestre», spettacoli, in Gazzetta di Venezia, 31 maggio 1931. Avviso di Giovanni Furlan, in Gazzetta di Venezia, 25 dicembre 1936. Il Cinema Excelsior, l’opera Liberty dei Furlan, Discovery Mestre. Il Teatro di Mestre: il Toniolo, Discovery Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Personaggi mestrini 19 Luglio 2026

Da Mestre al mondo: Tony Tasinato, Francesco Sanavio

Tony Tasinato e Francesco Sanavio | Discovery Mestre Tony Tasinato e Francesco Sanavio Due mestrini che hanno cambiato la musica italiana Una targa in ottone al centro di Mestre C’è un portone nel centro di Mestre che porta, sulla sua facciata, una targa in ottone con sei piccole targhe sovrapposte. Sei nomi che raccontano, in sintesi, mezzo secolo di storia della musica italiana e internazionale. Dietro quei nomi ci sono due imprenditori mestrini, Tony Tasinato e Francesco Sanavio, che dalla terraferma veneziana hanno conquistato i mercati discografici di mezza Europa e si sono seduti allo stesso tavolo con i Pink Floyd, Ray Charles, i Police e James Brown. La loro storia non è mai entrata nei libri di scuola, ma ha lasciato tracce concrete nella colonna sonora del cinema americano, nelle classifiche di tutto il mondo e nei titoli di coda di film campioni d’incassi. Le sei società sulla targa Tasinato Editore Suono Records Suono Edizioni Musicali Franton Records Franton Music High Tide Le origini: la Mestrina Edizioni Musicali (1951) Tutto inizia prima ancora che Tony Tasinato mettesse piede nel mondo degli affari. È la madre a fondare nel 1951 la Mestrina Edizioni Musicali, una piccola casa editrice musicale che il giovane Antonio comincia a frequentare da ragazzino, imparando il mestiere sul campo: i meccanismi dei diritti editoriali, la distribuzione, il rapporto con gli artisti. Quella prima esperienza familiare diventa la scuola che nessuna università avrebbe potuto offrire. Nel 1965 la Mestrina cambia nome e diventa Tasinato Editore s.r.l. Con questo marchio Tony produce la colonna sonora del film Il mostro di Venezia di Dino Tavella, con il cantante Italo Janne. Ma è soprattutto in questo periodo che consolida la sua fama di talent scout: è lui a organizzare al Teatro Corso di Mestre il primo concerto di una giovanissima Nicoletta Strambelli, allora sconosciuta, che di lì a poco avrebbe cambiato nome diventando Patty Pravo, una delle voci più iconiche della musica italiana. La Suono Edizioni Musicali e la nascita delle Orme (1967) Nel 1967 Tasinato fonda la Suono Edizioni Musicali, con la quale lancia il primo storico singolo delle Orme: Fiori e colori / Lacrime di sale. Il gruppo veneziano, rifiutato dalla EMI in un casting, trova in Tasinato il suo primo sostenitore. Il singolo viene inciso anche in lingua inglese come Flowers and Colours. Nel 1969 segue l’album Ad Gloriam, primo disco su lunga durata delle Orme, che sarebbero diventate uno dei pilastri del rock progressivo italiano. La storia ha un epilogo clamoroso: la title track Ad Gloriam entra nel 2001 nella colonna sonora del film Ocean’s Eleven, il blockbuster hollywoodiano diretto da Steven Soderbergh con George Clooney e Brad Pitt. Il nome di Tasinato compare nei titoli di coda. Dal 1971 la Suono amplia ulteriormente il suo catalogo importando artisti inglesi come Rod Stewart, Mike Oldfield, Bob Marley e Peter Tosh, prima ancora che il loro successo diventasse planetario. Francesco Sanavio entra in scena: i Pink Floyd a Brescia (1971) Mentre Tasinato costruisce il suo catalogo editoriale, l’altro protagonista di questa storia muove i suoi primi passi. Francesco Sanavio, mestrino, inizia come promoter di concerti nei primissimi anni Settanta con un’ambizione chiara: portare in Italia le grandi band internazionali. Il suo battesimo del fuoco è memorabile. Il 19 giugno 1971, assieme al collega Franco Mamone, Sanavio organizza il secondo storico concerto italiano dei Pink Floyd, a Brescia, dove la band esegue Atom Heart Mother. Waters, Gilmour, Wright e Mason avevano accettato per mille sterline a serata. Il concerto, documentato da un album e da un libro di Mirko Boroni pubblicato nel 2021, rimane uno degli eventi fondativi del rock dal vivo in Italia. Sempre nel 1971 Sanavio porta per la prima volta nel nostro Paese anche Deep Purple, Jethro Tull e gli Yes. La Cramps Records e il rock italiano indipendente (1972) Alla fine del 1972 Tasinato, insieme a Gianni Sassi, Sergio Albergoni e al promoter Franco Mamone, socio di Sanavio nei concerti, dà vita a Milano alla Cramps Records, etichetta indipendente che diventa il cuore pulsante del rock alternativo e progressivo italiano. È la Cramps a lanciare gli Area, Eugenio Finardi e Alberto Camerini. Tasinato prende inoltre sotto la propria ala il Banco del Mutuo Soccorso, gruppo romano che nel 1972 scala le classifiche con il suo album d’esordio. Gli anni difficili: il festival annullato (1974) Il decennio è segnato anche dai rischi del mestiere. Nel 1974 Sanavio e David Zard organizzano il Santa Monica Rock Festival all’autodromo di Misano Adriatico: quattro giorni con Lou Reed, Humble Pie, Deep Purple, Billy Preston e Mahavishnu Orchestra. Ma un folto gruppo di militanti extraparlamentari impone l’annullamento per ordine del prefetto. Sono gli anni delle chiavi inglesi e delle P38, in cui qualcuno rivendicava che «la musica non si paga». Nonostante le turbolenze, Sanavio continua: porta in Italia i grandi della disco music (Gloria Gaynor, Donna Summer, Grace Jones, Village People) e jazzisti come Michel Petrucciani. Alla fine degli anni Settanta avvia la collaborazione stabile con Tasinato, portando in Italia i tour di Ray Charles e James Brown. La Franton Music: la rivoluzione nei diritti editoriali (1975) Il momento fondativo della partnership tra i due arriva nel 1975, con la nascita della Franton Music Srl. Il nome è un acronimo: Francesco e Tony. Dietro c’è una rivoluzione silenziosa: fino ad allora le case discografiche italiane detenevano automaticamente i diritti editoriali degli artisti che distribuivano. Tasinato e Sanavio spezzano questo meccanismo, creando la prima società italiana di edizioni musicali indipendente dalle major. La mossa si rivela geniale. I due acquistano i diritti editoriali per l’Italia di artisti internazionali prima che raggiungano la fama planetaria. Tasinato raccontava di aver acquisito i diritti dei Police quando nessuna radio italiana voleva trasmetterli: poco dopo il gruppo di Sting sarebbe diventato uno dei più celebri al mondo. «Quando acquistai i diritti dei Police, nessuno in Italia li voleva trasmettere per radio. Poi scoppiò il successo in Inghilterra…»Tony Tasinato, da un’intervista riportata da La Nuova Venezia Nel 1982–83 la Franton detiene contemporaneamente cinque singoli tra i primi cinque posti della hit parade italiana. Il catalogo arriva a comprendere, tra gli altri: The Police Ray Charles James Brown B.B. King Joe Zawinul Philip Glass Stéphane Grappelli Mike Oldfield Pat Metheny Gloria Gaynor Donna Summer Grace Jones Michel Petrucciani Le Orme Pitura Freska Sanremo: Ray Charles e i Pitura Freska Il catalogo di Tasinato non si limita alla musica internazionale. Per circa vent’anni è socio della Ossigeno di Luciano Trevisan (detto «Fricchetti»), e con lui vive il momento esaltante dei Pitura Freska al Festival di Sanremo 1997 con Papa Nero. Il gruppo veneziano di reggae in dialetto veneto, fondato nel 1987, era esploso nel 1991 con l’album Na bruta banda, che vendette oltre 200.000 copie. Nel 1990 Sanavio contribuisce alla storica edizione del Festival in cui le grandi stelle internazionali interpretano i brani in gara nella propria lingua. È lui a portare sul palco dell’Ariston Ray Charles, che duetta con Toto Cutugno su Gli amori, classificandosi al secondo posto. Le società, in sintesi Dal 1951 Mestrina Edizioni Musicali Fondata dalla madre di Tony. Prima attività editoriale della famiglia Tasinato. Dal 1965 Tasinato Editore s.r.l. Ridenominazione della Mestrina. Film, edizioni musicali, lancio di Patty Pravo. Dal 1967 Suono Edizioni Musicali Primo singolo delle Orme. Dal 1971 importa Rod Stewart, Mike Oldfield, Bob Marley. Dal 1967 Suono Records Etichetta discografica indipendente. Rock progressivo, new wave, Litfiba agli esordi. Dal 1975 Franton Music Srl Prima casa editoriale italiana indipendente dalle major. Police, Ray Charles, James Brown. Dal 1983 Franton Records Etichetta discografica del gruppo. Cinque singoli in top 5 contemporaneamente nel 1982–83. La fine di un’era Tony Tasinato muore il 20 marzo 2013, a 66 anni, all’Ospedale dell’Angelo di Mestre, dopo cinque anni di malattia. I funerali al Duomo di San Lorenzo raccolgono circa trecento persone: vi partecipano Aldo Tagliapietra e Claudio Galieti delle Orme, il socio Sanavio, Luciano Trevisan dei Pitura Freska. A settembre 2013 Mestre gli rende omaggio con un doppio Memorial: una mostra alla Cassa di Risparmio di piazzetta Matter e un concerto in via Palazzo con le Orme, i Pitura Freska e i Krisma. Almeno cinquecento persone si radunano sotto le finestre di quella stessa via dove Tasinato aveva vissuto per quarant’anni. Francesco Sanavio muore nella notte tra il 9 e il 10 luglio 2023, a 81 anni, due mesi dopo la scomparsa dell’amata moglie Mara Merlo. La rivista internazionale IQ Magazine lo commemora come uno dei grandi promoter europei. È la figlia Jennifer Sanavio a portare avanti l’eredità di famiglia con la Sanavio International Artists, lavorando con artisti come Anastacia, Brian May e Nile Rodgers per eventi privati, produzioni RAI e festival internazionali. L’eredità Tony Tasinato e Francesco Sanavio hanno dimostrato che dalla terraferma veneziana si poteva dialogare alla pari con i giganti della musica mondiale. Costruendo la prima rete italiana di diritti editoriali musicali indipendente, hanno anticipato di decenni logiche oggi comuni nell’industria dello streaming: la separazione tra chi distribuisce e chi detiene i diritti, la valorizzazione del catalogo come asset autonomo, il rapporto diretto con gli artisti prima che diventassero famosi. Quella targa in ottone su un portone mestrino non è solo un cimelio. È una mappa silenziosa di mezzo secolo in cui Mestre ha avuto un ruolo nella storia della musica contemporanea che nessun libro ha ancora raccontato per intero. Fonti e riferimenti La Nuova Venezia, Addio a Tony Tasinato, re della musica, 21 marzo 2013 La Nuova Venezia, In cielo con la sua musica. L’addio a Tony Tasinato, 23 marzo 2013 La Nuova Venezia, Memorial Tasinato concerto e mostra per il «ragazzo triste», 21 settembre 2013 Il Mattino di Padova, Il socio Sanavio: «Un pessimo carattere con tanta ironia», 21 marzo 2013 Fabio Bozzato, Tony Tasinato, tributo dalla città che non lo amava, fabiobozzato.com, settembre 2013 La Nuova Venezia, Si è spento Sanavio, il manager che dava del tu ai grandi della musica mondiale, 11 luglio 2023 Il Sole 24 Ore / Francesco Prisco, Morto Francesco Sanavio, il promoter che portò Pink Floyd e Ray Charles in Italia, 10 luglio 2023 IQ Magazine, Pioneering Italian promoter Francesco Sanavio dies, 19 luglio 2023 Giornale di Brescia, Quella volta che i Pink Floyd vennero in concerto a Brescia, 24 aprile 2021 Rockol, Pink Floyd a Brescia, 19 giugno 1971. Un libro su un concerto storico, 2 maggio 2021 Wikipedia, voce Suono Records Rockol MusicBiz, Addio a Francesco Sanavio, 10 luglio 2023 Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Personaggi mestrini 14 Gennaio 2026

Giuseppe Urbani de Gheltof: un museo a Mestre

Giuseppe Urbani De Gheltof Un artista che sognava il Museo di Mestre Biografia Giuseppe Urbani De Gheltof (Venezia, 11 dicembre 1899 – Mestre, 26 febbraio 1982), pittore, architetto e archeologo, si trasferì a Mestre nel 1912 e dedicò gran parte della vita alla pittura (con tecniche come pastello, cera e olio), alla ricerca storica-archeologica sui reperti della terraferma veneziana e soprattutto al sogno di creare un museo per Mestre. Discendente dai Gheltof (nobilitati a Venezia nel 1697 con 100.000 ducati per la Guerra di Morea) e dagli Urbani (stirpe di pittori svizzeri, tra cui Andrea Urbani), ereditò dallo zio Giuseppe Marino Spiridione (vicedirettore del Museo Correr) la passione per la ricerca archivistica e antiquaria. Carriera artistica e riconoscimenti Il percorso artistico di Urbani De Gheltof iniziò ufficialmente nel 1925 con l’esordio a Ca’ Pesaro, seguito dalla partecipazione alla XV Internazionale d’Arte nel 1926. Durante gli anni ’30 espose diverse volte alla Biennale di Venezia, consolidando una carriera che lo vide vincitore di numerosi premi, tra cui il Michetti, il Ramazzotti nel 1957 e il premio Mestre nel 1958 e 1968. Sebbene fosse attento alle avanguardie del suo tempo, la sua produzione pittorica rimase ancorata alla tradizione, prediligendo piccoli formati, scorci agresti e vedute di Mestre eseguiti a olio o pastello con un tocco vibratile. Tra le sue opere si annoverano gli affreschi del santuario della Beata Vergine delle Grazie di Bonisiolo, il grande dipinto sul soffitto della Provvederia con un’allegoria di Mestre, decorazioni per la Biblioteca Civica di Mestre e numerose commissioni per il barone Monti. Le sue esposizioni toccarono importanti centri italiani come Milano, Padova, Trieste e la Bevilacqua La Masa a Venezia. Insegnamento e impegno culturale a Mestre Urbani De Gheltof affiancò all’attività artistica una lunga dedizione all’insegnamento del disegno, ricoprendo inizialmente il ruolo che era stato di suo padre presso la Scuola d’Arte Vetraria di Murano. Successivamente, divenne docente e in seguito direttore della scuola media statale “Napoleone Ticozzi” di Mestre. Il suo profondo legame con la città si manifestò in un’assidua partecipazione alla vita culturale, che gli valse negli anni ’60 una medaglia d’argento come “Artista e cultore di storia cittadina”. La sua personalità è stata descritta dai contemporanei come quella di un uomo magro, dai tratti regolari e dallo spirito “raggiante, ilare ed eccitato”, caratterizzato da un entusiasmo talvolta invadente ma sempre guidato da un’indole candida e orgogliosa. Enrico Emanuelli (1948, XXIV Biennale) lo descrisse magro, capelli brizzolati, “raggiante, ilare, eccitato”, con entusiasmo contagioso: distribuiva biglietti da visita autocreati con disegni colorati e indicava l’opera con l’indice teso. L’attività di raccolta archeologica e il progetto museale Il 25 gennaio 1950 propose al Prosindaco la creazione della “Raccolta di memorie storiche di Mestre e terre circonvicine” (che diede vita all’”Istituto Museo per Mestre e le Terre Circonvicine”), una struttura ottocentesca concepita per documentare la storia locale dal Neolitico al 1900 attraverso pietre, libri, scritti, armi e altri oggetti. Nel 1960 la collezione superava i 7.000 pezzi, accumulati grazie a donazioni, depositi istituzionali e soprattutto ai recuperi personali del professore nei cantieri e nelle demolizioni, dove salvava reperti altrimenti destinati alla distruzione. La Raccolta di Giuseppe Urbani De Gheltof: Struttura e Contenuti La collezione fu concepita con una struttura sistematica di stampo ottocentesco per documentare la storia della terraferma dalle epoche remote fino al 1900. Le sei sezioni includevano veri pezzi di prestigio per la storia di Mestre: Pietre: sezione dominante con il pilo romano porta bandiera (scuola De Amicis), il leone alato trecentesco della Torre Belfredo e il monumentale capitello romano in marmo di Paros (San Girolamo, 1953). Urbani eseguì calchi in gesso e schizzi di lapidi, stemmi, sigilli sepolcrali e patere. Libri: includeva l’intero archivio antico della Pia Casa di Ricovero (1302-1800) e la mappa topografica del 1796 di Antonio Patron, documento chiave per la città pre-moderna. Arte: comprendeva la statua di Santa Caterina (XV secolo) e affreschi staccati e salvati: cinquecenteschi dalla “Casa del Papa” e quattrocenteschi dalla chiesa di San Rocco. Armi: cimeli bellici tra cui palle di cannone del 1848 e armi neolitiche in pietra da Sambruson. Miscellanea: tronchi palafitticoli millenari (scavi Coin/Barche, 1961-62), collezione preistorica Vanuzzo di Sambruson, ossa (incluso “bue primigenio”), monete romane, ceramiche, vetri, paste vitree e tripodi. Contemporanea: opere donate da Alberto Viani e Gigi Candiani, documenti Risorgimento, fotografie ottocentesche di Mestre, manoscritti garibaldini. Il metodo era pignolo: notizie trascritte su minuscole strisce di carta incollate su supporti di fortuna; frequenti sopralluoghi in cantieri per salvare reperti destinati alla distruzione. Il deterioramento dei rapporti istituzionali Il progetto, pur partito con una certa considerazione istituzionale, fu segnato da una crescente tensione tra la dedizione personale di De Gheltof e l’inerzia o l’ostruzionismo degli enti. Il rapporto con le istituzioni si deteriorò progressivamente, sfociando in scontri aperti e accuse pesanti sui metodi adottati. Particolarmente critico fu il conflitto con la Pia Casa di Ricovero: dopo aver concesso l’accesso all’archivio storico, nel 1965 il consiglio d’amministrazione accusò formalmente lo studioso di aver danneggiato la documentazione antica. Secondo i diari del professore, per fotografare e riordinare le pergamene aveva tagliato le rilegature originali in cuoio e staccato i fogli per disporli in un ordine cronologico personale – pratica giudicata inaccettabile e lontana dai criteri moderni di conservazione. Il punto di rottura definitiva con il Comune di Venezia arrivò il 12 agosto 1964: senza preavviso, l’Amministrazione cambiò le serrature dei magazzini di via Vivaldi e via Gozzi, escludendo De Gheltof dall’accesso ai reperti che aveva raccolto e custodito volontariamente per anni. Il gesto fu percepito come un tradimento delle promesse iniziali degli anni ’50; il professore rispose con denuncia ai Carabinieri per manomissione, sospettando un tentativo del Comune di impossessarsi del materiale per gestirlo autonomamente. Anche con il Centro Studi Storici di Mestre emersero frizioni: nella seconda metà degli anni ’60 l’associazione collaborò con il Comune per allestire prime bacheche nel Municipio, iniziativa che De Gheltof interpretò come un tentativo di emarginarlo dal ruolo di unico promotore del museo. L’amarezza crebbe quando, in riunioni ufficiali sull’imminente realizzazione del museo, il suo nome non venne nemmeno menzionato, nonostante quindici anni di lavoro e risorse personali per oltre settemila pezzi. Questi scontri incrociati segnarono la fine della fase attiva del progetto, lasciando la collezione in uno stato di abbandono nei magazzini comunali. Che fine ha fatto: decenni di negligenza e dispersione Nonostante sussidio comunale (30.000 lire nel 1952) e promessa del Palazzo della Provvederia, la raccolta non ebbe mai sede stabile: scuola Ticozzi → via Vivaldi (1953) → via Gozzi, Ca’ Marcello, Villa Querini → magazzino “Cipros”. Il 12 agosto 1964 il Comune cambiò le serrature senza preavviso, escludendo Urbani dai materiali raccolti. Dopo la morte di Giuseppe, avvenuta nel 1982 per le conseguenze di un incidente stradale, il fratello Giacomo (scultore e architetto, 1906-1998) cercò invano di preservare la memoria e la collezione. Purtroppo i danni si rivelarono irreparabili: un sarcofago romano da 1,5 tonnellate fu tagliato a metà e riutilizzato come base per un pozzo in Villa Querini, un sigillo del XIV secolo venne distrutto da vandali, i preziosi tronchi neolitici marcivano nel fango del magazzino “Cipros”, e un pluteo del IX secolo finì sepolto tra macerie e ossa. Un’ispezione del 1979 accertò la sparizione di circa venti reperti da Villa Querini, mentre l’intera collezione numismatica – documentata fotograficamente dallo stesso Urbani – risultò scomparsa. Negli anni ’90 due tesi di laurea promosse dall’Università Ca’ Foscari per catalogare il materiale (ormai trasferito nel Rione Pertini) si arenarono perché il Comune non fornì mai nemmeno un semplice lavandino per pulire i reperti dalla sporcizia accumulata. Oggi una parte della raccolta, in particolare i reperti di Sambruson, è stata trasferita a Dolo nel 2001; il resto giace ancora nei depositi di via Gagliardi/Pertini, in attesa di un progetto museale che resta fermo da decenni. L’eredità tra entusiasmo e oblio I pezzi di maggior prestigio – pilo romano, leone trecentesco, capitello Paros, archivio Ricovero, tronchi millenari, affreschi staccati – restano simboli di radici profonde negate dall’incuria. Un “museo-fantasma” che testimonia un’identità mestrina inseguita con passione individuale, ma mai pienamente istituzionalizzata. Nell’agosto 2020 l’assessore Paola Mar ha inaugurato una targa in sua memoria, intitolando a Giuseppe Urbani De Gheltof il parchetto situato alla fine di via Manin, dietro il Centro Culturale Candiani. Riposa nel cimitero di Mestre. A lui sono state dedicate due mostre in città: la prima presso la Banca Fideuram di Riviera XX Settembre a Mestre, intitolata “Un sognatore fuori dal tempo”; la seconda presso la Galleria D.E.M. . Bibliografia Nicoletta Consentino, Un museo per Mestre: storia di un’idea (Centro Studi Storici di Mestre) Ferruzzi, Gianni. Il cimitero di Mestre a duecento anni dalla fondazione, Centro Studi Storici di Mestre, 2014. Galleria Immagini Giuseppe Urbani de Gheltof in una foto d’epoca Apoteosi di Mestre, affresco nel soffitto della sala matrimoni del Palazzo della Provvederia Descrizione Autografa del Quadro “Apoteosi di Mestre”, datami dalla famiglia Santo, olio su tela di Giuseppe Urbani de Gheltof Presso ai Maranzani, opera di Giuseppe Urbani de Gheltof Il Critico Siro Perin e l’opera Fanciulla con fiocco, (1926) A Giuseppe Urbani de Gheltof è stato intitolato un parco nel centro di Mestre (Il Gazzettino, 18 agosto 2020) Mostra “Un sognatore fuori dal tempo” dedicata all’artista tenutasi nel 2013 presso BANCA FIDEURAM (Villa Toniolo), Riviera XX Settembre, 22 – Mestre L’Apoteosi di Mestre, Palazzo della Provvederia nella sala della Provvederia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). 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Personaggi mestrini 14 Gennaio 2026

Richard C. Fairfield: il primo soldato americano morto in Italia

Richard Cutts Fairfield Il primo soldato americano morto in Italia nella Grande Guerra Storia Secondo Gianni Ferruzzi, Richard Cutts Fairfield nacque a St. Albans, in West Virginia, il 20 febbraio 1899. Si diplomò al St George’s School di Newport, (Rhode Island), e successivamente fu accettato dall’Università di Harvard quale studente, ma al proseguire gli studi preferì partire volontario per l’Italia dove servì nel corpo di soccorso britannico Wynne-Bevan a Mestre. Richard aveva il compito di guidare l’ambulanza presso un ospedale da campo. Il 26 gennaio 1918 vi fu un raid aereo sulla città di Mestre da parte degli austriaci così Richard assieme al commilitone William Platt di Baltimora decisero di uscire in motocicletta per prestare aiuto ad eventuali feriti. Purtroppo anche loro caddero sotto le bombe nemiche nelle vicinanze della scuola De Amicis, nei pressi della Torre di Mestre: Richard fu colpito da una scheggia al cuore, mentre William fu ferito da più schegge alla testa, allo stomaco e alle gambe. Per loro non vi fu nulla da fare e morirono poco dopo. Le fonti non concordano sul luogo. Erisio Norfo, che nel 1927, a nove anni dai fatti, trascrive la lapide del cimitero, lo dice ucciso «sul piazzale della Scuola De Amicis a Mestre»; secondo Gianni Ferruzzi, che scrive nel 2014, invece, Richard e William furono colpiti la notte del 26 gennaio appena arrivati in motocicletta a uno degli ospedali allestiti attorno a Mestre. La madre di Richard decise di seppellire il figlio a Mestre, mentre i genitori di William vollero il figlio accanto a loro in America. Per dare una degna sepoltura alla salma di questo giovane ragazzo il 31 gennaio 1918 l’imprenditore e politico locale Giovanni Cecchini con un gesto di grande benevolenza decise di mettere a disposizione la Cappella di Famiglia nel cimitero di Mestre per ospitarlo provvisoriamente. Il monumento eretto in suo nome a Mestre Il 27 aprile 1921 il suo corpo fu tumulato presso il monumento funebre eretto in suo onore. La sua bara fu coperta sia dalla bandiera americana che da quella italiana in segno di amicizia fra i popoli. Richard ricevette gli onori militari dalle due nazioni e fu sepolto nel cimitero di Mestre dove lo attendeva un monumento costruito appositamente per ricordarlo. Il monumento, opera dei soldati italiani del Genio e della Fanteria, è una colonna spezzata in marmo bianco del Grappa, ornata di palme e di una stella a cinque punte, con alla base una bomba d’aeroplano e l’elmetto del caduto. Ai funerali partecipò la madre, Lalla Griffith Fairfield-Barr, il Gen. Evan M. Johnson in rappresentanza dell’esercito americano, il generale Emilio Guglielmotti, che aveva organizzato la cerimonia per incarico del Ministero della Guerra italiano, il sindaco di Mestre Vallenari, Carlo Allegri, allora presidente della Deputazione provinciale, e le alte autorità civili e militari. Richard Cutts Fairfield fu insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare Italiana. Secondo alcuni studiosi americani Richard ispirò un personaggio del libro Addio alle Armi di Ernest Hemingway, il quale visitò Mestre pochi anni dopo. Galleria Immagini Il monumento funebre di Richard Cutts Fairfield nel cimitero di Mestre Ambulanza del corpo di soccorso Wynne-Bevan in un’immagine dell’epoca Richard Cutts Fairfield in una foto dell’epoca Ritaglio di un giornale americano che racconta la morte del giovane Richard Bibliografia G. Ferruzzi, Il cimitero di Mestre a duecento anni dalla fondazione, Centro Studi Storici di Mestre, 2014. E. Norfo, «Lapidi veneziane», in Rivista mensile della città di Venezia, a. VI, n. 10, ottobre 1927. «Una imponente cerimonia italo-americana. La traslazione della salma del primo caduto americano», in Gazzetta di Venezia, 28 aprile 1921, p. 2. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Personaggi mestrini 14 Gennaio 2026

Hermann Krull Jr e l’attività partigiana a Mestre

Hermann Krull Jr e la Resistenza a Mestre L’erede dell’Acca Kappa che dal comando tedesco proteggeva i partigiani Storia Hermann Krull Jr fu figlio di quell’Hermann Krull che intorno al 1905 fondò ad Altobello lo Scopificio Krull, mentre a Treviso rilevò la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana. Sua madre era l’olandese Hulda Jaap; alla morte del padre, nel 1936, Hermann Jr fu uno dei cinque figli maschi che ereditarono l’azienda. Morì nel 1984. “…Tutto quanto si concludeva all’Ortskommandantur veniva immediatamente comunicato ai reparti partigiani per mezzo del Signor Krull” Così recita un documento in possesso di Elisa Gera, presidentessa del Gruppo Acca Kappa e discendente di Hermann Krull Senior e Junior. L’attività di Hermann Krull Jr a Mestre a favore dei partigiani è documentata in molti atti e in molte affermazioni di uomini che parteciparono alla lotta clandestina contro l’occupante nazi-fascista, un’attività che avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua stessa vita e quella della sua famiglia, ma che lui decise lo stesso di intraprendere seppur la sua famiglia fosse di origine tedesca e lui fosse entrato a far parte dell’Ortskommandantur di Mestre, evidentemente con uno scopo patriottico verso l’Italia. Testimonianze e atti a favore di Mestre L’8 maggio 1945 il Comandante della Piazza di Mestre rilasciava una dichiarazione in cui ringraziava Hermann Krull Jr per aver aiutato i partigiani mestrini a sfuggire dalle punizioni tedesche: “…nei suoi vari incarichi ricoperti presso l’ex Ortskommandatur di Mestre intervenne in diversi casi per prosciogliere militari italiani accusati di partigianeria, fece il massimo per evitare che militari partigiani nostri fossero fucilati e si adoperò encomiabile quando il Comando ‘Italia Libera’, vivente ancora la pseudo repubblica fascista, dichiarò al Capitano Von Slupetzky di voler trattare in nome dell’Italia patriota”. Furono vari i contributi dati da Krull Jr ai partigiani locali, una costante attività a favore della resistenza italiana che fu testimoniata da molti uomini da lui aiutati in quel periodo. Racconteremo alcuni episodi: un partigiano, Eros Tedesco, raccontò di aver trovato rifugio presso le sue proprietà per ben sette mesi evitando di dover combattere per il governo repubblichino, mentre il partigiano Ferruccio dalla Libera, ferito ed arrestato a seguito di uno scontro con il nemico, fu grazie a lui fatto fuggire. Alcuni membri della Polizia partigiana di Quero dichiararono che per ben tre volte il Krull impedì il loro arresto da parte dei tedeschi e nel 1944 il partigiano Giuseppe Battaglia, arrestato dalla X Mas, fu liberato grazie ad una sua finta telefonata, raccontata dal Battaglia stesso, in cui Krull Jr fingeva di ricevere l’ordine di spostare da Mestre l’arrestato. Durante lo spostamento il Battaglia riuscì a fuggire. Grazie all’intervento di Hermann si evitò per ben due volte che i tedeschi facessero brillare le mine dislocate sul territorio dell’entroterra veneziano. La prima volta riuscì ad evitare una strage e la distruzione del patrimonio pubblico e degli impianti di Porto Marghera, mentre la seconda evitò che facessero detonare le mine poste fra la Farmacia Graziati di Piazza Ferretto e il Ramo della Beccaria; nella nota che riporta l’evento questo ramo del Marzenego viene chiamato Usellin. Galleria Immagini La famiglia di Hermann Krull senior e il piccolo Hermann Krull Jr in una foto dell’epoca Bibliografia “Con quelle setole restavano tutti a bocca aperta” da un articolo su Sette, rivista. I grandi marchi Italiani di Enrico Mannucci Discovery Mestre, Lo scopificio Krull e Hermann Krull, un imprenditore fra Treviso e Mestre. Storia della Società Acca Kappa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Personaggi mestrini 14 Gennaio 2026

La Villa dei Principi Fürstenberg (area Terraglio)

Villa Fürstenberg Precedentemente Careggiani e Papadopoli, oggi sede di Banca Ifis Storia Villa Careggiani, Papadopoli, Fürstenberg è una villa veneta situata a nord di Mestre in località Marocco nel Comune di Venezia. Si affaccia sul lato sinistro del Terraglio venendo da Mestre. Sono due le versioni che raccontano la storia della Villa una descritta dal Fapanni, e una da un testo più recente di Tiziano Zanato, Mario Facchinetto. Secondo il Fapanni il palazzo originalmente fu di proprietà della famiglia Careggiani da prima del 1516, la quale era fra le più antiche famiglie di Carpenedo. L’oratorio della Villa dedicato a San Nicolò Vescovo era del 1500, e qui venne sepolto il nobile Francesco Careggiani dopo la sua morte avvenuta il 17 settembre 1819. Questo fa pensare la Villa passò di mano successivamente a tale e divenne di proprietà della nobile famiglia di origine greca Papadopoli nella persona di Spiridione, 1799 – 1859, quarto nella linea dinastica della famiglia Patrizia veneta prima e Austriaca poi. Spiridione fece ristrutturare nel 1841 l’oratorio della Villa dedicandolo a Santa Teresa d’Avila, e qui fece seppellire la moglie morta a Venezia nel 1854. Sempre secondo il Fapanni la villa fu realizzata, ristrutturata?, nel XIX secolo dal Papadopoli stesso. Secondo, invece, quanto riportato nel libro “I colmelli di San Zulian e di San Nicolò”, qui sorgeva una «casa et cortivo» di Alvise Foscarini e nel 1573 la proprietà era del figlio Andrea, il quale l’aveva affittata a un tale Agnolo Berton. La casa fu probabilmente ampliata, assumendo le forme rappresentate da una mappa del 1631, quando apparteneva ai Marin: si articolava in colombaia, casa padronale e barchessa disposti a “L”. Nel 1663 il complesso era descritto come «casa dominical con horto e brolo» del signor Nicolò Cotti di San Cancian. La cartografia di metà Settecento riporta, invece, un vero e proprio palazzo, era dei Carreggiani, due secoli dopo la data indicata dal Fapanni. Il catasto di Tommaso Scalfuroto rappresenta nella zona i terreni della stessa famiglia, ma non compare la villa; viene invece segnalata in un’altra mappa del 1787, ma non se ne indica la proprietà, e inoltre l’edificio è posto più in prossimità della strada rispetto all’attuale. Solo con il catasto napoleonico del 1809 si ha una rappresentazione simile alla costruzione d’oggi. Nel 1935 la villa divenne dei Fürstenberg e poi di Clara Agnelli vedova Fürstenberg. In tempi più recenti è passata alla Banca Ifis di cui costituisce la sede principale. L’edificio La villa si compone della casa padronale, alla quale si accede tramite un viale alberato con entrata dal Terraglio, di alcuni edifici di servizio e dell’oratorio, il tutto circondato da un ampio parco. Il palazzo ha una volumetria compatta e si innalza su tre piani internamente tripartiti, con the salone centrale passante. Il fronte principale, che dà a est verso l’ampio parco e la strada, dimostra una certa regolarità data dal ritmo delle aperture, disposte su assi verticali paralleli. Sull’asse centrale si dispongono il portale architravato e, sopra, una porta finestra aperta su un balcone, con ringhiera in ferro battuto e sovrastata da un timpano modanato. L’intera facciata si conclude con una cornice in pietra e, quindi, con l’ampio timpano modanato che riporta all’interno lo stemma dei Fürstenberg. Storia Recente dal matrimonio “del secolo” a sede di Banca Ifis Oggi la Villa è caratterizzata per essere la sede legale e la direzione generale di Banca Ifis, la banca fondata nel 1983 da Sebastien Egon Fürstenberg, terzogenito di Clara Agnelli, che oggi è una delle più prestigiose banche del mondo. Nel 1955 presso questa villa si tenne il ricevimento per il matrimonio della bellissima principessa Ira von Fürstenberg con S.A.S Alfonso di Hohenlohe-Langenburg. Galleria Immagini Villa Fürstenberg e parte del suo giardino L’oratorio del ‘700 Il viale della Villa Ikaro e Ikaria, Igor Mitoraj Versus di Tony Cragg Manolo Valdés, Clio Dorada “Dreams In Giza” Pascale Marthine Tayou Draco Piscis Di Agnes Questionmark Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Personaggi mestrini 14 Gennaio 2026

Hermann Krull un imprenditore fra Treviso e Mestre

Hermann Krull, dalle setole del Fondaco all’Acca Kappa Il mercante prussiano che aprì una fabbrica sul Canal Salso Storia Le origini e l’arrivo in Italia Hermann Krüll fu un giovane mercante prussiano originario della piccola città di Bad Wilsnack. Giunse a Venezia da studente nella seconda metà dell’Ottocento e se ne innamorò; vi si stabilì al Fondaco dei Tedeschi, tradizionale punto di riferimento per i commercianti dell’Europa settentrionale. All’interno del Fondaco avviò un’attività di import-export concentrata principalmente sui mercati cinese e asiatico: importava setole e pelli animali, mentre esportava soprattutto perle di Murano. Fin dagli esordi dimostrò un notevole talento imprenditoriale, che gli consentì di arricchirsi rapidamente e di consolidare una rete commerciale di respiro internazionale. La nascita dell’Acca Kappa L’origine di Acca Kappa è la Premiata Fabbrica Spazzole Trevigiana, nata a Treviso nel 1869 e di proprietà del signor Sironi: da questa data l’azienda fa partire la propria storia. Krüll, che forniva le setole, ne divenne socio nel 1898 e nel 1899 ne acquisì la piena proprietà, perché Sironi non riusciva a estinguere i debiti contratti con lui; nacque così la H. Krüll & Co. Il nome del marchio viene proprio dalle sue iniziali: H e K, «Acca Kappa». Nel 1905 uscì il primo catalogo, con 25 modelli di spazzole, e nel 1908 la produzione fu trasferita in un nuovo stabilimento fuori dalle mura di Treviso, con la ragione sociale di Acca Kappa Società Anonima. L’espansione a Mestre L’impresa trevigiana non fu l’unica iniziativa dell’imprenditore tedesco. Intorno al 1905 Krüll fondò a Mestre, lungo il Canal Salso (in zona via Forte Marghera, all’inizio di piazza XXVII Ottobre, dove oggi sorge il Tribunale per i Minorenni di Venezia), uno scopificio specializzato nella produzione di scope di saggina e di manici, destinate prevalentemente all’esportazione verso il mercato mitteleuropeo. Lo stabilimento faceva parte del sistema di opifici sorti sulle rive del canale all’inizio del Novecento nell’area di Altobello, insieme ad altri insediamenti industriali come lo scopificio Longo, e sfruttava la posizione strategica del Canal Salso per il trasporto delle merci via acqua. Le scope venivano poi caricate su carri e treni merci, mentre lo stabilimento impiegava numerose maestranze locali. L’attività rimase documentata a Mestre fino a tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, contribuendo in modo significativo all’economia industriale dell’area prima dell’affermazione del polo di Porto Marghera. Le vicissitudini durante la Prima Guerra Mondiale Nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale, la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana venne confiscata dalle autorità italiane, poiché Krüll aveva mantenuto la cittadinanza tedesca ed era quindi considerato cittadino di una nazione nemica. La società passò in gestione a una cooperativa di dipendenti, mentre la proprietà fu acquisita dalla Cassa di Risparmio di Treviso. Krüll riuscì a riacquistare l’azienda nel 1923, esponendosi con un prestito di due milioni di lire oro e vendendo anche la sua collezione di francobolli; il debito fu estinto poco prima della sua morte. Nel 1925 i cinque figli maschi entrarono in azienda. Vita familiare Durante un viaggio in Germania Hermann Krüll conobbe l’olandese Hulda Jaap, che sposò e dalla quale ebbe sette figli: una femmina e sei maschi, tra cui Hermann Krüll Jr., divenuto noto per il suo aiuto ai partigiani durante la Seconda Guerra Mondiale. Un altro figlio, Hans, morì in guerra. Nonostante gli interessi imprenditoriali sia a Mestre sia a Treviso, Hermann scelse Treviso come residenza stabile, facendo costruire una villa nei pressi dell’opificio. La successione e la morte Hermann Krüll morì nel 1936, lasciando l’azienda ai cinque figli maschi superstiti: Hermann Jr., Walter, Augusto, Günther e Fritz. Günther morì nel 1944 durante la Seconda Guerra Mondiale, Augusto nel 1961, Fritz nel 1977, mentre Hermann Jr. e Walter scomparvero entrambi nel 1984. Augusto Krüll si distinse come appassionato collezionista ed esperto di reperti archeologici, rinvenuti soprattutto nell’area del Montello. Alla sua morte, la collezione venne ceduta al Museo Civico di Crocetta del Montello. Fu inoltre amico del noto esploratore e imprenditore Giancarlo Ligabue. Galleria Immagini La famiglia di Hermann Krüll in una foto storica Ritratto storico di Hermann Krüll, fondatore di Acca Kappa Operai all’esterno dell’opificio lungo il Canal Salso Il portone d’ingresso del Tribunale dei minori dove vi fu lo scopificio Lo Scopificio Krull di Via Forte Marghera così come appariva (Foto Paolo Pavan) Pubblicità storica dei prodotti Acca Kappa Bibliografia “Con quelle setole restavano tutti a bocca aperta” da un articolo su Sette, rivista. I grandi marchi Italiani di Enrico Mannucci Viaggio nelle Fabbriche della Bellezza: Acca Kappa, Premio Giovanni Comisso. Since 1869, The Acca Kappa Story, Acca Kappa. Storia della Società Acca Kappa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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Personaggi mestrini 14 Gennaio 2026

Antonio Serena

Antonio Serena Velocista, medico dermatologo e figura di spicco mestrina Biografia Antonio Serena, detto Toni (Mestre, 16 agosto 1932 – Casale sul Sile, 29 giugno 2019), è stato un velocista, dirigente sportivo, medico e accademico italiano. È stato primatista nazionale nella staffetta 4×400 metri. Laureatosi in medicina, fu tra i più importanti dermatologi d’Italia e ha coperto diverse cariche dirigenziali. Antonio Serena nacque in una famiglia contadina a Mestre da Umberto (1906-1986) e Norma Brotto (1911-2000). Si diplomò presso il liceo classico Franchetti della stessa città. Carriera Sportiva In età giovanile giocò a calcio nella squadra dilettantistica locale del Porto di Cavergnago. Squadra formata tra l’altro da diversi familiari e il cui presidente era il padre dello stesso Antonio Serena. Si avvicinò all’atletica negli anni del liceo, spinto dal prof. Armando Ossena: suo docente di ginnastica ed ex atleta azzurro. Con il Gruppo Atletico Aristide Coin di Mestre si laureò due volte, nel 1955 e 1956, campione italiano assoluto nella staffetta 4×400 metri, la prima volta con il tempo di 3’18″8. Nella seconda vittoria ottenne l’allora record italiano sulla specialità in 3’17″4. Nel 1957, con il CUS Padova, vinse il titolo di campione italiano universitario nel 400 m. In questa specialità, nel 1957, risultava essere tra i primi 5 atleti d’Italia. Fu tesserato FIDAL PO (probabile olimpico) in vista dei Giochi olimpici di Roma 1960. Tuttavia si ritirò nel 1958 per terminare gli studi universitari. Portò la fiaccola olimpica dei Giochi olimpici invernali di Cortina d’Ampezzo 1956 per le vie di Mestre. Carriera professionale Dopo il liceo si iscrisse alla facoltà di medicina presso l’Università degli Studi di Padova, dove si laureò nel 1961. Si specializzò prima in Medicina del Lavoro e successivamente in Dermatologia e Sessuologia Clinica. A Bologna fu anche docente di Clinica Dermosifilopatica. Lavorò prima all’ospedale di Mirano, per poi diventare Primario presso l’ex ospedale Umberto I di Mestre. Nella seconda metà degli anni ’60 a Mestre nacque il primo Centro Studi di Educazione Sessuale d’Italia: Antonio Serena fu un grande collaboratore. Assieme al prof. Giovanni Caletti pubblicò alcuni libri di educazione sessuale. Partecipò al Congresso Mondiale di Medicina dello Sport a Québec in Canada in occasione dei Giochi olimpici di Montréal 1976. Grazie a queste attività fu premiato con la Medaglia di bronzo al merito della sanità pubblica. Associazioni e impegno nella comunità Nel 1984 Antonio Serena è stato tra i fondatori del Panathlon di Mestre, associazione di cui fu presidente dal 1988 al 1989 e poi dal 2000 al 2007. Divenne presidente del Gruppo Atletico Aristide Coin di Mestre, e fu tra coloro che spronarono ed ottennero lo stadio di atletica, inaugurato nel 1958 dal futuro papa Giovanni XXIII (e ancora attivo a San Giuliano). Molte sono state le sue iniziative all’interno della comunità mestrina. Era “portabandiera” dell’indipendenza di Mestre da Venezia: in caso di vittoria molti lo avrebbero visto come possibile Sindaco. Pubblicazioni Il Comportamento sessuale degli italiani: indagine su campioni rappresentativi della popolazione, Calderini, 1976. Giovanni Caletti, S. Farese, U. Mammini, A. Ramello, Antonio Serena. Sesso e sport. Il comportamento sessuale dei campioni dello sport, Calderini, 1977. Antonio Serena. I problemi della tua età. Elementi di educazione sessuale per i ragazzi delle scuole medie, Calderini, 1979. Antonio Serena. Rapporto: prostituzione oggi. Calderini, 1986. Giovanni Caletti, Ennio Fortuna, Antonio Serena. Un uomo e la sua città – amarcord di un mestrino, S.I.T., 2015. Antonio Serena. Galleria Immagini Antonio Serena al Panathlon Antonio Serena primo piano Bibliografia Voce Antonio Serena (atleta), Wikipedia. Serena, Antonio. Un uomo e la sua città – amarcord di un mestrino, S.I.T., 2015. Archivio FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera), risultati campionati italiani 1955-1957. Panathlon Club Mestre, atti e verbali assembleari 1984-2007. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

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