Il Teatro Balbi di Mestre
Il Teatro Balbi
"Al presente la grossa Terra di Mestre, ornata di pulite abitazioni, e Casini de' Veneziani, giace situata alle sponde del Marzenego in vicinanza alle Venete Lagune. (…) Vi sono in Mestre diverse Chiese, oltre l'Archipresbiteriale… la quale ora si rifabbrica dai fondamenti (…) Si vede in questa Terra un magnifico Teatro, non ha pari, costruito dalla Patrizia Famiglia Balbi. Qui si trovano in abbondanza Cavalli, e vetture per ogni parte d'Europa (…) e però molti sono gli alloggi, e le osterie; e nel Canale, che mette nella Laguna sonovi a ogn'ora pronte Gondole e altre Barche, e legni maggiori per far il viaggio verso la Dominante". Così scriveva l'Abate Tentori sul finire del Settecento.
Un quadro d'insieme
Venezia nel XVIII secolo stava vivendo un periodo di ridimensionamento economico dovuto ad una riduzione della sua capacità di commercio e dei territori posti sotto il suo dominio. In questo periodo i patrizi svilupparono uno stile di vita che li portava con un piede in laguna e uno in terraferma: la cultura della villa di campagna stava prendendo sempre più piede. I veneziani usavano le ville come luogo di villeggiatura, ma anche per fuggire agli impegni politici cittadini, non certo per il raccolto dei campi posti attorno ad esse.
Paradossalmente, in un periodo di crisi economica a Venezia si sviluppò un vero e proprio boom di teatri. Ve n'erano così tanti da costringere il governo cittadino a condizionarne la realizzazione al consenso preventivo del Consiglio dei Dieci, con la legge del 1756. Quanto pesasse quel mestiere lo dice un particolare: Francesco Tron, proprietario del teatro di San Cassiano, nel testamento del 1756 ordinò ai suoi eredi di "mai aprirlo", "ben sapendo… quale grave pregiudizio sia l'esser impresari di Teatri".
Anche Mestre fu attraversata da tale moda, tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti. La vita nelle ville però si discostava da quella dei cittadini, tanto che il Boscovich, in una lettera del 1 ottobre 1772 indirizzata al conte Girolamo Durazzo, scriveva che i nobili e i patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo, giudicate rozze e poco istruite.
In tale contesto Almerigo Balbi, figlio di Filippo e nipote di Alvise, ebbe l'idea di realizzare un teatro presso la sua proprietà di Mestre, non molto distante da Piazza Barche e dal Canal Salso. In effetti l'area oggi nota come Piazza XXVII Ottobre era lo scalo fluviale più importante per Venezia, dove giungevano da tutta Europa viaggiatori più o meno ricchi, e vicino al quale erano sorte ville di prestigio, fra cui quella dell'ambasciatore Giacomo Durazzo, e i vari alberghi destinati a ospitare i viaggiatori più facoltosi diretti a Venezia.
Per capire come si presentava l'area si pensi ai dipinti del Canaletto e del Bellotto, in cui Piazza Barche e le vie ai lati del Canal Salso rappresentavano Mestre come una città dinamica e ricca di vita. Un quadro che, visto con gli occhi di oggi, sembra rappresentare una città di medie dimensioni e benestante, e non certo l'idea della città povera e sobborgo di Venezia che molti credono sia stata Mestre.
Il permesso del Consiglio dei Dieci
La legge del 1756 rendeva difficile la costruzione di nuovi teatri, e i Balbi lo sapevano. Il memoriale che Almerigo indirizzò al Consiglio dei Dieci per conto del padre Filippo e dello zio Alvise fu quindi costruito con astuzia: non si chiedeva di edificare un teatro dove non ce n'erano, ma di regolarizzare moralmente una situazione di fatto. A Mestre le compagnie di giro recitavano già, in stagione di villeggiatura, "all'arbitrio di alcune persone" e con "non indifferenti profitti", "nonostante l'indecenza del luogo". Si presentava così il progetto come rimedio a quella indecenza.
L'11 agosto 1777 il Consiglio dei Dieci accolse la richiesta, riconoscendo che l'erezione del teatro sarebbe servita "al miglior vantaggio, e perché servir possa di un decente trattenimento a quelle famiglie, che nelle ordinarie villeggiature si traducono in quella terra". La concessione suscitò la protesta del Podestà e Capitano di Treviso, che temeva che il nuovo teatro potesse ledere gli interessi della Fiera Franca trevigiana, che si svolgeva nel mese di ottobre.
I conti di un sogno: palchettisti e debiti
Il 1 ottobre 1777 i Balbi dichiararono l'intenzione di vendere i palchi e di garantire con i propri beni eventuali prestiti. Il giorno successivo il nobile Francesco Martinengo concesse 10.000 ducati, garantiti dalle proprietà dei Balbi a Mestre e a Bassano, dalla futura vendita dei palchi e dalla stessa "decenza e bellezza delle rappresentazioni e spettacoli". Altri 20.000 ducati furono sborsati il 1 aprile 1778. Il 27 giugno dello stesso anno, chiedendone altri 12.000, Almerigo dovette confessare che il suo teatro era stato eretto soltanto "con denaro del N.H. Ser Conte Francesco Martinengo", e cioè, in altre parole, a forza di debiti.
Non bastò. Il 19 marzo 1780 Almerigo dovette emanciparsi dal padre (lo zio era già morto) per poter ottenere a suo nome altri 7.500 ducati dal Martinengo, che minacciava di ricorrere ai tribunali. Nello stesso anno il Martinengo si dissociò dall'impresa e nel 1781 venne sostituito da Zuanne Foscarini.
Il 5 maggio 1778 Almerigo pubblicò, in nove capitoli, le basi costitutive della società di palchettisti che voleva fondare, con il prezzo dei palchi fissato non solo rispetto agli ordini (Nobile, Pepiano, Primo e Secondo) ma anche rispetto alla loro posizione riguardo al centro e al proscenio. Oltre agli "onesti oggetti di suo interesse", il Balbi dichiarava di cercare l'"approvazione universale", offrendo al "Nobile Pubblico ne' tempi singolarmente delle villeggiature un nuovo modo di onesto trattenimento". Le speranze andarono deluse: i firmatari del progetto furono soltanto tredici, e solo quattro acquistarono palchi per sé, mentre gli altri con ogni probabilità li comperarono a scopo di speculazione.
Quanto sia costato in tutto il teatro non è chiaro. Il Rossi parla di circa novantamila ducati, il Fapanni di 400.000 lire venete: cifre diverse fra loro, ma entrambe fuori scala rispetto alle possibilità della famiglia.
L'architetto: Bernardino Maccaruzzi
Il progetto fu affidato a Bernardino Maccaruzzi (Venezia 1728, Venezia 1800), discepolo prima di Giovanni Maria Selva, zio di Giannantonio, e in seguito di Giorgio Massari, considerato l'ultimo rappresentante dell'architettura rococò. Fra le sue opere più note la facciata della chiesa di San Rocco a Venezia, la chiesa di San Lorenzo a Mestre e soprattutto l'allestimento della Fiera della Sensa in Piazza San Marco (1777), distrutto alla caduta della Repubblica e immortalato nelle tele del Guardi.
Non era una scelta improvvisata: Maccaruzzi aveva già esperienza in campo teatrale, essendo stato nominato perito per due teatri veneziani, il San Luca nel 1775 e il San Giovanni Grisostomo, oggi Malibran, nel 1776. Nel progetto del 1778 Almerigo Balbi fu generoso di lodi per la "nota abilità" dell'architetto, che aveva fatto "tutti i più accurati studi, riflessioni, e ricerche, onde stabilire la forma d'un teatro la più adatta a ogni sorte di Nobili Spettacoli".
I contemporanei non furono altrettanto teneri. Il classicista Temanza lo liquidava come un "ignorante fortunato"; il De Boni lo definiva "uomo superbo e sprezzatore d'altrui", salvo poi concludere che "il teatro di Mestre è la migliore sua opera".
Com'era fatto il teatro
Il dato che più colpisce, e che si tende a dimenticare, è questo: con il teatro Balbi, Mestre ebbe prima di Venezia un teatro costruito come edificio autonomo e provvisto di una propria facciata.
Il prospetto principale, che dava sulla "Strada delle Barche", era ritmato dal motivo delle pietre squadrate che segnavano verticalmente gli spigoli della facciata e del corpo centrale, coronato da timpano e aggettante sui due laterali, mentre fasce marcapiano sottolineavano orizzontalmente la struttura architettonica. Il portale d'accesso con arco a pieno sesto era affiancato da due porte architravate e, in corrispondenza dei due corpi laterali, da due finestre rettangolari; ad arco erano invece le cinque finestre del piano nobile, al di sopra e al di sotto delle quali si aprivano i fori quadrati dei mezzanini. Quel portale si può ancora oggi individuare, incorporato in una comune casa di abitazione, nella via popolarmente chiamata "calle del Teatro".
Dall'atrio un'ampia scala a due rampe conduceva ai palchi, tutti in legno, in numero di 99 e disposti su quattro ordini. Al centro del pepiano, per un'ampiezza di cinque palchi, si apriva l'ingresso alla platea, mentre al centro degli altri tre ordini era situato un pergolotto. La sala misurava 40 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 16 di altezza.
Secondo il Memmo, la sala sarebbe stata costruita evitando spigoli vivi tra soffitto e pareti e fra parete e parete, per impedire che la voce, "incontrandosi negli stessi angoli", si estinguesse. Per ragioni di acustica la pianta scelta fu quella a "ellisse conica", che avrebbe eliminato le zone sorde causate dalla curva a ferro di cavallo. Va detto che non tutti furono d'accordo: Francesco Riccati, nel 1790, criticava proprio la curva del teatro Balbi, e il Casoni la contestava per ragioni di visibilità.
Sulla parentela fra questa curva e quella del Gran Teatro La Fenice conviene essere prudenti. Giannantonio Selva custodì per tre mesi in casa propria il modello del teatro Balbi, e la si è quindi considerata a lungo la fonte diretta della Fenice; è però più probabile che Maccaruzzi e Selva si siano ambedue ispirati alla curva del teatro Argentina di Roma.
Vastissimo era il palcoscenico, e capace dei più grandiosi spettacoli. Come riporta Bonaventura Barcella, esso "era costruito in modo da potersi dividere a metà, e ciò perché aggiunto alla Platea lo spazio che restava dalla metà del Palco Scenico verso la stessa, separata dell'altra metà, che si lasciava, sussistente verso il fondo della Scena, vi si avesse un'ampia Piazza di figura ellittica per dare delle splendide feste di Ballo. In tali incontri si inoltrava sulla metà della Scena, che restava sussistente, un contorno mobile di altri Palchi a comodo degli spettatori convertendo così la Platea in un anfiteatro e rendere più magnifico e gradito lo spettacolo". Un meccanismo simile era già stato sperimentato nel 1756 al San Giovanni Grisostomo.
"L'atrio del teatro, continua il Barcella, era fiancheggiato da Botteghe da Caffè e Confettiere, e sopra l'atrio vi erano erette in due piani due maestose Sale con Camere adiacenti per le prove dell'Opera, e altri usi". Sulle decorazioni le fonti litigano: lo Zajotti ricorda una volta dorata, il Casoni afferma che il teatro non ebbe decorazioni dipinte e il Fapanni lo conferma almeno per i palchi, mentre per l'Urban era magnificamente addobbato e mobiliato. Se decorazioni ci furono, è probabile che siano state opera di Francesco Battaglioli e Domenico Mauro, che risultano aver ricevuto pagamenti per pitture eseguite nel teatro.
Il teatro e la città
L'importanza attribuita all'impresa si misura anche dai lavori che ne accompagnarono l'apertura. Dalla Strada delle Barche un porticato proteggeva gli spettatori fino all'atrio, mentre in via Mestrina, dove si affacciavano le finestre delle sale e delle camere adiacenti alla sala del teatro, uno stabile di proprietà dei Balbi era stato trasformato in comoda locanda, detta della Campana.
Anche l'ordine pubblico fu riorganizzato per l'occasione. Il podestà Zandomenico Venier, al quale lo Scipione era dedicato, emanò il 13 ottobre 1778 un proclama in cui si specificava che era vietato portare armi, che i questuanti non potevano essere ospitati nelle locande e che le botteghe sotto i portici dovevano tenere i lumi accesi, per evitare che l'oscurità favorisse la "gente malvagia, facinorosa e vagabonda".
La serata inaugurale: 15 ottobre 1778
Il teatro aprì il 15 ottobre 1778 con lo Scipione, dramma serio in tre atti "con musica tutta nuova" di Giuseppe Sarti faentino, libretto di Eugenio Giunti, scene di Francesco Battaglioli e Antonio Mauro, sipario del Battaglioli, costumi di Antonio Dian. Fu l'unica opera seria data a Mestre, e anche l'unica scritta espressamente per il teatro di casa Balbi. Per la serata, che vedeva impegnati noti cantanti, la nobiltà veneziana affollò il teatro.
L'opera doveva essere molto spettacolare, perché prevedeva varie mutazioni di scena, alcune a vista, e la presenza di cori e comparse. Fra un atto e l'altro furono rappresentati due balli, per i quali venne scritturato il famoso Onorato Viganò. Il primo, Cefalo e Procri, fu non solo eseguito ma espressamente composto dal Viganò su musica di Luigi Boccherini, e il suo argomento, con dedica e commento dell'autore, fu pubblicato a seguito del libretto dello Scipione. Del secondo, La pastorella impertinente, manca invece la descrizione, che pure veniva annunciata nello stesso libretto: poiché Arrigoni, Fapanni e Zajotti affermano che lo Scipione andò in scena insieme al ballo Le Vendemmie, sempre diretto dal Viganò, si può supporre che quest'ultimo sia stato sostituito all'ultimo momento.
L'apertura era stata programmata nel mese di ottobre come "opera seria", con recite di opere serie o giocose da continuare "al più in numero di trenta nel susseguente mese di Novembre": ottobre e novembre erano infatti allora il tempo particolarmente dedicato alla villeggiatura.
Le feste da ballo e la vita mondana
Nonostante il successo degli spettacoli, ripetuto nelle stagioni dell'anno successivo, Almerigo Balbi sembra contare per le sorti del suo teatro soprattutto sulle feste da ballo, i "Viglioni", che più volte indica agli Inquisitori di Stato come "l'unica risorsa onde trarsi dal labirinto in cui si trovava avvolto".
Di quei balli esistono varie relazioni dell'informatore Angelo Bordi, e restituiscono un ritratto vivissimo della Mestre notturna del 1778. Vi si parla della danza di una nobildonna Morosini con un tale "Pippo ballerino da Teatro", di "Signori Foresti", di un sedicente nipote dello Czar di Moscovia che aveva posto l'occhio sopra la N.D. Memo, "moglie del Bailo", e di una marchesa Spinola "servita da Madama Binetti Ballerina… vestita da uomo", con la quale aveva fatto coppia fissa eclissandosi poi sul far del giorno. Ai patrizi, protetti dal segreto della maschera (obbligatoria alle feste dal 1776), si servivano nei palchi cene e rinfreschi, mentre i servi che attendevano i padroni all'osteria spettegolavano sul loro conto. Del rilievo dato dalla stampa a queste serate resta il resoconto della Cavalchina pubblicato dalla Gazzetta Urbana Veneta nel giugno 1787.
Fra i frequentatori più illustri ci fu il conte Giacomo Durazzo, ambasciatore imperiale, che risiedeva nella vicina villa di proprietà Duodo, presso l'attuale Piazza Barche, e che a Vienna aveva rivoluzionato il teatro austriaco. Il 10 novembre 1778 il Bordi riferisce che l'ambasciatore, partita l'ambasciatrice, "rimase nel suo palco facendo da un suo Giovine pittore dissegnare vari oggetti ch'erano nella Sala"; lo stesso pittore, con ogni probabilità Giovanni David, che a lungo risiedette nella dimora del conte, torna in una lettera del 14 novembre. Alla contessa Ernestine von Weissenwolff, moglie del Durazzo e assidua frequentatrice del teatro, fu dedicato nel 1779 lo spettacolo La virtuosa alla moda, di cui resta il libretto a testimonianza.
Il repertorio dal 1778 al 1803
Il repertorio del teatro Balbi testimonia un'attività di livello notevole: Paisiello, Cimarosa, Salieri, Sarti, Anfossi, Guglielmi, Gazzaniga, con i balli di Onorato Viganò, e accanto alle opere anche accademie musicali frequentate da "nobili e civili spettatori". Questo l'elenco completo, anno per anno.
| Anno | Titolo | Libretto | Musica e coreografia |
|---|---|---|---|
| 1778 | Scipione | E. Giunti | G. Sarti |
| 1778 | Cefalo e Procri (ballo) | Coreografia O. Viganò, musica L. Boccherini | |
| 1778 | La Pastorella impertinente (ballo) | Coreografia O. Viganò, musica L. Boccherini | |
| 1778 | Le Vendemmie (ballo) | Coreografia O. Viganò | |
| 1779 | La virtuosa alla moda | G. Bertati | L. Caruso |
| 1779 | L'Isola di Alcina | G. Bertati | G. Gazzaniga |
| 1779 | Il geloso in cimento | G. Bertati | P. Anfossi |
| 1779 | La Frascatana | F. Livigni | G. Paisiello |
| 1779 | Il Cavalier magnifico | N. Tassi | C. Caruso |
| 1779 | Il Disertore francese (ballo) | Coreografia A. Guglielmi | |
| 1780 | Giannina e Bernardone | F. Livigni | D. Cimarosa |
| 1781 | Il Guaritore | C. Goldoni | A. P. di Ravena (?) |
| 1783 | Il vecchio geloso | G. Bertati | F. Alessandri |
| 1785 | La scuola dei gelosi | C. Mazzolà | A. Salieri |
| 1785 | Il finto re Teodoro in Venezia | G. B. Casti | G. Paisiello |
| 1785 | Il Convitato di pietra (ballo) | Coreografia G. Scalesi | |
| 1785 | Li due baggiani (ballo) | Coreografia G. Scalesi | |
| 1786 | La grotta di Trofonio | G. B. Casti | G. Paisiello |
| 1786 | I due castellani burlati | F. Livigni | V. Fabrizi |
| 1786 | Giannina e Bernardone | F. Livigni | D. Cimarosa |
| 1786 | Il Convito | F. Livigni | D. Cimarosa |
| 1786 | Fra i due litiganti il terzo gode | C. Goldoni e G. B. Lorenzi | G. Sarti |
| 1786 | La finta principessa | F. Livigni | F. Alessandri |
| 1787 | Chi dell'altrui si veste presto si spoglia | G. Palomba | D. Cimarosa |
| 1787 | La moglie capricciosa | F. Livigni | G. Gazzaniga |
| 1787 | Le gelosie fortunate | F. Livigni | P. Anfossi |
| 1787 | Le gelosie villane | T. Grandi | G. Sarti |
| 1790 | La pastorella nobile | S. Zini | P. Guglielmi |
| 1790 | La scuola dei gelosi | C. Mazzolà | A. Salieri |
| 1790 | Le trame deluse | G. M. Diodati | D. Cimarosa |
| 1790 | La Molinara ossia L'Amor contrastato | G. Palomba | G. Paisiello |
| 1791 | L'Avaro | G. Bertati | P. Anfossi |
| 1791 | La Scuffiara o sia La modestia raggiratrice | G. B. Lorenzi | G. Paisiello |
| 1791 | Le due gemelle | Anonimo | P. Guglielmi |
| 1791 | Il pittore parigino | G. Petrosellini | D. Cimarosa |
| 1791 | Nausichi re di Varù (ballo) | Coreografia F. Berretti | |
| 1791 | Il Divertimento campestre (ballo) | Coreografia F. Berretti | |
| 1791 | Il tutore burlato (ballo) | Coreografia F. Berretti | |
| 1792 | La scuola dei gelosi | C. Mazzolà | A. Salieri |
| 1792 | Lauretta di Marmontel (ballo) | Coreografia G. Masini | |
| 1792 | L'innocenza premiata (ballo) | Coreografia G. Masini | |
| 1792 | Il pittore parigino | G. Petrosellini | D. Cimarosa |
| 1792 | Giulietta e Romeo (ballo) | Coreografia F. Berretti | |
| 1792 | Amor creduto cane (ballo) | Coreografia F. Berretti | |
| 1792 | Le quattro Nazioni | Anonimo | M. da Capua |
| 1792 | La Locanda ossia Il fanatico in berlina | G. Bertati | G. Paisiello |
| 1792 | Nina o sia La pazza per amore | D. Ramanzini | G. Paisiello |
| 1794 | Il matrimonio segreto | G. Bertati | D. Cimarosa |
| 1794 | La costanza in amore | G. Bertati | G. Gazzaniga |
| 1794 | Il Principe superbo o sia La fata in puntiglio (ballo) | Coreografia L. Panzieri | |
| 1794 | La grotta di Trifonio (ballo) | Coreografia L. Panzieri | |
| 1796 | Li due gobbi ossia La confusione della somiglianza | C. Mazzini | M. Portogallo |
| 1796 | Il disertore olandese | Anonimo | G. Gazzaniga |
| 1796 | Li amanti comici ossia La famiglia in scompiglio | G. Petrosellini | D. Cimarosa |
| 1796 | La giardiniera raggiratrice | Anonimo | A. La Motte-Fochet |
| 1798 | La caccia d'Enrico IV | A. Dian | G. Rust |
| 1803 | La prima prova dell'opera degli Orazi e Curiazi | Anonimo | F. Gnecco |
| 1803 | Il finto fratello | Anonimo | V. Pucitta |
| 1803 | La figlia dell'aria (ballo) | Coreografia P. Tosoni | |
| 1803 | La pianella perduta (ballo) | Coreografia P. Tosoni |
Le scene sono quasi sempre firmate da Antonio Mauro, nel 1794 da Giuseppe Camisetta. La musica di Boccherini è attribuita a Cefalo e Procri nel testo della scheda e alla Pastorella impertinente nell'elenco del repertorio. Gli anni assenti (1782, 1784, 1788, 1789, 1793, 1795, 1797 e il periodo 1799-1802) corrispondono alle chiusure e alle stagioni per le quali non risultano rappresentazioni.
Un pubblico che non risponde
La qualità del cartellone non bastò. Il teatro si rivelò insufficiente per la concorrenza di Venezia e Treviso: poteva sfruttare solo le stagioni della villeggiatura, e soprattutto doveva sostenere il costo sempre crescente delle compagnie teatrali. Appena un anno dopo l'inaugurazione, nel frontespizio dei libretti il teatro non è più chiamato "di casa Balbi", ma Teatro Balbi: un segno che la gestione non era più direttamente nelle mani della nobile famiglia veneziana. Appaiono i nomi di altri impresari, fra cui Giovanni Monticini e Francesco Bollini nel 1790, Sebastiano Benincasa nel 1794, e quel Matteo Andreuzzi che nel 1791 subì un processo per la sua amministrazione.
Almerigo Balbi si lamentava più volte con gli Inquisitori per le sue "sterili fatiche". Nell'introduzione al dramma giocoso La Pastorella nobile, rappresentato nel 1790, si spera che le difficoltà economiche possano essere superate: il risultato fu invece pietoso, anche a causa del maltempo, e la cronaca registra che "un Teatro ha fatto vuoto". La Gazzetta Urbana Veneta accusa più volte il pubblico mestrino di non apprezzare spettacoli che "peccavano di troppa magnificenza", e liquida Mestre come un "paese che aborrisce i spettacoli". Anche i tentativi di mutare il repertorio non funzionarono: il 9 giugno 1792 Nina o sia La pazza per amore, commedia in "prosa e in versi tradotta dal francese" con musica di Paisiello, che aveva avuto grande successo a Verona e a Venezia, naufragò miseramente per l'inadeguatezza della messa in scena.
Chiusure e riaperture
Anche le vicende politiche contribuirono alla decadenza. Una prima volta, probabilmente a causa delle nuove e pericolose idee venute dalla Francia, il teatro venne chiuso il 17 novembre 1781 con un'ordinanza priva di motivazioni del Consiglio dei Dieci. Riaperto nel 1783, fu chiuso una seconda volta con l'ordinanza del 17 settembre 1796, per il timore che gli spettacoli potessero attirare i soldati francesi e austriaci alloggiati nelle vicinanze. La fine della Serenissima sarebbe avvenuta il 12 maggio 1797.
Nel 1798, con il ritorno della pace, il Balbi fu riaperto con un dramma giocoso e con il ballo La caccia di Arrigo IV. Non si può dire che gli impresari lesinassero in spese: nella Caccia, che dà anche un'idea dell'ampiezza del palcoscenico, "comparvero 12 ballerini, 26 figuranti, 80 granatieri austriaci, 16 ussari, co' loro cavalli, e 12 cani, e tutti questi in atto di seguire un cervo", il che era possibile grazie a una serie di praticabili approntati in varie parti della scena. L'attività proseguì fino al 1803, anche se nel 1800 vi agiva ormai solo saltuariamente una compagnia di dilettanti.
Il teatrino e la demolizione
Nel gennaio del 1809 l'ingegner G. B. Giuin Manocchi, incaricato di stimare gli affitti annui di alcuni locali di Mestre, trovò il teatro non valutabile perché ormai inoperoso.
Nel 1810 il letterato veneziano Gasparo Gozzi (omonimo del famoso scrittore) ottenne il permesso di aprire un teatrino nelle sale sopra l'atrio, fondando una "Società de' dilettanti" con l'oggetto di declamare testi teatrali. Per le prime rappresentazioni del carnevale 1811 fu scritturata la compagnia di Giuseppe Bronchelli, e nel locale si tennero anche spettacoli di marionette e tombole. Ma l'affitto non era sufficiente neppure per la manutenzione del teatro, "questo recinto delle Muse" che le truppe francesi "desolarono" nella loro ritirata davanti agli austriaci.
Così nell'agosto del 1811 Filippo Balbi, in veste di procuratore del padre Almerigo, chiese al podestà l'autorizzazione a demolire il teatro, definendolo "una fabbrica inutile a ogni oggetto per la Comune, che col tempo può diventare pericolosa". La Commissione all'ornato, dopo aver esaminato i rilievi elaborati da Giannantonio Selva, accordò la parziale demolizione, vincolandola però al mantenimento dell'atrio e delle sale sovrapposte. Sulla data effettiva le fonti non concordano: il commissario Paganello non ne fa alcun cenno, mentre secondo il Casoni la demolizione avvenne nel 1816.
Del teatro ci restano oggi i disegni del Selva del 6 agosto 1811, china e acquerello di 195 per 280 millimetri, conservati nell'Archivio Storico Comunale di Mestre e recanti l'annotazione che la facciata veniva "alterata nelle finestre del corpo medio onde ridurre l'edificio ad uso di Casa". Del modello ligneo, invece, si sono perse le tracce: secondo il Casoni fu conservato a Mestre in casa dell'ingegner Manocchi fino alla morte di questi, tornò ai Balbi nel 1831, fu venduto nel 1837 ai conti Giacomo e Giuseppe Albrizzi alla Madonetta e acquistato nel 1838 da Giovanni Rossi, che lo conservò nel Palazzo Balbi a San Gallo.
Fine di un sogno
Il 1822 fu l'ultimo anno di attività del teatrino, dove agì la compagnia del comico Velfranc con la tragedia Zelmino e Zulmira e la commedia I contrattempi notturni. Il 12 marzo di quell'anno Filippo Balbi si rivolse nuovamente alla Deputazione chiedendo di poter demolire anche l'atrio dell'ex teatro, allo scopo di ridurre la superficie a orto: il tetto era pericolante e il restauro, molto costoso, non poteva essere affrontato con la rendita incerta dell'affitto, "in ogni epoca meschinissima". La Commissione all'ornato si oppose, ricordando che il permesso del 1811 era vincolato proprio al mantenimento dell'atrio e delle sale sovrapposte e al loro utilizzo per pubblici divertimenti. Il tetto venne restaurato e "ridotto a padiglione", ma il Balbi decise ad ogni modo di non affittare più lo stabile a uso di teatro.
Passando poi di proprietà in proprietà, ciò che restava dell'antico teatro fu adibito a magazzino e granaio, gioco di bocce e officina elettrica, mentre l'area della platea e della scena continuò a essere usata come orto: fine indecorosa per un edificio che era stato "dichiarato uno dei migliori d'Italia".
Da granaio degli Allegri alla centrale elettrica dei Moresco
I Balbi vendettero ciò che rimaneva del teatro alla signora Pasqua Bobbo, i cui esecutori testamentari inviarono nel 1839 una lettera alla Deputazione comunale chiedendo notizie sul fabbricato. Due anni dopo il fondo fu acquistato da Marco Allegri, padre del futuro sindaco Girolamo, che adibì l'atrio superstite a magazzino e granaio, mentre l'area della platea e della scena continuò a servire da orto. Nel 1851 si tentò addirittura di ridurre quei fabbricati a caserma militare.
In un documento da noi consultato l'area viene ereditata da Girolamo e Caterina Allegri il 19 agosto 1861, che ne manterranno la proprietà.
Probabilmente furono gli Allegri a cedere nel 1887 la proprietà a Michelangelo Guggenheim, che a sua volta la cedette alla Società Elettrica Industriale di Moresco & C., che qui realizzò la prima officina elettrica di Mestre. All'epoca la Moresco aveva l'appalto per la produzione di elettricità nel Comune di Mestre: fu la prima società a portare l'elettricità pubblica in città.
Fallita la Moresco & C., l'area fu ceduta al barone Giacomo Camillo Treves de' Bonfili, che nel 1913 fece ristrutturare ciò che rimaneva degli antichi edifici dall'ingegnere Giuseppe Pasquali, ricavandone appartamenti da affittare.
Galleria Teatro Vecchio
Nel 1920 l'area e gli edifici passarono a Giovanni Cecchini, che ebbe l'intuizione di realizzare il palazzo denominato "Galleria Teatro Vecchio", un edificio che richiamava la facciata principale del Teatro Balbi e al cui interno si conserva ancora parte della sua muratura. Recentemente la Galleria è stata restaurata su progetto dell'arch. Giovanni Faoro Morosini, suo pronipote. La galleria collega Piazza Barche con via Mestrina e al suo interno si trovano varie attività economiche, fra cui la sede della Bortoli Assicurazioni, agenzia di Generali Italia che ha contribuito a questo restauro.
Galleria fotografica: disegni dell'architetto Giannantonio Selva 1811
Pianta del teatro e manifesti di spettacoli
Il palazzo oggi
Uno sberleffo in forma di poesia
"Sopra il Nuovo Teatro di Mestre (eretto 1778)
Cattiva donna e pessimo Castrà,
Un Tenor, che pol essere compatio
La musica no m'ha tropo ferio,
E i bali maledeti i m'ha secà.
Cosa v'è vegnù in testa pofardio!
Far un Teatro a Mestre e fabricà
Co bezzi, ch'a livelo avé trova
E per pochi biglieti andar falio?
Vu la sorte provada avé contraria,
Mi mai v'avea credesto per baban,
Ma adesso so che fé casteli in aria.
No v'ha riuscio la cenere a Muran,
Per vu del sorgo la semenza varia,
E del Teatro saré senza ancuo e diman.
Per mi baso la man,
Ma se vu no trové parte più bela,
Presto sento a cantar la falilela.
(di Ermolao Barbaro, morto nel 1822, o di Pier Alessandro Zorzi, morto nel 1849)"
Bibliografia
- Scheda Teatro Balbi, Mestre, in [completare con autore, titolo del volume, editore e anno], pp. 325-334, con Appendice A (fonti 1778-1790) e Appendice B (repertorio 1778-1803).
- Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992.
- Barcella, Bonaventura. Notizie storiche del Castello di Mestre, Venezia, 1839.
- Fapanni, Francesco Scipione. Memorie, 1886-92.
- Arrigoni, R. Notizie ed osservazioni, Venezia, 1840.
- Lettera del P. Ruggiero Boscovich scritta nel palazzo dei Conti Durazzo a Mestre al Conte Girolamo Durazzo, 1 ottobre 1772, Stabilimento Tip.-Lit. Fratelli Visentini, Venezia.
- Ivaldi, Armando Fabio. Magnificenza e buon gusto inarrivabili. La Villa e il teatrino di Giacomo Durazzo a Mestre (1772), Nuova Rivista Musicale Italiana, vol. 2, 2012.
- La Congregazione di Martellago, Francesco Scipione Fapanni (a cura di Danilo Zanlorenzi), Il Giardini.
- Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea.
- Il materiale usato per realizzare la parte inerente la storia recente di tale edificio è di pertinenza dell'arch. Giovanni Faoro Morosini.
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