Dalla Serenissima all’Italia (1797-1866),  Il Comune di Mestre 1866 - 1926

L’istruzione a Mestre fra Otto e Novecento

Panorama di Mestre con la Torre e la scuola De Amicis, cartolina degli anni Dieci del Novecento

L'istruzione a Mestre fra Otto e Novecento

Come Mestre imparò a leggere e a scrivere

1808: la scuola negata

La prima notizia certa di un tentativo di dare a Mestre una scuola pubblica risale a mezzo secolo prima dell'Unità. Il 6 agosto 1808 il Podestà, attraverso la congregazione di carità, chiese alla fabbriceria di San Lorenzo due stanze della «scoletta» da destinarsi appunto a scuola pubblica.

Gli amministratori della chiesa risposero il giorno dopo, e la risposta fu no. La sala superiore era occupata dalle riunioni della fabbriceria e della confraternita del Santissimo Sacramento, e serviva all'insegnamento della dottrina cristiana alle fanciulle. Quanto al piano terreno:

«Un camerone male composto che serve a ripostiglio dè morti prima della sepoltura e ad altri usi non compatibili con la pubblica scuola.»

Fabbriceria di San Lorenzo, 7 agosto 1808

In quello stesso luogo si trova oggi l'archivio storico della chiesa, curato da Sergio Barizza, dal quale proviene buona parte della documentazione su cui si fonda questa ricostruzione.

Un obbligo difficile da far rispettare

Quando nel 1866 Mestre entrò a far parte del Regno d'Italia, l'istruzione elementare era già un problema aperto. Le classi erano sparse in affittanze varie per il paese, i maestri erano pochi e spesso precari, e la frequenza scolastica era tutt'altro che garantita.

Il direttore scolastico Andrea D'Andrea sottolineava il 3 febbraio 1867 come l'invito del nuovo governo italiano a estendere il raggio dell'istruzione oltre le elementari non fosse, per i maestri a lui sottoposti, una novità: avevano infatti spontaneamente sostenuto negli anni 1854, 1855, 1856 e 1857 una scuola serale, festiva e del disegno, poi venuta a mancare «per cause estranee al loro buon volere». Per riprenderla, precisava, sarebbe bastato poco:

«Per le scuole serali non occorrono che tre lucerne pendenti dal soffitto di due stanze e del corridoio di questa scuola, due lucerne da tavolo.»

Andrea D'Andrea, 3 febbraio 1867

Dopo di che era sufficiente diramare degli avvisi perché «la gioventù dai 12 ai 20 anni che desidera di imparare a leggere, scrivere e conteggiare si iscriva per tempo».

Le scuole serali e il fallimento del 1869

Dal novembre 1869 furono aperte scuole serali per gli adulti maschi e festive per le femmine, con risultati decisamente scarsi. Dei maschi terminò le lezioni solo il cinque per cento; le femmine, con l'arrivo della buona stagione, si dileguarono al punto che le quattro maestre incaricate di proseguire decisero autonomamente di chiudere la scuola, prendendosi poi pesanti rimbrotti dal sindaco.

La stessa tendenza si ripresentò nel 1904, dopo il varo di una legge, la n. 407 dell'8 luglio, che garantiva un adeguato compenso ai maestri che vi si fossero spontaneamente applicati: le donne cominciarono in ventitré per giungere in cinque a giugno e nessuna a luglio; i maschi, divisi in quattro classi, cominciarono in trecentoquarantotto per finire in trentadue.

La legge Coppino e i numeri della dispersione

Il varo della legge Coppino del 15 luglio 1877, che impose l'istruzione obbligatoria per i primi tre anni delle elementari, aggravò ulteriormente il problema della frequenza. I dati mostrano una situazione in lento miglioramento ma ancora critica:

  • 1890: obbligati 861, mancanti 129
  • 1898: obbligati 1.026, mancanti 92
  • 1911: obbligati 2.381, mancanti 213

Erano le zone periferiche a contribuire maggiormente all'innalzamento del numero degli assenti: lì c'era maggior povertà, e lì c'era maggior bisogno anche della manodopera infantile per il lavoro dei campi.

Berchet, Berna e Ticozzi

L'attenzione all'obbligo di frequenza impegnò l'amministrazione fin dai primi anni postunitari, coinvolgendo in prima persona figure come Guglielmo Berchet, Pietro Berna e Napoleone Ticozzi. Pietro Berna in particolare fu per oltre mezzo secolo il riferimento dell'istruzione mestrina. Qualche mese dopo la sua morte, nel dicembre 1919, la sorella Maria Berna, maestra, nata nel 1844 e morta nel 1924, decise di mettere a disposizione «tutto il suo patrimonio valutato in lire 400.000 per l'erezione di un istituto che raccolga ed educhi i fanciulli poveri con particolare riguardo agli orfani di guerra».

Il suo impegno veniva da lontano. Già nel 1911 si era rivolta alla confraternita del Santissimo Sacramento per ottenere dall'opera pia Matteo Cecchinato una «grazia», cioè una dote, in favore di una giovane maritanda «onesta, buona, e docile».

Le scuole nelle frazioni

Mentre il capoluogo si dibatteva con il problema degli edifici scolastici, nelle frazioni la situazione era ancora più precaria. Le scuole erano ospitate in locali di fortuna, spesso di proprietà privata, e la frequenza era condizionata dalla povertà, dalla distanza e dal lavoro stagionale dei campi.

Carpenedo

A Carpenedo la scuola si era inizialmente insediata in un locale della Società dei 300 Campi, accanto alla chiesa parrocchiale. Nel 1907 si passò a un fabbricato colonico preso in affitto da Silvestro De Valentini, in via Portara, che l'amministrazione comunale avrebbe acquistato solo nel 1930. Il rapporto del maestro Cinotti per l'anno 1888-89 offre uno spaccato impietoso: gli iscritti furono sessantuno, ma nell'estate si svilupparono nella frazione tre malattie contagiose, vaiolo, angina difterica e parotite, che colpirono molti fanciulli. Tre morirono, gli altri rimasero indeboliti al punto da dover abbandonare del tutto la scuola.

Marocco

A Marocco la scuola mista era ospitata, dall'anno scolastico 1873-74, in un locale di proprietà di Cesare Vendramin, lungo il Terraglio in località Tre Garofoli. Un piccolo edificio scolastico venne eretto solo dopo che nel 1909 il conte Angelo Papadopoli fece dono al Comune di un pezzo di terreno.

Bissuola

A Bissuola la scuola era sorta nel 1906 per iniziativa di Attilio D'Ambrosio, che l'aveva eretta su un terreno di sua proprietà all'angolo fra via Bissuola e via Cavergnaghi. La locazione al Comune venne più volte rinnovata finché lo stabile non fu definitivamente acquistato nel 1923.

Gazzera

Alla Gazzera si cercò una soluzione dopo la pressante richiesta di ventisei capifamiglia nel 1880, prendendo in affitto nel 1885 il piano terreno di un fabbricato appena costruito da Giovanni Zancanaro. Quando la popolazione scolastica crebbe si affittarono altri due stabili, uno di Mario Volpi nel 1906, l'altro di Luigi Pallotti nel 1912.

Bottenigo

Al Bottenigo la scuola fu costruita dal Comune nel 1909 su un terreno acquistato da Angelo Padovan, scelto perché «comodo per chi abitava alla Ronca», la parte più popolosa della frazione.

Gli asili infantili

Gli asili infantili non furono fortunati a Mestre. Il primo, inaugurato il 4 aprile 1871 nel fervore di iniziative seguito all'annessione, non durò che tre anni e chiuse nel 1874. Eppure era stato costituito un comitato presieduto dall'immancabile Pietro Berna, con un adeguato numero di patrone e patroni fra la migliore borghesia locale; non si riuscì però a mettere insieme «una commissione che ne assumesse la direzione e l'amministrazione», perché le casse risultavano costantemente vuote.

Al provveditore agli studi, che temeva che Mestre divenisse di «cattivo esempio per i comuni limitrofi» e si domandava come mai nelle province di Mantova e Cremona di asili ce ne fossero centocinquanta, il sindaco Napoleone Ticozzi rispondeva sconsolato che «tali istituti fioriscono soltanto dove la popolazione è ricca, dove i signori danno un concorso generoso». E i ricchi, a Mestre, erano veneziani: la loro attenzione benefica andava alle storiche opere pie della città lagunare.

Non era solo questione di ricchezza, ma di come quella ricchezza veniva impiegata. I lasciti dei mestrini benestanti andavano quasi per intero alla celebrazione di messe in suffragio, e coinvolgevano il popolo soltanto ai margini: qualche dote alle fanciulle di provata moralità, pochi centesimi a chi non aveva niente, candele in parte consumate. Un modello di beneficenza che non prevedeva la scuola.

Il Giardinetto d'infanzia Nicolò Tommaseo

Nell'ultimo ventennio dell'Ottocento le cronache segnalano a Mestre un Giardinetto d'infanzia intitolato a Nicolò Tommaseo, con sede in via Manin, fondato e diretto dal maestro Angelo Cucito. Le notizie precise sono poche. Una richiesta di fondi del 13 ottobre 1888 apre però uno squarcio significativo: Cucito chiedeva una sovvenzione per pareggiare un bilancio che registrava 2.520 lire di uscite contro 2.416 di entrate. A fine giugno di quell'anno gli iscritti erano trentaquattro maschi, di cui otto sotto i quattro anni, dieci dai quattro ai sei e sedici oltre i sei, e trentotto femmine, di cui dodici sotto i quattro anni.

La Società Cuore e Arte

Nel 1908 venne fondata a Mestre la Società Cuore e Arte, con l'obiettivo di organizzare giochi, balli, tombole e divertimenti per raccogliere i fondi necessari all'erezione di un asilo nella zona centrale. La società non godeva di gran prestigio, e la baracca agli Spalti dove avvenivano le recite era forse soprattutto il luogo d'incontro della spensierata giovane borghesia mestrina. Fu però la guerra a far decollare, sia pure in un paio di baracche, l'asilo per il quale quella borghesia raccoglieva vanamente fondi da anni.

L'Istituto Berna e l'asilo Vittoria

Il lascito di Maria Berna trovò sede nella villa stessa dei Berna, in via Manin, per la quale l'ingegner Prudente Sardi predispose il 15 aprile 1920 un progetto di sistemazione destinato a ricavarvi un ospizio per venti orfani di guerra. Affidato ai padri Orionini, l'istituto si caratterizzò fin dall'inizio come una vera scuola professionale al servizio dell'intera cittadinanza. Il direttore don Carlo Sterpi scrisse al sindaco Vallenari l'8 giugno 1921 invitandolo all'inaugurazione, prevista per il 12 alla presenza del vescovo di Treviso monsignor Andrea Longhin.

L'obiettivo restava però un vero asilo in muratura. Mentre si raccoglievano i fondi, alla somma racimolata da Cuore e Arte e alle diecimila lire di contributo comunale si aggiunsero numerose offerte di singoli cittadini, venne individuata un'area «a meridione delle lavanderie militari, lungo la nuova strada da Mestre alla stazione», ritenuta unanimemente adatta allo scopo. Domenico Toniolo la vendette e con la propria impresa edile ne curò la costruzione, su linee disegnate da Francesco Francesconi il 14 dicembre 1922. L'asilo, che si trascinò dietro la denominazione Vittoria evocativa di quei giorni, fu inaugurato il 26 dicembre 1923.

Per vedere altri asili a Mestre si dovette attendere il secondo dopoguerra. Fu monsignor Valentino Vecchi, entrato in parrocchia il 17 dicembre 1961, a promuovere con il sostegno di imprenditori e politici gli asili della Salute e di viale San Marco, insieme al rifugio San Lorenzo e al restauro della stessa scoletta che nel 1808 era stata negata al Podestà.

L'Istituto San Gioacchino e l'istruzione femminile

Don Felice Groggia, nato nel 1842 e morto nel 1919, fu arciprete di San Lorenzo dal 1889, e fu il solo a Mestre a cimentarsi nell'emulare l'esempio della beneficenza veneziana. Il 1° giugno 1894 aprì in una villa di sua proprietà, in località alle Buse, poi via Andrea Costa, una scuola delle fanciulle del popolo destinata a sottrarre alla miseria e al vizio le bambine del proletariato locale. La gestione fu affidata alle suore Mantellate di Pistoia, che vi si installarono dal 15 novembre. Mestre contava allora quasi diecimila abitanti e non disponeva di alcuna struttura per l'infanzia abbandonata.

La scelta delle Mantellate non fu casuale: erano già presenti all'ospedale di Montebelluna, e Mestre dipendeva allora dalla diocesi di Treviso, il cui vescovo ne stimava l'attività. La Congregazione, istituita a Pistoia negli anni in cui si formava lo Stato italiano, si era subito proposta fra gli obiettivi primari di occupare spazi nel mondo della scuola, per garantire un'istruzione secondo i dettami della dottrina cattolica.

Bastarono un paio d'anni perché l'istituzione si affermasse. L'11 ottobre 1896 il vescovo di Treviso approvava il Regolamento per la casa di San Gioacchino in Mestre, così chiamata in onore di Gioacchino Pecci, papa Leone XIII, che prevedeva un'attività esterna comprendente l'insegnamento elementare, l'avvio ai lavori femminili e l'apertura domenicale dell'istituto come luogo di ricreazione per ragazze e giovani donne. Le prime sette orfanelle erano state accolte dall'8 agosto precedente. Presto la casa si aprì anche alle bambine esterne, dai quattro ai dodici anni, che vi ricevevano un'educazione religiosa, l'istruzione elementare secondo i programmi governativi e l'insegnamento dei lavori femminili. Nel 1897 don Felice avviò la costruzione di un grande edificio contiguo al preesistente, con oratorio annesso, e fece erigere una cappella dedicata all'Immacolata, demolita durante la ristrutturazione degli anni Settanta. Il nuovo edificio scolastico fu inaugurato il 26 ottobre 1905, come ricorda una cartolina dell'epoca.

Dopo le dimissioni di don Felice, nel gennaio 1900, fu il fratello Giuseppe Groggia, nato nel 1851 e morto nel 1942, a continuarne l'opera. Fece predisporre un piano di ricostruzione e ingrandimento, progetto di Umberto Calchera del 10 agosto 1923, dopo aver dichiarato pubblicamente davanti alla giunta municipale, in visita all'istituto il 18 aprile di quell'anno, la propria volontà di proseguire sulla stessa strada puntando all'autonomia finanziaria:

«Io continuo l'opera di mio fratello, nulla io chiedo ad alcuno: l'opera la sosterrò da me, chiedo solo l'appoggio morale.»

Giuseppe Groggia, 18 aprile 1923

Terminati i lavori, tornarono le Mantellate, e il nuovo istituto, arricchito di un ampio teatro e caratterizzato dalla fronte a timpano arcuato prospettante l'allora modesta via Ronchi, divenne la centrale dell'istruzione femminile popolare mestrina.

In un panorama non prodigo di iniziative, fu Guglielmo Berchet a stimolare ripetutamente i possidenti mestrini verso una maggiore generosità, sottolineando la funzione sociale degli asili, il cui compito primario era «raccogliere dalla strada e dall'abbandono i piccoli figli del povero ed avviarli all'amore dell'ordine e dello studio».

Dopo l'annessione a Venezia, nel 1926-27 il Consorzio per l'avviamento al lavoro aprì a Chirignago una sezione di taglio con 30 allieve, ospitata nell'asilo infantile (vedi Mestre nella Grande Venezia).

Dalla Scuola di Disegno alla Scuola Industriale d'Arte

Istituita il 26 maggio 1871, la Scuola di Disegno di Mestre nacque con un obiettivo preciso, rivolgersi ai giovani dediti alle arti e ai mestieri, che applicandosi poche ore per settimana avrebbero educato la mente e l'occhio agli elementi del buon gusto e non avrebbero più ripetuto «gli sconci, le inesattezze, le irregolarità e gli errori che si osservano nei lavori di falegname, fabbro ferraio, muratore etc.».

L'attenzione era tutta rivolta al mondo del lavoro. Il primo anno, dei sessantasei iscritti fra i dieci e i trentacinque anni, cinquantacinque terminarono regolarmente il corso. Il professor Giovanni Moretti, direttore e unico insegnante, scriveva:

«Non è comune di vedere nelle imperverse notti invernali, nulla curando perfino i carnevaleschi divertimenti, a radunarsi in rigida stanza una numerosa scolaresca per ascoltare le utili sì ma poco divertenti lezioni di geometria.»

Giovanni Moretti, relazione sul primo anno di corso

La scuola apriva i battenti il giovedì sera e la domenica mattina. Quando la salute di Moretti cominciò a farsi precaria, egli si prese come assistente il pittore Girolamo Trentin, già suo allievo prediletto; ma con le prolungate assenze del direttore crebbero fra gli allievi malcontento e lassismo. Il 24 marzo 1887 don Luigi Mazzaro, delegato dalla Soprintendenza scolastica, dovette constatare una situazione decisamente precaria: frequenza discontinua, con una media di quattordici presenti su sessanta iscritti, ignoranza delle basi fondamentali del disegno, e assenza persino di un metro e di una squadra in buone condizioni. Moretti fu sollevato dall'incarico e venne bandito un concorso, vinto dal veneziano Giuseppe Miotto.

Nel 1910, dopo ventidue anni di servizio, Miotto ricordò così l'inizio della propria attività: non aveva trovato una scuola come avrebbe avuto il diritto di trovare, perché era stata temporaneamente chiusa per disorganizzazione, e le diede quindi un nuovo assetto, redigendo programmi e regolamento e imprimendole un indirizzo più pratico e razionale, più rispondente ai bisogni dell'istruzione per gli operai. Dal 1888 la Scuola di Disegno era così diventata Scuola Industriale d'Arte.

Miotto la resse fino alla morte, il 19 gennaio 1924. La progressiva articolazione dei corsi e un'istruzione tecnica sempre più collegata al mondo del lavoro, con indirizzi per cementisti, fabbri, meccanici e decoratori, ne garantirono una frequenza costante e un aumento continuo delle iscrizioni, che all'inizio degli anni Venti superavano ormai le duecento.

Alla morte di Miotto si decise finalmente di dare una sede propria alla scuola: si sopraelevò il magazzino comunale ricavandone le aule e un piccolo alloggio per il custode. Il nuovo edificio venne inaugurato il 20 giugno 1926 con lo scoprimento di una lapide al professor Giuseppe Miotto, a ricordo dei suoi trentasei anni di direzione e insegnamento, e fu in seguito intitolato a Napoleone Ticozzi, il sindaco che nel 1871 aveva propugnato l'istituzione della primitiva Scuola di disegno.

La scuola tecnica e il sogno delle superiori

Nel 1906 il professor Gennaro Polo giunse da Padova per aprire una scuola tecnica privata, che diede subito risultati soddisfacenti: dei quindici alunni portati a sostenere l'esame alla scuola tecnica Alberto Cavalletto di Padova ne furono promossi tredici. Polo aveva trovato la strada spianata dalla decisione del 1904, che aveva caldeggiato l'istituzione di una scuola tecnica per offrire in loco la possibilità di continuare gli studi a quanti dovevano invece sobbarcarsi quotidianamente il viaggio per Venezia.

L'anno successivo, per una crisi di giunta che si trascinava da tempo, il finanziamento non arrivò e Polo si dileguò. Accadde allora un episodio che merita di essere ricordato: le famiglie che avevano già iscritto i propri figli si tassarono perché le lezioni potessero cominciare e proseguire. La scuola, intitolata ai martiri del Risorgimento Attilio ed Emilio Bandiera (in seguito anche a Domenico Moro, loro compagno di spedizione, da cui il nome Bandiera e Moro), fu ospitata provvisoriamente nelle aule della De Amicis. Nel 1910 venne convertita in comunale, e il 6 settembre 1911 il consiglio comunale approvò l'inoltro al Ministero della Pubblica Istruzione della domanda di pareggiamento, concesso con decreto ministeriale del 1° ottobre 1912.

Da allora si snodò per lunghi anni un dibattito che verteva da un lato sulla possibilità di unificare a Mestre l'insegnamento postelementare, dall'altro su un suo ampliamento con corsi superiori che permettessero l'accesso all'università. La prima ipotesi fu affossata dall'opposizione degli insegnanti delle due scuole esistenti, la Bandiera e Moro e la Scuola d'Arte, tesi a salvaguardarne le specificità. La seconda si trascinò a lungo fra progetti e ipotesi, con soluzioni decisamente tardive: il liceo classico Raimondo Franchetti cominciò a funzionare a pieno regime dal 1940, e il primo istituto tecnico industriale, il Pacinotti, aprì solo nel 1942 a Marghera in un'ala dell'Istituto Veneto per il Lavoro, per insediarsi definitivamente a Mestre nel 1952.

Il primo passo verso il liceo fu un corso ginnasiale, sede staccata del liceo veneziano Marco Foscarini, aperto dall'anno scolastico 1931-1932 in una villa privata accanto al Municipio. Lo avevano chiesto, ricorda Sergio Barizza, gli esponenti di una «nuova» borghesia, tecnici e dirigenti di Porto Marghera, medici, avvocati, commercianti, facendo notare che la popolazione di Mestre non era più soltanto «rurale ed operaia». La nuova sede intitolata a Raimondo Franchetti avviò i corsi regolari il 17 ottobre 1940.

Chi voleva tentare di uscire dal destino un po' cinico di seguire, con abiti meno sdruciti, la professione del padre, poteva avventurarsi nelle scuole di Venezia, dove i veneziani residenti a Mestre continuavano tranquillamente a mandare i figli. Era la trasposizione sul piano dell'istruzione di quello che è stato chiamato il «teorema Mestre»: un borgo di vetturali, osti, villici e barcaiuoli, e più di recente di bottegai e operai, non poteva aver bisogno che degli istituti capaci di qualificare e migliorare la resa di quelle braccia.

Eppure Mestre era cresciuta, sorgevano industrie, aprivano aziende commerciali. Ma la classe politica mostrava nei fatti di condividere quanto aveva scritto Giulio Allegri, fratello del sindaco Carlo, in una memoria del 1917, quando aveva definito l'ipotesi di apertura di un istituto tecnico di «relativa utilità perché si [sarebbe rivolta] a pochi giovani privilegiati», e destinata perciò a una «vita anemica».

Restava così spazio per iniziative dichiaratamente professionali, come la Scuola di meccanica agraria gestita dall'Istituto Veneto per il Lavoro retto da Beppe Ravà, aperta nel 1925 in un edificio eretto tre anni prima in via Olivi, dove già erano cominciati corsi con «poche lezioni teoriche e molta pratica» per formare meccanici conduttori agricoli e meccanici riparatori e costruttori agricoli.

Dal piano Zanetti alla Battisti (1919-1932)

Il piano globale per rispondere in modo definitivo ai bisogni dell'istruzione elementare sull'intero territorio comunale venne elaborato dall'ingegner Filippo Zanetti nel 1919. Prevedeva la costruzione di sette edifici scolastici:

  • Cappuccina
  • Spalti
  • Carpenedo
  • Sabbioni
  • Gazzera
  • Prasecco
  • Bissuola

Era stato espressamente sottolineato che si voleva intanto risolvere una volta per tutte il problema delle aule per l'istruzione primaria, rinviando più avanti nel tempo quello degli asili e delle scuole secondarie. Realisticamente si puntò subito ai primi due edifici, per rispondere alle due zone di maggior incremento demografico, sviluppatesi lungo l'asse Dante-stazione e lungo la direttrice viale Garibaldi-Carpenedo. Alla fine dell'anno, verificata l'esigua disponibilità di fondi, restò in piedi solo il progetto della scuola nella zona di via Cappuccina.

La scuola Cesare Battisti

Si intavolarono trattative con la Direzione delle Ferrovie per ottenere un'area in linea con le case già costruite, ma tutto si rivelò inutile. Il 17 febbraio 1921 venne deciso di acquistare dai veneziani Pietro Barbaro e Giovanni Linuzzi un'area praticamente di fronte a quella inizialmente prescelta, considerata più estesa, meglio soleggiata e più regolare, e tale da permettere alla scuola una fronte sia su via Cappuccina sia su via Dante.

Lì sorse la seconda scuola elementare del centro di Mestre, sulla base del progetto Zanetti rivisto da Giovanni Cavizago. Venne inaugurata il 27 ottobre, anniversario della Sortita, e intitolata a Cesare Battisti. L'edificio è quello che oggi ospita la scuola media Giulio Cesare.

La Cesare Battisti non poté però disporre di tutti i nuovi locali, perché fu costretta fin dall'inizio a convivere con la Bandiera e Moro, la scuola nata nel 1906 come scuola tecnica, diretta dal professor Possiedi. Neanche otto anni dopo, all'inizio del 1930, la situazione era insostenibile: i 920 alunni della scuola elementare avevano a disposizione sette aule soltanto, mentre la regia scuola di avviamento Bandiera e Moro, con 270 alunni, era allogata al primo piano dello stesso edificio con otto aule, quando ne avrebbe richieste nove più diversi locali sussidiari e laboratori per le esercitazioni tecniche.

Dalla fabbrica di caramelle alla scuola

L'amministrazione decise così, in fretta, nel corso di quello stesso 1930, di acquistare la vicina fabbrica di dolciumi Lizier, un fabbricato quadrato con cortile interno, abbandonato da alcuni anni, compreso fra le vie Cappuccina, Cavallotti e Dante. Lo ristrutturò, e la Cesare Battisti vi si poté trasferire dal 1932.

La Lizier & Ci era stata uno dei principali stabilimenti alimentari della zona di via Cappuccina, allora denominata «Bandiera». Produceva ed esportava scatole di caramelle, mostarde e dolciumi di gran classe, con il motto latino Labor et Constantia, e aveva vinto la medaglia d'argento all'Esposizione Industriale Permanente nel 1913 e nel 1923. L'ultima ditta dei Lizier fallì negli anni Venti, e l'immobile venne rilevato nel 1930 dal Comune di Venezia.

Negli anni Cinquanta si entrava nella Battisti da via Dante: un grande portone, un ampio portico e, al centro, il cortile di ghiaia su cui si affacciavano le finestre delle aule. L'ala verso via Cavallotti ospitava invece la scuola di avviamento al lavoro. Le lezioni cominciavano il 1° ottobre, giorno di San Remigio, e per questo i bambini di prima elementare erano chiamati «remigini».

Era la prova concreta di quanto la Mestre del primo dopoguerra stesse crescendo più in fretta di quanto le istituzioni riuscissero a governare. Il piano Zanetti aveva indicato la strada giusta, ma i fondi erano insufficienti e le trattative lente, mentre la popolazione non aspettava. Ogni soluzione sembrava provvisoria, ogni edificio era subito troppo piccolo.

Il titolo di città e il bilancio del 1916

Fra tutti i servizi la cui realizzazione concorreva a sostenere la richiesta del titolo di città, formalizzata il 27 dicembre 1916, le scuole occupavano un posto non secondario. La relazione di Carlo Allegri sottolineava che «il capoluogo e le frazioni sono provvisti di adatti fabbricati per l'insegnamento elementare» e che «da oltre un quarantennio esiste nel capoluogo una fiorente scuola di disegno, con un corso d'arte applicato all'industria». Era un quadro volutamente ottimistico, scritto per sostenere la richiesta del titolo: come si è visto, nelle frazioni le scuole erano ancora ospitate per lo più in locali presi in affitto.

Era una Mestre che stava crescendo e che si avviava verso il Novecento con una rete scolastica ancora fragile, ma in costruzione.

Galleria immagini

Crediti delle immagini: cartolina del 1902 con villa Giustinian e la scuola De Amicis, collezione Alessandro Bon; cartolina «Saluti da Mestre. Panorama», anni Dieci del Novecento. Istituto San Gioacchino: cartoline del 1905 e del 1912. Istituto Berna in via Manin, 1928: Paolo Pavan. Sezione di taglio di Chirignago: G. Dell'Oro, «L'istruzione professionale a Venezia», Rivista mensile della città di Venezia, marzo 1927, pp. 140-141 (Biblioteca digitale), Biblioteca nazionale centrale di Roma, licenza CC BY-NC-SA 4.0.

Bibliografia e fonti

  • Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo.
  • Graziella Lugato, Benefattori della chiesa di San Lorenzo di Mestre. Legati, livelli, donazioni, dal XVI al XX secolo, Centro Studi Storici di Mestre.
  • Massimo Orlandini, La scuola «Cesare Battisti»? Era una fabbrica di caramelle!, in «Pro Loco Mestre Magazine», settembre 2020.
  • S. Barizza, «Mestre, la città del Novecento», in Storia di Venezia. L'Ottocento e il Novecento, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002.
  • «L'avvio all'istruzione», Città di Mestre (mestrecomune.blogspot.com), giugno 2013: ricordi della scuola Cesare Battisti negli anni Cinquanta.
  • G. Dell'Oro, «L'istruzione professionale a Venezia», Rivista mensile della città di Venezia, marzo 1927, pp. 140-141.

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