Il ruolo di Mestre nella Guerra di Chioggia
La Guerra fra Genova e Venezia
Durante la Guerra di Chioggia (1378–1381) Mestre emerge con chiarezza dalle fonti cronachistiche come uno dei punti di maggiore rilevanza strategica e militare della Repubblica di Venezia. Non fu soltanto una terra di confine, ma un vero baluardo avanzato a difesa della laguna e, allo stesso tempo, un centro logistico nevralgico per il movimento delle truppe e il rifornimento delle piazze veneziane sulla terraferma. Il suo ruolo attraversò tutte le fasi del conflitto: dall'assedio diretto, alla fortificazione permanente, fino all'impiego come base operativa e nodo di approvvigionamento.
L'assedio del 1378 e la prova decisiva
Il momento più drammatico si verificò nel luglio del 1378. Giovanni degli Obizzi, capitano del signore di Padova Francesco I da Carrara, pose il suo campo davanti a Mestre con un esercito stimato dalle cronache in circa sedicimila uomini tra cavalieri e fanti, provenienti da Padova, Ungheria e Friuli.
Le forze padovane circondarono completamente la bastia e il borgo di San Lorenzo, isolando la terra e impedendo ogni soccorso veneziano, anche tramite la costruzione di un ponte fortificato sul canale tra Mestre e Marghera.
L'assedio fu condotto con tecniche allora moderne: bombarde e mangani colpirono duramente l'interno della piazza, mentre il campanile di San Lorenzo venne utilizzato come punto sopraelevato per l'offesa, trasformandolo di fatto in una torre d'assedio dalla quale l'artiglieria martellava le difese veneziane. Mestre era allora protetta da un semplice palancato, una palizzata lignea, vulnerabile al fuoco e ai proiettili delle bombarde. La caduta della terra sembrò imminente.
L'impresa dei canneti e i fassi di frezze
La svolta giunse grazie a uno degli episodi più celebri della storia militare mestrina. Cinquecento fanti veneziani, guidati da Nicolò da Galega Lucchese e dal Becco da Pisa, riuscirono a infiltrarsi nella fortezza attraversando i canneti, i fossati e i terreni paludosi che circondavano il castello, strisciando inosservati fino alle mura.
Le fonti sottolineano un dettaglio decisivo: ogni soldato portava con sé un fasso di frezze, un fascio di frecce. Questo particolare rivela che i difensori erano ormai quasi privi di munizioni e che l'obiettivo del soccorso non era soltanto rinforzare gli uomini, ma soprattutto garantire il rifornimento balistico necessario a mantenere il fuoco dei balestrieri.
All'interno della piazza si trovava il capitano Franceschino Dolfin, che poté così riorganizzare la difesa. Nemmeno l'arrivo in persona di Francesco da Carrara, con mille cavalieri, bastò a ribaltare le sorti dello scontro. Il grande attacco padovano fallì con perdite gravissime: le cronache parlano di circa quattrocento morti e oltre mille feriti. A queste si aggiunsero le malattie causate dal clima paludoso e dall'aria malsana della zona, il cosiddetto mal aere, che colpì duramente l'esercito assediante.
Il caso di Giovanni degli Obizzi: successo o rovina
Il fallimento dell'assedio ebbe conseguenze immediate. Giovanni degli Obizzi, nonostante la netta superiorità numerica del suo esercito, non era riuscito a espugnare Mestre, considerata il principale caposaldo veneziano prima della laguna. Francesco da Carrara lo ritenne responsabile della sconfitta: lo licenziò dal generalato e, secondo le cronache padovane, «poco mancò non lo facesse decapitare». L'episodio mostra con chiarezza quanto fosse precaria la posizione dei condottieri medievali e quanta pressione politica gravasse sulla conquista di Mestre, obiettivo strategico di prim'ordine.
Dal legno alla pietra: la trasformazione delle difese
L'assedio del 1378 segnò una svolta decisiva. Compreso che Mestre rappresentava l'ultima grande difesa prima della laguna, Venezia decise di trasformare radicalmente il sistema difensivo della terra. Il palancato ligneo venne progressivamente sostituito da una solida cinta muraria in pietra, concepita per resistere all'artiglieria e agli assedi prolungati. Mestre divenne così una vera piazzaforte permanente, stabilmente inserita nel dispositivo militare veneziano sulla terraferma.
Base operativa e guerra di logoramento (1378–1380)
Negli anni successivi Mestre non fu soltanto una piazza fortificata, ma anche una base operativa attiva. Da qui partirono spedizioni di razzia e rappresaglia nel territorio nemico. Nicolò da Gallicano, capitano dei fanti, lasciò Mestre con quattrocento uomini e alcune barche, risalendo il Piovado per la via del Coran e catturando persone e bestiame; in un'altra occasione, durante un'azione simile, venne catturato dal nemico.
Gasparo da Serravalle, capitano di cinquanta lanze, partì da Mestre per una razzia tra Bassano e Cittadella, riuscendo a rientrare con prigionieri e bottino nonostante gli attacchi subiti.
Parallelamente, Mestre si affermò come snodo logistico fondamentale. Per proteggere i rifornimenti diretti a Treviso, la Signoria stabilì un campo militare fisso davanti al castello di Mestre, lungo il Terraglio. Qui si concentravano frumento, uomini e mezzi, destinati a sostenere una guerra ormai sempre più basata sul logoramento.
Convogli, imboscate e il peso della logistica
Le strade e le vie d'acqua intorno a Mestre erano costantemente minacciate dal nemico. Il 3 dicembre 1380 settanta uomini d'arme e cinquanta fanti partirono da Mestre per scortare Giacomo Valaresso a Noale con trenta carrette di vettovaglie: la colonna fu intercettata e annientata, e solo otto uomini riuscirono a fuggire.
Nello stesso giorno, un'altra scorta riuscì a portare trecento staia di frumento a Treviso, ma al ritorno fu sorpresa a Preganziol, perdendo quaranta cavalli e il capitano Traverso da Monfumo. Le cronache riferiscono che, dopo questi colpi, il campo veneziano a Mestre era «ridotto a niente».
A tutto questo si aggiungeva il nemico invisibile del mal aere: le paludi intorno a Mestre favorivano febbri ed epidemie che colpirono sia gli assedianti nel 1378 sia i difensori veneziani negli anni successivi.
Crisi del 1381, fortificazioni urgenti e trattative di pace
Nel 1381 la crisi divenne anche finanziaria. Il 25 febbraio 1.118 cavalieri veneziani, in gran parte mercenari lombardi e inglesi, abbandonarono il campo di Mestre per il mancato pagamento delle paghe e si spostarono verso Mogliano, sotto la protezione del nemico.
Nonostante ciò, Venezia tentò di mantenere aperte le vie di comunicazione: nel marzo del 1381 furono costruiti in soli cinque giorni quattro nuovi bastioni tra Marghera e Mestre, uno dei quali alla bocca del Rio Vidal, per difendere gli ultimi collegamenti vitali.
Durante le trattative di pace, Francesco da Carrara incluse esplicitamente tra le sue richieste la cessione del «castello di Mestre vecchio e nuovo, con tutte le bastie e fortezze pertinenti», a conferma dell'importanza strategica attribuita alla città. Tuttavia, nei capitoli di pace definitivi, pubblicati il 1° settembre 1381, tale richiesta non venne accolta. Gli accordi prevedevano la restituzione a Venezia del castello di Cavarzere e della bastia dei Moranzani, mentre il Carrarese ottenne la Torre del Coran. Mestre rimase saldamente veneziana.
Il ridimensionamento finale e l'eredità strategica
Già prima della conclusione formale della pace, Venezia aveva deciso di ridurre il presidio di Mestre, soprattutto dopo la scelta di cedere Treviso al duca d'Austria. L'8 maggio 1381 tutte le truppe furono trasferite al campo di San Nicolò del Lido, segnando la fine del ruolo centrale di Mestre nella fase conclusiva del conflitto.
L'esperienza della Guerra di Chioggia lasciò però un'eredità duratura: Mestre aveva dimostrato di essere un cardine strategico tra terra e laguna, capace di resistere a un grande assedio, di sostenere una guerra di logoramento e di fungere da centro logistico essenziale. Proprio questa centralità spiega, allo stesso tempo, l'insistenza del Carrarese nel volerla ottenere e la ferma volontà veneziana di conservarla.
Bibliografia
- Chinazzo, Daniele. Cronaca della guerra di Chioggia, 1864.
- Altre fonti cronachistiche veneziane e padovane del Trecento.
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